Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

I cosiddetti tre “miracoli”…

Scritto il 12 Gennaio 2020 10:00 da Plinio Borghi

Dei cosiddetti tre “miracoli” che contraddistinguono la manifestazione del Signore, siamo al secondo: il Battesimo. I primi due, l’Epifania e il Battesimo, appunto, vengono riproposti tutti gli anni, mentre il terzo, la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana, ricorre nella liturgia dell’anno C. I fatti di questa e della prossima domenica si svolgono nella stessa location ad opera di due diversi evangelisti, Matteo e Giovanni, come fossero in sequenza cronologica. Perché? Oggi si vuol porre l’accento sulla consapevolezza pure del nostro battesimo, tanto che al posto della professione di fede (il Credo) è in facoltà proporre la rinnovazione delle promesse battesimali, mentre la prossima settimana l’attenzione si sposta sulla testimonianza. C’è già l’anticipazione del Battista che avverte come dopo di lui, che si serve dell’acqua per sancire la conversione, arriverà uno che battezzerà in Spirito e fuoco; l’abbiamo sentito durante l’Avvento. Stavolta ci siamo, ma il Maestro lo spiazza presentandosi per sottoporsi al rito alla pari degli altri. “Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”, dice il Messia al secondo cugino riluttante. Già questo basterebbe a noi per indurci a un serio esame di coscienza, specie quando siamo portati a eludere il Sacramento della penitenza con la scusa che in fin dei conti non abbiamo fatto nulla di male da dover confessare. Gesù si rifà spesso alle scritture nell’adempiere a cose che in realtà a lui non servirebbero e non agisce per rispetto alle formalità né per fare il Pierino di turno, bensì per metterci con le spalle al muro: se l’ha fatto lui nessuno può mettersi a confronto con chicchessia col pretesto di eludere il proprio dovere. E infatti, quasi a solennizzare la magnificenza del gesto, a Giovanni si presenta una scena apocalittica: i cieli si aprono, scende lo Spirito sotto forma di colomba e una voce dal cielo che proclama la frase ormai nota “Questi è il Figlio mio l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. Qui andiamo oltre: non siamo più a un stella che indica il cammino dei magi, non siamo all’angelo che annuncia ai pastori lo straordinario evento: è Dio stesso che si svela nella sua più alta espressione, quella trinitaria. Ce n’è per tutti e ne avanza anche per coloro che hanno pensato, sin dagli inizi della storia della Chiesa, e pensano tuttora di mettere in discussione la natura divina di Gesù. È pertanto una manifestazione a tutto tondo che celebriamo oggi e che ci garantisce nella forza della fede.

L’epilogo si fa inizio

Scritto il 5 Gennaio 2020 09:15 da Plinio Borghi

L’epilogo si fa inizio. Nella comune concezione di questo periodo natalizio che volge al termine, l’Epifania ne segna la conclusione: tutti i richiami religiosi e profani vengono riposti e l’attenzione tende a rivolgersi ad altro. Ci mettiamo alle spalle il vissuto, come se dovessimo relegarlo solo a livello di esperienza, in analogia a quanto facciamo con i fatti comuni della vita. In realtà il Natale non può essere inteso così, innanzi tutto in quanto evento straordinario e poi perché, anche in campo spirituale, è una nascita a tutti gli effetti, senza la quale anche gli atti successivi, pur se determinanti come lo sono la morte e la resurrezione, non sarebbero potuti accadere. Va da sé che di quel momento e dei suoi effetti va fatto costante riferimento nel proiettare il nuovo anno che ci aspetta, sotto ogni profilo. L’Epifania, la prima manifestazione di quello che è successo a Betlemme, diventa pertanto l’inizio del percorso, che sarà articolato, ce lo insegnano i Magi, nell’incessante ricerca (pensiamo agli studi che hanno intrapreso i Magi, oltretutto pagani, per interpretare le sacre scritture e al lungo cammino che hanno intrapreso) e nel portare sempre nel cuore questo stimolo del rinnovamento. Una siffatta nascita deve costituire sempre un totale stravolgimento, sia perché lo è effettivamente stato sul piano storico, influendo sulla vita di tutti e a livello globale, tanto da non poterne prescindere, sia perché, se non lo fosse ancora oggi, sarebbe inutile anche il semplice farne memoria. Per questo la Chiesa continua a proporre a più riprese in questo periodo storico il Prologo del Vangelo di Giovanni, che una volta si leggeva al termine di ogni Messa. Lo fa anche oggi seconda domenica dopo il Natale: esso riassume sinteticamente ed efficacemente il progetto di salvezza. Nella vecchia liturgia, quando si proclamava la parte centrale della pericope, “E il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, ci si inginocchiava, per sottolineare la funzione di perno che un simile evento occupava, non solo nell’avventura umana, ma anche nel pensiero di Dio e del suo progetto. Un attimo prima, però, si evidenzia come il mondo non lo abbia riconosciuto: “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. Umanità ingrata! Ciò nonostante ancora prediletta e salvata. Resta a noi credenti un compito: non rendere vano l’amore che Dio ci ha dimostrato facendo in modo che anche il Natale testé trascorso diventi sempre più volano per la storia di tutti. Il compito per quest’anno è assegnato.

