Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Esiste ancora la bontà?

Scritto il 14 Luglio 2019 10:02 da Plinio Borghi

Esiste ancora la bontà? Cioè quella vera, che trovava la sua massima espressione nel rapporto con i figli e che includeva un’accoglienza incondizionata delle nuove vite che il Signore concedeva alla coppia? Quella che trasformava l’educazione in investimento, nel senso che non dovevamo plasmarli a nostro uso e consumo o riponendo in loro le nostre aspettative deluse, ma consegnarli come persone al mondo valorizzando le loro specificità? Quella bontà che non voleva dire condiscendenza o asservimento perché tutto è dovuto, ma era fatta di tanti no e di tanti richiami al dovere prima che al diritto? Ho proprio l’impressione di no. Oggi siamo scivolati in un buonismo arido, fine a sé stesso, che poi varia dal “tre volte bon” di veneziana estrazione all’incapacità di impostare un’azione educativa, tale da far luogo da una parte alla contrazione delle nascite (e siamo arrivati a un picco veramente drammatico) e dall’altra al disordine sociale delle baby gang che imperversano con la copertura dei genitori. Che sia un fatto consolidato lo stiamo dimostrando anche nell’accoglienza dei migranti. La vera bontà richiederebbe anche qui un’ampia disponibilità programmata e finalizzata non tanto e solo all’integrazione, quanto all’investimento di un potenziale sinergico da un lato con la valorizzazione di culture diverse e dall’altro col loro immediato impiego in attività convenienti per il nostro Paese e la crescita della nostra società. Nulla osta che nel frattempo si svolgano tutti gli adempimenti burocratici che la sicurezza richiede. Invece si è scelta ancora la strada del buonismo, variamente interpretato a seconda che lo si veda da destra o da sinistra, complice anche la Chiesa, che si è guardata bene dal perorare con i governi che si sono succeduti, come fa in altre occasioni, una sua visione pratica di accoglienza programmata. I risultati li abbiamo sotto il naso: gente che staziona e bighellona, strumentalizzata da cooperative “depositarie” ma prive di potere di intervento. Eppure la parabola del buon Samaritano che il vangelo racconta oggi è chiara: questi affida il malcapitato alle cure e paga affinché poi venga restituito alla sua vita, non trattenuto dall’albergatore a oltranza. Questa è la vera bontà per il prossimo. Fare come abbiamo fatto finora, con effetti iceberg tipo “mafia capitale”, ci assimila di più al sacerdote e al levita: non programmare e non investire ha lo stesso valore che “passare oltre” senza curarsene.

Un po’ sopra le righe

Scritto il 7 Luglio 2019 10:10 da Plinio Borghi

Un po’ sopra le righe, il vangelo di oggi. Una regia riconducibile più che all’evangelista Luca all’eccellente maestro Zeffirelli, da poco scomparso. Non bastasse la dovizia di particolari che definiscono i confini entro i quali i 72 discepoli si devono muovere a due a due e la descrizione persino dell’abbigliamento da adottare, a dimostrazione del distacco da cose profane, l’azione si focalizza su tre aspetti particolari: la pace come esternazione e come dono, sopra ogni cosa, l’accettazione di quanto viene offerto per mangiare, bere e dormire, senza altre richieste e men che meno passare di casa in casa (non sarebbe male che i testimoni di Geova ne facessero tesoro) e la soddisfazione degli inviati al ritorno, specie nel constatare come, nel nome di Gesù, i demoni si dichiarassero sconfitti. Su tutto domina la scena madre che scaturisce dall’eventuale rifiuto dell’accoglienza. E qui è il Maestro stesso a dettare le parole: “Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. E aggiunge: “Io vi dico che, in quel giorno, Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città”. Parole terribili e incombenti. Viene spontaneo chiedersi come evitare di incappare in tali anatemi. Se ci limitassimo alle formalità, non ci sarebbero problemi: tanto per restare in Italia, abbiamo sempre avuto riguardo per la Chiesa e, dal Concordato in giù, fino all’otto per mille, abbiamo espresso alla grande la nostra ospitalità. Non parliamo della cura verso i manufatti e le strutture. È chiaro, però, che non è questo l’aspetto che interessa a Gesù: accoglienza è apprezzamento per la lieta novella, è adesione al suo contenuto, che si traduce innanzitutto in pace e cura (amore) degli uni verso gli altri, è attenzione per deboli ed emarginati e così via. Il pericolo che il richiamo a tutto ciò dia fastidio è sempre in agguato. Non a caso il Signore, nell’inviare i 72, premette: “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”. Ancor più insidiosa è poi l’indifferenza. Il vivi e lascia vivere è quanto di più falso ed equivoco si possa opporre al disegno divino, anzi, è ancora più offensivo del rifiuto. Chi rifiuta tutto sommato ha preso in considerazione. L’indifferente sega sul nascere ogni velleità. Riflettiamoci un po’, soprattutto noi cosiddetti praticanti, e analizziamo con quale slancio ci rapportiamo al messaggio e poi valutiamo se non corriamo il rischio che ci tocchi la fine di Sodoma.

