Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

La politica dei due forni

Scritto il 22 Settembre 2019 10:00 da Plinio Borghi

La politica dei due forni, della quale abbiamo avuto un discreto assaggio proprio in questo periodo in cui si è emulato un vecchio metodo da prima repubblica, più che essere esecrabile la riterrei pericolosamente equivoca e inaffidabile. Pur se poi, strategicamente, può portare qualche frutto apprezzabile, ma di stampo machiavellico, della serie “il fine giustifica i mezzi”. Se fosse un ricorso come extrema ratio e quindi adottato raramente, potremmo anche chiudere un occhio e apprezzare questi sprazzi di furbizia; invece pare che il metodo di tenere il piede su due staffe, prima ancora di trovare la sua più “elevata” espressione in politica, sia largamente praticato a livello personale. Qui non si tratta di tenere sempre a disposizione un piano B per ogni evenienza o, se si chiude una porta, di cercarne un’altra da aprire, bensì di tenerne sempre due o più in funzione. Quale rapporto si può mai instaurare con chi, mentre sembra che ti dia una mano (al lavoro, nello studio, in un’attività qualsiasi, magari competitiva, ecc.) nel frattempo complotta con il tuo concorrente per poi scegliere la posizione più conveniente? Non occorre s-cervellarsi per richiamare alla memoria casi vissuti o per trovare conferme in merito; è sufficiente, come sempre, il Vangelo, che, guarda caso, proprio oggi ci manda un bel messaggio: “Nessun servo può servire a due padroni”. Non assistiamo a novità allora e servi infedeli come quello descritto nel brano in lettura sono una costante della nostra storia. Che poi alla fine, al padrone “fregato”, gli avanza anche di lodare il servo infingardo, perché ha agito con furbizia: vistosi scoperto e quindi prossimo al licenziamento, si è preparato il futuro favorendo i debitori. E Gesù, senza giri di parole, non ce le manda a dire, visto che anche noi vorremmo mantenere un buon rapporto con Dio, non rinunciando però all’attenzione per i nostri interessi, come il denaro, la carriera, il benessere e quant’altro, a cui dedichiamo molto più impegno. “Almeno fatevi furbi”, dice il nostro Maestro, “e usate dei beni di questo mondo per crearvi un futuro più tranquillo in quello eterno”. Noi al contrario, che ci crediamo furbi ma non lo siamo proprio, pretendiamo di servire Dio e “mammona” nell’equivoco più becero e cioè senza sacrificare un net di quel che riteniamo ci sia indispensabile in questa vita. Con la differenza che qui talvolta il sistema funziona anche, ma con Dio va no e siamo già sgamati ancor prima di pensarci. Dopo son cavoli amari.

La voglia di autonomia

Scritto il 15 Settembre 2019 10:00 da Plinio Borghi

La voglia di autonomia è uno stimolo sacrosanto a far meglio e a esprimere tutte le nostre potenzialità, anche attraverso una sana emulazione. Questo vale sia in campo familiare che sociale, sia nei rapporti privati che pubblici, sia nell’impresa che in politica. Attenti, però, a non confonderla con il desiderio di rottura: il risultato sarebbe nefasto. La vera autonomia si regge sull’unità d’intenti e opera sempre per il perseguimento del bene comune; se diventa un pretesto per l’“io faccio da me che faccio meglio”, sarebbe la disgregazione del patrimonio acquisito e consolidato. Per associazione d’idee mi viene in mente come la legge della Provincia autonoma di Bolzano preveda il passaggio in eredità del “maso” al figlio primogenito, proprio affinché non vada disperso uno dei simboli di quella terra. Sotto tale profilo calzano a pennello gli atteggiamenti descritti dal vangelo di oggi: il pastore che, per cercare la pecorella smarrita, lascia le altre novantanove; la donna che mette sottosopra la casa solo per trovare la moneta perduta; il padre che riaccoglie il figlio che gli aveva sperperato mezzo capitale. Il gregge, il gruzzolo, la famiglia: tutto ha senso e valore solo nella sua interezza. E in tutti e tre i casi si fa una grande festa per la riconquistata unità. La sottolineatura nel brano “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” lascerebbe perplessi fuori dall’ottica suddetta e ci verrebbe da essere solidali col fratello maggiore del figliol prodigo, quasi che la misericordia sia destinata soltanto ai trasgressori convertiti. La realtà è che tutti noi, vivi e defunti, formiamo un unicum armonico nella Comunione dei Santi e ogni devianza fa male al complesso; pertanto ogni ritorno è un riequilibrio generale che vale la pena di perorare e festeggiare. Se poi teniamo conto che peccatori, chi più chi meno, lo siamo tutti e quindi bisognosi di conversione e di misericordia… Permettetemi una digressione, una frase che il Che (Guevara) prende in prestito da certo Omar Gonzalez, riferendosi ad alcuni suoi dissidenti, e che m’è balzata all’occhio: “Volverà, lo conozco. Como el pedrazo de una estrella, volverà” (Torneranno, lo so. Com’è per la coda d’una stella, torneranno). Bello paragonare il Movimento ad una stella che trascina con sé i componenti del sistema. Anche se dà l’impressione che qualcuno se ne allontani, non è possibile: l’attrazione è troppo forte e si riaccoderanno.

