Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi (Gal 5,1)

Scritto il 27 Febbraio 2011 08:00 da Don Stefano Cannizzaro

Una cosa che mi ha sempre colpito leggendo le lettere di san Paolo è il coraggio e la libertà di questo grande apostolo. Un uomo capace di parlare con franchezza di fronte a tutte le situazioni.

Anche nella lettura che la liturgia ci presenta questa domenica, appare questa forza di Paolo: “A me importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano […] il mio giudice è il Signore!”.

Paolo sa che tutta la sua vita è legata in modo indissolubile all’amore di Cristo, e questo lo rende capace di essere superiore ai giudizi, alle critiche, alle fatiche che ogni comunità comporta.

Ci sarà un giudizio – questo Paolo lo sa – ma sarà il giudizio di Colui che ha dato la vita in croce per noi. Un giudizio che “manifesterà le intenzioni dei cuori”. Proviamo anche a noi a vivere con questa libertà che ci ha donato Cristo, perché solo così alla fine “ciascuno riceverà da Dio la lode”.

Don Stefano

Nota sull’editoriale di questa settimana

Scritto il 20 Febbraio 2011 08:12 da Redazione Carpinetum

Questa settimana lo spazio dedicato all’editoriale del parroco sul nostro foglio parrocchiale è stato utilizzato per presentare la visita del Santo Padre del 7 e 8 maggio 2011, dalle finalità al programma a come parteciparvi. Potete leggere tutto su Lettera Aperta del 20/2/2011.

Una sapienza che non è di questo mondo

Scritto il 13 Febbraio 2011 08:00 da Don Danilo Barlese

Fratelli, tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma, come sta scritto: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano». Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.  (1Cor 2,6-10)

Alcuni componenti della giovane comunità di Corinto ritenevano di essere dei «perfetti», cioè degli iniziati a una sapienza particolare e degli «spirituali», cioè illuminati dallo Spirito. I semplici credenti, rimasti, a loro giudizio, al livello della pura adesione al messaggio cristiano, da costoro erano invece disprezzati.

Questo gruppo di “credenti” si faceva forte di una pretesa superiorità derivante dal presunto possesso di una conoscenza profonda e divinamente ispirata circa il mondo divino e i destini eterni dell’uomo.

Il disprezzo non doveva risparmiare neppure lo stesso Paolo che a Corinto si era distinto non come dotto maestro ma quale predicatore del vangelo di Cristo crocifisso e risorto.

Questi versetti vanno colti all’interno di questo discorso polemico nei confronti del gruppetto degli “illuminati”. Paolo impartisce una vera e propria lezione ai suoi orgogliosi contestatori. Egli si presenta certamente in possesso di un pensiero sapienziale. Non si tratta, certo, della sapienza propria del mondo presente, respinta sopra come pretesa orgogliosa di autocostruzione al di fuori e contro Dio. Non è quella posseduta dai “dominatori” di questo mondo, cioè dalle potenze del maligno e neppure quella frutto di bravura personale e superiori capacità intellettuali e spirituali rivendicata da alcuni Corinzi.

Paolo si riferisce a una Sapienza che è propria di Dio, cioè del suo disegno eterno, elaborato prima ancora dell’origine del creato, finalizzato alla salvezza ultima dei credenti, tenuto nascosto agli occhi di tutti. Egli insiste su quest’ultimo aspetto, facendosi forte dell’autorità della Sacra Scrittura: nessuno ha mai potuto conoscere quanto Dio ha preparato in anticipo per quelli che lo amano.

Inaccessibile allo sguardo umano, nascosto da sempre in Dio, ora però il disegno sapiente è stato disvelato a Paolo e ai discepoli battezzati con una particolare rivelazione dello Spirito. La conoscenza della sapienza divina è dunque frutto di grazia – dono ricevuto – per nulla conquista umana di cui poter vantarsi. Chi la possiede è soltanto il beneficiario di una luce divina penetrante, proveniente dallo Spirito. Paolo dunque può parlare di una sapienza superiore soltanto perché, a sua volta, l’ha ricevuta dall’alto. è la “follia” d’amore della Croce del Cristo crocefisso e risorto.

La pretesa di alcuni Corinzi di essere “cristiani adulti”, «spirituali» e perciò liberi di giudicare tutto e tutti senza essere giudicati da nessuno, si rivela illusoria.

Don Danilo

Non sapere altro se non “Cristo Crocifisso”

Scritto il 6 Febbraio 2011 08:00 da Don Danilo Barlese

La “logica della Croce” seguita da Dio, San Paolo la descrive anche a partire dalla sua esperienza sotto due punti di vista: nella sua predicazione e nella sua persona.
Giunto a Corinto dopo lo scarso interesse dimostrato presso “i sapienti” di Atene, Paolo cercò di annunziare il disegno di salvezza di Dio senza ricorrere alla dialettica e al parlare forbito.

Non rivestì il nudo messaggio evangelico con strategie “accattivanti”. Di proposito, invece, si attenne al puro e semplice annunzio di Cristo crocifisso, senza velarne in nulla il carattere scandaloso e vergognoso di proposta divina di salvezza degli uomini. Nessuna facilitazione, dunque. Eppure, a Corinto Dio suscitò, per mezzo della sua parola disadorna, una comunità di credenti!

Del resto, tra i lavoratori del porto di Corinto, nessun sostegno umano poteva raccomandare la sua persona di Paolo presso gli ascoltatori. Il messaggero e il messaggio fanno tutt’uno: l’uno e l’altro furono privi di qualsiasi “valore” capace di garantire, persuadere, spianare la strada all’accoglienza.

Paolo però era consapevole di essere sostenuto dallo Spirito Santo.
La predicazione, infatti, fu accompagnata da segni di vita, di conversione, di amore.

Invece di espressioni di “potenza umana” si verificarono manifestazioni chiare di “potenza divina”. Tutto si svolse secondo una legge intrinseca alla realtà del Vangelo: l’adesione degli ascoltatori non si compirà per effetto del seducente splendore della dialettica del predicatore, ma sarà unicamente espressione di fede in Dio e nella sua potenza salvatrice.

È qui in gioco l’autenticità del credere. Accettare la croce di Cristo significa rinunciare non solo a far valere orgogliosamente se stessi e le proprie capacità in campo salvifico, ma anche desistere dal far affidamento sulle forze gratificanti di maestri e leaders umani.

La predicazione di Cristo crocifisso libera anche dall’orgoglio e sospinge l’uomo a una decisione di fiducioso abbandono nel Dio della Grazia che si rivela nell’evento della morte e risurrezione di Gesù.
In sintesi, la croce di Cristo, se per i credenti è simbolo del “potente” e “sapiente” progetto salvifico di Dio, è espressione d’impotenza e d’infamante follia per il criterio di questo mondo.

La Croce gloriosa del Cristo, crocifisso e risorto
– costituisce il contenuto della predicazione cristiana
– configura l’aspetto della comunità dei credenti
– determina la forma del messaggio apostolico
– qualifica la persona stessa del predicatore.

La Croce di Cristo si presenta come chiave interpretativa determinante del volto dell’uomo e del volto di Dio. Sulla croce di Cristo, Dio e l’uomo si esibiscono la rispettiva carta d’identità, non adulterata.

Don Danilo