Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Il rispetto dei diritti acquisiti

Inserito il 18 Ottobre 2020 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

Il rispetto dei diritti acquisiti: quante volte l’abbiamo tirato in ballo e nelle situazioni più disparate, in particolare nei rapporti di lavoro o pensionistici! Naturalmente con un’ottica diversificata a seconda degli interessi di ciascuno. Peraltro, il meno attento di tutti è sempre lo Stato, tanto pronto a esigere quanto restio a mantenere i suoi di impegni, anzi, disinvolto quando si tratta di passare come un rullo compressore sopra situazioni consolidate da norme e contratti da lui stesso sancite e sottoscritti. Le rivendicazioni in tali circostanze lasciano il tempo che trovano e a chi capita la vita stravolta nelle proprie aspettative se la deve mangiare. Perché mi sono imbarcato, con una certa nostalgia, in considerazioni di questo tipo, che un tempo mi vedevano piuttosto impegnato in campo sindacale e politico? Perché ho letto il vangelo di oggi alla rovescia: vi si parla di doveri verso Cesare e verso Dio, argomento sul quale i sedicenti volponi dei farisei tentano di ingabbiare il Maestro, per poi magari spiazzarlo con il potere di Roma. Ci vuol altro e tutti sanno com’è finita. Ebbene, m’è venuta la botta di guardarla stavolta sul piano dei diritti e la prima considerazione è stata quella di constatare quanto siamo curiosi come cristiani. Mi spiego. Mentre nella vita civile siamo molto più attenti e puntuali sul fronte dei diritti e molto meno su quello dei doveri (gli atteggiamenti sui comportamenti richiesti per l’epidemia sono l’ennesima conferma), in campo religioso è il contrario, complici i vari comandamenti e precetti che inquadrano la pratica della nostra fede. Lo stesso Gesù col “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” l’ha posta su questo piano. Invece, attraverso i vari Sacramenti, noi siamo divenuti titolari anche di diritti ben precisi: quello di essere figli di Dio e fratelli fra noi, quelli di riceverlo ed essere “soldati” difensori della fede, di avere Cristo a tutela del Matrimonio, di dedicare la vita al suo servizio nel sacerdozio. Sono condizioni che non comportano solo doveri. Perché allora non cerchiamo di difendere anche questi “diritti acquisiti” e pretenderne i conseguenti benefici? Non è forse vero che il Padre ci vuole tutti salvi? E allora quando ci rivolgiamo a Lui nella preghiera, impegniamoci doverosamente a comportarci meglio, chiediamoGli pure tutta la comprensione per le nostre mancanze, ma rivendichiamo altresì il rispetto dei diritti sanciti dai doni che ci ha voluto elargire. Sarà una forma di preghiera più “maschia” e consapevole.

“Tuti i salmi finisse in gloria”

Inserito il 11 Ottobre 2020 alle ore 10:01 da Plinio Borghi

“Tuti i salmi finisse in gloria”, usiamo ripetere quando, alla conclusione di un percorso, di un’opera, di un avvenimento ci si ritrova attorno al tavolo a mangiare qualcosa assieme. Pare che i riti non siano completati senza un minimo di rinfresco, anzi, spesso è proprio il fatto che sia previsto a sollecitare maggior presenza. È normale: il desco è o dovrebbe essere un’occasione d’incontro privilegiata, a partire dalla famiglia, di una comunità i cui componenti sono altrimenti indaffarati per mille impegni e incombenze. Anche nel Vangelo ci sono tante occasioni in cui i protagonisti si ritrovano per mangiare assieme, al punto che i detrattori trovano il pretesto per far passare il Messia per un amante della buona tavola o per contestargli in quei frangenti la frequentazione di persone di dubbia moralità. Gesù non si scompone e ribatte: consapevole dell’attrattiva di trovarsi a tavola, ne approfitta per recuperare il rapporto con i lontani. Ancora di più. Fa passare l’immagine del Regno dei Cieli, in molte occasioni, con quella di un gran banchetto dove tutti sono invitati. Perfino nella cena d’addio dice agli apostoli che avrebbe bevuto per l’ultima volta quel vino “vecchio” e che si sarebbero ritrovati per bere quello “nuovo” una volta salito al Padre. Sono allegorie efficaci e pregne di significato, non c’è dubbio, come lo è quella descritta dalla pericope di oggi. Sullo sfondo un padrone facoltoso, le nozze di un figlio e, ovviamente, un pranzo di tutto rispetto. Chi non ambirebbe ad esservi invitato, se non per gusto, almeno per prestigio? E qui il Maestro ci spiazza come al solito: quelli che contano hanno altro cui pensare e snobbano l’invito con mille pretesti. Non cominciamo a dire “ma se ci fossi stato io al loro posto” perché ci siamo e, dicevo poc’anzi, siamo tutti invitati. E quanti invece eludono, pensano solo alle loro preoccupazioni e ai loro problemi, non percepiscono l’onore e poi gli avanza di meravigliarsi se sentono che le prostitute e i pubblicani li precederanno, come si diceva qualche domenica fa? Oggi, nei fatti, avviene proprio questo: gli ingrati verranno castigati e le porte si apriranno a vagabondi racimolati dai crocicchi delle strade. Ma occhio a non sottovalutare la gratuità: l’esempio dell’estromissione dell’unico che “non aveva la veste nuziale” vuol significare appunto la mancanza di consapevolezza del dono, il limite della magnanimità. Perciò Gesù dirà un’altra volta che tanti sono i chiamati, ma pochi gli eletti. È un monito a non prendere le cose sotto gamba.

