Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Iscrizioni al Centro “Il Germoglio”

Scritto il 3 Febbraio 2013 08:00 da Don Gianni Antoniazzi

Da lunedì 28 gennaio sono aperte le iscrizioni per tutti al nostro Centro Infanzia “il Germoglio”

Senza essere in alcun modo polemico con altre scuole paritarie devo dire che la struttura de “Il Germoglio”  si presenta con la massima serietà a tutto il territorio.

Ad indicare la bontà del servizio e la qualità della struttura basta un dato: gli interni che nei giorni scorsi dovevano rinnovare o meno l’iscrizione per l’anno prossimo hanno tutti, senza alcuna eccezione, confermato. Anche quelli che dal nido dovevano decidere se entrare o meno nella materna hanno dato praticamente in blocco la propria adesione: solo 3 su 21 hanno dovuto trasferire altrove il proprio bambino. Da lunedì 28 le iscrizioni sono aperte a tutti. Ci sono circa 15 posti liberi per la scuola materna e altri 30 per il nido.

Il lavoro fatto in silenzio negli ultimi mesi ci permette di parlare con serenità assoluta del Centro Infanzia “Il Germoglio”. La gestione saggia ed oculata del bilancio offre stabilità per garantire molti anni di lavoro sereno. C’è affiatamento fra le educatrici e la struttura è sana. Siamo fra i pochissimi ad avere una mensa interna certificata e un servizio di pulizie  svolto da personale nostro che da molti anni ha affetto per questa struttura. Genitori e nonni capiscono che queste sono garanzie per le famiglie. Da parte mia spero che tutti i posti disponibili vengano occupati, se possibile, da famiglie della nostra comunità.

Ringrazio in modo particolare Lina Tavolin per il lavoro svolto fin qui e incoraggio tutti a proseguire “ad multos annos”.

don Gianni Antoniazzi

GRAZIE!

Scritto il 18 Settembre 2011 07:45 da Don Danilo Barlese

Carissimi/e,
sabato 24 settembre “passerò il testimone” a don Gianni Antoniazzi.

Accogliete con affetto e stima il nuovo Pastore che la Provvidenza ha scelto per la nostra bella comunità cristiana. Da sabato prossimo sarà lui a guidare la parrocchia di Carpenedo perché continui la testimonianza al Vangelo del Signore Gesù. Un abbraccio di cuore a lui e alla sua mamma.

Pregate per don Gianni perché sia sempre più presenza dell’unico Pastore e pregate anche per me.

Il Signore, nei suoi misteriosi disegni, mi chiede di continuare il mio ministero in modo diverso nella dimensione diocesana. Dovrò imparare tante cose. Non mancherà il calore della testimonianza cristiana ma sperimenterò in modo più indiretto la “paternità” verso una comunità.

Questi sei anni sono stati un dono grande e unico per la mia vita e per il mio “essere prete”.
Ho cercato di condurre una comunità cristiana rendendo testimonianza all’incontro con il Signore che io ho sperimentato e condividendo con ciascuno di voi la passione per ciò che la Chiesa, in questo nostro tempo, è chiamata a custodire, a vivere, ad annunciare, a mostrare.

Nutriti dall’Eucarestia, orientati dalla Parola di Dio e in ascolto del Papa e del Patriarca abbiamo vissuto anni bellissimi a servizio del Vangelo. Come sempre nella vita ci sono state fatiche e sofferenze. Il male non si è sottratto al tentativo di fermare la bellezza del Vangelo suggerendo divisioni, provocando incomprensione e confusione. Eppure il desiderio di comunione, la decisione di raccontare il Vangelo della Carità e dell’Amore è più forte.

Rendo grazie al Signore per il cammino vissuto insieme, metto nelle mani del Signore ciascuno di voi con le vostre gioie e le vostre fatiche. Chiedo perdono a Dio e a tutti coloro nei confronti dei quali avessi mancato nella testimonianza cristiana.

Continuate a trasmettere con intelligenza il Vangelo alle nuove generazioni. Come famiglia di famiglie, custodite e crescete sempre più nell’amore all’Eucarestia di ogni Domenica e nell’ascolto della Parola di Dio. Condividete la passione per una Carità che diventa stile quotidiano di pazienza, di dono, di ascolto, di perdono, di cura degli infermi e degli ammalati. Raccontate la bellezza del Vangelo in casa, a scuola, nel lavoro, nella politica. Cantate con gioia l’incontro con il Signore della vita.

