Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Eh no, qui si sta barando…

Scritto il 23 Febbraio 2020 10:00 da Plinio Borghi

Eh no, qui si sta barando. Passi il discorso della montagna con la sfilza di Beatitudini che ne scaturiscono, tutte in controtendenza, ma si sa che il Messia non è venuto per fare l’allineato. Passi anche il concetto che dobbiamo essere (sale) senza apparire (mai visto nessuno andare contromano senza che nessuno se ne accorga!). Passi pure il fatto che questo tanto atteso Salvatore non si prefigga di abolire la legge, ma “solo” di perfezionarla, come abbiamo visto domenica scorsa (e già qui ci sarebbe da ridire, intanto per gli esempi tirati al massimo e poi perché alla prova dei fatti, con la scusa di osservarla per amore, siamo più “vincolati” di prima). Che si arrivi ora a pretendere di agire “contro natura” è eccessivo e che a farlo sia proprio il nostro Maestro, che ben conosce i nostri limiti congeniti, lascia perplessi. Non vorrei essere blasfemo nel sospettare che a barare sia proprio Lui. Non opporsi al malvagio, porgere l’altra guancia, non solo lasciare che ti derubino ma dare anche di più di quello che chiedono, fare più strada di quella che ti costringono a percorrere, non voltare le spalle a chi ti chiede un prestito, amare anche il nemico sembra proprio il colmo, specie se detto da Chi, per esserti veramente vicino, si è fatto uomo in tutta la sua accezione. Ma come, non lo sa Gesù della nostra indole aggressiva? Non gli bastano tutte le guerre che continuiamo a scatenare anche per futili motivi, senza contare il senso di fratellanza dimostrato da Caino? Non ha preso atto di tutto il nostro egocentrismo, che prescinde dal mero istinto di sopravvivenza? Certo che è a conoscenza di tutto e allora come può pretendere che se mi pestano un piede non reagisca come minimo con un calcio? Non ha forse reagito anche lui in malo modo con i mercanti del Tempio perché profanavano la casa del Padre? Allora bara, perché spinge al massimo l’acceleratore di una macchina che non è in grado di rispondere. E lo sa, tanto è vero che ci disarma spiegando che se seguiamo i nostri istinti siamo come tutti gli altri e che merito ne avremmo? Egli ci vuole santi, eroi nella fede. Nella prima lettura Dio parla negli stessi termini a Mosè: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo”. Certo, la santità del Vecchio Testamento non ha gli stessi contorni, ma la sostanza è quella. Allora Gesù bara, ma è una provocazione per stimolarci, perché non ci vuole uguali, bensì migliori in assoluto. Non ci resta che raccogliere la sfida e superare noi stessi.

L’osservanza della legge

Scritto il 16 Febbraio 2020 09:55 da Plinio Borghi

L’osservanza della legge dovrebbe essere per tutti una logica conseguenza del senso del dovere civico, se riguarda le leggi dello Stato. Nel comportamento comune sembra invece un peso cui dover sottostare o tutt’al più una convenienza da sopportare per il quieto vivere. Fatto sta che la loro violazione, se non è rilevabile, non ci sconvolge poi tanto, anzi, a volte ci vede anche impegnati. Chi legge riterrà ora che io mi riferisca all’ambito fiscale. Troppo facile e scontato! Penso invece al codice stradale e in particolare ai limiti di velocità, come quello della nostra tangenziale Est, dove da poco tempo si è introdotto in due tratti il famigerato “controllo elettronico della velocità” con tanto di visibilissimo apparecchio contraddistinto dal cappello da vigile. Le contravvenzioni che vengono elevate sono ancora parecchie, ma in generale il comportamento degli automobilisti è curioso: si registra un sensibile rallentamento nei pressi dei due punti interessati, salvo poi riprendere il consueto superamento dei 90, pur previsto su tutto il percorso. Non parliamo poi di dove non ci sono controlli: il malcapitato che si trovasse a rispettarli sarebbe continuamente apostrofato come minimo con insofferenti colpi di clacson. Eh, va be’, si dirà, sulle norme fiscali e stradali si ragiona facile, ma sul resto… Potrei continuare, ma non c’è spazio per tutta l’aneddotica. Se ognuno riflette, se la costruisce da sé. Il guaio è che se usiamo lo stesso criterio nell’ambito religioso, dove oltretutto il rispetto delle leggi dovrebbe essere solo frutto dell’amore, per Dio e il prossimo si diceva domenica scorsa, ci inganniamo da soli. Gli ebrei del tempo di Gesù erano subissati da una caterva di norme, tanto che il Maestro un giorno è sbottato contro i sacerdoti stessi, accusandoli di caricarle sulle spalle altrui, ma di guardarsene bene dall’osservarle. Anche là senz’altro si eludeva, quando si riusciva a non dare nell’occhio. A noi non è concessa questa possibilità: oggi nel Vangelo il Messia chiarisce che non è venuto per abrogare alcunché, ma solo a perfezionare. E come? Molto semplicemente introducendo un “metodo” nuovo: se mi ami, se mi dici che per me saresti disposto a tutto, allora comportati di conseguenza, con me e con il prossimo tuo che mi rappresenta. In buona sostanza non ci obbliga a fare nulla per forza, neanche a rispettare i precetti, ma su tutto misura il bene che diciamo di volergli. Fare le “scarampetole” con Lui, allora, non serve.

