Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Essere testimoni di speranza

Scritto il 10 Novembre 2019 10:00 da Plinio Borghi

Essere testimoni di speranza. In queste domeniche che vanno dalla festa dei Santi e commemorazione dei defunti alla chiusura dell’anno liturgico si vive più del solito il clima escatologico, permeato da un argomento preminente: la speranza. Nessuno sa cosa ci aspetti dopo la morte e in tutti i tempi non è mai mancato chi vi abbia filosofato per dritto e per storto. La nostra fede ci fornisce alcune risposte, ma nemmeno Gesù ha voluto essere esaustivo in merito, giustificando che non saremmo in grado di capire: basti sapere che godremo della completa felicità in Dio, un Dio che ci vuole tutti salvi, che ci aspetta anche quando lo rifiutiamo e siamo lontani da Lui, perché, come riporta l’ultima frase del vangelo di oggi, “Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui”. I Sadducei descritti all’inizio del brano, rimestando motivazioni speciose e situazioni surreali (per nulla diversi dai detrattori di sempre), fanno sbilanciare un po’ il Maestro con l’affermazione che, in quanto risorti e figli di Dio, “saremo uguali agli angeli”, ma, siccome non sappiamo nemmeno come siano gli angeli, non rosicchiamo nulla di più. Ci resta la speranza, quella stessa che ha animato e incoraggiato anche i sette fratelli e la madre, descritti nella prima lettura, dal libro dei Maccabei, fino al punto di scegliere la morte piuttosto che rinunciare alla propria fede, nella certezza della resurrezione alla vita eterna. Una speranza, quindi, che è certezza. È un motivo conduttore che ritroviamo, oltre che in questo periodo, anche in ogni occasione della liturgia del commiato. Qualcuno può insinuare che si tratta di una panacea, la solita fiaba per far stare tranquilli i bambini agitati. Costui trascura che la speranza è uno dei sentimenti più “laici” che ci caratterizza nelle nostre performance della vita, sempre che vogliamo in qualche modo viverla alla grande. A partire dalle attività sportive, dove ognuno si cimenta per ottenere il meglio, e proseguendo per quelle di studio, lavorative e politiche, fino alla ricerca e alla cultura, la spinta è sempre una speranza che vuol essere certezza, altrimenti non si arriva da alcuna parte. A sostenerla, poi, ci sono allenatori, promotori, trainer, testimonial, talvolta anche imbonitori, ma lo scopo è sempre quello di stimolo. Nella fede non è diverso. Nei Santi e nei martiri li abbiamo avuti tutti, ma c’è un riferimento eccellente e rassicurante: Gesù Cristo stesso. A noi spetta il compito di essere testimoni della vera speranza.

“Botta e risposta”

Scritto il 3 Novembre 2019 10:01 da Plinio Borghi

“Botta e risposta” è una locuzione per significare un confronto acceso, che non concede spazio al benché minimo intervallo. È classica dei battibecchi, ma anche a teatro la si rileva positivamente in chi ha la battuta pronta e, incalzando, non lascia cadere la tensione dello spettatore. Le sacre scritture stesse ci offrono più esempi in tal senso: Samuele, per dirne uno, quando sente la voce che lo chiama e risponde prontamente “Eccomi!”; gli apostoli, quando Gesù li chiama a diventare pescatori di uomini e non frappongono indugio ad abbandonare le reti e a seguirlo. Oggi, poi, il vangelo ci offre una scena speciale: il Maestro si rivolge a Zaccheo, che s’era annidato sul sicomoro per vederlo passare, e si autoinvita a casa sua. Scatto immediato di questo pubblicano incallito e altrettanto immediata conversione. C’è un minimo comun denominatore in queste reazioni: la predisposizione. Non ci può essere prontezza se in qualche modo non si è preparati. Così è per un confronto, per una recita, per uno stato d’animo, per una mente aperta, per una disponibilità acquisita in un rapporto maturo, per la curiosità stessa. Zaccheo era lontanissimo dall’epilogo che lo avrebbe reso protagonista quel giorno, ma la voglia di sapere, di conoscere era tanta da arrampicarsi su una postazione strategica per poter vedere questo Messia che avanzava, come fosse un agguato. A questo punto Colui che è “venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”, come dirà a chi lo contestava per le sue frequentazioni, sorprenderà il curioso con quell’invito perentorio. Questi, però, non fugge, anzi, sorpreso ma felice si mette subito a disposizione. Botta e risposta. Altre chiamate hanno al contrario richiesto più tempo, come quella di Paolo sulla via di Damasco o dello stesso Anania, inviato dal Signore a guarirlo dalla cecità. Non c’era alcuna predisposizione agli eventi e la risposta non poteva essere pronta. Il fatto che il risultato sia stato comunque grandioso non deve però trarci in inganno e favorire un’eventuale posizione attendista: sarebbe un atto di presunzione, anche perché non siamo tutti San Paolo e men che meno sulla via di Damasco. Se da un lato è vero che a cercarci è Gesù, dall’altro ci corre l’obbligo di essere preparati e predisposti, per non perdere l’immediatezza in un’occasione che potrebbe rivelarsi irripetibile. Il nostro rapporto col Salvatore dev’essere sempre di botta e risposta. L’incertezza potrebbe torcersi contro.