L’enciclica “Fratelli tutti”

Inserito il 4 Ottobre 2020 alle ore 10:02 da Plinio Borghi

L’enciclica “Fratelli tutti”, che il Papa ha deciso di firmare ad Assisi e proprio in occasione della festa di San Francesco, del quale, primo nella storia, ha assunto il nome, è un puntello per mantenere la barra a dritta nelle varie fasi di questa pandemia, un “bignami” di norme comportamentali per non farci depistare dal Covid-19. La coincidenza è stata voluta perché il Santo ha rappresentato e rappresenta l’essenza della fratellanza, che pretende di mettere al primo posto, prima che sé stessi, l’attenzione per il prossimo. Questo vale sempre, ma soprattutto in questo momento in cui sia l’osservanza delle norme, da una parte, sia la condivisione dei risultati delle ricerche, dall’altra, tendono ad attuarsi con una grettezza mai prima così evidente. Il Pontefice lo ha ribadito anche nei suoi interventi: agire per la salvaguardia della propria salute, ma in primis per il rispetto di quella altrui; collaborare per consentire ai Paesi che hanno mezzi inferiori o insufficienti di muoversi in sintonia. In buona sostanza, o se ne esce tutti assieme e migliorati da tali esperienze o l’individualismo e l’egoismo prima o dopo si pagano. Lo stesso discorso che vale per la salvaguardia della natura, altro argomento che preme al Santo Padre e sul quale, guarda caso, anche San Francesco si è speso totalmente. Traslando il significato della liturgia di oggi, e questa è proprio una vera coincidenza, il mondo, e di conseguenza la natura, è proprio la vigna che il Signore ci ha affidato affinché la migliorassimo e desse quei frutti a lui graditi e non “acini acerbi” (I lettura), men che meno che ne facessimo scempio. I messaggi che ci arrivano da tutte le parti ci stanno mettendo in guardia da un atteggiamento del tipo “io penso all’oggi e per quello che sarà domani ci penserà chi viene dopo”, perché faremo la fine di quei servi infingardi e non occorrerà nemmeno che sia il Padrone a ucciderli tutti: lo faranno molto bene da soli. I segnali ci sono già e inquietanti: ghiacciai che si ritirano in modo esponenziale, fenomeni meteorologici mai riscontrati prima (v/ il Vaia), semplici temporali che si trasformano in bombe d’acqua e così via. Anche prendersi cura di questo aspetto, già peraltro sollecitato dalla “Laudato si’” uscita in tempi non ancora così pregnanti, è un segno di fratellanza, che dev’essere per forza universale: i confini politici e geografici che ci siamo segnati ai fenomeni interessano ben poco e il recente Virus ce l’ha dimostrato.

Ah bravo! E ti va anca in ciesa!

