Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

L’introspezione

Scritto il 17 Marzo 2019 10:04 da Plinio Borghi

L’introspezione non è un mero esercizio mentale riservato a chi non ha di meglio da fare o appannaggio di specialisti come gli asceti, bensì un momento di verifica della propria impostazione spirituale e mentale, praticabile da tutti. Ciò non vuol dire che sia soltanto un modo per star bene con sé stessi, una sorta di training autogeno o una SPA dell’anima. Al contrario, è un procedimento che dovrebbe stare alla base di ogni espressione dell’uomo, sia essa lavorativa o artistica, culturale o spirituale, rivolta alla collettività o individuale. Inoltre, dovrebbe avere una cadenza periodica vuoi per verificare se gli effetti prodotti corrispondono alle aspettative vuoi per analizzare il proprio potenziale in funzione di nuove e più valide performance. Lo strumento per favorire il percorso è la meditazione, fatta in particolari condizioni ambientali (il chiasso o il disordine non la favoriscono di certo) e condotta con precisi punti di riferimento e con metodo. Visitando un giorno una bella mostra di icone, con un settore dedicato al procedimento completo che sta alla base del prodotto, ebbi modo di constatare come la maggior parte del tempo non consistesse nella preparazione del fondo, dei materiali e nell’esecuzione dell’opera, ma proprio nell’immersione in una preghiera meditativa, solo la quale consentiva infine all’artista di trasferire nell’opera quell’espressività, che poi sarebbe divenuta a sua volta messaggio vivo. Così è per tutte le altre forme artistiche, ma dovrebbe esserlo pure in tutto ciò che l’uomo affronta, soprattutto se il suo agire richiede delle scelte. Per noi cristiani la Quaresima è un momento propizio per operazioni di tal fatta, non solo e tanto per l’introduzione ai misteri pasquali, ma anche per analizzare lo stato della nostra anima, giudicare se ha ancora potenziale da giocare e valutare se è in grado di rilanciare il livello di vita. L’ha fatto Gesù dopo il Battesimo, rintanandosi per quaranta giorni nel deserto, sperimentando altresì le tentazioni, come abbiamo visto domenica scorsa, pur non avendo bisogno di nessuna delle tre cose. Si ripete oggi nella Trasfigurazione, prima di intraprendere il percorso che lo porterà al sacrificio estremo, per darci alcuni spunti interessanti sui quali riflettere, che ci indicano prospettive che da sole giustificano una vita spesa per Lui. Se non fosse una bella sensazione, d’altronde, perché gli apostoli volevano piantare le tende e rimanere sul Tabor? Meditiamoci e traiamone spunto.

Ma.. la Quaresima è per tutti?