La considerazione di sé stessi

Scritto il 27 Ottobre 2019 10:04 da Plinio Borghi

La considerazione di sé stessi è un atteggiamento umano, che sottende anche un po’ di autostima, il che non sarebbe male, se non fosse troppo sovente accompagnata da sopravvalutazione o addirittura da quel tipico tocco di autoreferenzialità che infastidisce gli interlocutori. Quest’ultime, alla fine, finiscono per render vane anche le prime giacché ne offuscano la positività e ne alterano la consistenza. Siamo al solito refrain: i requisiti vincenti rimangono quelli di mostrarsi per quello che si è e di rifuggire da un lato il compiacimento e dall’altro la falsa modestia, che serve solo per piaggeria. Nei rapporti umani, in ogni caso, è bene evitare di dare tutto per scontato, lo sappiamo e pertanto vanno messe in conto sottovalutazioni e ingiustizie, avverso le quali bisogna combattere, con determinazione, ma sempre con tanta umiltà. La vera umiltà, che è quella della quale il nostro divino Maestro ci ha dato ampio esempio; quella perorata da S. Agostino come unica e assoluta chiave per liberarsi dalla schiavitù del peccato. Il guaio è che sul concetto saremmo d’accordo, se non fosse che per pesare la nostra esaltazione necessiterebbe una bilancia industriale mentre per misurare la nostra mitezza ci servirebbe un bilancino da orefice. Non occorre dilungarsi in esempi, dato che ciascuno per proprio conto ne sciorinerebbe a iosa. Ora, se questa è la tendenza fra “umani”, sembra difficile che nel rapporto con Dio si riesca a compiere un bel salto di qualità. Il fariseo descritto dal vangelo di oggi, impettito davanti al Signore e sprezzante del pubblicano che, prostrato, si batteva il petto, con tutta franchezza ci dà un fastidio da matti, ma quello siamo noi! Tutti perfettini (?) nell’osservare i comandamenti, i precetti, magari anche le opere di misericordia corporali e spirituali, nel credere di fare la carità se alieniamo il superfluo, ma pronti anche a giudicare chi non lo fa o fa meno. Questo atteggiamento ci induce a ritenere che otterremo il giusto riconoscimento al momento del giudizio. Altro atto di presunzione. Certo, lo fa anche Paolo nella sua lettera a Timoteo che la liturgia ci propone oggi, ma in una chiave ben diversa che si chiama “speranza”, la vera certezza del cristiano per aver “terminato la corsa e conservato la fede”. Quindi? È ovvio che si debba partire dall’atteggiamento del pubblicano, non per un autolesionismo gratuito: è la nostra debolezza umana a esigerlo. Gesù non fa una boutade nel concludere “chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.