Guardare le cose da lontano

Scritto il 8 Settembre 2019 09:42 da Plinio Borghi

Guardare le cose da lontano ti consente di afferrare il senso dell’insieme. Ogni prospettiva, in effetti, ti da uno spaccato e se fissi un primo piano indubbiamente cogli una serie di particolari, ma corri il rischio di non capire il contesto e le motivazioni della loro collocazione. Sembra strano, ma tendiamo a vivere più di primi piani che di sguardi panoramici: presi dagli affetti più stretti, dagli amici, dai rapporti sociali, dalle abitudini, dallo studio, dal lavoro, dal tempo libero, dagli interessi sportivi e culturali, dalle ferie, dai problemi di salute, dalle preoccupazione per la sopravvivenza, dalle faccende per agevolare la routine, ecc., tutte cose senza dubbio importanti, e guai se così non fosse, fatichiamo a prendere le distanze per inquadrare il tutto in una visione generale dei grandi problemi della vita. Non solo, siamo anche poco propensi ad impegnarci sulle questioni sociali più incalzanti, sulle esigenze che regolano le sfere religiosa e politica; non ci invoglia molto la partecipazione, nemmeno alle riunioni di condominio. Salvo poi protestare se le cose non vanno come dovrebbero, e intaccano quegli stessi interessi cui teniamo, o se nella società si sono via via smarriti i valori di riferimento. Ancora una volta è il Vangelo che ci offre una sferzata stimolante: uscire decisamente dal particolare e darsi una prospettiva di più ampio respiro. “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. Drastico il nostro Maestro! È evidente, tuttavia, che ci spinge a non vivere in modo parcellizzato, in quanto c’è il rischio di perdere di vista gli obiettivi importanti. E insiste: “Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me non può essere mio discepolo”. Viene da chiedersi: “Ancora? Ma la vita non è già una croce? Vada dover passare per la porta stretta, dire che la fatica appaga, che i primi saranno gli ultimi, ma anche farsi carico della croce..”. Non fermiamoci ancora una volta alle parole, ma cogliamone il senso. Gesù l’ha abbracciata con gioia la sua croce, non perché era masochista, ma perché rappresentava il compimento del progetto che il Padre aveva su di lui. Ci ha offerto una prospettiva che giustifica tutto e questo è il messaggio: non occorre rinunciare a nulla di particolare, ma sublimare le azioni (dovute) per inserirle in un progetto di ampio respiro che dia loro spessore e ce le faccia vivere più compiutamente.