Grazie Signore per questi anni trascorsi a Carpenedo, grazie per tanti sguardi, tante mani, tanti abbracci. Sono stati per me il tuo sguardo, le tue mani, il tuo abbraccio. Spero che i miei occhi, le mie mani, le mie braccia siano state, almeno un poco, segno del medesimo Amore, il Tuo.

Ti prego di donare sempre la tua forza a questa comunità, alla nostra Chiesa di Venezia, a questa nostra Storia, infinitamente amata da te, misteriosamente sempre Storia di Salvezza.

Don Danilo

Debitori dell’amore

Scritto il 4 Settembre 2011 07:56 da Don Danilo Barlese

Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: «Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai», e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità. (Rm 13, 8-10)

Le esortazioni finali di Paolo nella lettera ai Romani trovano in questo brano una conclusione. Questi tre versetti ricapitolano tutte le esigenze divine nell’amore del prossimo. Lo si può definire la summa della legge. L’ora storica in cui i cristiani vivono conferisce all’esortazione un’urgenza e una radicalità insuperabili. In ultima analisi, l’apostolo postula dai credenti di Roma, ma anche da tutti i cristiani, una vita intessuta di amore e aperta attivamente alla salvezza futura.

I nostri versetti sono contraddistinti da una valutazione positiva della legge del Sinai. Si citano alcuni comandamenti della seconda tavola del decalogo. Infine, si riporta il comandamento dell’amore del prossimo di Lv 19,18 come riassuntivo di quanto Dio ha prescritto al popolo in campo etico. Ma Paolo esclude o accetta la legge divina sinaitica? Il dilemma non ha ragione di essere, perché egli l’esclude come via alla salvezza e l’accetta quale manifestazione della volontà di Dio. Del resto, già in “Romani 3,31” aveva respinto questa obiezione: «Ma allora con la fede non finiamo per abolire la legge? Oh no! Al contrario, confermiamo la legge». La fede esclude il culto della legge come fonte salvifica, ma la conferma in tutto il suo valore di indicazione obiettiva sul che fare. E al cap. 8 aveva parlato dello Spirito quale dinamismo di grazia capace di far sì che «la giusta esigenza della legge fosse compiuta in noi».

C’è poi da rilevare che l’unificazione di tutti i comandamenti in uno solo, il primo e il massimo, ha alle spalle una antica e costante tradizione biblica. L’apostolo però inserisce “il comandamento dell’amore” nel quadro della sua esortazione collegata strettamente con l’annunzio del vangelo.

Dunque l’agape è la piena attuazione della legge. Il motivo ricorre all’inizio ed è ripreso alla fine. Ma Paolo aggiunge altre due caratteristiche. La prima: l’amore costituisce l’unico debito che i credenti sono sollecitati a contrarre gli uni verso gli altri.

La seconda: «L’amore non fa alcun male al prossimo». Paolo si ricollega così alle esortazioni del cap.12, soprattutto alle seguenti: «Non rendere a nessuno male per male»; «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene». Ma in questo contesto emerge pure che il comandamento dell’amore del prossimo assume una precisa dimensione universalistica. “L’altro” (v. 8) e “il prossimo” (vv. 9 e 10) sono in pratica tutti gli uomini. L’amore mutuo tra fratelli si abbina con l’amore senza contropartite per chiunque. Ogni uomo, anche il persecutore, è prossimo da amare.

Don Danilo

Offrite i vostri corpi e lasciatevi trasformare

Scritto il 28 Agosto 2011 08:03 da Don Danilo Barlese

Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. (Rm 12, 1-2)

Il fondamento dell’offerta di se stessi a Dio è l’ascolto della sua volontà, l’incontro con la sua misericordia. è la misericordia di Dio ciò che mette in movimento l’agire dell’uomo. Tutto dipende dall’amore di Dio e tutto tende a ritornarvi. La risposta alla misericordia di Dio non è dare o fare “qualcosa”, ma è l’offerta della vita, l’offerta della vita in tutte le sue dimensioni, in tutta la sua ampiezza. Con l’espressione “Vi esorto ad offrire i vostri corpi” Paolo non intende riferirsi solo alla parte materiale/fisica della persona, ma indica tutta la concretezza della persona, con le sue relazioni, i sentimenti e i ragionamenti, il vivere in un luogo e in un tempo.