Scritto il 10 Marzo 2019 08:08 da Plinio Borghi

Ma.. la Quaresima è per tutti? Premettiamo intanto che, se il carnevale non ci fosse, bisognerebbe inventarlo: è un trampolino di lancio utile per un periodo che si preannuncia forte. Tanto il primo è frivolo e inconsistente quanto il secondo è impegnativo e di uno spessore che incide profondamente nella nostra vita, e non solo spirituale. Entrambi sono ben circoscritti nel tempo e sia l’uno che l’altra sarebbero insopportabili se durassero senza limiti. Lo dico perché c’è qualche “gaudente” che, purtroppo, tenderebbe a trasformare la sua esistenza in una carnevalata continua, pensando di finalizzare tutto ad un divertimento effimero e ignorando platealmente che anche questo può essere bello se dura poco; poi diventa fatalmente un surrogato, una brutta copia della sana allegria. Di contro, c’è pure chi riduce la propria vita ad una Quaresima infinita e non tanto perché sia naturalmente portato alla tristezza, cosa che questo periodo non richiede affatto, come evidenziava il nostro parroco nel suo editoriale di domenica scorsa, bensì perché ritiene che l’introspezione, il revisionismo e la tensione debbano essere suoi compagni costanti. Nulla di più debilitante. L’introspezione ha senso se poi contribuisce alla crescita nella normalità; parimenti il revisionismo (o la conversione) comporta un cambio di rotta che poi ti offre una nuova direzione: se si ripete, va a finire che ci ritroviamo a girare intorno senza andare da alcuna parte; non parliamo poi della tensione, che per sua stessa natura richiede un allentamento, se si vuole mantenere elasticità di vedute, o al massimo una stabilizzazione, com’è per la cinghia del motore, se vogliamo agevolare il movimento. Tutto ciò vale sia per l’aspetto fisico sia per quello spirituale, al quale la Quaresima è particolarmente dedicata, ma nel quale siamo coinvolti totalmente, anche con qualche sacrificio concreto. A questo punto scaturisce la risposta al quesito iniziale: sì la Quaresima è per tutti, ricchi e poveri, sani e sofferenti, colti e ignoranti, credenti e non credenti o praticanti altre fedi (anche se quest’ultimi la chiamano con altri nomi). Tutti hanno bisogno di rigenerarsi, di riconsiderare le proprie impostazioni per poi riprendere più gagliardi che mai. È come fossero le ferie dell’anima. Attenzione, però, a non farne oggetto solo di esteriorità, bensì andare al sodo: quel che conta è l’intimità con Dio, come ci richiamava il vangelo del mercoledì delle ceneri, non la faccia smunta da mostrare agli altri.

Siamo agli sgoccioli

Scritto il 3 Marzo 2019 10:11 da Plinio Borghi

Siamo agli sgoccioli. Pasqua alta ci ha offerto un carnevale più lungo del consueto e questo comporta una domenica in più di riflessione, prima di entrare nel tempo forte della Quaresima: di rado infatti si arriva all’ottava domenica del Tempo Ordinario, la quale stavolta ci riserva qualche altro versetto in più del cap. 6 di Luca che in questo periodo stiamo leggendo e che tanti spunti pratici offre alla nostra attenzione. Oggi, poi, c’è un vero e proprio lancio di un concetto, che per noi è diventato quasi un proverbio: guardi la pagliuzza nell’occhio del fratello e non vedi la trave che hai nel tuo; con tanto di corollario: prima togli la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza da quello del fratello. Un passaggio che non ha bisogno di commenti, tanto siamo consapevoli di come ci sia più facile lavarci la bocca dei difetti altrui che ammettere i nostri. Nella migliore delle ipotesi tendiamo a minimizzarli, ma giammai a ritenerli travi rispetto alle pagliuzze dei nostri interlocutori: il nostro conformismo (a proposito di domenica scorsa) non ce lo consente. Piuttosto mi piace cogliere il taglio della prima lettura, dal libro del Siracide, che peraltro affronta lo stesso problema da un’altra angolatura: giudicare qualcuno solo dopo che avrà parlato, perché solo da come ragiona si comprende cos’abbia nel cuore. Ne consegue che è pura ipocrisia sperticarsi nelle lodi prima di aver udito la voce del cuore. Da quanto si manifesta nel bel mezzo di una discussione si percepisce il vero sentimento. È pur vero che altrove si dice che l’occhio è lo specchio dell’anima, ma, a parte la difficoltà di guardare bene qualcuno negli occhi, sono due situazioni diverse: quest’ultima più statica e duratura (“in fondo in fondo el xe bon”) e l’altra più contingente, perché mutabile razionalmente e sentimentalmente. Le conclusioni di entrambe le letture considerate sono analoghe: dai frutti si vede se un albero è buono o cattivo, non è dato che una pianta buona dia frutti cattivi e viceversa. Qui si apre un altro capitolo che andrebbe analizzato più in profondità, perché la vita ci ha insegnato che “di norma” dovrebbe essere così, ma non sempre sul piano umano accade in questi termini. Bisognerebbe vedere fin dove affondano le nostre radici nell’alternarsi delle generazioni e quali geni ci sono stati trasmessi. Intanto accontentiamoci delle pillole ricevute per imparare a “leggere” il prossimo e in Quaresima avremo tutto il tempo per allargare l’ottica.