Tre cose…

Scritto il 1 Settembre 2019 10:00 da Plinio Borghi

Tre cose mi stanno sul gozzo: la falsa modestia, l’esaltazione della pochezza e l’ostentazione della capacità. La prima è chiaramente strumentale ed è messa in atto per accattivarsi il consenso o la stima altrui; è in gergo la captatio benevolentiae, tanto praticata in tutti i settori sociali, sia da chi è subalterno sia da chi “si concede” da posizioni di prestigio. In politica è metodo diffuso a tutti i livelli. Il fine è comunque quello di imbarcare gli altri a vantaggio personale. Alla seconda appartengono i tuttologi, gli arrivisti, i colpiti da complesso d’inferiorità, i quali, privi di oggettivo spessore culturale o professionale, usano quel poco che hanno rimestandolo il più possibile e annaspano per stare a galla, finendo in tal modo per tediare o addirittura inasprire gli interlocutori. Infine la terza è quella che infastidisce di più perché è inconfutabile e, purtroppo, ineludibile. Costretti in tutti gli ambiti a servirsi di chi sa e ha le capacità, anche perché offre le migliori garanzie, il prezzo da pagare è subire quando te lo fa pesare. L’unica soddisfazione è beccarlo in castagna quando inciampa in qualche svarione, ma è una magra consolazione, perché non si rimedierà. Quanto sarebbe più bello essere sé stessi, con i propri limiti, con i pregi e i difetti che ci ritroviamo, senza bisogno di alterare o di sfalsare alcunché! Il guaio degli inclusi nelle categorie sopra citate è che a lungo andare finiscono per ingannarsi da soli e crederci. E finché il discorso rimane sul piano delle umane meschinità, passi, ma se lo si sposta nel rapporto con Dio, che ci conosce fin troppo bene, ovvero con la propria coscienza, il fatto assume gravità e non sarà scevro di conseguenze, già in questa vita. La parabola del fariseo e del pubblicano (il primo tronfio davanti al Signore e il secondo prostrato che si batteva il petto) è esemplificativa: il secondo è andato assolto, il primo ha compromesso la sua posizione definitivamente. E nelle beatitudini non sono forse i miti (gli umili) che erediteranno la terra? Oggi, nel brano del vangelo in lettura, Gesù esalta la vera umiltà, quella che non richiede rinunce di sé stessi o negazione delle proprie qualità, quella che non teme il confronto con Dio e la coscienza, ma che ci induce a restare sempre al nostro posto. E il Maestro ci offre pure una lezione di vita pratica, perché già qui può succedere che gli ultimi saranno i primi e viceversa. Bello l’invito ad agire sempre evitando di pensare a ciò che si avrà in cambio!

Dev’essere tutta una fatica? Uffa!

Scritto il 25 Agosto 2019 10:00 da Plinio Borghi

Dev’essere tutta una fatica? Uffa! Una vita tranquilla, agiata, dove tutto ci sia servito su un vassoio d’argento, senza pensieri e preoccupazioni, no? E magari il pensiero corre a chi i soldi gli crescono nelle tasche senza muovere un dito. Poi qualcuno di questi si suicida e ci accorgiamo che non era tutto oro quello che luccicava, che pensieri e preoccupazioni sono all’ordine del giorno di tutti e che anzi gode di più chi le cose se le conquista con lo sforzo e l’impegno. No, non sto ricorrendo al luogo comune che “i soldi non fanno la felicità”, fra l’altro piuttosto ipocrita; sostengo soltanto che la soddisfazione è direttamente proporzionata alla fatica che si compie. In questo periodo trascorso in montagna, ho visto continuamente gente di tutte le estrazioni sociali partire attrezzati per camminate, a volte lunghe, a volte impegnative, talora anche rischiose e tornare alla sera soddisfatti per gli obiettivi raggiunti: più è stato difficile e più erano raggianti. La montagna, tuttavia, è un emblema di facile presa, ma proviamo a pensare allo studio, al lavoro, dalle mansioni più qualificate a quelle più umili, alle attività sociali e scopriremo lo stesso stimolo e lo stesso risultato se in ogni cosa che facciamo ci poniamo degli obiettivi e ci impegniamo per raggiungerli. Certo, ci sono anche i furbi del “ma chi me la fa fare” e cercano gli éscamotage convinti di vivere meglio. Si ritroveranno presto illusi per aver costruito sull’effimero ed è proprio con questa categoria che Gesù se la prende oggi nel vangelo. “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno”, insiste il Maestro ed è chiaro che la porta stretta è quella della buona volontà, della coerenza, della fatica, una porta verso la quale tutti puntano, perché solo attraverso quella si arriva al banchetto celeste, ma non si passa in massa, non vi si sgattaiola dentro di soppiatto: il vaglio sarà individuale (perché, appunto, è stretta) e oculato e più di qualcuno resterà fuori, disconosciuto dallo stesso Signore col quale crede di aver passato una vita. Ecco l’illusione di chi cura tanto le apparenze, ma non va alla sostanza. Allora non ci resta che faticare? Dipende. Andate a chiederlo a chi fa un lavoro che gli piace e lo appassiona, a chi studia con entusiasmo, a chi opera per amore (della famiglia, del prossimo) se sente la fatica. Vi risponderà di no, perché il risultato è appagante. E non è né più e né meno di ciò che anche Gesù ci chiede per il premio finale.