Questa “offerta totale di sé” che abbraccia tutta la vita (le sue gioie, i suoi dolori, la preghiera, gli amici, la famiglia, il lavoro e lo studio…) è chiamata da Paolo “culto spirituale” o, traducendo letteralmente dal greco, “culto logico”…

… Questa strana espressione ci aiuta però a comprendere meglio:
tutte le espressioni della vita sono “luogo” in cui Dio si rivela e “luogo” dove io offro me stesso per la forza del suo amore: questa sacralità di ogni momento della vita dà senso, dà logica alla vita.
Culto “logico” perché così tutto trova senso e orientamento.
Culto “logico” anche perché riconoscere questo senso implica anche un’attività mentale, una riflessione profonda sui fatti interiori ed esteriori che mi permette di concretizzare “qui ed ora” l’invito “generico” di offrire la vita a Dio.

Paolo sottolinea dunque che tutta la vita, creata, salvata e liberata da Dio, è immersa nel mistero dell’amore di Dio, in qualunque luogo e in qualunque tempo: è una visione unificante, capace di unificare tutti gli aspetti della vita.

Come realizzare concretamente, in termini di comportamento, questa sacralità totale e radicale della vita? Volete veramente che la vostra vita diventi tutta una vita offerta a Dio?
San Paolo ci dice che si richiedono due condizioni. La prima condizione:
non conformatevi alla mentalità di questo secolo. Non assumete, così com’è, lo schema di questo mondo. Non significa vivere isolati, sappiamo quanto San Paolo amava l’incontro, il contatto, il confronto: non si tratta di vivere in un mondo a sé.

Significa ricordare ai discepoli che il seguire Cristo spesso comporta delle scelte contro corrente e ciascuno deve difendersi,  realisticamente, da tutto quell’insieme di proposte e influssi contrari che giungono dall’ambiente.

Non è la stessa cosa andare di qua o di là. Non è la stessa cosa concepire la famiglia, l’amore, la vita in un modo o in un altro…

Ma “difendersi” non basta, anzi non porterebbe a nulla, se non puntasse a trasformarsi, per rinnovare la mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. E’ un percorso che immette in un impegno coinvolgente, positivo: lasciarsi trasformare in continuazione. L’azione dello Spirito di Dio porta ad un rinnovamento della mente, della “capacità di pensare”. Il rinnovamento della “capacità di pensare” fa cogliere in modo rinnovato anche tutto il mondo dei sentimenti, per giungere infine alla “decisione del cuore” secondo il disegno di Dio.

L’atteggiamento di fondo del discepolo di Gesù è un dinamismo continuo che coinvolge tutte le capacità della persona.
E’ una responsabilità indelegabile, scavare in profondità coinvolgendo il nostro meglio, la nostra logica, la nostra sensibilità, fino a riconoscere i disegni d’Amore dello Spirito Santo, fino ad individuare i sentieri di Dio. Individuare “la via” chiede perciò di essere profondamente “consegnati” alla misericordia di Dio, chiede di invocare il dono della Sapienza, di rimanere in ginocchio davanti a Lui, di ascoltare la sua Parola, di pregare sempre, senza stancarci.

Abbandonare uno stile superficiale nel giudicare dove sembra che tutto va bene, tutto è lo stesso. Non è proprio possibile essere “sacrificio vivente” senza purificare il cuore. Il discernimento e le scelte più “potenti” nascono da un cuore puro.

Don Danilo

Da loro proviene Cristo secondo la carne

Scritto il 7 Agosto 2011 08:00 da Don Danilo Barlese

“Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen” (Rm 9, 1-5)

Paolo s’introduce nel problema d’Israele manifestando la sua sofferta, partecipazione, personale. Non mancano neppure toni patetici. In realtà, egli vive nella sua carne la contraddizione che obiettivamente dilacera l’esistenza del popolo amato da Dio. La esprime seguendo da vicino lo schema letterario giudaico dei canti di lamento.

All’espressione dei sentimenti Paolo premette un giuramento: gli si deve credere; è la pura verità quello che sta per dire. Come testimoni invoca non solo la voce della coscienza, che potrebbe pure dimostrarsi fallace, ma anche Cristo e lo Spirito, garanti assoluti.

