Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Lettera aperta del 24 febbraio 2019

Scritto il 20 Febbraio 2019 02:02 da Redazione Carpinetum

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Come camminare nella vita?

Scritto il 20 Febbraio 2019 01:42 da Don Gianni Antoniazzi

La Bibbia ci suggerisce di usare saggezza nelle nostre scelte senza andare avanti da pecoroni
Per decidere non sempre conta il criterio “costi-benefici”. Il Vangelo indica la strada per orientarci

Prima di spendere ingenti cifre per la TAV “Torino – Lione”, il Governo ha pensato di valutare costi e benefici dell’opera. Si resta perplessi perché qualcuno parla di gravi perdite, altri di risultati opposti. Ma qui ci interessa un altro fatto, che cioè l’analisi “costi-benefici”, sconosciuta fino a poco fa, sembrerebbe ora diventare un criterio di scelta generale. Uno strumento da impiegare in ogni circostanza per non ragionare da pecoroni, ma per essere responsabili. Chi di noi, però, accetterebbe di diventare genitore se prendesse in considerazione i costi e i benefici? Un figlio, infatti, condiziona in modo definitivo l’esistenza.

Per fortuna le nostre scelte più vere si muovono secondo il criterio del dono e della speranza, mai secondo la logica di spese e guadagni. Così ogni vera scelta che dischiude all’avvenire sfugge alle valutazioni meramente economiche. Il Vangelo attesta che anche Gesù ha donato tutto e così ha acceso una speranza straordinaria nei discepoli. La politica è libera di scegliere in base ai criteri che preferisce. Se però un giorno dovessimo estendere ad ogni scelta umana il criterio di spesa e guadagno, allora temo che la vita sociale sarà ridotta e la speranza nel futuro del tutto spenta.

don Gianni

Un bell’investimento

Scritto il 17 Febbraio 2019 08:36 da Plinio Borghi

Un bell’investimento. A chi non piacerebbe avere le possibilità economiche per potervi accedere! È il primo pensiero che d’altronde ti viene in presenza di una vincita consistente, perché abbiamo da sempre acquisito il concetto base: nessun capitale resiste a lungo se non si fa luogo ad una serie di investimenti articolati e differenziati, nemmeno se si nascondono i soldi sotto il materasso. Naturalmente ci sono delle regole di massima da seguire, le stesse che valgono poi anche per i più modesti risparmiatori, la più ovvia delle quali è che a una maggior rendita corrisponde un forte rischio, checché ne dicano taluni millantatori: la truffa è sempre dietro l’angolo, come ci ricordano il gatto e la volpe di collodiana memoria. Va da sé che in ogni caso abbondiamo anche di seri esperti in materia e il dilemma è solo a quali mani sicure affidarci. Tuttavia, non illudiamoci di avere a che fare con una materia nuova o con regole recenti, dovute a come gira oggi l’economia o alla globalizzazione: l’investimento fa parte della grande famiglia del commercio, la cui origine si perde nella notte dei tempi ed è connaturata all’uomo. È da mo’ che s’usa dire che il mondo è dei furbi. Figurarsi un paio di millenni fa che reazione di scetticismo ci sia stata quando un sedicente “Esperto” ha cominciato a dire: “Beati i poveri, beati gli affamati, beati quelli che piangono..”, con il seguito di: “Guai a voi ricchi, guai a voi che siete sazi, guai a voi che ridete..”! Fuori di testa, contro ogni logica! E non è che oggi, con le stesse parole che continuano a risuonare dal Vangelo, la reazione sia diversa, con l’aggravante che conosciamo bene la fine che ha fatto poi quell’Esperto. Sì, sappiamo che la morte non l’ha vinto, che è risorto, primizia di coloro che sono morti, come ci ricorda San Paolo oggi, ma il tarlo che puntare tutto sul “fantomatico” Regno dei Cieli non sia un buon investimento tormenta anche i credenti; con quelle regole poi! Eppure una logica c’è e ce la ricorda Geremia nella prima lettura: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo… Beato l’uomo che confida nel Signore…” In poche parole i piani del Signore hanno un respiro più ampio delle nostre piccole congetture, ma soprattutto non ci può ingannare con un investimento fasullo. La rendita è enorme, il rischio è minimo: una vita; un batter di ciglia in confronto a un’eternità. Non ci convince? Investiamo pure sulla nostra breve esistenza e.. perderemo tutto. L’ha detto l’Esperto di cui sopra.