La ciliegina sulla torta

Scritto il 9 Febbraio 2020 09:44 da Plinio Borghi

La ciliegina sulla torta è l’ultimo tocco che si dà a un’opera prima di dichiararla completamente finita, della serie “anche l’occhio vuole la sua parte”. In effetti, non ci si riferisce a una guarnizione necessaria, poiché la sostanza è ben altra e il più delle volte quella essenziale nemmeno si vede, ma guai se questa venisse meno! Per una costruzione muraria potrebbero essere le fondamenta, il cemento armato, le pietre, tutto poi ricoperto da intonaco; oppure in una struttura di legno il legno stesso, le travi e così via. Non parliamo del campo culinario, dove c’è un elemento che, se manca o è eccessivo, potrebbe rovinare qualsiasi raffinato menù: il sale. Ed è proprio questo che Gesù oggi prende a paragone per definire il ruolo del cristiano. A quale enorme responsabilità siamo chiamati! Essere il sale della terra è dire che senza il nostro apporto ogni situazione si svilisce, diventa inconsistente, perde ogni appetibilità. Non ci è richiesto appunto di apparire, non siamo un fattore di contorno, come la ciliegina sulla torta, bensì essenziale. Come esprimere questa essenzialità? Dando corpo nei fatti al Vangelo, dimostrando cioè la nostra coerenza ai due semplici comandamenti che il Maestro ci ha dato e nei quali sono riassunti tutti gli indirizzi contenuti nella Bibbia. Il minimo comun denominatore fra loro è l’amore, verso Dio e verso il prossimo: non c’è l’uno senza l’altro. Lo dice anche San Paolo, che potremmo essere pure superlativi in tutto, ma se ci manca la carità siamo bronzi che suonano a vuoto o, per restare in tema, un sale che non dà sapore, buono solo ad essere calpestato. Attenti, però, a non eccedere nella platealità del nostro agire: otterremmo l’effetto opposto, come per il sale troppo abbondante e saremmo rifiutati. Dobbiamo allora nascondere la nostra luce sotto il moggio, agire cioè nel nascondimento? Certo che no, altrimenti a che serviamo? Anzi, Gesù ci dice che la lanterna, per far luce, va posta in alto. E allora come conciliamo le due cose? Col metodo, che poi diventa sostanza, dell’umiltà, altro grande insegnamento del nostro Maestro. Le opere buone si vedono bene, senza bisogno di muoversi con ostentazione. Noi non brilliamo di luce propria, ma della luce del Cristo, di cui siamo portatori e interpreti. La parola d’ordine oggi ci viene direttamente dalla colletta: essere ardenti nella fede e instancabili nella carità. Il ruolo di luce e sale della terra diventa allora una logica conseguenza.

Luce degli occhi miei!