Inserito il 27 Settembre 2020 alle ore 10:02 da Plinio Borghi

Ah bravo! E ti va anca in ciesa! Quante volte ci saremo sentiti ripetere questa frase a fronte di qualche marachella, se eravamo ragazzi, o di comportamenti incoerenti da adulti! Sappiamo qual è il concetto: se pratichi certi ambienti, se sei stato formato con certi principi, dovresti avere un’impostazione più corretta di altri, più esemplare. In realtà non è per nulla scontato, ma fa comodo il richiamo sia a chi sta da questa parte, perché non è neanche bello predicare bene e razzolare male, sia a chi si trova sul fronte opposto per l’ovvio confronto che ne deriva. Poi, alla fine, è nell’ordine delle cose che spesso troviamo esempi sublimi di apertura e di carità fra i cosiddetti lontani e, di contro, una totale mancanza di simili caratteristiche non solo fra i “bacia banchi”, ma addirittura fra gli stessi rappresentanti della Chiesa. Ciò non toglie che in ogni ambito, in ogni società, in qualsiasi espressione religiosa non vi siano analoghe e macroscopiche contraddizioni. Questo non sminuisce le nostre né ci giustifica e oggi il nostro Maestro, proprio per darla sui denti ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo, estrae dal suo cilindro senza fondo un altro dei suoi tipici esempi: quello dei due fratelli invitati dal padre ad andare a lavorare nella vigna. Uno risponde prontamente di sì, ma poi non ci va, e l’altro nicchia e tergiversa, ma poi ci ripensa e va. Gesù non si ferma alle formalità, ma va al concreto: chi ha fatto la volontà del padre? Domanda retorica. D’altronde, quante volte ci ha ammonito col «non a chi dice “Signore Signore” è garantito il Regno dei cieli, ma a chi opera il bene concretamente»? Certo, questo non vuol dire trascurare la preghiera o non dare peso anche alla forma, che in talune circostanze diventa pure sostanza, bensì dare la giusta importanza alle cose. San Paolo lo sottolinea in più circostanze quanto pesi la Carità rispetto a tutto il resto e oggi insiste con indicazioni che sembrano collocate ad hoc nel clima elettorale: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri…”. Mah! Parole al vento come furono quelle del Battista per gli interlocutori di Gesù? Stiamoci attenti, comunque, perché a snobbare alla fine si resta snobbati, specie se ci sembrerà di non aver fatto nulla di male e vedremo invece pubblicani e prostitute precederci nel Regno.

Siamo chiamati a scegliere

Inserito il 20 Settembre 2020 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

Siamo chiamati a scegliere: la scadenza elettorale ci sollecita uno dei diritti/doveri di maggior rilievo e cioè compiere opzioni responsabili per noi e per la nostra società. In sé, questo significa che non dovremmo ragionare secondo la logica del tornaconto personale, bensì nell’ottica complessiva di quello che riteniamo il bene comune, anche se ciò dovesse cozzare con gli interessi di parte. È con tale spirito che ci rechiamo alle urne? Ho i miei profondi dubbi, al punto che è da lunga pezza che ritengo che l’esercizio del voto non sia per niente libero; non almeno da condizionamenti e preconcetti. Nella migliore delle ipotesi assomiglia sempre più a una corsa di cavalli, scommesse incluse, e nella peggiore a una gara di braccio di ferro, dove i più incitano quello che giudicano il più forte. È il classico modo di pensare che ci contraddistingue e non lo usiamo solo in campo civile, ma pure in quello religioso, tanto che sfido chiunque a non provare un attimo di stizza nel leggere il brano del vangelo di oggi, quando il padrone della vigna corrisponde a tutti lo stesso compenso, che abbiano lavorato un’ora o un giorno. Sappiamo i motivi e Gesù non manca mai di stupirci e di richiamarci ad altre logiche diverse dalle nostre. Quella che, tuttavia, ci sferza in modo più sbrigativo e diretto è la prima lettura: “Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. … Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”. Come comportarci per cercare non dico di capire, ma almeno di far collimare il più possibile la nostra visione delle cose col disegno di Dio? In due modi: avere come riferimento ineludibile il Vangelo e sforzarsi di essere il più obiettivi possibile, specie quando accusiamo il Signore di guardare da un’altra parte. “Il Signore è vicino a chi lo invoca”, ripete il salmo responsoriale di oggi. Cerchiamo il confronto con Lui, in particolare quando ci assale il dubbio che il nostro modo di vedere sia un tantino soggettivo ed egoistico. Facciamolo togliendo noi stessi e le nostre pseudo sicurezze dal centro dell’attenzione e ci accorgeremo che le scelte sembreranno più oculate e più giuste. Alleniamoci così anche votando: rivisitiamo ciò che finora ci ha convinto e mettiamoci in panni diversi, così vediamo se rimaniamo saldi nelle stesse idee o se qualche dubbio ci fa vacillare. Sarebbe il primo passo verso una maggiore obiettività.

