Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Un sogno ad occhi aperti

Scritto il 2 Agosto 2020 10:00 da Plinio Borghi

Un sogno ad occhi aperti: quante volte non ne facciamo! Oltretutto non costano niente. A me basta aprire un atlante o una cartina dei sentieri e già la mente vaga alla ricerca di mete inesplorate, vicine o lontane che siano. Ad altri può bastare un’immagine carpita dalla tv e l’effetto è analogo. Non parliamo poi della visione di un film suggestivo o della lettura di un libro avvincente, quando autori e registi ce la mettono tutta per ingenerare desiderio e curiosità e non mancano coloro che poi traducono nei fatti ciò che fino a poco prima sembravano soltanto sogni. Tuttavia, il più delle volte rimangono tali. Il Vangelo non è secondo a nessuno in tema di provocazioni e la pericope di oggi è una delle dimostrazioni più famose, nota a tutti come “la moltiplicazione dei pani e dei pesci”. Banalizzando, quanti non sognano di potersi appropriare del fenomeno, specie fra chi fatica a mettere insieme il pranzo con la cena o non ce la fa ad arrivare a fine mese! È chiaro che il senso imposto da Gesù ai fatti non è quello, ma non siamo tanto distanti dalla realtà che voleva: una Chiesa attenta a chi ha bisogno non solo dell’alimento spirituale, ma anche materiale. La chiave dell’interpretazione più ampia sta proprio nelle parole che il Messia rivolge agli apostoli, preoccupati da quella folla travolgente che senz’altro, dopo aver ascoltato il Maestro per ore, aveva bisogno di mettere qualcosa sotto i denti: “Voi stessi date loro da mangiare”. Era il preludio di quell’Eucaristia che ha poi trovato compimento nel mandato dell’ultima cena, quando finalmente si è concretizzato nel pane vero quel “Io sono il pane vivo disceso dal cielo”. Non basta: lo stesso mandato include anche il soddisfacimento dei bisogni materiali (e non si parla fra questi del solo cibo) specie di chi è più derelitto ed emarginato. È ciò che fanno appunto i missionari, che antepongono all’annuncio della lieta novella un lungo tirocinio fatto di attenzioni, cure, guarigioni e soluzione di problemi contingenti. Né più né meno di quanto faceva il Salvatore prima di concludere col “Vai, la tua fede ti ha salvato”. I gesti descritti costituiscono il regalo più bello del progetto di redenzione, la realizzazione di un sogno ad occhi aperti che la resurrezione ha reso credibile e possibile. A questo punto una domanda sorge come sempre spontanea: la Chiesa ha saputo essere all’altezza del mandato? Ognuno sa qual è la risposta storica e attuale e come ci sia sempre margine per migliorare, attraverso l’impegno e la preghiera.

“Gli affari sono affari”

Scritto il 26 Luglio 2020 10:04 da Plinio Borghi

“Gli affari sono affari”: è la frase magica che giustifica qualsiasi strategia commerciale, non sempre trasparente, talora truffaldina. E non è appannaggio di chi vende: anche chi compra non si risparmia ogni tentativo pur di strappare il prezzo più conveniente. Naturalmente i fattori da considerare sono vari, a partire dal rapporto qualità-prezzo. Tuttavia, non sempre l’aspetto più importante è l’oggetto della compravendita: a volte, e in certi Paesi orientali diventa prevalente, è la stessa trattativa che affascina, che diventa un rito nel quale ogni gesto, ogni proposta, ogni forma di interesse comunque espressa acquistano precisi significati e, se condotti nel rispetto delle regole, appaganti a prescindere da chi abbia o meno fatto l’affare. Ne consegue che il tiramolla estenuante diventa una prassi, cosa che da noi non sarebbe ben gradita. A una cosa bisogna stare attenti: se il compratore lancia un prezzo e il venditore accetta, è tassativamente proibito recedere, pena ritorsioni pesanti. Oggi, nel continuare col discorso delle parabole, Gesù ci fa capire che anche Dio si è messo in affari con l’uomo, appunto per il fatto di avergli concesso il libero arbitrio e quindi la facoltà di scegliere e di decidere. In palio c’è il Regno dei cieli, che nelle similitudini odierne è rappresentato dal tesoro trovato in un campo e dalla perla preziosissima. In entrambi i casi i protagonisti alienano tutto ciò che possiedono, pur di comprare quel campo, di ottenere quella perla. L’oggetto vale la candela, e il Regno pure. Abbiamo il vantaggio che Dio applica il sistema orientale: è di una pazienza infinita e sempre disponibile a continuare la trattativa; se diamo segno di rifiutare, ci rincorre con proposte nuove, ma togliamoci dalla testa di “fare l’affare” senza impegnarci totalmente, altrimenti sono guai. Infatti, nella terza similitudine in lettura Egli impersona i pescatori: alla fine di una pesca abbondante i pesci buoni vengono trattenuti e i cattivi buttati, preludio del grande epilogo, quando non ci sarà più margine e l’offerta verrà soppesata fino in fondo. È chiaro che l’unica cosa che non possiamo fare con il nostro Interlocutore è quella di fare i furbi con strategie fuori luogo, perché a rimanere fregati saremmo solo noi. La posta in gioco è alta, l’offerta deve essere adeguata e, una volta avanzata, se non la manteniamo saranno dolori. Anche in questo Dio è molto orientale e, d’altra parte, è proprio da quelle parti che ha voluto nascere (!?).