Una ventata di anticonformismo

Scritto il 24 Febbraio 2019 08:10 da Plinio Borghi

Una ventata di anticonformismo non manca mai nel succedersi delle generazioni: sembra un rito al quale è difficile sottrarsi. Anche chi segue le orme dei padri, un pizzico di innovazione tende a introdurla. Non c’è alcunché di sbagliato, se non fosse che poi tutto diventa una moda da seguire e ci si ritrova tutti uguali, magari diversi da chi ci ha preceduto o dall’impostazione sociale che va per la maggiore, ma ben conformati fra coetanei. È stato così negli anni ’60, quando abbiamo reagito ai capelli tagliati “all’umberta” e giù tutti con i capelli fin sotto le orecchie, con i Beatles come idoli di riferimento. Poi è stata la volta delle minigonne, dei pantaloni a campana e via così fino a oggi dove imperversano scarponcini slacciati, capelli all’ultimo dei moicani, jeans sgualciti, magari col cavallotto alle ginocchia, dei quali a farne le spese sono, in primis, le panche della chiesa, decorate di graffi prodotti dalle borchie delle tasche posteriori scese a livello di coscia. Purtroppo anche negli aspetti negativi ci si conforma e da qui al ricorso da parte di adolescenti sempre più giovani alla droga e all’alcool, alla costituzione (vigliacca) in bande dedite ai reati più stupidi, come il vandalismo o il picchiare la gente a caso, specie se debole, il passo è breve. Non basta, ci conformiamo pure nell’educazione, nel voler bene a chi ce ne vuole, nel trattare bene chi ci considera, ecc. ecc. Ma di quale anticonformismo andiamo cianciando? Ma l’abbiamo mai letto bene il Vangelo? Oggi il più grande Anticonformista di tutti i tempi ci dà una lezione in merito che è esemplare: amare chi ci vuol male, benedire chi ti maledice, dare anche la giacca a chi ti sottrae il cappotto (come dire “dai i soldi per la benzina a chi ti frega la macchina”), se ti picchiano porgi l’altra guancia. Tutti sono capaci di applicare il criterio della reciprocità e pronti a “queo xe ‘na vita che nol me ciama, te par che mi ghe telefono ‘ncora?”. Il nostro Anticonformista per eccellenza ci dice di fare senza contare di essere ricambiati. Ma come?! Si è sempre detto che i più conformisti sono proprio quelli che si appiattiscono alla religione, nel nostro caso al Vangelo! Ecco l’inganno! Il Vangelo non va seguito passivamente, va vissuto e qui sta il vero anticonformismo, perché vuol dire veramente provocare, altro che accontentarsi di qualche sguardo di commiserazione per un look strambo! Dice: “Però è dura!”. Appunto e.. quando il gioco si fa duro, solo i duri (nella fede) cominciano a giocare!