Attrezzarsi e dritti all’obiettivo!

Scritto il 30 Giugno 2019 10:05 da Plinio Borghi

Attrezzarsi e dritti all’obiettivo! È tempo di ferie, per molti un’occasione di partenza per differenziati tipi di vacanza in cui mare, monti e viaggi prevalgono; per una buona parte la prova di maturità sta per terminare e per tutti serve darsi o rinverdire degli obiettivi verso i quali decisamente puntare. In ogni caso è opportuno attrezzarsi e qui le vignette su come ognuno si organizza si sprecano e vanno dal solito praticone che dice di volersi dotare del minimo indispensabile e poi dimentica mezze cose a casa all’arruffone che la porrebbe intera sopra la macchina. Per un viaggio si va da chi si prefigge un itinerario ben preciso e non sgarra d’un net, cascasse il mondo, a chi sostiene che basta partire e andare dove ti porta il cuore e poi va a finire che trascura l’essenziale. Non disquisiamo di mare e montagna, dove si nota gente attrezzata di tutto punto per dedicarsi alla pesca proficua, magari d’altura, o ad escursioni impegnative e poi si limitano.. all’esposizione dell’attrezzatura; di contro si affrontano alte quote in maglietta o si passeggia per il ghiacciaio con i tacchi a spillo (visti di persona). Le similitudini potrebbero continuare anche sui temi più importanti della vita, quando o si procede spesso a vista o ci si pone obiettivi ambiziosi ben sapendo che sono irraggiungibili. Non ci vuol molto a capire che occorre concretezza nelle scelte, non scevra da determinazione e accettazione dei rischi e qui si innesta la lezione che ci deriva direttamente dal vangelo di oggi, un Gesù che si dirige decisamente verso Gerusalemme, dove ben sapeva cosa lo aspettasse, e che fatica a trovare alloggio: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”, esclama a un certo punto (ma questa è una rogna che si porta dietro fin dalla nascita). Tuttavia coinvolge nel suo andare gente disponibile a seguirlo, ma non subito: uno deve prima seppellire un morto, un altro sente il bisogno di andar a salutare madre e padre prima di stravolgere la sua vita. Due esempi tipici di attendismo, incertezza nelle scelte, che finiscono per offuscare l’obiettivo prescelto. Ecco allora che il Messia impartisce il fatidico insegnamento: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio”. Ancora una volta il Maestro trae spunto dalle cose semplici e ovvie. Ve lo vedete il contadino che invece di tirare avanti a testa bassa si gira per compiacersi del lavoro svolto? Quello non finisce più. O lo scalatore che invece di puntare alla cima guarda giù? Oltretutto rischia di cadere. Acquisiamo e facciamone tesoro.

Il mistero è svelato!