Il progetto di Redenzione…

Scritto il 19 Luglio 2020 10:03 da Plinio Borghi

Il progetto di Redenzione praticamente non ha tempo: è da sempre nel disegno di Dio, anche se noi, cui non è dato di afferrare il concetto di eternità, abbiamo bisogno di circoscriverlo nei due momenti temporali che vanno dal peccato originale dei nostri progenitori, quando la cacciata dal paradiso terrestre è stata accompagnata dalla promessa che ci sarebbe stato inviato il Salvatore, al Giudizio Universale, quando il Messia tornerà nella sua gloria per consegnare il mondo redento al Padre. Quindi siamo ancora nella fase in cui tutta l’operazione è in piena realizzazione: l’inviato da Dio è stato proprio il Figlio, incarnatosi nel seno di Colei della quale il Padre disse al serpente che “a una donna insidierai il calcagno ed ella ti schiaccerà il capo”; quell’unto dal Signore fattosi Parola per indicare all’uomo la strada della salvezza, morto, affinché il beneficio fosse universale e non avesse limiti, e risorto perché solo questa vittoria sulla morte sancisce la validità di tutto il percorso. Capo della Chiesa da lui fondata e investita del compito non facile di portare a compimento il progetto, a giusta ragione il Cristo può “fregiarsi” del titolo di Redentore, che non ha una sua specificità come gli altri, bensì li riassume tutti. Bene ha fatto allora la gente di Venezia a rivolgersi a Lui come tale per essere liberati dal terribile morbo e ancor meglio ad assumere l’impegno di ricordarlo solennemente ogni anno: è l’occasione per riproporlo nella sua veste trionfante, ma anche per far mente locale sul compito che abbiamo di dare concretezza alla sua opera. Le difficoltà non mancano mai e la peste assume non solo i connotati del morbo, ma si allarga allo svilimento di valori, al disordine sociale, al degrado della civiltà, ecc. Il maligno non sta mai con le mani in mano e continua a tentare di demolire i progetti divini. È il noto discorso della zizzania, che sarebbe stato proposto dal vangelo di oggi se non fosse prevalsa la festa del Redentore. Purtroppo bisogna lasciarla crescere assieme al grano buono e separarla al momento del raccolto per poi bruciarla: preludio del top dell’azione redentrice, e cioè il grande Giudizio, così ben descritto nel cap. 25 di Matteo. Fino ad allora non ci resta che il ricorso al padrone del campo, cioè al nostro Redentore, affinché ci preservi dall’essere attaccati dalla mala pianta, come si è adoperato in occasione della pestilenza. Se poi gli domandiamo una mano anche per liberarci dal Corona virus di oggi, non guasta.