Un bell’investimento

Scritto il 17 Febbraio 2019 08:36 da Plinio Borghi

Un bell’investimento. A chi non piacerebbe avere le possibilità economiche per potervi accedere! È il primo pensiero che d’altronde ti viene in presenza di una vincita consistente, perché abbiamo da sempre acquisito il concetto base: nessun capitale resiste a lungo se non si fa luogo ad una serie di investimenti articolati e differenziati, nemmeno se si nascondono i soldi sotto il materasso. Naturalmente ci sono delle regole di massima da seguire, le stesse che valgono poi anche per i più modesti risparmiatori, la più ovvia delle quali è che a una maggior rendita corrisponde un forte rischio, checché ne dicano taluni millantatori: la truffa è sempre dietro l’angolo, come ci ricordano il gatto e la volpe di collodiana memoria. Va da sé che in ogni caso abbondiamo anche di seri esperti in materia e il dilemma è solo a quali mani sicure affidarci. Tuttavia, non illudiamoci di avere a che fare con una materia nuova o con regole recenti, dovute a come gira oggi l’economia o alla globalizzazione: l’investimento fa parte della grande famiglia del commercio, la cui origine si perde nella notte dei tempi ed è connaturata all’uomo. È da mo’ che s’usa dire che il mondo è dei furbi. Figurarsi un paio di millenni fa che reazione di scetticismo ci sia stata quando un sedicente “Esperto” ha cominciato a dire: “Beati i poveri, beati gli affamati, beati quelli che piangono..”, con il seguito di: “Guai a voi ricchi, guai a voi che siete sazi, guai a voi che ridete..”! Fuori di testa, contro ogni logica! E non è che oggi, con le stesse parole che continuano a risuonare dal Vangelo, la reazione sia diversa, con l’aggravante che conosciamo bene la fine che ha fatto poi quell’Esperto. Sì, sappiamo che la morte non l’ha vinto, che è risorto, primizia di coloro che sono morti, come ci ricorda San Paolo oggi, ma il tarlo che puntare tutto sul “fantomatico” Regno dei Cieli non sia un buon investimento tormenta anche i credenti; con quelle regole poi! Eppure una logica c’è e ce la ricorda Geremia nella prima lettura: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo… Beato l’uomo che confida nel Signore…” In poche parole i piani del Signore hanno un respiro più ampio delle nostre piccole congetture, ma soprattutto non ci può ingannare con un investimento fasullo. La rendita è enorme, il rischio è minimo: una vita; un batter di ciglia in confronto a un’eternità. Non ci convince? Investiamo pure sulla nostra breve esistenza e.. perderemo tutto. L’ha detto l’Esperto di cui sopra.

Qua no s’imbarca baùchi

Scritto il 10 Febbraio 2019 08:06 da Plinio Borghi

Qua no s’imbarca baùchi. In un paio di circostanze noi veneti usiamo una frase simile: se qualcuno cerca in modo maldestro di turlupinarti o, sgamato, di tergiversare e quando si vuol dimostrare sicurezza a fronte di chi ti vorrebbe insegnare come si fa. In entrambi i casi, di norma, il destinatario non è mai persona autorevole o affidabile. Raramente, tuttavia, succede anche il contrario e cioè se abbiamo preso fischi per fiaschi e non lo vogliamo ammettere o se, insicuri, intendiamo solo ostentare abilità che sono messe in discussione. Per averne una riprova, basta intrufolarsi in un gruppetto di anziani che osservano i lavori in un cantiere e apostrofi di tal fatta volano in entrambe le direzioni; ma poi ognuno di noi chissà quante ne avrà registrate di analoghe nei propri ambienti di lavoro! Per una strana associazione d’idee sono intervenute queste considerazioni mentre scorrevo le letture di oggi e ho immaginato lo stato d’animo di quei pescatori, delusi del pessimo risultato ottenuto, che, mentre rassettano le reti, si vedono capitare fra i piedi quel Personaggio (per fortuna giovane), di professione falegname per giunta, che li invita a riprovarci. D’istinto ci saremmo senz’altro difesi con la succitata imprecazione e Pietro non se ne discosta poi di molto, ma c’è qualcosa che lo frena: l’autorevolezza di chi la pronuncia. Il che non è poco. “Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. Conosciamo l’epilogo, che ci insegna anche qui un paio di cose: primo, che al Signore nulla è impossibile e, secondo, che non ha bisogno di specialisti per farsi testimoniare. Quei pescatori, abbandonata immediatamente l’abbondante retata, sono corsi a diventare “pescatori di uomini”, ma San Paolo è prodigo di esempi di come Gesù non abbia lesinato di inviare chiunque “fino agli estremi confini del mondo”, lui stesso, che lo perseguitava e si autodefinisce “aborto”. Spesso tendiamo ad essere schivi alla chiamata, che non è solo quella al sacerdozio, e parecchi profeti hanno tentato di declinarla, con la scusa di essere inadeguati, come Isaia nella prima lettura. Dio, però, non demorde e, purificate le sue labbra con la brace, ripete l’invito, al quale Isaia stavolta risponde prontamente: “Eccomi, manda me!”. Stiamo attenti a non tirare troppo la corda con Dio, perché, alla resa dei conti, potrebbe essere Lui a risponderci: “Qua no s’imbarca baùchi”. E la fregatura sarebbe assicurata.