Saper dare una sterzata

Scritto il 29 Dicembre 2019 09:50 da Plinio Borghi

Saper dare una sterzata in parecchie occasioni è fondamentale; per chi poi guida può diventare addirittura vitale. In questo periodo pre e post natalizio emerge una figura che di sterzate ha dovuto imprimerne molte: è quella a noi cara di Giuseppe, che questa domenica festeggiamo con tutta la Santa Famiglia. A partire da quando meditava di ripudiare Maria, che non era incinta di lui: invece ha accolto l’invito dell’angelo e subito l’ha presa comunque come sua sposa. Fino alla partenza dei Magi per la via del ritorno, il percorso è stato irto di ostacoli e abbiamo visto come si è adoperato per agevolare la nascita del divino Bambino. Tuttavia la tranquillità era destinata ad avere vita corta in quel nucleo speciale. Ora c’era Erode agitato e il nostro deve sterzare ancora e fuggire in Egitto, altro sito non molto ospitale, dove sarà costretto a organizzarsi per una sosta prolungata, in attesa del “contrordine”. Che finalmente arriva (altro cambiamento radicale): la strada del rientro ha il sapore del rimpatrio e lascia spazio a sogni di stabilità nella natia Giudea. Macché: lì un tale Archelao, figlio di Erode, sta ancora facendo “ucci ucci” e non è aria. Altra sterzata, immediato dirottamento verso la Galilea in quel di Nazaret. Non passerà molto che, di ritorno da Gerusalemme, Maria e Giuseppe dovranno effettuare un nuovo dietrofront improvviso perché Gesù s’era “perso” nel tempio a ragionare con i dottori. Gli evangelisti non ne raccontano altre, ma c’è da credere che la vita di siffatto Personaggio in casa abbia richiesto ancora qualche decisione repentina. E qui conta la parola chiave che fa scattare la molla di Giuseppe, la stessa che ha fatto scattare anche quella di Maria: “Eccomi”. Una parola che esclude qualsiasi indugio nel compiere la volontà del Padre e che l’ha resa in un attimo Colei che celebriamo il primo giorno dell’anno: Madre di Dio. Certe scelte, certe sterzate richiedono immediatezza e, specie quando riguardano la risposta al disegno divino, non possono essere tacciate di avventatezza, anzi, diventano fondamentali, come si diceva all’inizio, e per certi versi proprio vitali, perché danno alla vita stessa un senso. Il “senso”, diceva il nostro ex patriarca Scola nella prefazione della sua biografia, ha una doppia valenza: significato e direzione. Allora “Eccomi!” è una parola che dovrebbe entrare a far parte anche del nostro bagaglio di fede e non ci resta che prendere spunto da Giuseppe ed affidarci a Maria affinché ci insegni bene come usarla.

Il programma ha funzionato!