Seminatore maldestro

Scritto il 12 Luglio 2020 10:02 da Plinio Borghi

Seminatore maldestro quello che descrive oggi il vangelo? Sembrerebbe di sì, visto dove vanno a finire parecchi semi; ma è uno spunto finalizzato a una parabola particolare, che poi il Maestro stesso si perita di spiegare fin nei minimi particolari. Il tono è un po’ quello della volta scorsa. Infatti, agli apostoli che gli chiedono come mai voglia parlare alla gente (e ce n’era tanta quel giorno!) in parabole, Gesù fa notare che per loro non sarebbe necessario, in quanto è stato concesso di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma per gli altri sì, perché non godono di tale privilegio. E qui parte con degli apprezzamenti poco carini nei confronti di un popolo duro di comprendonio, che spesso e volentieri non ha voluto prestare attenzione a quanto dicevano i profeti: “Perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono”. È chiaro, e lo dice poi, che per cambiare registro devono convertirsi e cioè diventare “piccoli”, abbandonare le loro sicumere e la loro prosopopea, tronfi di essere popolo eletto, come hanno fatto proprio gli apostoli, che si sono affidati completamente alla Parola. Per fortuna abbiamo un Padre che, oltre ad essere misericordioso, è anche estremamente testardo e non molla, non ci lascia alla deriva, alla quale noi volutamente ci lasciamo andare. Lo descrive bene il profeta Isaia nella prima lettura di oggi: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver fatto germogliare la terra, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza … aver … compiuto ciò per cui l’ho mandata”. Quante volte l’abbiamo cantata durante la Messa! E magari non vi abbiamo posto la dovuta attenzione, non l’abbiamo presa come un preciso disegno di Dio che descrive esattamente la missione del Messia, la Parola fatta uomo, inviato perché tutti siano ricondotti a Lui. Che questo sia un fatto scontato, non è assodato: il nostro discernimento, che tuttavia il Padre rispetta, ci porta ad accettare o a rifiutare di far parte di tale progetto: qui ci sta tutta la gamma di reazioni che il nostro Salvatore descrive nell’esplicare la parabola. Attenti, però. Ci sono mille modi per vanificare quel seme che ci viene gettato (e Gesù ne accenna tre: la strada dove è pestato, il terreno sassoso infertile, i rovi che lo soffocano), ma uno solo di efficace: accoglierlo e agevolarne l’evoluzione. Solo questa è la chiave per esserne abbondantemente ripagati.

Semplici o sempliciotti?

Scritto il 5 Luglio 2020 10:01 da Plinio Borghi

Semplici o sempliciotti? Piccoli o nanerottoli? Poveri o furbastri? Profughi od opportunisti? Sapientoni o gasati? Potremmo continuare all’infinito, tanti sono i dilemmi che la vita ci sottopone attraverso l’impatto con le persone e i loro atteggiamenti. M’è venuta questa botta dopo aver visto in queste ultime due settimane di tutto e di più su quanti stanno percependo indebitamente il reddito di cittadinanza (e quella emersa è solo la punta del malcostume, senza contare quanti hanno tentato senza riuscirci) e sull’inosservanza delle norme antivirus (il bailamme per la vittoria calcistica del Napoli è solo un pessimo esempio). A parte il fatto del disagio che si crea in chi si comporta correttamente, non sapendo se è ammirato per la sua serietà o deriso per la dabbenaggine, possiamo far finta di niente e chiudere gli occhi per esimerci dal giudicare o non sarebbe male indignarci un po’ di più e richiamare i nostri governanti ad essere più precisi e decisi nelle scelte e di conseguenza nel loro rispetto? Li abbiamo eletti per questo e, se vogliono collaborazione, pretendiamo che il loro interesse primario siamo noi e non la ricerca del consenso per una eventuale rielezione! Il vangelo di oggi cade a fagiolo sui dubbi amletici espressi in apertura. Gesù ringrazia il Padre, perché “hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli“. Contrariato com’ero, mi sono subito chiesto: “E chi sono i piccoli? Presumo i semplici, i poveri, gli emarginati, ma quelli veri!”. È ovvio che ho commesso un peccato di presunzione: Dio non sbaglia a veicolare i suoi messaggi rivelatori e non siamo certamente noi a ergerci a giudici, men che meno del suo operato. Anzi, dovrebbe essere motivo di consolazione che almeno Lui non si fa infinocchiare da chi crede di essere talmente furbo da provarci anche con il Padreterno. I cosiddetti dotti e sapienti, tronfi e pieni di sé stessi, evidentemente non hanno la mente sgombra per accogliere la lieta novella e credere con semplicità. Certo, a volte, di fronte alle provocazioni del mondo, ci assale lo sconcerto. Ed è qui che le parole del nostro Maestro, nella seconda parte del brano in questione, scendono come balsamo: “Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”. Manco mal!

“Non son degno di te, non ti merito più..”

