Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

“Gesù, dove sei?”

Inserito il 29 Marzo 2020 alle ore 10:01 da Plinio Borghi

“Gesù, dove sei?” È il grido che in questa fase d’impotenza contro il nemico invisibile si eleva dal mondo intero. “Se tu fossi qui tutto ciò non succederebbe!”, insistiamo, aggrappati a quell’unico filo di speranza che ci sostiene nella lotta che stiamo conducendo con le armi spuntate. Chi non è o non è ancora stato sfiorato dal contagio ha almeno la forza di reagire, ma ai molti di coloro che hanno già provato l’esperienza o subito la perdita di persone care, senza poterle nemmeno accompagnare nell’ultimo viaggio, riesce difficile anche imprecare. Sembra che anche la liturgia di oggi metta il dito sulla piaga e le reazioni di Marta e Maria alla morte del fratello Lazzaro riflettono perfettamente le nostre posizioni testé evidenziate: Maria, affranta, all’arrivo di Gesù nemmeno si muove e rimane in casa; Marta invece gli corre incontro sostanzialmente recriminando che se fosse stato più tempestivo non sarebbe successa tale disgrazia. Tuttavia, in Marta rimane quel barlume di fiducia che le fa pronunciare: “Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà”. Qualche giorno prima, quando gli riferirono che l’amico era ammalato, il Maestro non si affrettò, ma disse una frase enigmatica ai suoi astanti: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio”. Sapeva, quindi, quale sarebbe stato l’epilogo. Non ci è dato di comprendere il disegno divino nei nostri confronti, ma in tutto quello che sta avvenendo Dio non è assente. Tant’è vero che Gesù, pur sapendo che il Padre l’avrebbe ascoltato, rende grazie e piange davanti al sepolcro, ma il suo non è un pianto di disperazione, bensì di empatia: soffre con chi sta soffrendo, il suo cuore è colmo di compassione e chi sta vedendolo e ascoltandolo deve capire che la sua fede e la sua partecipazione sono indefettibili. Aveva appena “alzato la voce” con Marta che gli controbatteva sulla resurrezione: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà”. Il doppio monito è anche per noi: Colui che è vita e ha vinto la morte è con noi e sta combattendo con noi, anche se ci sembra che si stia soccombendo un po’ troppo. Usciremo anche noi dai nostri sepolcri, come attraverso Ezechiele dice Dio al popolo di Israele, e vedremo la terra promessa. Intanto recitiamo con fede il ”De profundis”, che una volta sapeva solo di funerale, ma che in effetti è il salmo 129, riproposto oggi fra le letture: un inno alla bontà e alla misericordia del Signore.

Lettera aperta del 29 marzo 2020

Inserito il 25 Marzo 2020 alle ore 18:15 da Redazione Carpinetum

Abbiamo inserito nel sito lettera aperta del 29/3/2020. Aspettiamo i vostri commenti in email o direttamente sul blog.

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Ricordiamo che in coda al foglio vengono pubblicate le pagine dedicate alla parrocchia della Santissima Trinità di via Terraglio 74/C (Mestre – VE) guidata da mons. Fabio Longoni.

Una Pasqua del tutto diversa

Inserito il alle ore 17:42 da Don Gianni Antoniazzi

Scrivo per i cristiani di Gesù Cristo morto e risorto. Gli altri saltino queste righe poco comprensibili ad una cultura religiosa puramente sociale, morale, di diritto o composta da adempimenti liturgici.

Non è mai successo che la Chiesa, nel suo insieme, saltasse la Pasqua. Anche con le persecuzioni più aspre e durante i regimi totalitari del ’900 le comunità cristiane hanno sempre sfidato le imposizioni e, pure in modo clandestino, si sono riunite per la morte e risurrezione del Signore. Altrettanto si è fatto per la Pentecoste. Sono i due misteri che sostengono la nostra fede: Dio che ci redime dalla morte e ci dona la Vita del suo Spirito.