Tristezza e sofferenza caratterizzano il suo stato d’animo. Gli aggettivi “grande” e “continua” ne specificano il grado d’intensità. Tale è la forza del dolore che lo angustia da essere spinto a ipotizzare scelte estreme e paradossali. Vorrebbe addirittura attirare su di sé la maledizione divina e sperimentare così la separazione definitiva da Cristo, se questo potesse giovare a coloro che costituiscono la causa della sua angoscia. In realtà, il suo è un desiderio irrealizzabile, ma dice quanto gli stia a cuore la sorte dei connazionali. Li chiama fratelli, con lo stesso appellativo che esprime la comunione cristiana tra i credenti in Cristo. L’appartenenza alla chiesa non esclude la sua appartenenza al mondo giudaico.

Ma qual è il motivo di tanta dedizione? Che valore hanno i giudei rimasti increduli? Non è il patriottismo nazionalistico che lo muove, né la voce del sangue. L’irrevocato e irrevocabile sì al suo popolo si spiega con il sì ancor più irrevocabile di Dio. L’ebreo conta e vale per la sua storia contrassegnata dalla presenza divina. E qui egli elenca i privilegi religiosi dei connazionali.

Il catalogo si apre con il titolo di israeliti, la cui ricchezza storico-salvifica è esplicitata dalle altre caratterizzazioni menzionate, e trova il suo vertice nella origine ebraica di Cristo.

“Israeliti” è il nome che qualifica i discendenti di Giacobbe come interlocutori di Jahvé nella storia della rivelazione (Gen 32,29). L’adozione a figli esprime l’appartenenza dei liberati dalla schiavitù egiziana al Dio liberatore. La gloria è la presenza maestosa del Signore che ha accompagnato il popolo nel cammino attraverso il deserto e ha preso dimora nel tempio di Gerusalemme. Le “alleanze” e le promesse significano la continuità della storia all’insegna del patto stretto da Jahvé con Abramo, con Isacco e Giacobbe e con il popolo al Sinai. Israele possiede la legge, rivelatrice della volontà di Dio, e il culto, cioè il complesso della realtà liturgica fatta di sacrifici e di preghiere.

Infine, ultimo privilegio religioso, Paolo riconosce agli israeliti di aver dato origine a Cristo, quanto alla sua esistenza terrena e storica. Lo presenta quindi quale punto di arrivo della storia di grazia dell’Antico Testamento. La logica sottesa al lungo cammino storico percorso da Israele, a partire da Abramo, conduce alla sua persona. Egli infatti è il sì di tutte le promesse divine.

Con un brusco cambio di tono San Paolo conclude passando dal lamento doloroso al canto di lode: «Egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto per sempre! Amen!».

Don Danilo

Quale “Redentore” per il 2011?

Scritto il 17 Luglio 2011 08:11 da Don Danilo Barlese

Scrivo le righe dell’editoriale per il REDENTORE nella mattinata di lunedì 11 luglio, festa di San Benedetto abate, patrono d’Europa.

La figura e l’opera di San Benedetto mi sembrano una provocazione adatta per affrontare la domanda “Quale Redentore per il 2011?”.

La decadenza dell’impero romano che contrassegnava l’epoca di San Benedetto non è molto diversa dalla situazione attuale.

La grave crisi economica odierna è anche frutto di investimenti virtuali costruiti su scambi apparenti e su operazioni fittizie senza riscontro nella realtà.

La fragilità e la fatica nelle relazioni tra i popoli e le nazioni è anche frutto di una fragilità delle relazioni tra le persone segnata spesso da individualismo. L’incontro con l’altra persona troppo spesso viene “utilizzato” in base all’interesse personale. Apparenza, denaro e individualismo.

Quando tutto questo intacca la famiglia e la politica tutto vacilla. Il dibattito nei parlamenti nazionali e durante i pasti in casa propria non è più in vista del bene comune ma è una spartizione di potere.

Per affrontare queste “fratture” l’Europa di oggi potrebbe attingere ancora a piene mani dal tesoro di cultura e di fede della tradizione benedettina che ne ha costruito la “trama” per secoli.

San Benedetto invita innanzitutto noi battezzati a ritrovare la forza della testimonianza per valorizzare tutto ciò che di bello, vero e buono continua ad offrire il nostro tempo e per fare la nostra parte mostrando il cuore del Vangelo nella vita di tutti i giorni.

Abbiamo bisogno di essere salvati dal nostro egoismo.

Abbiamo bisogno di ritrovare le scelte essenziali per vivere relazioni belle e continuare il cammino di comunione tra i popoli.