Metterci l’anima

Scritto il 20 Ottobre 2019 10:00 da Plinio Borghi

Metterci l’anima. Quante volte abbiamo usato questa espressione per significare che uno ce la mette tutta in quello che fa! E non vuol dire che gli piaccia o ci riesca: vengono soppesati la buona volontà e l’impegno profuso. È comune pure in dialetto e spesso è indirizzato proprio a chi, nonostante tutto, non ottiene ciò che si era prefisso, magari a fronte di altri che, senza tanto sforzo e a volte per pura fortuna, ottengono risultati migliori: “Poareto, e pensar ch’el ghe ga messo l’anema!”. Fan da contraltare atteggiamenti opposti, come la svogliatezza e l’inettitudine, i quali lasciano poco spazio a risultati concreti, ma, se presenti in posizioni di un certo rilievo, riescono a scombinare parecchio anche la vita altrui, oltre alla propria. Qui l’elenco dei casi emergenti, purtroppo, si farebbe molto più lungo dell’altro, forse perché i brutti esempi colpiscono di più dei buoni. E non risparmiano alcun settore o sistema. Non mi riferisco tanto alla corruzione, pur diffusa: a volte anche per delinquere qualcuno ci mette l’anima. No, il fastidio è per l’indolenza perniciosa e, chissà perché, i primi casi che mi sovvengono sono quelli dei giudici che, per non aver provveduto a stendere in tempo le motivazioni di una sentenza, hanno fatto decadere i termini di carcerazione nei confronti di criminali incalliti. Forse l’associazione di idee non è fortuita: il vangelo di oggi parla proprio di uno di questi (il vizio è atavico!) e di una vedova che gli chiedeva invano giustizia. Gesù contrappone a questo inetto Dio stesso, che invece non rimane insensibile al grido che giunge dai suoi eletti. C’è una sorta di “compensazione” in questo brano di Luca, che sembra rispondere a un anelito diffuso: il bisogno di certezza che ci sarà una Giustizia divina, specie per gli oppressi in questa vita. Ci va bene l’infinita misericordia del Padre, ma ci tranquillizza sapere che anche la giustizia farà il suo corso. Attenzione, però. Sul desiderio di rivalsa deve prevalere la fede, sennò rischiamo di cadere vittime anche noi. “Rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente” dice oggi S. Paolo a Timoteo. Appunto. Domani verremo tutti giudicati non tanto su quello che avremo o meno realizzato. Anche, ma soprattutto se “ci abbiamo messo l’anima” in quello in cui eravamo impegnati, a prescindere dai risultati. Infatti, il Salvatore finisce di rassicurare i discepoli con una frase angosciante: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.

Dare tutto per scontato

Scritto il 13 Ottobre 2019 08:00 da Plinio Borghi

Dare tutto per scontato non è un atteggiamento corretto, perché induce o a non tenere in debito conto l’apporto determinante di chi ti può aver aiutato, magari per dovere, o a piegare la realtà solo a nostro favore. Ne abbiamo un esempio nel vangelo di oggi. Gesù incontra una decina di lebbrosi che gli chiedono di guarirli. Danno per scontato che lo sappia e lo possa fare, sentite le voci che corrono nei suoi riguardi. Chiaramente lo prendono più per un taumaturgo che non per il Messia. Infatti, di primo acchito, sembra quasi stizzito, stando a come la reazione è riportata in modo conciso: li dirotta ai sacerdoti. C’è in questo una sintonia con la risposta di Abramo al ricco epulone di due settimane fa, quando questi lo implorava d’inviare Lazzaro ai fratelli: se non credono ai profeti, neanche se uno risuscita dai morti avranno motivo per credere. Poi il Maestro sembra cambiare idea (o forse aveva già in mente di farlo) e, mentre quelli si avviano, li guarisce tutti. Cosa ci saremmo aspettati? Un rapido dietrofront di gruppo per rendere un corale ringraziamento all’autore di cotanto dono. Macché. Uno solo torna di corsa e peraltro samaritano, che è come dire miscredente o straniero. Ancora una volta viene posta in evidenza l’azione di un samaritano (come per la donna al pozzo di Giacobbe e per colui che soccorse il malcapitato bastonato per strada) rispetto all’indifferenza di chi dovrebbe ritenersi osservante. “E gli altri nove dove sono?”, si chiede anche Gesù. L’evangelista non lo racconta, ma è da presumere che non siano andati nemmeno dai sacerdoti: semplicemente avranno desunto un ravvedimento “dovuto” da parte di quell’Uomo che tutti descrivevano buono e generoso verso tutti. Quanto ci riconosciamo in quei nove? Quante volte ci sentiamo di ringraziare chi ci presta un minimo di attenzione, fosse anche obbligata? O forse siamo più propensi a pretendere, anche da chi lo fa per volontariato? Ne ho viste di scene di tal fatta, forse dettate da una sorta di complesso d’inferiorità verso chi contrappone la sua generosità alla nostra grettezza! Il Papa ha esordito nel pontificato suggerendo di adoperare nei rapporti tre parole: grazie, prego, scusa. A cominciare da chi ci sta a fianco in casa e del cui fare diamo tutto per scontato. Furono salvati i nove lebbrosi? Guariti sì, salvati no: è mancato il conseguente atto di fede. Solo quello tornato a ringraziare è congedato con: “Va, la tua fede ti ha salvato!