Scritto il 22 Dicembre 2019 10:00 da Plinio Borghi

Il programma ha funzionato! La fase di avvio è conclusa. Abbiamo pregato che le nubi stillassero dall’alto la loro rugiada e la terra si aprisse per germogliare il Salvatore. Così sta avvenendo. Il cielo si è squarciato e la terra fecondata si è aperta al grande fenomeno: ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio, tutto secondo le scritture. L’angelo che appare a Giuseppe, racconta l’evangelista, le riprende per tranquillizzarlo, ma a noi non serve fare tanto i sofisti: il pacchetto che abbiamo acquistato (la fede) includeva tutto e lo Spirito Santo ci è già stato garante della sua comprensione. Ora, novelli Giuseppe, ci spetta il compito di “tutelare” i fatti e di consegnare al mondo questo evento che si rinnova e al quale, come credenti e cristiani, assistiamo in prima persona. Gesù, assumendo a tutti gli effetti la nostra natura umana, ne ha accettato anche le regole e le conseguenze, non potendosi pertanto sottrarre ai problemi contingenti che ciò ha comportato e comporta. Allora ci furono le peripezie, a cominciare dal posto in cui poter nascere e fino alla fuga in Egitto per Erode che lo voleva a tutti i costi eliminare, presumendo una concorrenza che non c’era. Oggi è ancora alle prese con l’incredulità, la diffidenza, la derisione, la persecuzione dei suoi seguaci e con i detrattori che lo vorrebbero “detronizzato”, perché dà fastidio la sua regalità e il trono su cui si è assiso: la croce. In trent’anni di vita nel nascondimento ha percorso tutta la strada della sua formazione in famiglia e fuori, come ciascuno di noi. Ha avuto anche le sue tentazioni e i suoi momenti di debolezza, come nell’orto del Getsemani, quando chiese al Padre di allontanare il calice amaro che aveva progettato per lui. Poi, tuttavia, ossequente al mandato, l’ha bevuto fino in fondo. Oggi la sua nascita dà la stura a tutto questo e “l’App natalizia” che abbiamo scaricato durante dell’Avvento ci aiuterà a seguirlo in questo percorso e a proiettare noi e gli altri nella sua evoluzione. Se l’applicazione è stata preparata e impostata correttamente, da questo momento entrerà a regime e produrrà frutto. Sennò il Natale ci passerà sopra la testa e ci ritroveremo frastornati dal carnevale e con la Quaresima alle porte senza uno strumento efficace e una base per affrontare il grande mistero della redenzione, che passa attraverso la morte e resurrezione del Salvatore. Ne abbiamo ben donde per augurarci con serietà e convinzione un BUON NATALE.

Il ragionevole dubbio

Scritto il 15 Dicembre 2019 10:01 da Plinio Borghi

Il ragionevole dubbio che interviene in qualsiasi fase operativa è cosa buona e giusta, perché induce a una continua verifica di quanto si sta facendo. L’eccessiva sicurezza è foriera di errore, perché l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Inoltre, il dubbio ci costringe ad essere guardinghi, specie se c’è chi si diverte a perpetrare l’inganno. Nel campo dell’informatica ne abbiamo ben donde di filibustering fra hacker, fake news e leoni da tastiera. Anche sul piano intellettuale incontriamo imbonitori di ogni sorta; non parliamo poi di quello spirituale, se perfino Gesù, poche settimane fa, ci metteva in guardia dai falsi profeti, inclusi coloro che si sarebbero presentati spacciandosi per lui. Meglio allora qualche dubbio in più che restare buggerati. Anche Maria, dicevamo domenica scorsa, ha dubitato all’annuncio dell’Angelo Gabriele. Oggi, poi, abbiamo un esempio che suona quasi a contraddizione: Giovanni Battista, che pur conosceva bene Gesù, che ha sussultato nel ventre di sua madre quando ha ricevuto la visita di Maria, che l’ha indicato agli astanti quando Colui al quale non era degno di legare i calzari, si è presentato al battesimo sul Giordano, manda i suoi emissari a verificare se è proprio lui quello che deve venire o se dovevano aspettare qualcun altro. Il suo pare un eccesso di dubbio che rasenta un’incertezza negativa. Eppure ci insegna che analizzare e avere riscontro della verità, purché serva a fare un passo avanti nel percorso, non è mai eccessivo. Probabilmente è stato stimolato dal notare ancora qualche titubanza nei suoi seguaci, forse gli erano state riportate notizie distorte, tant’è che il Messia non risponde agli interlocutori dicendogli semplicisticamente: “Ditegli che sono io”, bensì mette in risalto i fatti, per dimostrare la loro corrispondenza alle scritture e alle profezie, e invita gli ambasciatori a riportarglieli. In termini teatrali si potrebbe dire che il Maestro ha retto la battuta, gli ha fatto da spalla. D’altronde conosceva bene Giovanni, tanto da tesserne subito dopo lodi sperticate. Attenti, però, noi che stiamo “smanettando” sull’App del Natale, alla sottolineatura finale: “Fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”. Una qualifica che spetta a ciascuno di noi se sapremo cogliere la prospettiva insita nella comprensione totale di questa nascita che si rinnova, ci rinnova e ci garantisce. Fra poco ci siamo, ma se sapremo “lavorare” bene sarà solo l’inizio di una bella avventura.