Scritto il 2 Febbraio 2020 10:02 da Plinio Borghi

Luce degli occhi miei! Quante volte pronunciamo questa frase sollevando per aria il tenero virgulto che ci sorride divertito! Beh, come genitori senz’altro, più ancora le mamme, ma anche i nonni se la cavano e forse con molta più enfasi dei genitori stessi: vedono in questo frugoletto il compimento delle loro aspettative, sentono che sarà lui a dare concretezza a ciò per cui hanno finora lottato e nella gran parte dei casi lo stanno ancora facendo. Forse non riusciranno a vedere come lo farà, è la logica del ciclo della vita, ma si sentono già fortunati perché la risposta alle attese è già lì, fra le loro mani. I genitori avranno poi il compito di allevare, educare e avviare, i nonni solo di goderselo (salvo coinvolgimenti maggiori, ma non è questo il punto). Ebbene, c’è stato un vecchio profeta, descritto nel vangelo di oggi, certo Simeone, che rappresenta alla perfezione questi sentimenti. A lui, uomo pio e giusto, lo Spirito Santo di cui era ripieno aveva promesso che non sarebbe morto prima di aver incontrato il predestinato a salvare Israele. L’ansia lo pervadeva quel giorno e sentiva che il momento era giunto, tanto da precipitarsi al tempio in concomitanza con l’arrivo della santa Famiglia. E la gioia gli sprizza da tutti i pori, quando, sollevato il bambino, prorompe in quel famoso cantico che ancora oggi si recita nella liturgia delle ore, alla Compieta: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza. Luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo”. Quindi anche questo vecchio sapeva che non avrebbe visto in che modo il Messia avrebbe assolto a tutto ciò, ma era già appagato e al settimo cielo solo per averlo visto, tanto che la scena è mirabilmente apostrofata dalla profonda antifona al Magnificat: “Il vecchio portava il bambino, ma era il bambino che reggeva il vecchio”. Tanta fu l’enfasi, che se ne meravigliarono anche i genitori stessi, che pur erano protagonisti del grande mistero. Probabilmente non si aspettavano che fosse così ben percepito fuori dalla loro cerchia. Stessa meraviglia di tutti i figli, quando si accorgono che i propri genitori, nel diventare nonni, danno la stura a una mutazione fino a quel momento impensabile. Fervorino finale fuori tema: Gesù, Giuseppe e Maria, che erano al di sopra della legge, vi si sono sottoposti fino in fondo. Noi, millantatori che spesso ci arroghiamo il contrario, prendiamone atto e tiriamo le dovute conseguenze.

Provare a cambiare lavoro

Scritto il 26 Gennaio 2020 10:11 da Plinio Borghi

Provare a cambiare lavoro sarebbe un’esperienza da compiere almeno una volta nella vita. I motivi sono vari: uscire dalla routine, fare nuove esperienze, mettere alla prova le capacità e lo spirito di adattamento, a volte sfidare il rischio, comunque acquisire un confronto con quanto si lascia, che va annoverato a bagaglio d’esperienza. Di norma non è il caso di farlo come un salto nel buio, a meno che non diventi una fuga, ma come ricerca di una situazione migliore, meglio poi se paga e appaga di più. Appartengo a una generazione che è cresciuta col pallino del lavoro fisso e sicuro, anche se con scarse prospettive di folgoranti carriere (cosa che in effetti non ho fatto), ma vedo che, nel tempo, volenti o nolenti, le cose sono cambiate sempre di più in favore di una mobilità “funzionale”, che poi è approdata, purtroppo, in forme di sfruttamento e oggi sembra più figlia della precarietà, che altro. I giovani, quelli che riescono a ottenere un lavoro, non si pongono nemmeno la domanda se conviene cambiare, tanto non dipende da loro, salvo che non optino per mutamenti radicali che includano anche il cambio di Paese (lo si considerava anche nel foglio “L’incontro” della settimana scorsa). Penso che anche nei tempi passati simili problematiche si siano alternate, con tendenza, tuttavia, alla stabilità ovvero a subire una mobilità forzosa. Giusto l’altro giorno si dava risalto alla notizia del grave inquinamento nei grandi fiumi asiatici e ho provato angoscia al pensiero di tanti milioni di persone che da millenni vivono e hanno costruito civiltà attorno ad essi. Oggi si trovano costretti a non si sa quali alternative. Non hanno invece avuto di queste preoccupazioni gli apostoli che il vangelo di oggi ci racconta: al richiamo di Gesù, che già conoscevano e appariva loro un riferimento più che autorevole, lasciano le reti sulle quali da sempre ruotava la loro vita, e lo seguono senza indugio. Tutto ciò va contro ad ogni logica sulla quale si è ragionato finora (ma d’altronde è tipico del vangelo): non si sa cosa si vada a fare e quindi nulla di appagante, almeno in premessa; si cambia senza ragioni economiche né costrizioni, anzi, si lascia il certo per l’incerto; niente regole d’ingaggio se non quella di seguire il Maestro e diventare pescatori di uomini, cose quanto mai aleatorie e il seguito lo confermerà. Un salto nel buio, insomma. Quindi: l’autorevolezza di Gesù è stata più che sufficiente. Fosse sempre così per la nostra fede!