Scritto il 16 Giugno 2019 08:00 da Plinio Borghi

Il mistero è svelato! Ho scoperto che cos’è la Trinità. Chissà quanti ci hanno provato, da fior fior di teologi a manipoli di scettici! I primi elaborando le più disparate teorie e finendo per incrementare ancor più l’alone di un mistero a dir loro impenetrabile, se non con gli occhi della fede; i secondi riducendola a fotocopia di altre realtà politeiste, come ad esempio l’induismo, glissando sul fatto che nessuna di queste riconduce i vari dei a un’unica Entità. Anzi, si scordano che in queste religioni i vari protagonisti hanno ruoli e compiti diversi, spesso in contrasto fra di loro, fino al punto di farsi concorrenza o combattersi a vicenda. Nel nostro caso, invece, vigono un’armonia e un’unicità d’intenti invidiabile, pur se ogni Persona è identificata in modo distinto dalle altre, con funzioni che non si possono contrapporre, poiché, insieme, costituiscono un unico Dio. Semplice? No, detta così mica tanto, sennò che ci starebbero a fare tutti quei soloni a elucubrare teorie e approfondimenti? Nel vangelo di oggi anche Gesù ammette che avrebbe ancora tante cose da dire agli apostoli, ma che non sarebbero stati in grado di portarne il peso. Tuttavia, apre uno spiraglio di prospettiva: lo Spirito di verità provvederà a trasferirle e ad introdurli verso la verità intera. Domenica scorsa questo abbiamo celebrato e rivissuto e oggi finalmente uno dei più grandi misteri è svelato: la Trinità è una fonte, o meglio, la Fonte di ciò che di più grande possa muovere il mondo e cioè dell’Amore. Tutto ciò che esiste discende da un atto d’amore, a cominciare da Dio stesso, che per amore si esprime nel fenomeno trinitario e a finire con tutta la creazione e il suo futuro epilogo. In mezzo ci sta quel popò di progetto di salvezza ideato dal Padre, realizzato dal Figlio e del quale lo Spirito Santo è portatore. Da notare che il nostro Maestro specifica che lo Spirito non parlerà di sé, ma “prenderà del mio e ve lo annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio…”: mirabile armonia, come dicevo. La realtà umana che si avvicina di più a questo concetto è proprio la famiglia: due persone che diventano una sola carne, pur mantenendo distinte le proprie caratteristiche, e, per effetto dell’amore, generano tutto il resto, in primis i figli. “Beh – dice – hai scoperto l’acqua calda? Si sapeva già che la Trinità era la Fonte dell’Amore”. Può darsi, ma io è da una vita che, anno dopo anno, affronto questa ricerca e per me ogni volta è una scoperta sorprendente.

“Sacrum septenarium”

Scritto il 9 Giugno 2019 10:00 da Plinio Borghi

“Sacrum septenarium” non è qualcosa di misterioso o di esoterico: sono le parole in latino incluse nella sequenza che ancor oggi recitiamo, in italiano, nella Messa di Pentecoste e che indicano nel complesso i sette doni di cui è portatore lo Spirito Santo. È da quando eravamo bimbi che ce li sentiamo ripetere col catechismo e che in buona sostanza sono a fondamento di una corretta formazione della persona e pure della società stessa: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio. A ben osservarli, fatta eccezione per l’ultimo, andrebbero bene in qualsiasi situazione, riguardi essa un credente ovvero un non credente, una società cristiana ovvero impostata su una religione diversa o financo materialista. Sostenere che uno solo di questi possa essere nocivo o solamente insignificante per dare completezza alla crescita dell’uomo sarebbe una menzogna bella e buona e detta con la consapevolezza che tale si configurerebbe. Di più. Pensare che anche l’assenza di uno solo di essi non inciderebbe negativamente è pure mistificante. Ora, se li applichiamo a ogni ruolo, di studio o di lavoro, di governo o esecutivo, di dirigenza o subalterno, di genitore o di figlio, di laico o religioso e poi li eleviamo all’ennesima potenza, a seconda delle capacità di ciascuno, quali splendide persone e quali armoniose società otterremmo! Purtroppo l’umana fragilità rende imperfette tutte le cose, al punto da non coltivarle adeguatamente o addirittura da inaridirle e qui subentra l’azione efficace dello Spirito Santo, che tutti abbiamo ricevuto al momento della nostra creazione, che ne siamo o meno convinti. Egli aiuta nella comprensione e nel discernimento, senza invasione o costrizione, nel pieno rispetto della libertà dell’uomo. Per questo il suo intervento va sollecitato e invocato e prende forma attraverso i Sacramenti. Per questo il “timor di Dio”, che è sinonimo di “fede”, diventa il dono vero e proprio che eleva tutti gli altri, li aggancia, li motiva e li proietta nella comunione con Dio stesso, quindi timore non nel senso di paura, bensì di amore e rispetto del Creatore, del quale siamo frutto. Ne deriva un compito molto importante per gli educatori cattolici: trasmettere questi principi di fede e tenerli vivi nelle generazioni che avanzano, dando costantemente l’esempio di come vanno vissuti, senza tradirli. Non è responsabilità da poco e oggi è l’occasione per invocare lo Spirito, affinché ci aiuti a mantenere la giusta tensione.