Scaricare l’applicazione e usarla

Scritto il 8 Dicembre 2019 10:01 da Plinio Borghi

Scaricare l’applicazione e usarla non sempre e non per tutti si rivela un’operazione semplice: dipende da quanto sia articolata, dalla datazione e dall’efficienza del pc di cui si dispone, nonché dalla preparazione acquisita da chi opera. Talora è opportuno alleggerire un po’ l’hard disk di una serie di appesantimenti vari che un uso poco accorto può aver indotto, ma anche qui va posta attenzione a non intaccare elementi che incidono sul corretto funzionamento dei programmi. La via più tranquilla può essere il ricorso a un tutorial. L’App del Natale, di cui si parlava domenica scorsa, non presenta particolari difficoltà e ha come supporto un “tutorial” di tutto rispetto che è il Vangelo stesso, il quale, oltretutto, non si limita a svolgere solo la funzione di manuale di istruzioni, ma si avvale pure di “video”, cioè di riferimenti esplicativi inequivocabili sul piano interpretativo. Uno è il Giovanni Battista, che ci guida nel disporre la nostra anima (il nostro “hard disk”) ad accogliere in modo proficuo l’arrivo di Gesù. Quanti orpelli e storture accumulati ci opprimono e ci impediscono una visione corretta! Sono le colline da abbassare e i sentieri da raddrizzare, per ottenere una visione chiara su un percorso più scorrevole e meno defatigante. Giovanni non si è messo a predicare in città e sontuosamente vestito, bensì nel deserto, coperto dal minimo e nutrito con l’essenziale, come ce lo descrive Matteo, l’evangelista che ci accompagnerà nel percorso di quest’anno da poco iniziato. Fare deserto per vederci chiaro diventa un passaggio indispensabile. L’altra figura che interviene a guidarci ad applicazione scaricata è Maria, che proprio oggi festeggiamo come Immacolata Concezione e che ci accompagnerà fino all’evento. Dio l’ha prescelta, ma nemmeno Lei conosceva il suo stato particolare; eppure ci offre una password eccezionale: disponibilità. Senza di questa, che comporta apertura d’animo, coraggio, generosità di cuore, non accederemo mai ad un Natale completo, che è preludio di redenzione. Certo, il dubbio non va escluso, anzi, serve a tenerci in guardia e alla ricerca (lo vedremo domenica prossima). Anche Maria l’ha espresso, sulla base delle sue esperienze, ma l’Angelo Le ha fugato ogni incertezza, perché a Dio nulla è impossibile: la gravidanza di Elisabetta lo sta a dimostrare. Stiamo dunque navigando spediti e in completa sicurezza, ma attenzione a non scordare la parola chiave: disponibilità.

Wait, please…

Scritto il 1 Dicembre 2019 10:01 da Plinio Borghi

Wait, please… Quante volte appare questa scritta sui congegni elettronici in uso! Spesso accompagnata da una rotellina che continua a girare o da una barretta che s’illumina progressivamente a mano a mano che la ricerca continua o l’applicazione si sta scaricando. Se poi lo strumento è vecchiotto o poco potente e l’App è complessa o “pesante”, l’attesa si prolunga per un tempo indefinito. Inutile forzare la mano: si rischia di bloccare il processo col risultato opposto, se non peggio. Anche in questo campo vige il detto che la fretta è nemica del bene. Forse è proprio la smania di far tutto e presto che accelera in modo esponenziale la corsa alle nuove tecnologie e l’accantonamento come obsoleti di meccanismi che, tutto sommato, rispondevano ancora alle esigenze minimali per cui li abbiamo comprati. Non c’è in questo alcun margine di educazione, anzi, si tende ad un comportamento irrazionale, fino al punto d’entrare in gara per arraffare per primi l’inutile oggetto del desiderio, magari con code fuori dal negozio in ore antelucane. Un tempo il saper attendere era parte integrante della nostra formazione in tutti i campi, ivi compreso quello sessuale, dal quale concetto scaturiva il senso del rispetto: della natura e dei suoi tempi, degli altri e delle loro esigenze, e così via, almeno intenzionalmente. Oggi si vuol bruciare tutto sul nascere: si violenta la natura con coltivazioni intensive e OGM, si rinuncia a priori alla trepidazione dell’attesa e poi, in assenza di una soddisfazione ormai consumata, i rapporti diventano usa e getta come i congegni elettronici. Natale è da mo’ che sta facendo la stessa fine, sicuramente nell’ambito profano: per il commercio e la pubblicità già lo stiamo vivendo in anteprima con panettoni, pandori e offerte varie; le luminarie si stanno accendendo un po’ ovunque (qualcuno addirittura non le ha nemmeno tolte per non rifare la fatica di rimetterle). Non c’è tempo per attendere, la tredicesima è quasi in pagamento e la corsa ai regali va sollecitata. Il guaio è che quest’ansia tende ad influenzare anche il campo religioso, dove invece, da tutte le letture, s’invita a passare l’attesa con gioia, in prospettiva di vivere e godere infine in modo pieno dell’evento per antonomasia. È così pure nel parto e a nessuno passa per la testa di accorciare l’attesa né un parto prematuro è accolto a cuor leggero. Per noi cristiani il Natale è l’App per eccellenza. E allora, scarica l’App! E attendi il tempo giusto.