Non c’è verso: siamo vendicativi

Inserito il 13 Settembre 2020 alle ore 10:07 da Plinio Borghi

Non c’è verso: siamo vendicativi. Se dovessimo metterci di buzzo buono ad analizzare tutti i nostri stati d’animo a fronte di qualche torto o di qualche sgarbo subito, ci accorgeremmo che un “sottofondo” di rivalsa è sempre presente; per alcuni solo un po’ “sotto”, per altri molto più in “fondo”, ma c’è. “Ah, ma io non farei del male nemmeno a una mosca!”, potrebbe dire più di qualcuno. Vero, ma spesso la reazione si gioca sul piano dell’astensione: si toglie il saluto, non si telefona più, si evita di incontrarsi, non ci si mette una pietra sopra o, se lo si fa, però non si dimentica, ecc. Nei casi più attivi si gioca qualche dispettuccio e in quelli più gravi si medita di rendere la pariglia. E queste non sono che il substrato di gesti più eclatanti, che poi stanno alla base dello sgarro da far pagare, dell’onore da rivendicare, magari per generazioni, financo delle guerre, sempre all’insegna che “ciò che mi ha fatto non lo scordo” o che “l’onta va lavata col sangue”. Quasi che un atto di remissione o di perdono siano propri delle persone deboli e senza nerbo. La riprova, se ce ne fosse bisogno, si ha nella litigiosità legale che da sempre intasa i tribunali. Eppure nella stragrande maggioranza dei casi basterebbe girare la frittata: ci piacerebbe che gli altri trattassero noi negli stessi termini, in presenza di pseudo offese analoghe? Ci piacerebbe ottenere un po’ d’indulgenza? Non saremmo pronti a stimare la persona che ci perdonasse o addirittura mettesse una pietra tombale sulle nostre malefatte? Ci avanzerebbe di giudicarlo un debole? La liturgia di oggi, guarda caso, è tutta incentrata sulla bellezza e sulla grandezza del perdono, ma scende anche in modo pesante su chi cova solo sentimenti di vendetta (prima lettura) o di rivalsa (vangelo). In fin dei conti siamo tutti fallaci e tutti abbiamo bisogno di essere perdonati, ma è da mentecatti pretendere che lo facciano gli altri o, peggio, lo faccia Dio che è tanto misericordioso, senza che noi ci sforziamo di muovere un solo dito. L’unica preghiera che Gesù ci ha insegnato è il Padre nostro, nella quale chiediamo di essere perdonati come noi ci impegniamo a fare col prossimo che ci è “debitore”. Se però zoppicassimo in questo secondo aspetto, il castigo divino è garantito. Oggi il nostro Maestro non ci da misure riduttive: perdonare settanta volte sette, cioè sempre, ed essere misericordiosi come lo è il Padre vostro. Difficile? Intanto bisogna provarci. Ogni tentativo di svicolare è solo specioso.

Dire a Tizio perché Caio capisca

Inserito il 6 Settembre 2020 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

Dire a Tizio perché Caio capisca. A leggere il vangelo di oggi in maniera piatta vien da pensare che Gesù si perda in un paio di cose un tantino discutibili. La prima nel proporre una sorta di ritualità per riprendere il fratello in colpa, quando si sa benissimo che va per la maggiore, e non solamente da oggi, il criterio che a pensare ai fatti propri si campa cent’anni. La seconda nel concludere, in caso di refrattarietà al richiamo, che il fratello “sia allora per te come un pagano e un pubblicano”, cioè, per il concetto dell’epoca, un reietto, quando ci ha predicato in mille modi di amare il prossimo comunque, fosse anche il peggior nemico (comandamento peraltro richiamato anche da Paolo nella seconda lettura). È chiaro che non è così, anzi, io penso addirittura che il monito sia rivolto soprattutto a chi di noi è in colpa, affinché si predisponga ad accettare di venire ripreso e a rientrare nell’alveo della comunità: in poche parole a convertirsi. Ogni resistenza e l’eventuale rifiuto finale dell’offerta di grazia che ci è stata messa a disposizione non possono rimanere impuniti. Infatti, più avanti il brano riprende col mandato agli apostoli che tutto quello che legheranno e scioglieranno quaggiù avrà lo stesso effetto anche in cielo. Una disponibilità al perdono e all’incontro che non ha pari. Perché allora tutto questo largo giro, fino al punto, lo si vede nella prima lettura, da mettere quasi in mora chi non ha colpa rispetto a chi ce l’ha? Per dirci che in una comunità che si richiama al Vangelo siamo tutti parimenti responsabili gli uni verso gli altri: su ognuno pesa la propria salvezza nella stessa misura nella quale conta anche quella dell’altro. Non vale quindi il criterio opportunista dianzi citato che si fa bene a pensare ai fatti propri, perché è da gretti e non dispensa amore. Se poi il fratello non risponde a tono dopo essere stato avvertito delle possibilità di redenzione, si continuerà ad amarlo e sarà Dio a decidere della sua sorte. In questo caso la prima lettura è più esplicita: se tu non fai la tua parte, sarai corresponsabile davanti al Signore della sua disgrazia, ma se avrai agito bene ed egli non si convertirà, lui sarà comunque condannato e tu sarai salvo. Quanto a giudicarlo un pagano e un pubblicano non ci compete nella fase terrena, evidentemente, perche, tanto per usare un luogo comune, finché c’è vita c’è speranza. Sarà un discorso per dopo, quando avremo parte reale nella comunione dei santi.