Creare scompiglio

Scritto il 18 Agosto 2019 10:00 da Plinio Borghi

Creare scompiglio non dev’essere una cosa tanto difficile, anzi, sembra proprio uno sport praticabile da tutti. Ho appena seguito alla tv l’apertura della crisi di governo, che pur era nell’aria, ma che evidentemente i più esorcizzavano. Risultato: caos totale, dichiarazioni a ruota libera e contraddizioni a nastro. Il flash back su tutte le volte che nella vita ho assistito a fatti analoghi è stato immediato e mi sono tornate alla mente non solo le numerose crisi pilotate o al buio, ma anche le piccole e grandi rivoluzioni, in particolare quelle accompagnate da atti di terrorismo, e tutte o quasi innescate confondendo le carte per creare l’humus adatto per allontanare il più possibile soluzioni confezionate o scontate: lo scompiglio, appunto. Non illudiamoci, tuttavia, che tutto ciò riguardi solo la politica: nelle vertenze sindacali non si è da meno, nei rapporti familiari idem e non parliamo dell’armonia che dovrebbe regnare in tutti gli aspetti della vita sociale in genere, come pure nei rapporti di amicizia. Un sassolino nello stagno, che può essere il gesto di stizza o d’insofferenza, una parola di troppo, una maldicenza, e voilà, il gioco è fatto. Poi arrivano le seppie, cioè gli opinionisti, i mass media, i finti pacieri, gli “amici” di famiglia, i passaparola e giù nero fumo ovunque, tanto perché nessuno si sogni che le cose si appianino con facilità e le soluzioni siano dietro l’angolo. Con questo spirito di negatività, ho aperto le letture di questa domenica e cosa mi ritrovo? Gesù che dice ai discepoli: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra … Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione … D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio…” e via specificando a scanso di equivoci. No, questa non ci voleva, ci si mette anche il Messia, ora, che è simbolo di pace per eccellenza?! È vero che attraverso la sua Croce si pone come simbolo di contraddizione, ma.. Sono le ultime parole del brano ad aprirmi improvvisamente la mente: “… come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?”. Ecco, Gesù è la soluzione e nel suo nome possiamo dar adito a tutto lo scompiglio che ci vuole, ma con già in mano la scelta giusta da fare, che è Lui e la sua Parola. Non c’è crisi al buio nella sequela del Vangelo e ogni rivoluzione nel suo nome è un successo, perché lo scopo è chiaro. Capita l’antifona, voi che rimestate nel torbido?

Servizio o servilismo?

Scritto il 11 Agosto 2019 10:00 da Plinio Borghi

Servizio o servilismo? Nell’atto di servire è un dubbio amletico che può insinuarsi ed è bene che ciò avvenga, perché t’impone una verifica sulla genuinità o meno del tuo agire. È infatti indiscutibile che servire, per lavoro o per passione, per impegno religioso o sociale, sia cosa buona e dignitosa, se portata avanti con professionalità ovvero con spirito di abnegazione, scevra dal perseguimento di secondi fini o, di più, da iniziative contrarie alla giusta causa. Se, però, il vero scopo recondito è quello di farsi vedere belli, di puntare al privilegio, di ingannare per avere riconoscimenti o mano libera, carpendo la fiducia (e qui una buona fetta di volontari o impegnati in politica dovrebbe compiere un bell’esame di coscienza), si scivola nel servilismo, che è uno degli aspetti più odiosi del comportamento umano. Il servile, oltrecché lecchino, è anche viscido, inafferrabile, forte con i deboli e remissivo con i forti, pronto ad assumere atteggiamenti da padrone e prevaricatore non appena il suo padrone gira l’occhio; è il burocrate che si serve della burocrazia per la personale affermazione. Ed è contro questa genia che Gesù si scaglia nelle similitudini del brano del vangelo in lettura oggi, genia vituperata più ancora perché sa bene la volontà di chi comanda o le pieghe della legge che elude per agire nell’impunità. È invece più indulgente con l’errore dell’inconsapevole, anche se comunque non lo assolve. C’è già in ciò un’anticipazione dei criteri che presiederanno il giudizio finale. Infatti, poco prima elogia il servo fedele, che il padrone al suo ritorno trova ancora “sveglio”, intendendosi per sveglio: leale, coerente, lineare, produttivo, attento alla causa, vigilante sull’andamento corretto delle cose. Sono tutte doti che il servile ignora e qui sarà il “padrone” stesso a mettersi a servizio del suo servo, gratificandolo oltre le sue aspettative. Diventa allora alquanto emblematica la frase che conclude il brano in lettura: “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto (e fin qui nulla da dire, è normale); a chi fu affidato molto, sarà chiesto molto di più”. Qui vien quasi da pensare a quello che, se gli dai una mano, ti porta via anche il braccio. Non è così: quando si pretende molto vuol dire che s’è concessa una fiducia illimitata, ed è già gratificante, ma lo sarà ancor di più se risulterà ben riposta. Mi piace concludere con il gioco di parole che un mio vecchio amico parroco usava proporre: “Nella fede serve chi serve. Chi non serve.. non serve!”.