Scritto il 28 Giugno 2020 10:01 da Plinio Borghi

“Non son degno di te, non ti merito più..” cantava ai miei tempi Gianni Morandi. E siccome mi succede spesso che leggendo o sentendo qualcosa di serio mi balzi alla mente qualche riferimento strano, aprendo la pagina del vangelo di oggi il collegamento è stato immediato. Non solo, ma quella che fino a un attimo prima l’ho sempre presa per una canzonetta normale, stavolta m’è apparsa come una vera e propria preghiera. In sostanza Gesù ci dice oggi: “Chi ama qualsiasi cosa e chiunque, fosse anche suo padre o sua madre, sua moglie o suo figlio, più di me non è degno di me”. Conoscendo la natura umana e ben sapendo con quale facilità inseguiamo ciò che ci attrae nell’immediato, ancorché effimero, mi riesce difficile, pur con tutta la buona volontà, pensare che l’amore per Cristo e la sua sequela prevalgano sentimentalmente sul resto o quanto meno non spontaneamente. Allora ce la mettiamo via e ce ne facciamo una ragione, relegando a qualche sporadico esame di coscienza la constatazione dei nostri limiti nei suoi confronti? Sarebbe un peccato, perché lasceremmo il privilegio solo ai pochi e presunti “eroi della fede”. È pensabile che il nostro divin Maestro intendesse essere così esclusivista? Domanda retorica: ovvio che no. E allora vediamola da un altro punto di vista: cos’è l’amore per i propri cari, per il prossimo, per le cose della vita se non un riflesso di quello di Dio per noi? Anzi, se noi facciamo discendere dalla sequela di Gesù ogni nostro sentimento e ogni nostro interesse, automaticamente tutto ciò che esprimiamo è amore per lui. Allora sono convinto che lui ci dica: “Ama, ama sul serio, ama tutti, specialmente i più bisognosi d’amore, ama la vita, valorizzala, fai tutto non per tornaconto o meschinità o arrivismo e sarà il tuo modo di amarmi sopra tutto”. Domani è la festa dei santi Pietro e Paolo e il vangelo riporta il dialogo di Gesù con Pietro, al quale per ben tre volte chiede: “Mi ami tu?”. Al che l’apostolo finisce per agitarsi: sembra quasi una rivalsa per le tre volte che l’ha rinnegato prima di morire. Ma il Messia non è vendicativo e per tre volte, alla reiterata e decisa conferma di Pietro, gli risponde: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle”. Ecco il modo di dimostrarlo, ecco il modo di ricambiare il sacrificio del Salvatore! A Pietro predirà anche il martirio, una sublimazione di questo amore, per sottolineare che la vita persa per lui, checché ne dica il mondo, è una vita guadagnata.

Quante fregature!

Scritto il 21 Giugno 2020 10:33 da Plinio Borghi

Quante fregature! A volte sono pressoché istintive, figlie del nostro innato egoismo, che tende a far andare le cose, per quanto possibile, a nostro favore, anche a danno degli altri. Altre sono volute e orchestrate con disinvoltura, senza alcun ritegno, non di rado per perseguire disegni turpi. E infatti fin dai bambini ci si perita d’insegnare a rapportarsi con gli sconosciuti con molta diffidenza, per non cadere in tranelli, che mutano nel tempo, ma evidentemente esistono da sempre. A mano a mano che si cresce, si impara a discernere con la maturità necessaria, pur mantenendoci sulla scia del famoso detto “fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio”. Pure in questo campo la gamma delle tipologie è molto vasta e non risparmia alcun settore, a tal punto che la classica patacca di borbonica fattura finisce per divenire così veniale da trasformarsi talora in uno stimolo educativo per i farlocchi, il classico “descantabauchi”. Il guaio è che l’uso di mezzi più sofisticati e aggiornati continuamente mette in difficoltà proprio le categorie più deboli e sprovvedute, che non sanno più che pesci pigliare, anche perché i mezzi di difesa propagandati a volte sono ancor più complicati (specie se si tratta di usare i telefoni senza interlocutori diretti). A rimetterci in definitiva sono i rapporti sociali (soprattutto se poi a fregarti sono proprio gli amici!), che tendono via via a inaridirsi a causa di una progressiva diffidenza a volte esagerata. Ha un bel ragionare Gesù nel vangelo di oggi “Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto”: nel frattempo chi ci è cascato se la mangia. Il fatto è che qui la Parola va oltre. I furbi o chi crede di esserlo ci sono sempre stati e nella prima lettura Geremia ne offre uno spaccato interessante, prodromo del “Gatto e la Volpe” di collodiana memoria; ma il profeta sa di lottare col Signore al suo fianco e, sicuro di sé, finisce per confonderli. Il Maestro intende rassicurarci che c’è sempre Qualcuno che non ci ingannerà mai e al Quale possiamo sempre affidarci, per non essere sopraffatti: è il Padre nostro che conosce ogni passero e ogni filo d’erba. Potrà Egli trascurarci, noi che siamo i prediletti? Quando afferma che “persino i capelli del vostro capo sono tutti contati” non è la classica iperbole, ma vuol significare la misura del nostro abbandono totale a Lui, forza inesauribile per far fronte alle nostre debolezze. Certo non è un talismano contro la malasorte. Qui è la fede la carta vincente.