A ciascuno il proprio ruolo

Scritto il 3 Febbraio 2019 10:06 da Plinio Borghi

A ciascuno il proprio ruolo: è il principio base di ogni tipo di convivenza. In alternativa c’è solo l’eremitaggio solitario o il caos. Vale in primis per la famiglia, dove è palese che i genitori debbano fare i genitori e i figli sappiano di essere figli. Purtroppo non è sempre così e allora assistiamo anche qui a una fatale deriva. La consonanza tra i vari ruoli rafforza il tessuto operativo e la ricerca del meglio in ogni singolo ruolo porta beneficio a tutto l’apparato. Viceversa, se anche uno solo scantina, anche tutti gli altri ne risentono. No, non mi sto aggrappando al “manuale delle giovani marmotte” per la perfetta corale, né aggiornando il discorso di Menenio Agrippa, bensì sintetizzando il lungo brano di San Paolo declamato domenica scorsa, tratto dalla lettera ai Corinzi e finalizzato a contenere i comportamenti confusi che nella Chiesa nascente si stavano verificando. Da notare la conclusione: “Aspirate ai carismi più grandi”; che vuol dire non adagiarsi nel proprio ruolo, ma puntare al meglio.

E qual è il ruolo del cristiano? Ce lo spiega sempre Paolo nel seguito di questa domenica: la carità, cioè il “collante” che ci lega e armonizza tutte le funzioni e i rapporti fra di noi. Senza di essa, afferma, perfino la fede e la speranza perdono lo spessore necessario. La carità è la dimostrazione, nei fatti, che siamo credenti credibili (scusate il bisticcio). È bello quel passaggio: “La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. Ce n’è per un serio esame di coscienza, per tutti.

Qui siamo al ruolo di Gesù. Altro bell’insegnamento! S’è messo a fare il profeta in patria e a momenti lo linciano. Se l’è cercata? Secondo me aveva due validi motivi: collegarsi con le profezie e con i profeti stessi, molti dei quali non hanno avuto miglior sorte in quel popolo di dura cervice, e rilanciare il valore universale della lieta novella, che non poteva essere riservata ai pochi eletti. Tant’è che poi se n’è andato a predicare altrove. Cosa significa “essere profeti”, come tutti dovremmo? Significa essere testimoni con le parole e con le opere (a proposito di quel che si diceva prima), ben sapendo che ci muoviamo nella diffidenza. Intanto cominciamo a non fare come i compaesani di Gesù e accogliamola questa lieta novella!

E che nozze! (seconda parte)

Scritto il 27 Gennaio 2019 08:02 da Plinio Borghi

E che nozze! (seconda parte) Completo l’argomento di domenica scorsa e ingloberò quello di oggi con la prossima, che ne è il seguito. È sempre don Franco de Pieri che scrive, nel 2013.