Quanto più facile è dire di no

Inserito il 30 Agosto 2020 alle ore 10:04 da Plinio Borghi

Quanto più facile è dire di no, piuttosto che assumersi la responsabilità di un sì condizionante, pieno di incognite e di insidie! L’abbiamo sperimentato in questa emergenza pandemica in cui la confusione ha regnato sovrana, ma l’atteggiamento è storico. Lo si riscontra pure nell’esercizio dell’educazione: sappiamo quanto controproducente sia vietare tout court invece che valutare, verificare e aprire un confronto delicato. Analogo rischio è di minimizzare il pericolo per non essere costretti a dargli la giusta dimensione e quindi affrontarlo con i dovuti mezzi, operazione riservata a chi ne ha le capacità e la competenza, certo non ai pavidi e agli insicuri. Altra tentazione, presente soprattutto nella fase nella quale ci troviamo a realizzare progetti arditi, è quella di scegliere non dico il proprio tornaconto ma metodi più comodi, magari più rispondenti alle nostre attese che alle finalità progettuali. Tutto ciò non farebbe che intralciare la speditezza e l’efficacia di governo della situazione, sminuendo sia la validità del percorso sia l’autorevolezza di chi è deputato a realizzarlo. No, non ho alcuna intenzione di esemplificare: ognuno ha avuto l’opportunità di vivere le situazioni e non ha che l’imbarazzo della scelta per soppesare i fatti che le hanno caratterizzate. Ne ho preso spunto, tuttavia, per mettere ancora in evidenza come il Vangelo si inserisca appieno nell’attualità della nostra vita e fornisca precise indicazioni difficilmente eludibili. Oggi il “solito” Pietro, che ci rappresenta in modo emblematico, prende in disparte Gesù per dissuaderlo dal perseguire un progetto di redenzione del quale egli non coglie che l’aspetto devastante. Il Messia lo aveva appena reso edotto dell’estremo sacrificio, ma la cosa era scomoda, lo privava del suo riferimento ideale in cui si era disegnato un salvatore rispondente ai propri criteri, nulla a che vedere con la visione del Padre. E il Maestro, cui non difettano certo l’autorità e la determinazione, lo sega in modo brutale, dandogli addirittura del “satana”: “Tu mi sei d’intralcio perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”. Ecco la lezione magistrale, valida sia nelle scelte spirituali che in quelle sociali in cui siamo chiamati a essere protagonisti: quando sei al servizio di una cosa più grande di te, devi metterti al seguito e rinnegare te stesso per il bene della tua vita eterna nel primo caso e di quella di tutta la collettività nel secondo. Sta avvenendo così in noi e in chi ci guida? Domanda forse fin troppo retorica.