Lo spirito di servizio

Scritto il 6 Ottobre 2019 10:00 da Plinio Borghi

Lo spirito di servizio è quello che dovrebbe caratterizzare le nostre prestazioni, siano esse lavorative, e quindi retribuite, che svolte in casa o a titolo di volontariato. Uso il condizionale perché se un tempo simile atteggiamento traspariva in modo pressoché generalizzato, oggi si stenta ad avvertirlo. Una volta non solo si era “orgogliosi” del proprio incarico, ma anche, qualsiasi esso fosse, si avvertiva di rappresentare l’Ente o la ditta o la persona che ce l’aveva conferito e ci si teneva a fare e a fargli fare bella figura. Oggi, vuoi per l’esasperazione delle lotte sindacali, che ha contribuito a porre steccati fra gli uni e gli altri, vuoi per una mal interpretata sorta di evoluzione culturale, l’orgoglio tende a tramutarsi in sussiego, l’incarico in prerogativa e la prestazione, anche volontaria, in esclusività. Il tutto a scapito della qualità, della collaborazione e di quel poco d’entusiasmo, e a vantaggio della burocratizzazione più becera, dell’aggressività e del disagio per chi lavora e per chi riceve il servizio. Di più. L’adeguamento della retribuzione per i lavoratori e del ruolo per i volontari apparteneva a momenti separati rispetto all’avvio del rapporto e si perfezionava strada facendo. Oggi sono quasi ovunque in premessa per avviare la collaborazione, a prescindere dall’esperienza che si possa addurre. Anzi, si tende a rifiutare in prima battuta un lavoro che non sia “consono” alle aspettative, magari basate sul titolo di studio acquisito. Siamo ben distante da quello spirito di servizio cui si accennava all’inizio e del quale il vangelo di Luca ci offre oggi uno spaccato. Pur se il contesto è un po’ estemporaneo, il messaggio è chiaro: se facciamo il nostro dovere, ciò per cui siamo pagati o ciò per cui ci siamo impegnati siamo stati “servi inutili”, laddove “inutili” non significa affatto che il nostro apporto è stato vano, bensì che non abbiamo agito per il nostro tornaconto o per secondi fini. Quindi ci siamo comportati bene, abbiamo fatto quello che andava fatto e nulla ci spetta da rivendicare o da recriminare. È chiaro che l’allegoria è rivolta soprattutto al modo di vivere la fede, che, dice San Paolo nella seconda lettura, è un dono che va ravvivato e vissuto con forza, amore e saggezza, affinché, quando ci presenteremo a rendere il conto, abbia prevalso in noi quello spirito di servizio che ci consenta di vantarci con il Padre di essere stati “servi inutili”. Intanto non resta che rivolgerci a Lui con le parole degli apostoli: “Signore, accresci in noi la fede!”.

La misericordia di Dio è infinita?

Scritto il 29 Settembre 2019 10:01 da Plinio Borghi

La misericordia di Dio è infinita? Dipende da che punto di vista. No, non voglio essere blasfemo ponendo limiti alle qualità del supremo Creatore né aumentare margini d’insicurezza in qualche peccatore incallito. I limiti sono nostri se dimentichiamo che in Dio tutte le doti, non solo la bontà, convivono in maniera sublime e quindi verrà il tempo in cui la Giustizia si prenderà la scena. Matteo descrive così bene quel momento nel noto cap. 25 (31-46), quando si divideranno le pecore dai capri. Lì non ci sarà più trippa per i gatti: lo spazio per la misericordia sarà finito. Conosciamo bene tutti la parabola che Gesù racconta nel vangelo di oggi ed è particolarmente significativa: la storia di Lazzaro, povero e piagato mendicante, e il ricco epulone, tronfio del suo benessere. Che l’epilogo fosse quello descritto era scontato: il primo sale in paradiso alla destra di Abramo e il secondo scende tra le fiamme dell’inferno. È un motivo conduttore che il nostro Maestro non si stanca mai di ripetere sotto varie forme, come quella che gli ultimi saranno i primi e viceversa. Ma c’è una conclusione stavolta che offre uno spaccato diverso e che completa la domanda iniziale: l’epulone chiede una goccia d’acqua per un po’ di sollievo e gli viene negata. Lo spazio invalicabile è soltanto un pretesto: gli è che scatterebbe un’impropria incoerenza da parte del Padre. Di più. Il ricco supplica che almeno Lazzaro gli avverta i familiari affinché si ravvedano e qui la risposta è magistrale: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi.” Pertanto c’è un tempo per il ravvedimento, ma pure un metodo, che prevede un minimo d’espressione di fede che si alimenta con l’attenzione alla Parola. Un ultimo tocco si evidenzia nel brano in lettura: il povero è indicato per nome, il ricco no. Non è per voler discriminare; solo che “epulone” è una qualifica, un atteggiamento, che appartiene un po’ a tutti quando ci chiudiamo in noi stessi, nella nostra autoreferenzialità, nel nostro egoismo, nella nostra tendenza a badare prima alle nostre necessità e poi, se avanza, anche a quelle degli altri; quando predichiamo l’accoglienza, ma non ci dedichiamo a realizzarne gli strumenti adeguati, quando scordiamo che poveri ed emarginati non sono categorie di derelitti, ma persone con nome e cognome. Continuando così, loro li conserveranno per il passi al banchetto finale e noi saremo esclusi perché finiremo col perdere, appunto, ogni residuo di identità.

