Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

La FEDE: fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede

Inserito il 8 Agosto 2010 alle ore 08:00 da Don Danilo Barlese

Il primo versetto del cap. 11 della lettera agli Ebrei descrive la FEDE in termini chiari: “La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede”. Questa frase iniziale non può essere separata da tutto il capitolo 11, dove si “racconta” la fede.
La fede dei padri, di Abramo, di Mosè e dei martiri che perseverarono nelle prove in vista del compimento futuro, è fondata sulla promessa del Dio fedele.
L’accento non è posto tanto sulla “stabilità” della fede; quanto sul suo dinamismo, sulla sua apertura al “futuro definitivo” come «cose sperate» o «realtà invisibili».
Questo aspetto verrà continuamente marcato nel tratteggiare il profilo spirituale dei “padri”: Abramo, i patriarchi e Mosè sono quelli che guardano alle realtà promesse da Dio, quelle definitive o ultime e per questo possono perseverare nella loro scelta di fede, possono mettersi in cammino. L’autore della lettera agli Ebrei non offre una definizione astratta, ma una descrizione che illumini la vita quotidiana a partire dalla storia della salvezza. La fede è la condizione per entrare in relazione vitale con Dio. Dio non è un oggetto «dottrinale» della fede, ma una realtà personale alla quale l’uomo si apre con l’ascolto, la fiducia, la risposta. La presenza di Dio rientra in quelle «realtà» che non si vedono, ma di cui la fede dà la certezza; la sua azione efficace e salvifica, che risponde alle attese profonde dell’uomo, fa parte di quelle «cose che si sperano» e delle quali la fede dà la garanzia.
Il racconto giunge ad Abramo. Per la tradizione cristiana primitiva Abramo è il padre della fede. Il cammino di fede di Abramo inizia con la «partenza», l’uscita dal suo passato sicuro per andare verso un futuro che egli non conosce, ma che gli è solo promesso come «eredità», cioè un bene da trasmettere alla discendenza: all’origine di questa partenza c’è la chiamata di Dio alla quale Abramo aderisce prontamente. Questa prima fase è caratterizzata dal movimento che va dal posseduto a quello che non è posseduto, da “quello che si vede e conosce” all’invisibile e sconosciuto. La stessa tensione si esprime nella contrapposizione tra abitare nella tenda da straniero nel paese promesso e l’attesa della «città» dalle solide fondamenta progettata e costruita da Dio.
La seconda fase si svolge attorno al tema della «discendenza». Anche in questa sequenza è palese il contrasto tra la sterilità da una parte e la potenza di generare la tensione tra la morte e la vita, tra uno solo e la moltitudine dei discendenti. Ancora una volta il passaggio o il superamento avviene grazie alla «fede» che si appoggia alla potenza e fedeltà di Dio.
Il terzo momento, quello della prova, rappresenta il vertice dell’espressione e forza della fede.
Qui la tensione raggiunge l’acme perché sembra che Dio stesso voglia distruggere il pegno del futuro promesso chiedendo il sacrificio di Isacco. Il superamento della crisi avviene in forza della fede di Abramo che si fida della «potenza» di Dio che risuscita i morti. La conclusione di questa sequenza fa intuire uno scorcio “cristiano” della fede di Abramo: egli per la fede ritrova non solo il figlio della promessa, ma il figlio «risuscitato» da Dio. In questo l’autore cristiano intravede un’anticipazione profetica della vicenda di Gesù.

Don Danilo

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