Invitata era la “Donna”, sedeva accanto ad Eva, ed era la Madre nuova, attenta, incontaminata; non si era rassegnata ad obbedire al tentatore, all’ingannatore, a chi ti vende acqua sporca per vino buono. Vide la miseria di quelle nozze e la cattiva piega che stava prendendo la tavola dell’umanità. Si rivolse allo Sposo che gli sedeva accanto e gli fece la più bella proposta che potesse fare al Figlio: “Non hanno più vino…”. Questa umanità non ha più nulla, non sa più gioire, non sa più fare festa, non sa più voler bene, non sa più generare figli a Dio. Sposala Tu, insegna come si ama, come si gioisce, dimostra che questa è ancora un’umanità amata da Dio”.Quel Figlio, che un angelo chiamò “Gesù”, il cui nome significa “Salvezza”, capì che quella era la sua sposa promessa. La guardò, osservò ogni uomo, ci vide come eravamo, ubriachi di miserie, ciechi di odio e di egoismo, storpi e zoppi perché camminavamo su strade sbagliate, sordi ad ogni parola buona; ci volle bene egualmente, anzi, di più. Rispose alla “Donna”: “Non è ancor giunta la mia ora”. Parlava dell’ora della Croce, dell’amore supremo e totale. I testimoni più vicini, udirono le parole della “Donna” ai servi: “Fate quello che vi dirà”. Era Lui che doveva rendere gioiosa quella festa, che doveva offrire il segno che erano finite la vecchia umanità e le vecchie nozze. Lo videro alzarsi e dire ai servi increduli: ”Riempite le anfore di acqua e servite”. Sulla tavola apparve un Vino diverso da tutti gli altri, rosso come sangue, buono e gustoso a non finire, e chi lo gustò si sentì riempire la vita di energia, il cuore di gioia, la mente di grandiosi pensieri. Che nozze erano mai quelle! A quella tavola c’era Giovanni, il futuro evangelista. Annotò nella sua mente parole e gesti. Se ne ricordò sotto la Croce, dove sentì di nuovo Gesù, suo amico, chiamare la Madre con lo stesso nome di quel giorno: “Donna, ecco il tuo figlio.!” L’ora dell’amore iniziato a Cana si completava. Il segno dell’amore non era più il vino buono, ma un sangue donato su una Croce, dove Gesù, chiamato Salvezza, ha trasformato l’umanità da acqua sporca in vino buono. Le anfore, riempite affinché mai ne mancasse, sono conservate piene dalla Chiesa per coloro che accolgono l’invito a nozze con Dio, a mettersi alla tavola dell’amore e della fraternità. Che belle nozze furono celebrate a Cana di Galilea!

E che nozze! (prima parte)

Scritto il 20 Gennaio 2019 08:00 da Plinio Borghi

E che nozze! (prima parte). Come la settimana scorsa (e anche per la prossima) riporto un originale pensiero di don Franco de Pieri sul terzo “miracolo” della manifestazione, pure questo del 2013 e riadattato. Un taglio che mi sembra interessante riprendere e partecipare.

Nozze a Cana di Galilea. Lo Sposo: il Signore Gesù; la sposa: l’umanità. Madre dello sposo: la Vergine Maria; invitati: tutti noi. La sposa era per la verità un po’ miserella, ma quel giorno, accanto a quello Sposo faceva anche lei la sua bella figura. Genitori della sposa: due poveracci, uno si chiamava Adamo, l’altra Eva. Avevano avuto tanti figli, da perdere il conto. Ormai erano abituati a matrimoni uno più fallimentare dell’altro, sapevano che qualcosa di cattivo ogni volta riusciva a guastare tutto e quindi a quello che si stava celebrando a Cana non prestavano molta attenzione: era sempre lo stesso copione, un uomo si univa ad una donna, facevano figli, più meno gli stessi, e avevano perso la speranza di vedere tra i loro figli Uno che si distinguesse. A Cana la loro speranza fu esaudita. Tra le loro figlie era nata una “Donna” diversa da tutte le altre. All’inizio non si erano resi neppure conto di quale grazia era capitata alla loro discendenza. Eva, la vecchia madre, sperava che ad ogni nascita venisse al mondo “la Donna”, non una donna qualsiasi, ma la “benedetta tra tutte le donne”, la Donna che sapesse vincere il tentatore antico, che sapesse generare senza egoismo, senza pensare a se stessa, che potesse mettere al mondo il Figlio da sempre atteso. Adamo era così vecchio che aveva ormai perso la speranza che dalla sua discendenza potesse uscire un virgulto che potesse ridare vita nuova all’umanità. Venne l’occasione, un giorno di nozze, e che nozze! Tutta l’umanità era rappresentata, tutta l’umanità fu invitata. L’umanità era la sposa! Ma lo Sposo non si fece subito riconoscere. Anche gli invitati non si resero conto di essere ognuno di loro l’invitato, di essere la sposa. E lo Sposo? Era lì, seduto accanto al vecchio Adamo, assieme ad una schiera di pescatori, di convitati affamati ed assetati di cose di questo mondo. Pensavano tutti che fosse una cena di nozze come tutte le altre. Tutti si sono messi di buon appetito, tutti si sono messi a bere quello che l’oste portava in tavola. Era così ormai nauseata l’umanità invitata, che a furia di bere di quell’acqua sporca fornita a tavola, finì come sempre per ubriacarsi. Ma quelle non erano nozze come tutte le altre! Erano nozze speciali”. (segue)