Lettera aperta del 17 febbraio 2019

Scritto il 14 Febbraio 2019 02:08 da Redazione Carpinetum

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La Fede non arriva a caso

Scritto il 13 Febbraio 2019 02:07 da Don Gianni Antoniazzi

Questa vignetta racconta con simpatia quanto sia faticoso diventare delle persone geniali
La riporto perché la fede personale segue la stessa logica

La riportiamo nella lingua originale perché molti fra noi conoscono perfettamente l’inglese e possono apprezzare la rima del linguaggio. Dice come nasce la genialità di ciascuno: 1% ispirazione casuale, 29% sudore (perspirazione), 5% improvvisazione; 8% aspirazione (desiderio); 7% contemplazione (dei fatti letti con attenzione); 15% esplorazione (ricerca); 13% frustrazione (delusioni superate); 11% imitazione (sviluppo della realtà); 10,9% disperazione (ricerca angosciata, pressante); 0,1% pura esaltazione (che significa boria, presunzione, alterigia).

Altrettanto vale per la fede di ciascuno. Alcuni mi dicono: “Beato te che hai fede, io non ce l’ho”. Confesso che comprendo poco. L’incontro personale con Gesù va cercato, desiderato, scrutato. È frutto non del caso o di una coincidenza fortuita ma prima ancora di sudore, delusioni di varia natura, ricerca del cuore e più ancora della mente. Non tutto è a portata di mano. Ci sono realtà splendide che domandano un po’ di fatica. Così come accade per il gioco e per gli affetti: se ci si ferma alla superficie si raccoglie poco. Chi è tenace apprezza molto di più la vita e trova anche la ricchezza della fede. L’incontro con Gesù è sempre un tesoro da scoprire.

don Gianni

Qua no s’imbarca baùchi

Scritto il 10 Febbraio 2019 08:06 da Plinio Borghi

Qua no s’imbarca baùchi. In un paio di circostanze noi veneti usiamo una frase simile: se qualcuno cerca in modo maldestro di turlupinarti o, sgamato, di tergiversare e quando si vuol dimostrare sicurezza a fronte di chi ti vorrebbe insegnare come si fa. In entrambi i casi, di norma, il destinatario non è mai persona autorevole o affidabile. Raramente, tuttavia, succede anche il contrario e cioè se abbiamo preso fischi per fiaschi e non lo vogliamo ammettere o se, insicuri, intendiamo solo ostentare abilità che sono messe in discussione. Per averne una riprova, basta intrufolarsi in un gruppetto di anziani che osservano i lavori in un cantiere e apostrofi di tal fatta volano in entrambe le direzioni; ma poi ognuno di noi chissà quante ne avrà registrate di analoghe nei propri ambienti di lavoro! Per una strana associazione d’idee sono intervenute queste considerazioni mentre scorrevo le letture di oggi e ho immaginato lo stato d’animo di quei pescatori, delusi del pessimo risultato ottenuto, che, mentre rassettano le reti, si vedono capitare fra i piedi quel Personaggio (per fortuna giovane), di professione falegname per giunta, che li invita a riprovarci. D’istinto ci saremmo senz’altro difesi con la succitata imprecazione e Pietro non se ne discosta poi di molto, ma c’è qualcosa che lo frena: l’autorevolezza di chi la pronuncia. Il che non è poco. “Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. Conosciamo l’epilogo, che ci insegna anche qui un paio di cose: primo, che al Signore nulla è impossibile e, secondo, che non ha bisogno di specialisti per farsi testimoniare. Quei pescatori, abbandonata immediatamente l’abbondante retata, sono corsi a diventare “pescatori di uomini”, ma San Paolo è prodigo di esempi di come Gesù non abbia lesinato di inviare chiunque “fino agli estremi confini del mondo”, lui stesso, che lo perseguitava e si autodefinisce “aborto”. Spesso tendiamo ad essere schivi alla chiamata, che non è solo quella al sacerdozio, e parecchi profeti hanno tentato di declinarla, con la scusa di essere inadeguati, come Isaia nella prima lettura. Dio, però, non demorde e, purificate le sue labbra con la brace, ripete l’invito, al quale Isaia stavolta risponde prontamente: “Eccomi, manda me!”. Stiamo attenti a non tirare troppo la corda con Dio, perché, alla resa dei conti, potrebbe essere Lui a risponderci: “Qua no s’imbarca baùchi”. E la fregatura sarebbe assicurata.