Quest’anno, per la prima volta nella storia, non andrà così. E non per paura di multe o penali, comunque giuste. Scegliamo di non raccoglierci in chiesa per il doveroso servizio al bene di tutti: non ci incontriamo per il rispetto alla salute soprattutto dei deboli. Ci uniremo in modo “spirituale”, che non è affatto “la stessa cosa”: le nostre semplici celebrazioni saranno trasmesse in Internet e sarà importante partecipare tutti da capo a fondo ma non lasciamoci ingannare: senza l’incontro fra noi saremo zoppi.

Quest’anno va così perché l’amore del Padre ci impone l’affetto per i fratelli e, in questa Pasqua, il legame con loro si esprime soprattutto attraverso la distanza.

don Gianni

Vivere con il senso di colpa

Inserito il 22 Marzo 2020 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

Vivere con il senso di colpa, se c’è la consapevolezza di averla combinata grossa, non è poi così male come a volte può sembrare. In fin dei conti il rimorso è l’unica reazione che smuove un po’ la coscienza, se ne abbiamo una e ancora non è addormentata. Purtroppo i modi per sedarla sono molti, a partire dal soggettivismo, passando per il crearci principi e verità tutti nostri e approdando al non trovare nulla di male nella trasgressione e nel misfatto. Ce la raccontiamo e ce la confezioniamo come ci sembra più opportuno, mentendo sapendo di mentire, e a lungo andare ci inganniamo da soli finendo per credere sul serio alla realtà che ci siamo disegnati. Non c’è nulla di teorico in questo: basta guardarci attorno con occhio critico e ci accorgiamo che non c’è categoria esente, cominciando dai politici. Era così anche al tempo di Gesù e il lungo brano del vangelo di oggi prende a pretesto la guarigione del cieco nato per mettere in evidenza l’atavico dualismo: chi si crea senza motivo i sensi di colpa e chi, colpevole, si adopera per farli venire agli altri. Stavolta l’esordio è affidato agli apostoli stessi: “Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”. Ecco il luogo comune. “Cosa ho fatto di male per meritare tutto questo?” non manchiamo di esclamare in più di qualche circostanza. Ora lo si dice a mo’ di sfogo, ma non più di tanto, specie quando ce la prendiamo col Padreterno. Allora era la regola, interpretata ovviamente da chi manipolava il popolo. Il Maestro la demolisce subito: “Né lui ha peccato né i suoi genitori”; ed ecco l’occasione per dimostrarlo col miracolo cosiddetto della piscina di Siloe, che ha ispirato anche quella bella antifona alla Comunione, che un tempo ben s’esprimeva in latino col canto gregoriano (Lutum fecit). Rivolto poi ai farisei, che peraltro avevano tentato di svilire l’intervento del Messia e che ora fingevano di preoccuparsi di essere anch’essi ciechi per non aver capito il senso dell’accaduto, Gesù li stronca dicendo loro che se lo fossero sarebbero anch’essi senza peccato, ma poiché dicono di vederci benissimo, il loro peccato rimane. È la norma della consapevolezza che ci riguarda tutti: è quindi tempo e c’è spazio (viste anche le condizioni causa epidemia) per un bell’esame di coscienza.

Lettera aperta del 22 marzo 2020

Inserito il 18 Marzo 2020 alle ore 19:17 da Redazione Carpinetum

Abbiamo inserito nel sito lettera aperta del 22/3/2020. Aspettiamo i vostri commenti in email o direttamente sul blog.

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Lavorare subito per il futuro

Inserito il alle ore 19:08 da Don Gianni Antoniazzi

Va prestata attenzione a contenere l’epidemia. Ce lo impone la carità evangelica degli uni verso gli altri. Si rende necessario, allo stesso tempo, avviare un cammino parallelo nel quale predisporre l’avvenire

Il 22 febbraio c’è stato il primo allarme per il Covid19 in Italia. Da principio si è cercato di sminuire la tensione ed è nata l’idea che in poco tempo si sarebbe superato il contagio. Pensavamo di celebrare insieme almeno la Pasqua. Adesso tocchiamo con mano che i tempi saranno ben più lunghi e le regole più severe di come ci eravamo immaginati.