Il senso di languore e di vuoto…

Scritto il 2 Giugno 2019 08:00 da Plinio Borghi

Il senso di languore e di vuoto che ti prende quando cessa un rapporto con una persona che ti piace, con la quale stavi bene assieme, è qualcosa di struggente. Anche ammesso che i motivi del distacco siano i più plausibili, che tu comprenda che non si poteva fare diversamente, che ti prometta che in ogni caso non ti dimenticherà, che sarai sempre nei suoi pensieri, lo struggimento avrà il sopravvento, specie se è stato bello ed è un peccato che sia finito così presto. L’autoconsolazione ti porta a pensare che in fin dei conti sei stato fortunato, che ti devi accontentare di averlo vissuto, che l’aver avuto a che fare con una figura così coinvolgente ti ha arricchito, al punto da darti una carica da trasmettere anche agli altri. Tuttavia, il risultato non cambia: ai sentimenti e alle sensazioni non si comanda. E così lo stato d’animo ti porta a ripercorrere i momenti più stimolanti, le perplessità miste a gioia del primo incontro, la voglia immediata di approfondire la conoscenza, l’emozione di sentirsi chiamare per nome, l’orgoglio di essere protagonista privilegiato; anche le tirate d’orecchi quando non ti adeguavi al suo modo di vedere le cose ora diventano prove d’amore. Senti ancora la sua forza d’animo, la spinta che ti imprimeva, le prospettive di vita che ti dava. È vero, talvolta faceva discorsi strani, incomprensibili, come l’ultima volta che ha garantito di esserci sempre anche quando la sottrazione alla vista sarebbe stata messa in atto, ma non ti prendeva mai il disagio: ti dava invece tanta sicurezza. Ha anche detto che la partenza era inevitabile, ma che ci sarebbe stato un ritorno. Lo dicono tutti e poi non li vedi più, ma stavolta mi sa che la promessa non sia peregrina: una persona così speciale non può tirare scherzi. Rimane solo da capire come, ma ha assicurato che in qualche modo ci renderà edotti… Presumo che gli apostoli si siano abbandonati a queste elucubrazioni quando l’angelo li ha colti con lo sguardo perso nel vuoto, mentre Gesù era appena sparito dai loro occhi. Anche quell’emissario speciale, peraltro, ha ripetuto il medesimo concetto del ritorno, modalità incluse: “Come l’avete visto salire al cielo, così il Signore ritornerà”. A questo punto le cose son due: o rannicchiarsi nella tristezza o crederci, convinti, e reagire con gioia. Il vangelo di oggi ci racconta che tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio. Ci conviene fare altrettanto, in attesa di una Pentecoste illuminante.

La conoscenza del Vangelo

Scritto il 26 Maggio 2019 10:00 da Plinio Borghi

La conoscenza del Vangelo avrà il suo pieno compimento solo quando saremo seduti al banchetto celeste. Solo allora, pregni dell’onniscienza divina, la nostra mente sarà in grado di sopportare il “peso” che Gesù ci ha consegnato con l’annuncio della lieta novella. Per il momento ci stiamo arrabattando, in modo maldestro o con raffinata perizia, su mille interpretazioni, stando attenti a non scivolare nel relativismo o nel soggettivismo. E che oggi abbiamo una Chiesa guidata dallo Spirito Santo e deputata a far sintesi ufficiale del messaggio, anche se poi non sempre riesce ad adeguarvisi! Figurarsi gli apostoli di allora, in procinto di essere lasciati dal Maestro in balia di sé stessi! Se già allora il Redentore garantì che avrebbe inviato lo Spirito per aiutarli a ricordare tutto ciò che aveva detto e per insegnare (attenzione: non ha detto “capire”) a comportarsi di conseguenza, vuol dire che sapeva bene i nostri limiti, non tanto intellettivi, ma puramente umani. Già in precedenza se n’era uscito con l’espressione “avrei ancora tante altre cose da dirvi, ma non sareste in grado di comprenderle”: oggi ne abbiamo la conferma. Allora, che si fa? La fede ci insegna che dobbiamo “eseguire”, il resto lasciamolo fare allo Spirito Santo. Non è certamente un modo per lavarsene le mani, anzi, l’osservanza della parola è un impegno bello e buono che investe tutta la nostra capacità di discernimento, ma è l’unico modo per dimostrare amore a Chi ha dato la vita per salvarci. Se saremo coerenti e fedeli, Dio prenderà dimora in noi, dice il vangelo di oggi, e pertanto sarà sicuro il nostro passo. Occhio però a non far confusione e a pensare che se le cose non vanno come noi vorremmo significa che Padre e Figlio stanno pensando ad altro: non faremmo che scimmiottare Tommaso. È curiosa la frase che Gesù dice a un certo punto: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo io la do a voi..”. Com’è la pace del mondo? È una pace “armata”, frutto di una non belligeranza di convenienza, un sedersi a trattare con il coltello sotto il tavolo. Non c’è trasporto, non c’è gratuità, non c’è disponibilità. Quella che ci viene da Gesù è “semplicemente” amore. Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato, ricordavamo domenica scorsa, e il nodo sta tutto su quel “come”. È dura? Non ce la facciamo? È più forte di noi? E allora possiamo lasciare aperte tutte le porte che vogliamo, ma che la Trinità scelga noi come sua dimora sarà molto improbabile.