Il coraggio di testimoniare…

Scritto il 19 Gennaio 2020 10:00 da Plinio Borghi

Il coraggio di testimoniare il nostro status di “cristiani”, ai quali è stata rivolta la manifestazione di cui si parlava domenica scorsa nel corso del Battesimo di Gesù, è insito nel messaggio che parte dall’evangelista Giovanni, che oggi “sostituisce il titolare” Matteo. Siamo ancora sulle rive del Giordano, come si accennava l’altra settimana, e il Battista ha appena assistito al tutto da una posizione indubbiamente privilegiata. Forse sono stati attimi concitati e la gente faceva ressa lì attorno, ma poteva trattenere una cosa simile solo per sé? È la domanda che dovremmo porci tutti, sempre, dal momento in cui abbiamo ricevuto il battesimo e poi via via tutti gli altri sacramenti e fino a ogni volta che abbiamo celebrato l’Eucaristia e stiamo uscendo dalla chiesa, quando dovrebbe cominciare la vera Messa, che consiste nell’esternare a tutti ciò di cui siamo stati protagonisti. D’altronde è il compito più importante che il nostro Salvatore ci ha assegnato: rendergli testimonianza, con le parole, con il comportamento, con la carità, con l’amore reciproco, proprio dal quale si dovrebbe capire che siamo suoi seguaci. Giovanni Battista non era certo uno sprovveduto, conosceva bene le scritture e gli è bastato fare uno più uno per puntare il dito e indicarlo a tutti come l’agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo. Una frase semplice e lapidaria, ma che faceva sintesi di tutto il progetto di salvezza che si stava attuando, compreso l’epilogo: l’agnello è l’animale sacrificale per eccellenza e se tale era destinato a essere il Figlio di Dio era evidente che l’intervento si proiettava a livello universale, nessuno escluso. Ce la facciamo ad alzare un po’ il livello emotivo per essere protagonisti di tale disegno e ad avere lo slancio necessario a coinvolgere chi ci incontra? Dal 18 al 25 di questo mese ci attende come ogni anno la settimana per l’unità dei cristiani. Purtroppo non è stato e non è un buon esempio la nostra divisione, proprio perché va a indebolire la testimonianza di cui stiamo parlando. Se ci fossero in campo solo questioni teologiche sono convinto che un modo per superarla l’avremmo già individuato da mo’. Invece la nostra debolezza umana sa arricchirsi di tante inezie, come l’orgoglio, il prestigio, il protagonismo, l’interesse economico ecc., da farle diventare barriere, puntellate poi da strumentali questioni ideologiche. A quando la svolta? A quando il coraggio di un grande salto? Intanto preghiamo e continuiamo, in tutta umiltà, a rendere testimonianza.

I cosiddetti tre “miracoli”…

Scritto il 12 Gennaio 2020 10:00 da Plinio Borghi

Dei cosiddetti tre “miracoli” che contraddistinguono la manifestazione del Signore, siamo al secondo: il Battesimo. I primi due, l’Epifania e il Battesimo, appunto, vengono riproposti tutti gli anni, mentre il terzo, la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana, ricorre nella liturgia dell’anno C. I fatti di questa e della prossima domenica si svolgono nella stessa location ad opera di due diversi evangelisti, Matteo e Giovanni, come fossero in sequenza cronologica. Perché? Oggi si vuol porre l’accento sulla consapevolezza pure del nostro battesimo, tanto che al posto della professione di fede (il Credo) è in facoltà proporre la rinnovazione delle promesse battesimali, mentre la prossima settimana l’attenzione si sposta sulla testimonianza. C’è già l’anticipazione del Battista che avverte come dopo di lui, che si serve dell’acqua per sancire la conversione, arriverà uno che battezzerà in Spirito e fuoco; l’abbiamo sentito durante l’Avvento. Stavolta ci siamo, ma il Maestro lo spiazza presentandosi per sottoporsi al rito alla pari degli altri. “Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”, dice il Messia al secondo cugino riluttante. Già questo basterebbe a noi per indurci a un serio esame di coscienza, specie quando siamo portati a eludere il Sacramento della penitenza con la scusa che in fin dei conti non abbiamo fatto nulla di male da dover confessare. Gesù si rifà spesso alle scritture nell’adempiere a cose che in realtà a lui non servirebbero e non agisce per rispetto alle formalità né per fare il Pierino di turno, bensì per metterci con le spalle al muro: se l’ha fatto lui nessuno può mettersi a confronto con chicchessia col pretesto di eludere il proprio dovere. E infatti, quasi a solennizzare la magnificenza del gesto, a Giovanni si presenta una scena apocalittica: i cieli si aprono, scende lo Spirito sotto forma di colomba e una voce dal cielo che proclama la frase ormai nota “Questi è il Figlio mio l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. Qui andiamo oltre: non siamo più a un stella che indica il cammino dei magi, non siamo all’angelo che annuncia ai pastori lo straordinario evento: è Dio stesso che si svela nella sua più alta espressione, quella trinitaria. Ce n’è per tutti e ne avanza anche per coloro che hanno pensato, sin dagli inizi della storia della Chiesa, e pensano tuttora di mettere in discussione la natura divina di Gesù. È pertanto una manifestazione a tutto tondo che celebriamo oggi e che ci garantisce nella forza della fede.