Tutti facciamo fatica: i bambini per un verso, gli anziani per un altro e gli adulti per la loro parte di responsabilità. I sacerdoti stessi stanno male nel vedere la parrocchia ridotta al vuoto. Probabilmente il virus impedirà le celebrazioni pasquali e più avanti anche altri appuntamenti preziosi della nostra fede.

Il numero di questa settimana di lettera aperta offre indicazioni concrete per i prossimi appuntamenti. Prima ancora di leggere è importante trovare sempre la giusta motivazione per restare in piedi, col sorriso sulle labbra. Usciremo da questo periodo con qualche botta in più ma interi, e torneremo a festeggiare insieme.

don Gianni

Alla sete non si comanda

Inserito il 15 Marzo 2020 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

Alla sete non si comanda, lo sappiamo tutti, specie chi ha attraversato il deserto senza adeguata scorta o si è cimentato nello sciopero della fame: a quella si può anche resistere (l’ha dimostrato il Gesù che ricordiamo in questi giorni), ma alla sete è impossibile. Perfino sulla croce il nostro Salvatore, preso com’era in quelle condizioni e prossimo a morire, non seppe resistere e gridò: “Ho sete!”. Sta di fatto che da sempre non esiste comunità che non si sia strutturata attorno a un corso d’acqua o a una fonte o a un pozzo. Per un goccio d’acqua si è fatto luogo ad aggressioni e invasioni, si sono scatenate guerre, si è addirittura perso il senso della fede e ci si è rivoltati contro Dio, come ha fatto pure il popolo eletto che la prima lettura di oggi ci descrive. Per fortuna il Creatore ci conosce e, misericordioso come sempre, ha fatto sì che Mosè compisse il miracolo. Anche oggi il Messia manifesta il bisogno di bere e per un po’ d’acqua supera persino le convenienze: non solo ne chiede a una samaritana, ma poi le si rivela per quel che è e si sofferma con lei a parlare attorno al pozzo. Tralasciamo i commenti degli apostoli, di ritorno dai loro compiti, che tuttavia riflettono proprio il nostro tipico modo di pensare nel cogliere ciò che appare, e torniamo ai fatti. Alla donna, meravigliata che un ebreo si degnasse di rivolgersi a gente di Samaria, il Maestro oppone un’affermazione quanto mai calzante: se tu sapessi con chi hai a che fare, saresti tu a chiedere da bere a me. La donna non può capire, oltretutto poi se quello strano personaggio le aveva appena chiesto da bere e quindi non aveva di che servirsi. Quando però si rende conto della verità, ben conoscendo il contenuto delle profezie, allora si trasforma in testimone della grazia che le è capitata. Ebbene, fuor dell’epilogo, resta il filo conduttore: l’acqua e Gesù che, definendosi fonte inesauribile, immette a livello spirituale la stessa logica umana. In poche parole, per una vita completa e piena non possiamo fare a meno di Lui, con l’aggiunta non da poco che dopo aver bevuto della sua acqua non avremo più sete, saremo del tutto appagati. Non mi sembra un’offerta da sottovalutare o, peggio, da snobbare. A latere, è bello notare come la salvezza ci venga presentata attraverso le cose più semplici. Infatti, fra poco l’Unto dal Signore si consegnerà totalmente a noi, e vi rimarrà, sotto le specie del pane e del vino. Aprire cuore e mente e testimoniarlo, come fece la samaritana, è il minimo.

Lettera aperta del 15 marzo 2020

Inserito il 12 Marzo 2020 alle ore 19:13 da Redazione Carpinetum

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Fatica sì, ma anche novità

Inserito il alle ore 19:10 da Don Gianni Antoniazzi

L’Italia intera è una “zona protetta” e, salvo urgenze personali, ciascuno è tenuto ad una vita isolata. È un peso ma può diventare l’occasione per scoprire strumenti nuovi, interessanti e fecondi per il futuro.