La cicala e la formica

Scritto il 4 Agosto 2019 10:00 da Plinio Borghi

La cicala e la formica, protagoniste dell’arcinota favola di Esopo, in effetti rappresentano bene la dualità di comportamenti di noi esseri umani, fatte salve le varie sfumature che intercorrono tra un atteggiamento e l’altro. A differenza dei due simpatici animaletti, noi siamo però in grado di giustificare le nostre scelte di vita contraddittorie appigliandoci alle più disparate motivazioni. La più ovvia è che se siamo oculati e sparagnini non è per attaccamento alle cose o per avarizia, bensì per non fare la fine della cicala; di contro se viviamo superficialmente e prendiamo la vita come viene, all’insegna della spensieratezza, del divertimento e “se succede qualcosa qualche santo provvederà”, non è per imprudenza, ma perché la vita è una sola ed è bene godersela. E poi non lo dice anche il Vangelo che non dobbiamo affannarci più di tanto perché il Padre che provvede agli uccellini e ai gigli non potrà lasciare noi suoi prediletti senza risorse? E non è proprio sul vangelo di oggi che “la formica” di turno progettava di accumulare l’abbondante raccolto costruendo granai più grandi, per poi vivere di rendita e alla grande e Dio lo stronca di brutto dicendogli che la notte stessa morirà? Nulla da dire: per arrampicarci sugli specchi non ci batte nessuno, specie se si tratta di non impegnarci. La verità è che escludere l’affanno non significa fregarsene di tutto e ancor meno sfuggire agli impegni: devono cambiare il senso per cui si fanno le cose e gli obiettivi, troppo egocentrici. Il nostro scopo non dev’essere solo questa vita, ma anche quella eterna e quindi, ce lo spiega il Maestro, dobbiamo arricchire agli occhi di Dio. E come? Mettendo il prossimo al centro della nostra attenzione: ogni cosa avrete fatto a uno di questi più piccoli l’avrete fatta a me. Va bene lavorare e accumulare, ma per il bene di tutti, come fanno appunto le formiche. Altrimenti, come dice anche Qoèlet nella prima lettura, tutto quello che avremo trattenuto a chi andrà? A chi non ha per niente collaborato e si premurerà solo di sperperare. Figurarsi se Dio ci spinge a fare le cicale! Meglio che rinfreschiamo la parabola dei talenti, per rammentare che di tutto il potenziale che ci ha fornito domani ci chiederà il conto e allora saranno cavoli amari se ci saremo limitati a congelare senza investire. Ci verrà risposto come la formica alla cicala: hai voluto irresponsabilmente cantare tutta l’estate? Adesso balla (magari sui carboni ardenti delle fiamme dell’Inferno)!