Lettera aperta del 10 febbraio 2019

Scritto il 6 Febbraio 2019 03:47 da Redazione Carpinetum

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Quanti malanni fa la legge

Scritto il 6 Febbraio 2019 03:33 da Don Gianni Antoniazzi

Di nuovo mi sento spinto ad intervenire su un argomento che molti fra noi non vorrebbero venisse affrontato. La nostra povera Italia, e la Chiesa, non trovano vita nel mero adempimento della legge. Solo l’amore fa vivere

La Legge divina e quella dello Stato hanno valore: sono un riferimento certo, creano unità nel popolo e, quando succede, ci danno la consapevolezza di essere fuori strada, in disordine con noi stessi. Il mondo della legge, però, insieme alle sue strutture umane, non ha mai avuto la forza di darci vita, né mai l’avrà. Al contrario. Quando si va davanti al giudice e all’avvocato è semmai per infliggere una pena, per togliere vitalità a qualcuno. È una sconfitta, per tutti, per il vincitore e per il perdente. Una sconfitta visto il tempo perduto, le energie profuse per baruffare, ma più ancora per il clamore negativo che questi fatti portano con sé.

Mio padre e mia madre mi hanno raccomandato di evitare le vie legali. Per le questioni ordinarie meglio risultare perdenti che iniziare una causa. In tutto questo mi pare di essere in linea con San Paolo che più volte precisa come l’amore per la legge abbia dato la morte all’uomo, mentre la legge dell’amore sia fonte di vita.

Lascio a ciascuno la piena libertà di pensiero. Da parte mia, però ho sempre pensato che l’unica risposta credibile davanti alle accuse sia il lavoro assiduo, gioioso e sereno, quasi sorridente. Al posto di impiegare energie e soldi per baruffare a mezzo di avvocati e giudici, preferisco impiegare il tempo e la fantasia per costruire un po’ di vita, se ne sarò capace.

don Gianni

A ciascuno il proprio ruolo

Scritto il 3 Febbraio 2019 10:06 da Plinio Borghi

A ciascuno il proprio ruolo: è il principio base di ogni tipo di convivenza. In alternativa c’è solo l’eremitaggio solitario o il caos. Vale in primis per la famiglia, dove è palese che i genitori debbano fare i genitori e i figli sappiano di essere figli. Purtroppo non è sempre così e allora assistiamo anche qui a una fatale deriva. La consonanza tra i vari ruoli rafforza il tessuto operativo e la ricerca del meglio in ogni singolo ruolo porta beneficio a tutto l’apparato. Viceversa, se anche uno solo scantina, anche tutti gli altri ne risentono. No, non mi sto aggrappando al “manuale delle giovani marmotte” per la perfetta corale, né aggiornando il discorso di Menenio Agrippa, bensì sintetizzando il lungo brano di San Paolo declamato domenica scorsa, tratto dalla lettera ai Corinzi e finalizzato a contenere i comportamenti confusi che nella Chiesa nascente si stavano verificando. Da notare la conclusione: “Aspirate ai carismi più grandi”; che vuol dire non adagiarsi nel proprio ruolo, ma puntare al meglio.

E qual è il ruolo del cristiano? Ce lo spiega sempre Paolo nel seguito di questa domenica: la carità, cioè il “collante” che ci lega e armonizza tutte le funzioni e i rapporti fra di noi. Senza di essa, afferma, perfino la fede e la speranza perdono lo spessore necessario. La carità è la dimostrazione, nei fatti, che siamo credenti credibili (scusate il bisticcio). È bello quel passaggio: “La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Ce n’è per un serio esame di coscienza, per tutti.

Qui siamo al ruolo di Gesù. Altro bell’insegnamento! S’è messo a fare il profeta in patria e a momenti lo linciano. Se l’è cercata? Secondo me aveva due validi motivi: collegarsi con le profezie e con i profeti stessi, molti dei quali non hanno avuto miglior sorte in quel popolo di dura cervice, e rilanciare il valore universale della lieta novella, che non poteva essere riservata ai pochi eletti. Tant’è che poi se n’è andato a predicare altrove. Cosa significa “essere profeti”, come tutti dovremmo? Significa essere testimoni con le parole e con le opere (a proposito di quel che si diceva prima), ben sapendo che ci muoviamo nella diffidenza. Intanto cominciamo a non fare come i compaesani di Gesù e accogliamola questa lieta novella!