L’amore è un passepartout

Scritto il 19 Maggio 2019 08:29 da Plinio Borghi

L’amore è un passepartout efficiente ed efficace. Oh, siamo tutti d’accordo e convinti che l’amore fa girare il mondo! E d’altra parte siamo tutti frutto dell’amore, in primis di quello per antonomasia che è Dio. La nostra stessa sopravvivenza in armonia dipende dall’amore, a partire da quello per la natura e per tutte le creature. Dove non c’è amore c’è disordine, violenza e morte. Premesse scontate, si dirà, ma che purtroppo e troppo spesso non sono confermate dai fatti. E se mi riferissi a odio, guerre e soprusi vari, sarei ancora scontato. No, mi rifaccio al discorso del Papa nell’udienza convocata per un buon numero di rom la settimana scorsa, sulla spinta di quanto sta avvenendo con lo sgombero dei campi e la sistemazione di alcune famiglie presso vari condomini della capitale. Apriti cielo! Le reazioni sono state quanto di più scomposto ci si dovesse aspettare, ovviamente accompagnate dai soliti saprofiti che si nutrono della mancanza d’amore e cavalcano la tigre, utile alla loro sopravvivenza. Quando ho sentito il Pontefice redarguire siffatti atteggiamenti e proclamare che solo con l’amore si riesce ad instaurare una convivenza tranquilla, invitando nello stesso tempo i presenti a scrollarsi di dosso le etichette appiccicate a loro dai pregiudizi, devo dire la verità che ho storto il naso. Ho pensato a quanti fra gli ascoltatori “estranei” in quel momento abbiano convenuto o, ripensando all’accattonaggio organizzato e alle scorrerie delle quali parecchia di quella gente si è resa protagonista, riempiendo le pagine della cronaca e rendendo poco armoniosi per non dire insicuri i nostri quartieri, abbiano parimenti storto il naso e nutrito perplessità. Se ipotizzassimo che qualche inserimento riguardasse il nostro condominio, ce la sentiremmo di escludere che quanto meno la cosa ci preoccuperebbe? Nulla di cui vergognarsi, è naturale: l’amore non è una reazione di pancia, ma di testa. Tuttavia, questo dimostra che non basta dare tutto per scontato come sembrava all’inizio. Se così fosse, non sarebbe servito che Gesù, come nel vangelo di oggi, ci consegnasse un comandamento nuovo, quello di amarsi gli uni gli altri. Sapeva di quale gamba andavamo zoppi! Amore, pace e armonia sono cose che vanno costruite e bisognose di una continua manutenzione. E il nostro Santo Padre non poteva predicare diversamente, visto che continuiamo a zoppicare della stessa gamba.