L’insistenza nel chiedere

Scritto il 28 Luglio 2019 10:00 da Plinio Borghi

L’insistenza nel chiedere il più delle volte dà fastidio, specie se deborda nella petulanza, e si rischia di sortire l’effetto opposto. Eppure la liturgia di oggi è tutta un’apologia dell’insistenza. Nella prima lettura Abramo perora la causa di Sodoma, che il Signore vuole distruggere, incalzando con una vera e propria trattativa di stampo sindacale. Nel vangelo è lo stesso Gesù che ribatte: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. Ma perché star lì tanto a chiedere, quando poi precisa che “il Padre vostro sa di che avete bisogno”? Evidentemente c’è modo e modo di chiedere e c’è modo e modo di insistere. Tornando ad Abramo, noteremo con quale rispetto egli si rivolge al Signore. La sua richiesta non scivola mai nella pretesa e men che meno nel ricatto, cose alle quali noi siamo più avvezzi: anche con Dio spesso mettiamo in atto il “do ut des”, se mi concedi io m’impegno. Salvo che non succeda il contrario, per cui si parte col “prego, ma Dio non m’ascolta” e si finisce col “se c’è un Dio lassù non dovrebbe permettere queste cose”. Con altrettanta evidenza, quindi, l’esaltazione dell’insistenza non è fine a sé stessa, ma leva per invitare alla preghiera costante, che sta alla base del nostro rapporto “aperto” con il Padre. E allora, tanto per fare il punto, ci conviene aggregarci ai discepoli che in premessa del brano in lettura oggi, consapevoli dei loro limiti, si rivolgono al Maestro chiedendo: “Signore, insegnaci a pregare”. Qui Gesù esordisce con quella stupenda preghiera che è il Padre nostro, l’unica che ci ha trasmesso testualmente e che è di una completezza incomparabile, tale da essere tranquillamente assunta come regola di vita. Egli stesso la metterà in pratica nel momento cruciale del suo percorso di salvezza, quando nell’orto del Getsemani stava attendendo che lo arrestassero per crocifiggerlo: “Padre, se è possibile allontana da me questo calice, ma non la mia bensì la tua volontà sia fatta”. Sul Padre nostro si potrebbe dare la stura a un libro intero di commenti. Qui mi limito a rilevare un aspetto che nei fatti ci vede parecchio in mora: il perdono. A chiederlo ci riesce facile e non smetteremmo mai di farlo. Quanto a darlo ne corre; ma non funziona così: ogni volta che ci apprestiamo a recitare la preghiera, dovremmo aver già provveduto, altrimenti suona stonato quel “come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Intanto insistiamo, così ce lo ricordiamo.

Tra il dire e il fare..

Scritto il 21 Luglio 2019 10:00 da Plinio Borghi

Tra il dire e il fare.. c’è di mezzo l’ascoltare. Non il sentire, bensì l’ascoltare, cioè il prestare attenzione, capire. Proprio l’altro giorno Rai 3 ha riproposto un intervento di Cacciari sul programma di Augias, dove il nostro sottolineava l’importanza della “filologia”, che studia il vero significato delle parole, e insisteva che solo così si arriva a capire e quindi ad ascoltare compiutamente. Il discorso si dilungava poi in modo magistrale sull’uso, anche allegorico, e sull’elaborazione dei vari concetti, possibile solo afferrandone la radice e il senso. Oggi il vangelo ci presenta l’episodio della visita di Gesù a Marta e Maria. Entrambe sentono il Maestro che parla, ma, mentre l’una si dà da fare per agevolare l’ospitalità, l’altra si ferma ad ascoltarlo, al punto che la prima si lagna della sorella, che non le dà una mano. Lascia sorpresi la risposta di Gesù: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”. Bella riconoscenza!, verrebbe da pensare, ma la realtà è che viviamo in un mondo che ci coinvolge in mille cose, ci distoglie con mille pensieri anche da quel minimo di preghiera che magari stiamo recitando e non ci lascia il tempo per fermarci un attimo e ascoltare. Gli stessi mass media non aiutano, ci martellano continuamente: riusciamo a sentire e anche a leggere, ma quanto ad ascoltare e ad introiettare ne passa. Se poi ci si mette anche lo scarso approfondimento “filologico”, la frittata è fatta e diventiamo avulsi dal contesto, che ci sfiora appena. Salvo che non ci colpisca, ma allora o si tratta di disgrazie o di fatti che ci riguardano. Il Vangelo, è un testo che non si presta ad approcci fugaci: va penetrato nel giusto modo e vissuto, entrambe le cose in modo dinamico e senza soluzione di continuità. A tal proposito è proprio oggi la festa del Redentore, un attributo del nostro Salvatore che è un progetto e racchiude e sublima tutti gli altri attributi possibili. Redimere significa riscattare, ed è un impeto che a Dio, nella sua infinita misericordia, è venuto subito dopo la disobbedienza dei nostri progenitori, mentre li stava cacciando. Capirlo, ci fa esplodere nell’antifona che udiamo ripetere alla Via Crucis in Colosseo: “Adoramus te Christe et benedicimus tibi, quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum” (Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo). Comprenderlo e riproporlo è un atto di riconoscenza.

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