Il sostentamento…

Scritto il 14 Giugno 2020 10:00 da Plinio Borghi

Il sostentamento è il minimo comun denominatore richiesto da tutti gli aspetti che sono propri della nostra natura e delle azioni che li accompagnano. Il più immediato su cui porre l’attenzione è quello fisico, verso il quale abbiamo dei doveri imprescindibili per la nostra sopravvivenza. Pensiamo al tempo che dedichiamo a nutrirci ed ai vari obblighi che mettiamo in atto per farlo, a partire dal lavoro per guadagnare la pagnotta fino alla minuziosa ricerca d’ogni forma gradevole per mangiare volentieri (caliamo pure un velo pietoso su tutte le invadenti rubriche cartacee e audio televisive dedicate al cibo e alla cucina), e abbiamo già dimensionato il problema. Se poi allarghiamo l’ottica a qualsiasi nostro interesse turistico o sportivo avremmo la conferma che provvedere all’adeguato sostentamento è la prima cosa che teniamo a garantirci: nello zainetto per una semplice escursione non manca il posto per il panino e la bibita! Un altro problema che in questa fase ci sta particolarmente preoccupando è l’economia e la miriade di provvedimenti messi in atto per sostenerla sono lì a confermare una priorità che sfida persino il pericolo del contagio: il disastro sociale che incomberebbe è innegabile e più micidiale del corona virus. Lo stesso titolo al sostentamento lo rivestono quindi la mente, la cultura, l’istruzione, la salute e via dicendo e infine, non ultimo, lo spirito, la forza del quale, adeguatamente corroborata, stimola e rivaluta anche tutti gli altri aspetti. Oggi la liturgia pone alla nostra attenzione ciò che ne costituisce l’alimento per eccellenza: il Corpo e Sangue di Cristo. Ce n’era proprio bisogno? Non ci sono in ciascuna celebrazione della S. Messa la Parola a rafforzare la nostra fede e l’Eucaristia di cui ci cibiamo, in comunione con i fratelli, esigenza ineludibile se vogliamo uno spirito saldo e determinato a raggiungere il proprio compimento nella vita eterna promessa? È vero, ma c’è anche bisogno d’una testimonianza forte in tal senso: chi frequenta la Messa è già “conquistato” alla causa e, di contro, il mondo ha bisogno di segnali forti per comprendere e uscire dalla propria indifferenza. Non a caso a certe ricorrenze sono legati momenti particolari, come nella fattispecie è sempre stata la tradizionale “processione del Corpus Domini”. Le parole che Gesù proclama ai Giudei increduli sono la chiave che racchiude il messaggio da amplificare: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”. Forte e chiaro.