L’epilogo si fa inizio

Scritto il 5 Gennaio 2020 09:15 da Plinio Borghi

L’epilogo si fa inizio. Nella comune concezione di questo periodo natalizio che volge al termine, l’Epifania ne segna la conclusione: tutti i richiami religiosi e profani vengono riposti e l’attenzione tende a rivolgersi ad altro. Ci mettiamo alle spalle il vissuto, come se dovessimo relegarlo solo a livello di esperienza, in analogia a quanto facciamo con i fatti comuni della vita. In realtà il Natale non può essere inteso così, innanzi tutto in quanto evento straordinario e poi perché, anche in campo spirituale, è una nascita a tutti gli effetti, senza la quale anche gli atti successivi, pur se determinanti come lo sono la morte e la resurrezione, non sarebbero potuti accadere. Va da sé che di quel momento e dei suoi effetti va fatto costante riferimento nel proiettare il nuovo anno che ci aspetta, sotto ogni profilo. L’Epifania, la prima manifestazione di quello che è successo a Betlemme, diventa pertanto l’inizio del percorso, che sarà articolato, ce lo insegnano i Magi, nell’incessante ricerca (pensiamo agli studi che hanno intrapreso i Magi, oltretutto pagani, per interpretare le sacre scritture e al lungo cammino che hanno intrapreso) e nel portare sempre nel cuore questo stimolo del rinnovamento. Una siffatta nascita deve costituire sempre un totale stravolgimento, sia perché lo è effettivamente stato sul piano storico, influendo sulla vita di tutti e a livello globale, tanto da non poterne prescindere, sia perché, se non lo fosse ancora oggi, sarebbe inutile anche il semplice farne memoria. Per questo la Chiesa continua a proporre a più riprese in questo periodo storico il Prologo del Vangelo di Giovanni, che una volta si leggeva al termine di ogni Messa. Lo fa anche oggi seconda domenica dopo il Natale: esso riassume sinteticamente ed efficacemente il progetto di salvezza. Nella vecchia liturgia, quando si proclamava la parte centrale della pericope, “E il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, ci si inginocchiava, per sottolineare la funzione di perno che un simile evento occupava, non solo nell’avventura umana, ma anche nel pensiero di Dio e del suo progetto. Un attimo prima, però, si evidenzia come il mondo non lo abbia riconosciuto: “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. Umanità ingrata! Ciò nonostante ancora prediletta e salvata. Resta a noi credenti un compito: non rendere vano l’amore che Dio ci ha dimostrato facendo in modo che anche il Natale testé trascorso diventi sempre più volano per la storia di tutti. Il compito per quest’anno è assegnato.