La politica dei due forni

Scritto il 22 Settembre 2019 10:00 da Plinio Borghi

La politica dei due forni, della quale abbiamo avuto un discreto assaggio proprio in questo periodo in cui si è emulato un vecchio metodo da prima repubblica, più che essere esecrabile la riterrei pericolosamente equivoca e inaffidabile. Pur se poi, strategicamente, può portare qualche frutto apprezzabile, ma di stampo machiavellico, della serie “il fine giustifica i mezzi”. Se fosse un ricorso come extrema ratio e quindi adottato raramente, potremmo anche chiudere un occhio e apprezzare questi sprazzi di furbizia; invece pare che il metodo di tenere il piede su due staffe, prima ancora di trovare la sua più “elevata” espressione in politica, sia largamente praticato a livello personale. Qui non si tratta di tenere sempre a disposizione un piano B per ogni evenienza o, se si chiude una porta, di cercarne un’altra da aprire, bensì di tenerne sempre due o più in funzione. Quale rapporto si può mai instaurare con chi, mentre sembra che ti dia una mano (al lavoro, nello studio, in un’attività qualsiasi, magari competitiva, ecc.) nel frattempo complotta con il tuo concorrente per poi scegliere la posizione più conveniente? Non occorre s-cervellarsi per richiamare alla memoria casi vissuti o per trovare conferme in merito; è sufficiente, come sempre, il Vangelo, che, guarda caso, proprio oggi ci manda un bel messaggio: “Nessun servo può servire a due padroni”. Non assistiamo a novità allora e servi infedeli come quello descritto nel brano in lettura sono una costante della nostra storia. Che poi alla fine, al padrone “fregato”, gli avanza anche di lodare il servo infingardo, perché ha agito con furbizia: vistosi scoperto e quindi prossimo al licenziamento, si è preparato il futuro favorendo i debitori. E Gesù, senza giri di parole, non ce le manda a dire, visto che anche noi vorremmo mantenere un buon rapporto con Dio, non rinunciando però all’attenzione per i nostri interessi, come il denaro, la carriera, il benessere e quant’altro, a cui dedichiamo molto più impegno. “Almeno fatevi furbi”, dice il nostro Maestro, “e usate dei beni di questo mondo per crearvi un futuro più tranquillo in quello eterno”. Noi al contrario, che ci crediamo furbi ma non lo siamo proprio, pretendiamo di servire Dio e “mammona” nell’equivoco più becero e cioè senza sacrificare un net di quel che riteniamo ci sia indispensabile in questa vita. Con la differenza che qui talvolta il sistema funziona anche, ma con Dio va no e siamo già sgamati ancor prima di pensarci. Dopo son cavoli amari.