San Benedetto, dalla sua vita di fedeltà al Vangelo, aveva individuato alcune attenzioni fondamentali. Sono scelte legate alla vita battesimale e valide per tutti i rapporti umani.

C’è un tempo per pregare, un tempo per lavorare e un tempo per riposare.

Il tempo della preghiera sia segnato dall’ascolto della Parola di Dio, dalla meditazione personale e dalla liturgia comunitaria.

Preghiera, lavoro e riposo siano vissuti dentro una vita comunitaria con una attenzione particolare ai poveri, ai piccoli, agli ammalati. L’accoglienza e l’ospitalità siano l’espressione di uno stile di Carità e di servizio in tutte le relazioni e in tutti gli incontri. Potremmo dire: “tutto qua”.

Il dono del REDENTORE per questo 2011 potrebbe essere proprio quello di salvarci da quella deriva nelle relazioni umane, nella Carità e nella Verità che ci fa illudere di essere “salvatori” di noi stessi gli uni contro gli altri.

Abbiamo bisogno di essere salvati da una grande misericordia.

Abbiamo bisogno di ritrovare l’ascolto della Parola di Dio, il silenzio della preghiera, la pazienza del dialogo tra noi, le mani sporcate dalla Carità quotidiana, l’abbraccio del perdono e dell’accoglienza, la presenza nelle nostre case di quei libri e di quelle opere d’arte frutto di fini ragionamenti e di una bellezza riconosciuta e testimoniata.
Salvaci, Signore Gesù, Redentore del mondo!

Don Danilo

Le sofferenze del tempo presente e la gloria futura

Scritto il 10 Luglio 2011 08:03 da Don Danilo Barlese

San Paolo insiste sul paradossale legame che unisce la glorificazione futura con il presente intessuto di sofferenze. La partecipazione all’eredità divina consiste, di fatto, nella condivisione del destino di Cristo crocifisso e glorificato: « eredi di Dio e coeredi di Cristo, se è vero che partecipiamo alla sua sofferenza per essere anche partecipi della sua gloria » (v.17).

I figli non hanno altra strada da percorrere se non quella del Figlio. La vicenda di Cristo diventa il criterio interpretativo per la storia di ogni persona.

Tra le sofferenze attuali e la glorificazione futura però non si dà un rapporto di equivalenza: c’è sproporzione ed eccedenza a favore della pienezza della vita futura. Questa non si limita a riscattare la tenebra del presente storico. Illuminerà invece il volto dei figli di Dio dello stesso splendore del risorto. Paradossalmente la Speranza cristiana è pianta che attecchisce sulla via crucis. «Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria che deve, disvelarsi in noi» (v. 18): un versetto chiave che costituisce il quadro ideale del brano seguente. I versetti dal 19 al 25 formano una pagina di particolare importanza nelle lettere di Paolo per affrontare il significato e il legame tra vita presente e futura. Il tema centrale è quello dell’attesa della fine dei tempi, del compimento della storia. Paolo associa il cosmo all’atteggiamento soggettivo delle persone: sia il mondo che i credenti “aspettano” (stesso verbo). A suo avviso, c’è una reale solidarietà dell’universo con i credenti. Non solo: appare caratteristico l’oggetto di questa aspettativa. Non è soltanto attesa della venuta di Cristo. Il contenuto dell’attesa è antropologico: si tratta del disvelamento (rivelazione) dei figli di Dio, dell’adozione filiale dei credenti, del riscatto del loro corpo mortale (v. 23). Non priva d’importanza è anche la molteplice descrizione dell’attesa. Anzitutto, è definita in termini di sofferente e ardente tensione: l’universo è spinto da un’impaziente anelito, geme nella situazione di vuoto spirituale e di corruzione in cui si è venuto a trovare e soffre i dolori del parto; parimenti i cristiani gemono. In una parola, è in gioco una attesa attiva e dolorosa, non pigra né tranquilla. Nessun ottimismo facile dunque, ma una speranza all’ombra della croce. Restano tutte le contraddizioni della storia con le sue debolezze e impotenze. Solo che nascondono in sé la promessa di un estremo superamento a caro prezzo. Sì, perché i dolori che travagliano l’umanità non sono rantoli della morte, ma doglie di una nuova nascita.