Saper dare una sterzata

Scritto il 29 Dicembre 2019 09:50 da Plinio Borghi

Saper dare una sterzata in parecchie occasioni è fondamentale; per chi poi guida può diventare addirittura vitale. In questo periodo pre e post natalizio emerge una figura che di sterzate ha dovuto imprimerne molte: è quella a noi cara di Giuseppe, che questa domenica festeggiamo con tutta la Santa Famiglia. A partire da quando meditava di ripudiare Maria, che non era incinta di lui: invece ha accolto l’invito dell’angelo e subito l’ha presa comunque come sua sposa. Fino alla partenza dei Magi per la via del ritorno, il percorso è stato irto di ostacoli e abbiamo visto come si è adoperato per agevolare la nascita del divino Bambino. Tuttavia la tranquillità era destinata ad avere vita corta in quel nucleo speciale. Ora c’era Erode agitato e il nostro deve sterzare ancora e fuggire in Egitto, altro sito non molto ospitale, dove sarà costretto a organizzarsi per una sosta prolungata, in attesa del “contrordine”. Che finalmente arriva (altro cambiamento radicale): la strada del rientro ha il sapore del rimpatrio e lascia spazio a sogni di stabilità nella natia Giudea. Macché: lì un tale Archelao, figlio di Erode, sta ancora facendo “ucci ucci” e non è aria. Altra sterzata, immediato dirottamento verso la Galilea in quel di Nazaret. Non passerà molto che, di ritorno da Gerusalemme, Maria e Giuseppe dovranno effettuare un nuovo dietrofront improvviso perché Gesù s’era “perso” nel tempio a ragionare con i dottori. Gli evangelisti non ne raccontano altre, ma c’è da credere che la vita di siffatto Personaggio in casa abbia richiesto ancora qualche decisione repentina. E qui conta la parola chiave che fa scattare la molla di Giuseppe, la stessa che ha fatto scattare anche quella di Maria: “Eccomi”. Una parola che esclude qualsiasi indugio nel compiere la volontà del Padre e che l’ha resa in un attimo Colei che celebriamo il primo giorno dell’anno: Madre di Dio. Certe scelte, certe sterzate richiedono immediatezza e, specie quando riguardano la risposta al disegno divino, non possono essere tacciate di avventatezza, anzi, diventano fondamentali, come si diceva all’inizio, e per certi versi proprio vitali, perché danno alla vita stessa un senso. Il “senso”, diceva il nostro ex patriarca Scola nella prefazione della sua biografia, ha una doppia valenza: significato e direzione. Allora “Eccomi!” è una parola che dovrebbe entrare a far parte anche del nostro bagaglio di fede e non ci resta che prendere spunto da Giuseppe ed affidarci a Maria affinché ci insegni bene come usarla.

Il programma ha funzionato!

Scritto il 22 Dicembre 2019 10:00 da Plinio Borghi

Il programma ha funzionato! La fase di avvio è conclusa. Abbiamo pregato che le nubi stillassero dall’alto la loro rugiada e la terra si aprisse per germogliare il Salvatore. Così sta avvenendo. Il cielo si è squarciato e la terra fecondata si è aperta al grande fenomeno: ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio, tutto secondo le scritture. L’angelo che appare a Giuseppe, racconta l’evangelista, le riprende per tranquillizzarlo, ma a noi non serve fare tanto i sofisti: il pacchetto che abbiamo acquistato (la fede) includeva tutto e lo Spirito Santo ci è già stato garante della sua comprensione. Ora, novelli Giuseppe, ci spetta il compito di “tutelare” i fatti e di consegnare al mondo questo evento che si rinnova e al quale, come credenti e cristiani, assistiamo in prima persona. Gesù, assumendo a tutti gli effetti la nostra natura umana, ne ha accettato anche le regole e le conseguenze, non potendosi pertanto sottrarre ai problemi contingenti che ciò ha comportato e comporta. Allora ci furono le peripezie, a cominciare dal posto in cui poter nascere e fino alla fuga in Egitto per Erode che lo voleva a tutti i costi eliminare, presumendo una concorrenza che non c’era. Oggi è ancora alle prese con l’incredulità, la diffidenza, la derisione, la persecuzione dei suoi seguaci e con i detrattori che lo vorrebbero “detronizzato”, perché dà fastidio la sua regalità e il trono su cui si è assiso: la croce. In trent’anni di vita nel nascondimento ha percorso tutta la strada della sua formazione in famiglia e fuori, come ciascuno di noi. Ha avuto anche le sue tentazioni e i suoi momenti di debolezza, come nell’orto del Getsemani, quando chiese al Padre di allontanare il calice amaro che aveva progettato per lui. Poi, tuttavia, ossequente al mandato, l’ha bevuto fino in fondo. Oggi la sua nascita dà la stura a tutto questo e “l’App natalizia” che abbiamo scaricato durante dell’Avvento ci aiuterà a seguirlo in questo percorso e a proiettare noi e gli altri nella sua evoluzione. Se l’applicazione è stata preparata e impostata correttamente, da questo momento entrerà a regime e produrrà frutto. Sennò il Natale ci passerà sopra la testa e ci ritroveremo frastornati dal carnevale e con la Quaresima alle porte senza uno strumento efficace e una base per affrontare il grande mistero della redenzione, che passa attraverso la morte e resurrezione del Salvatore. Ne abbiamo ben donde per augurarci con serietà e convinzione un BUON NATALE.

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