Governare non è facile

Scritto il 24 Novembre 2019 10:00 da Plinio Borghi

Governare non è facile. Già comandare è difficoltoso, perché richiede una certa attitudine. Figurarsi il regnare! Che di norma parte da uno dei due presupposti: o per lignaggio o per usurpazione (dittatura), comunque senza il consenso del popolo. Infatti, il re è detto anche “sovrano”, proprio perché sta sopra di tutti come figura incombente. Eppure fra tutte le qualifiche che Gesù avrebbe potuto attribuirsi ha scelto per sé quella di Re. E, a scanso di equivoci, ha sempre parlato di Regno dei cieli, di annuncio del Regno, di Re che tornerà nella sua gloria quando tutte le dominazioni gli saranno state sottoposte; perfino Paolo parla di “principati” e “potestà”. Ci tiene il nostro Salvatore a questo titolo, tant’è vero che da Pilato fa scena muta, salvo irrompere con veemenza proprio per affermare questa sua regalità: “Tu l’hai detto, io sono Re!”. Al punto che lo stesso governatore, travisando, imporrà sulla croce una scritta limitativa, ma in ogni caso significativa: “Gesù Nazareno Re dei Giudei”. Qualche pignolo potrebbe obiettare che quelli erano tempi diversi, quando prevalevano troni e titoli nobiliari, che la democrazia era tutta da inventare, ecc. Vero, a parte che la cultura greca aveva ben introdotto i concetti delle varie forme di governo, ma come mai anche al giorno d’oggi, nel nostro piccolo, ci ritroviamo ad usare le stesse terminologie quando vogliamo sublimare persone, ruoli e ambienti? Uno si “veste come un principe”, quando sta bene a casa si sente “nel suo regno”, la donna di casa è ancora “la regina del focolare”, chi ti conquista con l’amore diventa “re (o regina) del mio cuore” e così via. Ci sono ancora un paio di “effetti speciali” nella proposta del nostro divin Maestro: il “trono” è rappresentato dalla croce sulla quale viene elevato e i “sudditi” in sua presenza non devono chinare la testa, bensì alzarla e guardarlo fisso come segno di speranza. Non è per niente un’improvvisazione, ma un progetto stabilito dal Padre; infatti, l’aveva detto molto prima che, allorché fosse stato innalzato, tutti avrebbero guardato a lui, unica porta per la nostra eterna salvezza. E in quel “tutti” c’è l’obiettivo che ci guida da qui fino alla fine dei secoli: la riconsegna dell’umanità intera, redenta e finalmente salvata, a Chi ha affidato al Figlio dell’Uomo lo “scettro” come segno della sua mission. Noi siamo al suo fianco? Nemmeno un re può essere tale senza un seguito. E sulla nostra adesione si basa il successo di tutta l’operazione. È una bella responsabilità.