Don Danilo

Lo Spirito di Dio abita in noi

Scritto il 3 Luglio 2011 08:21 da Don Danilo Barlese

La distinzione che Paolo presenta tra “carne” e “spirito” può essere lontana dai pensieri da “spiaggia”… oppure può essere proprio adatta perché è l’occasione per fermarsi con più disponibilità di tempo. Io comunque ve la propongo…

In forza dello Spirito diventa possibile e praticabile un’esistenza di obbedienza a Dio, una vita intessuta di amore in gesti e parole. L’antitesi spirito – carne presenta due mondi esistenziali opposti, ciascuno con i suoi dinamismi e le proprie finalità. L’uomo ne risulta definito. Si distinguono perciò «quelli che hanno un’esistenza a misura della carne» o «che sono sotto il dominio della carne». Nella vita ciò a cui tendiamo ricalca quello che siamo.  Quelli che si comportano in modo “carnale”, secondo l’espressione paolina, sono ostili a Dio, rifiutano il comandamento dell’amore. Sono impossibilitati dalla logica egocentrica ad obbedire al suo volere e a costruire un’esistenza veramente felice. L’estraneità alla fonte della vita li farà andare incontro ad un destino di morte eterna.

Invece «quelli  che  hanno un’esistenza a misura dello Spirito», per grazia sono stati liberati dalla sfera d’azione dell’egocentrismo e si comportano secondo l’azione dello Spirito del Risorto. Il traguardo ultimo sarà la vita eterna.

Una svolta del pensiero paolino avviene con la seconda parte del v. 9: «Se invece uno non ha lo Spirito di Cristo, costui non gli appartiene». C’è una stretta connessione tra l’avere lo Spirito di Cristo e l’appartenere a Cristo. Già all’inizio del capitolo l’azione liberatrice dello Spirito era stata collegata con Gesù. Ora il rapporto viene precisato: nell’esistenza dei credenti lo Spirito Santo è la forza creatrice di spazi di obbedienza al Signore e di accettazione della sua signoria.

Quali conseguenze scaturiscono dall’appartenenza a Cristo?
Il battezzato partecipa alla morte e risurrezione di Cristo attraverso la presenza vivificatrice dello Spirito. E se è vero che già al presente il credente sperimenta la vita del nuovo mondo, altrettanto vero è che questa avrà la sua pienezza nella risurrezione finale.

Essere ora “abitazione” dello Spirito vuol dire vedersi schiudere  davanti un destino di vita trionfante sulla morte fisica che stroncherà l’esistenza caduca e mortale dei credenti: «allora Chi ha risuscitato Cristo dal regno dei morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali in forza del suo Spirito che abita in voi». Avere la primizia del mondo dei risorti (v. 23) significa possedere nella grazia una solida speranza per il futuro ultimo. Come si sa, una costante del discorso paolino è il passaggio dall’indicativo all’imperativo. L’apostolo non si smentisce neppure qui. Se l’esistenza cristiana è a misura dello Spirito, ne consegue un preciso impegno di vita. I credenti non devono pagare più nulla alla “carne”. Sono invece in obbligo verso lo Spirito. In concreto, si tratta di liberare la propria prassi dalla presa del dinamismo individualista. Ed è un’impresa possibile con la forza dello Spirito. L’esortazione è collocata sullo sfondo del destino ultimo. Sappiano i credenti di Roma che il traguardo a cui conduce l’esistenza “carnale” è la morte eterna, mentre la vita eterna sarà donata all’uomo coerente con il suo essere “spirituale”.

Paolo afferma dunque che il credente osserva il comandamento dell’amore poiché lo Spirito opera ormai in lui e gli ispira una nuova mentalità in forza della quale egli aderisce a Dio e alla sua volontà. Pur vivendo ancora in una carne mortale, egli è già partecipe di quella vita immortale che lo Spirito ha conferito a Cristo mediante la risurrezione e darà un giorno a tutti coloro che gli appartengono.

Don Danilo

Nutri il tuo popolo con amore di Padre

Scritto il 26 Giugno 2011 07:46 da Don Danilo Barlese

La festa del “Corpus Domini” quest’anno ci raggiunge in estate. Anche sotto il sole cocente questo richiamo al dono decisivo dell’Eucarestia non diminuisce di fascino, di sorpresa.

E’ la gioia davanti alla decisione di Dio di rimanere con noi, di essere presente ogni giorno, di offrirsi a noi per sempre.