Battesimo e Salvezza

Scritto il 13 Gennaio 2019 09:02 da Plinio Borghi

Battesimo e Salvezza. Così titolava sul suo Bollettino parrocchiale del 2013 il compianto don Franco de Pieri nella stessa ricorrenza di oggi. Mi è piaciuto il taglio e lo ripropongo in forma più concisa e adattata: “Fa scalpore la notizia che molti in questi tempi hanno chiesto di essere “sbattezzati”, cancellati dai registri battesimali. Io invece è l’unica firma che mi sento di riconfermare per sempre e che vorrei non fosse scritta solo nei registri, ma anche e soprattutto nel libro della vita, nel registro degli invitati a nozze nel regno dei cieli, il libro paga di coloro che hanno accettato di lavorare nella vigna. Tutte le altre le firme sono nulla in confronto a questa, messa proprio dal Signore Gesù a caparra della nostra salvezza, e sarà bene che nessuno la tolga. È segno di appartenenza, di distinzione e di alleanza tra noi, il Cristo e la sua Chiesa della terra e del cielo. Gesù, andando al battesimo, si sottomise al Padre come un Figlio obbediente, si consegnò a Dio come agnello immolato e senza macchia, capì da quel giorno la sua vocazione di Salvatore. Imparò che prima di tutto bisognava servire e obbedire a Dio, più della sua vita stessa. Il suo battesimo nell’acqua del Giordano era un annuncio del suo battesimo reale attraverso la morte e la risurrezione. Cos’è il nostro battesimo? Tre doni principalmente. Primo, ci rende conformi a Cristo, figli come lo era lui. Secondo, quello di entrare a far parte del suo corpo, membri della sua comunità che egli ama e salva, partecipi della sua Chiesa. Terzo e meraviglioso, ci porta in dono già fin d’ora la vita eterna, ci abilita e ci riveste di una veste nuziale che ci permette di entrare nel Regno dei cieli. Per conseguire questi tre doni basta credere e imparare a chiamare Dio con il nome di Padre, sentire una vera e reale fraternità con gli altri e, per quanto siamo capaci, di assomigliare a Cristo. Perché pensare che il battesimo sia una forzatura? È un’Epifania del Signore, è il giorno in cui lui si manifesta a noi come la salvezza definitiva. Neppure i nostri peccati riescono a cancellare questo patto. Dice il vangelo che si “aprirono i cieli” e lo Spirito Santo scese su di Lui come una colomba. È quello che avviene anche nel nostro battesimo. Ci si aprono i cieli e lo Spirito del Signore ci aiuta e ci dà forza in questa vita. Così comandò ai suoi discepoli: “Andate per il mondo intero e battezzate tutte le creature”. Il Battesimo è l’atto di fede e di appartenenza a Cristo più coinvolgente della nostra vita. Riconfermiamo oggi il nostro battesimo!”

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