La Parrocchia, come ogni realtà, è sospesa in un isolamento artificiale: non si celebrano messe e funerali, niente catechesi, il patronato è chiuso, anche per giocare, la chiesa è aperta ma solo per la preghiera personale. C’è un senso di impotenza, come se la comunità cristiana, nel suo insieme, fosse congelata.

È l’occasione giusta per ricordarci che non siamo noi a salvare la gente: il mondo è già stato redento dalla Pasqua di Gesù e dallo Spirito del Padre; a noi spetta il compito accogliere di questo abbraccio. Spendiamo dunque un minuto in più per la preghiera, mattino e sera, leggiamo i Vangeli, prima Marco e poi Luca, e ricordiamoci dei poveri che stan peggio di noi: già questi sarebbero gesti importanti.

È un momento buono anche per aprirci alle novità. Da parte mia, per esempio, mi sono sempre tenuto distante dai social, come il diavolo dall’acqua santa, e forse è l’ora di cominciare ad usarli perché possono diventare uno strumento prezioso; ho sempre tenuto ritmi intensi, forse è la volta buona di dare più spazio alla riflessione personale.

don Gianni

“Che beo, el gèra fora de lu!”

Inserito il 8 Marzo 2020 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

“Che beo, el gèra fora de lu!” avrebbero raccontato agitati Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre apostoli che Gesù ha portato con sé sul monte Tabor… se fossero stati veneziani e avessero potuto parlare. Invece non lo erano e per di più è stato imposto loro il silenzio. Peggio, ne avrebbero potuto far cenno solo dopo che il Figlio dell’Uomo fosse morto e risorto e questo non solo ha smorzato gli entusiasmi, ma li ha lasciati anche alquanto perplessi, perché non ci capivano nulla. Già era deprimente il solo pensiero che il loro Salvatore, il Messia che avevano atteso da tempo, sarebbe morto, evidentemente molto presto, ma che addirittura si introducesse il concetto di resurrezione era inconcepibile. L’unica era fidarsi. D’altronde avevano appena sentito la voce imponente di Dio che ordinava di ascoltarlo: potevano essi permettersi di confutare quello che stava dicendo? E allora perché tutta quella manfrina, che aveva coinvolto nientemeno che Mosè ed Elia, se dovevano tenerla per sé? Una sensazione così appagante, tanto da aver voglia di non muoversi più da quel posto, non aveva senso tenerla nascosta. Del senno di poi, sappiamo essere stato ovvio che prima avrebbero dovuto capire dove si andasse a parare. Nulla di ciò che il Maestro insegnava era privo di senso e, in questo caso, ci risulta evidente che quella fu un’anticipazione di come sarà la nostra condizione di risorti in Cristo e di quanto saremo al settimo cielo una volta introdotti nel banchetto eterno, al punto di non farci venire nemmeno nell’anticamera del cervello l’idea di pensare a gioia più grande. Purtroppo anche noi siamo nelle condizioni mentali dei tre apostoli e facciamo fatica a percepire, se non aiutati dalla fede, una resurrezione e un appagamento totale. Se così non fosse, non avrebbero alcun motivo di essere tutti quei dubbi, quelle devianze, quelle disattese del Vangelo di cui è costellata la nostra vita. D’altronde, se nella nostra umanità non fossimo vacillanti, verrebbe anche meno la curiosità che ci è stimolo per la ricerca, l’approfondimento e alla fine il rafforzamento della fede che ci ritroviamo, più piccola di un granello di senapa. Ci soccorre da un lato la grande indulgenza che il Padre ha per noi, per cui non ci molla allo sbaraglio, e dall’altro la prospettiva che Gesù oggi ci offre: siamo anche noi con Lui sul Tabor e stavolta abbiamo via libera per testimoniarlo. Non rimane che ascoltarlo e credere nel Vangelo, che poi è quello che ci è stato sollecitato all’imposizione delle ceneri.

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