La reciprocità…

Scritto il 7 Giugno 2020 10:01 da Plinio Borghi

La reciprocità è alla base di ogni rapporto e di ogni formazione sociale, a partire dalla stessa famiglia e su su fino alla generale convivenza internazionale. In assenza, non può esistere equilibrio e subentrano diffidenza, prepotenza, sopraffazione e quant’altro. Sulla stessa si fonda anche il rispetto gli uni degli altri. Perfino l’amore è garantito dalla reciprocità, altrimenti o s’inaridisce o sfocia in violenza e in forme di stalking, a volte con epiloghi tragici. Spesso, nella trattativa, nella contrattazione, nello scambio, fatichiamo a trovare un accordo se non c’è riscontro di reciproca convenienza. E come mettiamo in discussione la stessa accoglienza dello straniero o dell’immigrato accampando che non c’è analogia nel suo Paese di provenienza! Lo stesso dialogo interreligioso, che si cerca di cucire a fatica, cozza nella maggior parte dei casi contro la mancata reciprocità. Che non significa annullamento dei rispettivi principi o delle rispettive caratteristiche, bensì apertura e disponibilità alla comprensione. Oggi, nella prima domenica dopo il forte periodo pasquale, festeggiamo proprio Chi ha fatto della reciprocità la sua essenza esistenziale: la Santissima Trinità. Padre, Figlio e Spirito Santo, tre Persone ben distinte nei loro ruoli, ma uguali, che nella reciprocità costituiscono un’unica divinità. Non è un concetto semplice da afferrare, anzi è il mistero per eccellenza, ma ci basti sapere, con la logica della fede, che se in Dio tutto si sublima fino a diventar concreta ogni cosa, che la nostra condizione umana si “limita” a classificare come astratta, anche la reciprocità delle tre Persone diventa Dio stesso. La Trinità assurge quindi a simbolo di Amore e di armonia e presiede a quello che è l’amore sponsale, l’amore famigliare, l’amore verso il prossimo, la fraternità universale. Dicevamo di Persone uguali e distinte: nel periodo appena trascorso Gesù l’ha più volte sottolineato (chi vede me vede il Padre, dice agli apostoli che lo incalzano; alitando su di loro –l’abbiamo letto domenica scorsa– proclama “ricevete lo Spirito Santo”; capirete tutto quando vi manderò il Paraclito ecc. ecc.). Ecco la ragione per cui la Trinità è “il prezzemolo” della Liturgia: cominciando dal Battesimo (è un ordine del Maestro) tutto si svolge nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e non è solo una battuta che “ogni salmo finisce in Gloria”. Oggi S. Paolo, nella lettera ai corinzi, ce lo spiega e conia la formula che il celebrante pronuncia giusto all’inizio della Messa.

L’amore muove il mondo

Scritto il 31 Maggio 2020 10:01 da Plinio Borghi

L’amore muove il mondo: è un principio sul quale siamo d’accordo tutti, senza distinzione di specie, di razza, di etnia, di pensiero, d’ideologia, di religione. Poi i materialisti ne danno un significato puramente legato alla fisicità, alla semplice azione del riprodursi, relegando l’eventuale sentimento a mezzo sociale e di stimolo. Gli altri, secondo i casi, sviluppano tutta una serie di valutazioni fino a coinvolgere l’essenza stessa della vita e a sublimarne lo stretto legame con lo spirito che agisce in ciascuno. Per noi invece è la discendenza diretta di quello stesso Spirito di Dio che ci è stato infuso alla creazione, scaturito dall’amore del Padre verso il Figlio. In questo quadro si realizza un’armonia inimitabile, dove quello stesso amore che ci unisce in tutti i nostri rapporti interpersonali, ivi compresi quelli destinati alla procreazione, è riflesso dell’Amore trinitario che celebreremo proprio domenica prossima. E siccome in Dio tutto è infinitamente sublime, è chiaro e conseguente che a maggior ragione a muovere il mondo sia proprio l’Amore. Se poi aggiungiamo che lo Spirito Santo è anche portatore di una serie di doni che coprono totalmente ogni potenziale umano e quindi sociale, figuriamoci se guidati da simile potenza il mondo può andar male. Certo, se rimuoviamo da noi l’elemento portante è conseguenza logica che tutto vada alla rovescia, che l’amore si trasformi in odio, che l’odio scateni guerre e quanto di peggio possa rovinare i rapporti umani, insomma che il male abbia la meglio, e che il mondo vada alla deriva. Ecco perché è importante “coltivare” la presenza dello Spirito che è in noi e che, per fortuna, mai ci abbandona. Ecco perché dobbiamo valorizzarne i doni e il vivere bene la Pentecoste è essenziale per ravvivare “il fuoco” e arginare ogni deriva maligna. A tal proposito ci soccorre bene la seconda lettura della Messa del giorno, tratta dalla prima lettera di San Paolo ai Corinzi: “Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri … (e) diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune”. Quando dice “tutti” vuol dire che non riguarda pochi eletti e ci fa capire che non vi sarà contrasto se rispetteremo l’azione di ognuno come mossa dallo stesso Spirito, al di là dei singoli percorsi o ruoli. Infatti il brano così conclude: “… Giudei o greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”.

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