Compiacersi di noi stessi

Inserito il 23 Agosto 2020 alle ore 08:00 da Plinio Borghi

Compiacersi di noi stessi è una tentazione veniale nella quale è facile scivolare. A volte lo facciamo nella più totale intimità, se riusciamo a ultimare un lavoretto cui tenevamo o esprimiamo con destrezza le diverse abilità. Più spesso avviene quando ci supportano gli apprezzamenti altrui per le nostre opere o per le azioni che compiamo. Magari abbiamo messo tutto l’impegno possibile per ottenere certi risultati legati alla nostra intelligenza e/o alla spiccata manualità, entrambe utili in molti casi a toglierci dagli impicci, quindi non pare sconveniente più di tanto cedere a quel pizzico di vanagloria. Infatti, non lo è, se però ce l’abbiamo messa tutta per raggiungere il massimo del nostro livello e purché teniamo il debito conto dei vantaggi oggettivi di cui siamo stati dotati: i famosi talenti. Qualora invece avessimo la presunzione di attribuirci ogni merito, non saremmo più a un livello veniale ed ogni compiacimento, oltrecché suonare falso, darebbe soltanto fastidio. Penso che il taglio che Gesù ha voluto dare all’episodio riferito nel vangelo di oggi, fuori dalle interpretazioni ufficiali, sia stato proprio quello di mettere bene in chiaro il limite dei nostri meriti a fronte di quanto invece ci è stato donato. Altrimenti che senso avrebbe avuto un sondaggio estemporaneo su cosa pensasse la gente del Figlio dell’Uomo? Certamente Pietro, preso dal suo proverbiale entusiasmo, si sarà compiaciuto nel dire “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” e infatti il Maestro gli dà tosto corda col “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona”, pronto però a girargli la frittata aggiungendo “perché né carne né sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. In buona sostanza è come se gli avesse sì riconosciuto la correttezza della sua dichiarazione e la positività del suo intuito e della sua fede, ma che non se ne facesse vanto perché erano solo frutto di un dono gratuito, al quale ha saputo corrispondere. Tanto che poi gli conferisce un’investitura non da poco. Essere consci di tale gratificazione ci obbliga a valorizzare tutto ciò di cui disponiamo, come fecero i due servi della parabola dei talenti, e a non agire con come il terzo nei limiti di mera custodia, pena cedere al fatalismo che è l’anticamera della grettezza e dell’inanità. Andiamo piuttosto orgogliosi della fede, che in termini esistenziali è la cosa più bella che ci potesse capitare, e se riusciamo a compiere grandi cose gioiamo pure con noi stessi per il privilegio di essere strumento del Padre. In definitiva questa è vera umiltà.

Appropriarsi di Gesù

Inserito il 16 Agosto 2020 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

Appropriarsi di Gesù è stato il tentativo più praticato da duemila anni, sia dalle formazioni religiose, sia da filosofi, intellettuali, scismatici e financo dai suoi detrattori. Le motivazioni e gli scopi dichiarati sono stati i più vari, ma in realtà si riassumono in uno soltanto, quello di impossessarsi della Verità, per approfondirla, per svilupparla, per distorcerla a proprio uso e consumo o per negarla. Ebrei e musulmani sono l’esempio più eclatante, anche per la diffusione delle rispettive fedi, ma non va sottaciuta la situazione fra cristiani, in particolare fra cattolici e ortodossi, entrambi reciprocamente convinti che ad aver operato lo scisma siano gli altri. Sta di fatto che il Messia è entrato a piedi uniti nella storia dell’uomo e, com’era nelle previsioni, non poteva non sconvolgerla. È anche vero che il “popolo eletto” si sentiva il solo depositario del progetto di salvezza, ma è ovvio che la sua portata non poteva essere così riduttiva, tanto che il mandato finale è stato quello di evangelizzare tutto il mondo e di ricondurre tutti i popoli sotto la regalità del Figlio dell’Uomo. E a questa conclusione non si poteva arrivare che da strade diverse. Letto sotto quest’ottica, il vangelo di oggi è un po’ il “preconio” di quanto poi sarebbe accaduto in larga scala. Il Maestro che ci viene presentato sembra quasi sussiegoso, esclusivista nei confronti di quella Cananea che le chiede la guarigione della figlia. Cosa pretende quell’estranea, che Egli relega alla stregua di un cagnolino? Che si allarghino le maglie dei benefici destinati solo “alle pecore perdute della casa d’Israele”? È chiaro che la chiosa serve a dimostrare proprio il contrario, per evitare che qualcuno si creda in diritto di detenere il monopolio dell’azione salvifica dell’Unto dal Signore. Infatti, tanta è la fede che ella dimostra, nel pretendere almeno le briciole di quel pane destinato ad altri, che avviene la provocatoria conversione a U. Basterebbe questo per capire la portata del disegno del Padre per il riscatto dell’umanità, ma purtroppo l’uomo è proverbialmente duro di comprendonio ed egocentrico, per cui, invece di convergere e interagire nell’inseguire Cristo, tende ad farlo suo. Finora l’unica a poterlo dire con cognizione di causa è solo Maria, non tanto perché ne è madre quanto perché si è affidata totalmente al progetto di salvezza diventando corredentrice. La festa della sua Assunzione, appena trascorsa, è il degno epilogo del suo essersi fatta strumento. Se seguiremo anche noi allo stesso modo la sua strada, saremo parimenti gratificati.

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