Non nascondo nemmeno “il timore e il tremore” davanti alla consapevolezza che quel Pane Eucaristico mi coinvolge, mi chiama a diventare “pane spezzato”. Pane spezzato per amore.

Penso che il vero momento di svolta nella mia vita riguardo alla scelta nei confronti di Gesù sia giunto quando ho iniziato “chissà per quale motivo” a partecipare a qualche Santa Messa feriale.

La celebrazione dell’Eucarestia con i suoi gesti essenziali, con la proclamazione di una Parola sempre “bella” e importante per la vita, la presenza di preti e di persone con cui scambiare due parole e un sorriso, l’occasione alla fine della Messa di “dare una mano”… ha suscitato in me il desiderio di essere presente a questa Presenza.

Il tempo trascorso in chiesa davanti all’Eucarestia o per la Santa Messa diventò sempre più un tempo “pacificato”, un tempo di vero riposo in cui ritrovavo i fili della giornata, lo sguardo per il futuro.

A ripensarci non c’era nulla di straordinario e in fondo l’appuntamento era ripetitivo… eppure quella semplicità, quella essenzialità, quell’incontro, quel pane spezzato, quel vino versato, quella Parola donavano luce e pace a tutto, in particolare ai miei limiti, alle mie paure.

Messa della Domenica e Messa feriale si “illuminavano” a vicenda e insieme donavano ritmo e senso alla vita in famiglia e con gli amici, allo studio, al gioco, alle fatiche e alle sofferenze.

Ecco perché è importante ricordare a tutti i cristiani la bellezza e il mistero dell’Eucarestia, anche in una festa con il sole di fine giugno.

Ma non c’è altro modo di cogliere la profondità dell’Eucarestia, di quel Pane silenzioso presenza reale di Cristo, se non partecipando ogni Domenica, se non fermandosi stupiti e affascinati lasciandosi coinvolgere da questo mistero d’Amore.

Ogni contemplazione è in vista poi di una azione.
Se avremo veramente incontrato la potenza dell’Eucarestia nessuna persona ci sarà estranea, tutto ci riguarderà, ameremo infinitamente questa Storia salvata dalla Pasqua, quella Pasqua che è “oggi” nella celebrazione eucaristica.

Don Danilo

Santi Gervasio e Protasio, testimoni di un incontro decisivo

Scritto il 19 Giugno 2011 08:23 da Don Danilo Barlese

Le vicende della vita hanno portato Gervasio e Protasio a testimoniare il loro incontro con Cristo in una situazione che li portati al sacrificio della loro vita fisica.

Non meno delicata e drammatica, anche nel nostro secolo, è la vita quotidiana di tanti cristiani che desiderano vivere e celebrare la loro fede. Sono molti quelli che rischiano la vita nel momento in cui decidono di partecipare alla Santa Messa della Domenica.

Ringraziando il Signore nel nostro paese è possibile vivere con maggiore libertà la propria fede, il proprio credo religioso. Questo però non diminuisce l’urgenza di rendere testimonianza a Cristo con tutta la nostra vita. Essere testimoni di Cristo non può mai essere un atto per dimostrarsi migliori degli altri, più sapienti degli altri o peggio “contro gli altri”.

Essere testimoni di Cristo significa far toccare con mano la bellezza dell’incontro che sperimentiamo quotidianamente con il Signore Gesù, il Crocifisso Risorto.
Condividere con tutti la gioia della misericordia ricevuta, il senso liberante di una vita salvata dall’amore, la forza di un cammino vissuto in comunità cercando insieme le strade per compiere la volontà di Dio.

Anche le serate di una sagra parrocchiale possono essere l’occasione inventata dal Signore per incontrare qualcuno e raccontare la nostra Speranza, per lavorare insieme e testimoniare la decisività del perdono, per condividere una cena e scoprire i tanti doni che Dio ha posto nel cuore di chi siede accanto a noi, per incrociare sofferenze e trovare le strade per farci “prossimi”.

I santi martiri, patroni della nostra comunità, intercedano per noi e ci aiutino a rendere quella testimonianza che il Signore sta chiedendo oggi a ciascuno di noi, alle nostre famiglie per essere portatori di Speranza e Comunione valorizzando ogni seme d’amore attorno a noi e insieme annunciando con gioia il nome di Gesù come Salvatore e Redentore della nostra vita.
Buona festa a tutti!

Don Danilo

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