La voglia di autonomia

Scritto il 15 Settembre 2019 10:00 da Plinio Borghi

La voglia di autonomia è uno stimolo sacrosanto a far meglio e a esprimere tutte le nostre potenzialità, anche attraverso una sana emulazione. Questo vale sia in campo familiare che sociale, sia nei rapporti privati che pubblici, sia nell’impresa che in politica. Attenti, però, a non confonderla con il desiderio di rottura: il risultato sarebbe nefasto. La vera autonomia si regge sull’unità d’intenti e opera sempre per il perseguimento del bene comune; se diventa un pretesto per l’“io faccio da me che faccio meglio”, sarebbe la disgregazione del patrimonio acquisito e consolidato. Per associazione d’idee mi viene in mente come la legge della Provincia autonoma di Bolzano preveda il passaggio in eredità del “maso” al figlio primogenito, proprio affinché non vada disperso uno dei simboli di quella terra. Sotto tale profilo calzano a pennello gli atteggiamenti descritti dal vangelo di oggi: il pastore che, per cercare la pecorella smarrita, lascia le altre novantanove; la donna che mette sottosopra la casa solo per trovare la moneta perduta; il padre che riaccoglie il figlio che gli aveva sperperato mezzo capitale. Il gregge, il gruzzolo, la famiglia: tutto ha senso e valore solo nella sua interezza. E in tutti e tre i casi si fa una grande festa per la riconquistata unità. La sottolineatura nel brano “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” lascerebbe perplessi fuori dall’ottica suddetta e ci verrebbe da essere solidali col fratello maggiore del figliol prodigo, quasi che la misericordia sia destinata soltanto ai trasgressori convertiti. La realtà è che tutti noi, vivi e defunti, formiamo un unicum armonico nella Comunione dei Santi e ogni devianza fa male al complesso; pertanto ogni ritorno è un riequilibrio generale che vale la pena di perorare e festeggiare. Se poi teniamo conto che peccatori, chi più chi meno, lo siamo tutti e quindi bisognosi di conversione e di misericordia… Permettetemi una digressione, una frase che il Che (Guevara) prende in prestito da certo Omar Gonzalez, riferendosi ad alcuni suoi dissidenti, e che m’è balzata all’occhio: “Volverà, lo conozco. Como el pedrazo de una estrella, volverà” (Torneranno, lo so. Com’è per la coda d’una stella, torneranno). Bello paragonare il Movimento ad una stella che trascina con sé i componenti del sistema. Anche se dà l’impressione che qualcuno se ne allontani, non è possibile: l’attrazione è troppo forte e si riaccoderanno.

Guardare le cose da lontano

Scritto il 8 Settembre 2019 09:42 da Plinio Borghi

Guardare le cose da lontano ti consente di afferrare il senso dell’insieme. Ogni prospettiva, in effetti, ti da uno spaccato e se fissi un primo piano indubbiamente cogli una serie di particolari, ma corri il rischio di non capire il contesto e le motivazioni della loro collocazione. Sembra strano, ma tendiamo a vivere più di primi piani che di sguardi panoramici: presi dagli affetti più stretti, dagli amici, dai rapporti sociali, dalle abitudini, dallo studio, dal lavoro, dal tempo libero, dagli interessi sportivi e culturali, dalle ferie, dai problemi di salute, dalle preoccupazione per la sopravvivenza, dalle faccende per agevolare la routine, ecc., tutte cose senza dubbio importanti, e guai se così non fosse, fatichiamo a prendere le distanze per inquadrare il tutto in una visione generale dei grandi problemi della vita. Non solo, siamo anche poco propensi ad impegnarci sulle questioni sociali più incalzanti, sulle esigenze che regolano le sfere religiosa e politica; non ci invoglia molto la partecipazione, nemmeno alle riunioni di condominio. Salvo poi protestare se le cose non vanno come dovrebbero, e intaccano quegli stessi interessi cui teniamo, o se nella società si sono via via smarriti i valori di riferimento. Ancora una volta è il Vangelo che ci offre una sferzata stimolante: uscire decisamente dal particolare e darsi una prospettiva di più ampio respiro. “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. Drastico il nostro Maestro! È evidente, tuttavia, che ci spinge a non vivere in modo parcellizzato, in quanto c’è il rischio di perdere di vista gli obiettivi importanti. E insiste: “Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me non può essere mio discepolo”. Viene da chiedersi: “Ancora? Ma la vita non è già una croce? Vada dover passare per la porta stretta, dire che la fatica appaga, che i primi saranno gli ultimi, ma anche farsi carico della croce..”. Non fermiamoci ancora una volta alle parole, ma cogliamone il senso. Gesù l’ha abbracciata con gioia la sua croce, non perché era masochista, ma perché rappresentava il compimento del progetto che il Padre aveva su di lui. Ci ha offerto una prospettiva che giustifica tutto e questo è il messaggio: non occorre rinunciare a nulla di particolare, ma sublimare le azioni (dovute) per inserirle in un progetto di ampio respiro che dia loro spessore e ce le faccia vivere più compiutamente.

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