Un carattere distintivo…

Scritto il 17 Novembre 2019 10:00 da Plinio Borghi

Un carattere distintivo del nostro essere cristiani è o dovrebbe essere proprio il modo con il quale affrontiamo la vita, nel bene e nel male, in ogni sua fase, compresa la morte, che ne fa parte integrante ed essenziale. Noi dovremmo muoverci sempre con un occhio rivolto al fine ultimo, che è il “dopo”, e da quello assumere tutti gli atteggiamenti e le direzioni conseguenti. Un po’ come fa l’artigliere che, per sparare verso un obiettivo, deve crearsi il cosiddetto “falso scopo” sul quale costruire le coordinate. La settimana scorsa abbiamo ragionato sull’essere testimoni di speranza, ma ciò non può limitarsi a una dichiarazione di principio, pronti a cadere nella disperazione più plateale non appena sentiamo puzza di bruciato. Dobbiamo muoverci di conseguenza, dimostrando nei fatti che la nostra speranza è vera, convinta e solida. Se tutto va bene non è molto difficile, ma se le cose si mettono male, se incontriamo difficoltà nella gestione del quotidiano, nel lavoro, nella salute, nella presenza di grave pericolo, fosse anche quello di morire, scatta la prova del nove. Il che non significa non avere paura né di non manifestarla, fa parte della nostra debolezza umana ed è una buona arma di salvaguardia, ma occorre essere pronti a correggere il tiro e ad aggrapparci all’ancora della nostra fede, affrontando le cose nella consapevolezza che in ogni caso siamo diretti altrove e quindi con calma e determinazione. D’altra parte, il quadretto “edificante” che ci fa Gesù sul vangelo di oggi circa le disgrazie che investiranno l’umanità non lascia spazio a nulla di peggio. Di più, ci mette anche in guardia dai falsi profeti che si spacceranno per Lui, che in ogni circostanza vorranno indicarci altre strade da percorrere per uscirne indenni. E se li snobbiamo, ci combatteranno e ci provocheranno per metterci alla prova e allora la nostra forza trarrà linfa da quella fede che ci ha forgiato e da quella speranza proclamata come certezza. Eh, si dirà, lo spirito sarà anche forte, ma è la carne che continua ad essere debole! Come saremo in grado di reggere alle controversie? Ancora una volta il nostro Maestro (e futuro Giudice) ci rassicura: “Io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere”. E conclude: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”. Qui purtroppo c’è da superare la mina vagante della pigrizia. Sappiamoci regolare.

Essere testimoni di speranza

Scritto il 10 Novembre 2019 10:00 da Plinio Borghi

Essere testimoni di speranza. In queste domeniche che vanno dalla festa dei Santi e commemorazione dei defunti alla chiusura dell’anno liturgico si vive più del solito il clima escatologico, permeato da un argomento preminente: la speranza. Nessuno sa cosa ci aspetti dopo la morte e in tutti i tempi non è mai mancato chi vi abbia filosofato per dritto e per storto. La nostra fede ci fornisce alcune risposte, ma nemmeno Gesù ha voluto essere esaustivo in merito, giustificando che non saremmo in grado di capire: basti sapere che godremo della completa felicità in Dio, un Dio che ci vuole tutti salvi, che ci aspetta anche quando lo rifiutiamo e siamo lontani da Lui, perché, come riporta l’ultima frase del vangelo di oggi, “Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui”. I Sadducei descritti all’inizio del brano, rimestando motivazioni speciose e situazioni surreali (per nulla diversi dai detrattori di sempre), fanno sbilanciare un po’ il Maestro con l’affermazione che, in quanto risorti e figli di Dio, “saremo uguali agli angeli”, ma, siccome non sappiamo nemmeno come siano gli angeli, non rosicchiamo nulla di più. Ci resta la speranza, quella stessa che ha animato e incoraggiato anche i sette fratelli e la madre, descritti nella prima lettura, dal libro dei Maccabei, fino al punto di scegliere la morte piuttosto che rinunciare alla propria fede, nella certezza della resurrezione alla vita eterna. Una speranza, quindi, che è certezza. È un motivo conduttore che ritroviamo, oltre che in questo periodo, anche in ogni occasione della liturgia del commiato. Qualcuno può insinuare che si tratta di una panacea, la solita fiaba per far stare tranquilli i bambini agitati. Costui trascura che la speranza è uno dei sentimenti più “laici” che ci caratterizza nelle nostre performance della vita, sempre che vogliamo in qualche modo viverla alla grande. A partire dalle attività sportive, dove ognuno si cimenta per ottenere il meglio, e proseguendo per quelle di studio, lavorative e politiche, fino alla ricerca e alla cultura, la spinta è sempre una speranza che vuol essere certezza, altrimenti non si arriva da alcuna parte. A sostenerla, poi, ci sono allenatori, promotori, trainer, testimonial, talvolta anche imbonitori, ma lo scopo è sempre quello di stimolo. Nella fede non è diverso. Nei Santi e nei martiri li abbiamo avuti tutti, ma c’è un riferimento eccellente e rassicurante: Gesù Cristo stesso. A noi spetta il compito di essere testimoni della vera speranza.

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