L’esigenza di sicurezza

Scritto il 12 Maggio 2019 08:01 da Plinio Borghi

L’esigenza di sicurezza ci riguarda tutti e l’avvertiamo sin da bambini: guai se non ci fossero i genitori con le agenzie educative a garantire la nostra crescita e ai quali abbandonarci in tutta fiducia e tranquillità! Ne verrebbe gravemente compromesso il processo formativo e diverremmo privi di quell’autostima necessaria alla nostra stabilità. Da adulti l’ottica si allarga agli altri aspetti, dall’abitativo al sociale, dal lavorativo al politico e fino a coinvolgere anche la sfera psicologica. Ed è proprio questa a fornire i primi allarmi quando rasentiamo il pericolo e avvertiamo che la sicurezza vien meno. A differenza di quando eravamo piccoli, ora tocca a noi valutare la percezione dei fatti e metterli assieme per capire quando e come intervenire: non possiamo più fare i bambini e affidarci all’iniziativa altrui. Troppa litigiosità emerge dalla convivenza nelle e attorno alle nostre abitazioni e i ruoli dei tribunali che si allungano sempre più, per cause spesso banali, lo stanno a certificare. Non parliamo poi dell’ormai persa garanzia di poterci muovere in tutta sicurezza in ogni ora del giorno e, men che meno, della notte. Ancora. Troppe speculazioni rendono talvolta precaria la tranquillità sul lavoro e lo testimoniano gli incidenti ai quali quotidianamente assistiamo. Ne ha parlato anche il Papa, oltre ai rappresentanti delle forze sociali, proprio il primo maggio scorso. Se poi aggiungiamo la precarietà dei posti di lavoro e la difficoltà stessa di trovarlo, specie per i giovani, si completa un quadro poco edificante. Dovrebbe toglierci dalle peste la politica, ma da tempo è proprio questa che contribuisce ad incrementare le nostre insicurezze, specie quando ci vorrebbe ammansire con provvedimenti che il più delle volte finiscono per aumentare la tensione sociale. È chiaro che nella confusione crescente la mente tende poi ad ingigantire le preoccupazioni e a vedere storture anche dove non ci sono. La percezione di scarsa stabilità, a prescindere dai singoli punti di vista, è comunque generalizzata e destinata a espandersi sempre più. Guarda caso, a venirci in aiuto rimane sempre la sfera spirituale e religiosa, se non altro come punto di riferimento. Oggi la liturgia ci presenta una figura “distensiva”, quella del Buon Pastore che conosce le sue pecore, le quali conoscono Lui e si sentono tranquillizzate solo sentendo la sua voce. Che non sia il caso di assumerlo ad esempio per tradurlo pari pari in più di qualche settore della nostra vita civile?

“Non avete nulla da mangiare?”

Scritto il 5 Maggio 2019 08:09 da Plinio Borghi

“Non avete nulla da mangiare?” È la domanda che il Risorto rivolge agli apostoli di ritorno dall’ennesima pesca inconcludente. Il seguito è descritto nel vangelo di oggi ed è noto: rigetteranno le reti, ci sarà ancora una pescata miracolosa, finalmente riconosceranno il loro Maestro nello “sconosciuto” che grida dalla riva, mangeranno insieme pesce arrostito e avranno l’ennesima prova che il Salvatore è realmente risorto col suo corpo; Pietro riceverà col “pasci i miei agnelli” e “pasci le mie pecorelle” il primato di pastore della nuova Chiesa. Tuttavia, a me piace soffermarmi di più sul significato allegorico e sul tono della domanda iniziale. Quante volte ce la sentiamo in qualche modo rivolgere ogni giorno! Da chi bussa alla porta a chi ti chiede l’elemosina fuori dal supermercato, da chi cerca un posto di lavoro con una famiglia da sfamare alle spalle a chi scappa da miseria o guerre in cerca di sopravvivenza e di pace, da chi si accontenterebbe di un po’ di cibo spirituale come un sorriso o un minimo di consolazione per le pene che sta attraversando. Ho citato solo alcuni casi estremi, ma la platea dei bisogni include anche tante altre situazioni intermedie che spesso ci sfuggono e che magari si risolvono con un po’ di collaborazione o di solidarietà. La domanda però va oltre e potrebbe essere ribaltata e rivolta da chi ha verso chi non ha. Sovente non tutti quelli che si trovano in stato di necessità hanno la forza o il coraggio di farsi avanti ed ottenere l’aiuto che gli spetta o che potrebbero conseguire. A chi di dovere, cioè a tutti noi, deputati o meno a farlo, spetta l’obbligo professionale o morale di cercarli e di scovarli: “Figlioli, non avete nulla da mangiare? Venite, siamo qui ad indicarvi le strade opportune per risolvere i vostri problemi, per darvi una mano. Non abbiate paura”. Due toni diversi che racchiudono tutto il nostro modo di essere cristiani. In entrambi i casi, i protagonisti sono gli stessi e in tutti loro si nasconde un solo volto, quello di Gesù. Nemmeno Lui era stato riconosciuto dai suoi, in un primo momento, ma poi “il discepolo che lui amava” (Giovanni) lo gridò a Pietro: “è il Signore!”. Sembra la rappresentazione pratica di quello che il Messia ci ha comandato: riconoscere (altro verbo da usare nella doppia valenza, passiva e attiva) in ognuno dei diseredati il Signore. Se non ci viene spontaneo farlo per amore, facciamolo almeno per convenienza: è su questo che alla fine saremo giudicati.

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