Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Lettera aperta del 1° luglio 2018

Scritto il 27 Giugno 2018 08:16 da Redazione Carpinetum

Abbiamo inserito nel sito lettera aperta del 1°/7/2018. Aspettiamo i vostri commenti in email o direttamente sul blog.

Al voto vince la sfiducia

Scritto il 27 Giugno 2018 07:27 da Don Gianni Antoniazzi

In questi giorni tanti commentano il risultato elettorale. Nei giornali il dibattito è ampio. Vincitori e vinti cercano di capire questo difficile momento storico. Su tutto ha vinto l’astensionismo ma non se ne parla

Non è facile interpretare un risultato elettorale anche perché non sempre si riconoscono vincitori e vinti. I giornali dedicano spazio alle dichiarazioni dei protagonisti e ciascuno interpreta i risultati a proprio favore. Quasi mai però si fa parlare l’esercito di chi non ha votato. Eppure costoro sono diventati ormai il vero partito di maggioranza assoluta. Così, per esempio, al posto di discutere sul calo del PD, sarebbe urgente capire il crollo dell’affluenza.

Io non ho competenze per parlare, ma anche un cieco capisce che si diffonde rapidamente la mala pianta della sfiducia. È un problema perfino nella Chiesa ed è inutile annunciare Gesù risorto se non c’è stima fra chi parla e chi ascolta. L’unica vera ricchezza di una parrocchia è la fiducia conquistata in decenni. Tutti devono meritarla: animatori, capi scout, catechisti e gente che presta servizio in ogni ambito.

L’attuale sfiducia è un virus che spegne le relazioni: diventa faticoso affidarsi ai colleghi, agli amici, ai famigliari, alla Chiesa e, più ancora, alle istituzioni civili e politiche. E visto che la vita si regge sulla stima reciproca sarebbe urgente riflettere su questo argomento prima che sui programmi dei partiti o sui contenuti della fede.

La legge scout comincia così: “La guida e lo scout pongono il loro onore nel meritare fiducia”. Sta qui il nostro futuro.

don Gianni

Un evento straordinario

Scritto il 24 Giugno 2018 10:36 da Plinio Borghi

Un evento straordinario, che si lega a doppia mandata a quello del nostro Salvatore, è proprio la nascita di Giovanni Battista, unico santo del quale si celebra questa ricorrenza, oltre, ovviamente, a Gesù e Maria. E che di evento si tratti (termine troppo spesso abusato) è dimostrato da due fatti: le circostanze che hanno accompagnato la nascita fin dal concepimento (a tutti note) e il prevalere di questa festa su quella della domenica, cosa quanto mai rara. D’altronde il ruolo di precursore del Messia, che il Signore gli ha riservato, lo rende unico e fondamentale e a confermarlo è proprio il Maestro, quando ai discepoli dice che nessun uomo nato da donna è grande come Giovanni. Ne conosciamo tutti le gesta e ad ogni Avvento abbiamo in lui una guida che ci indica la strada da seguire per rivivere appieno il Natale. E sappiamo anche con quale abnegazione egli abbia svolto fino in fondo il suo ruolo, annullando sé stesso pur di far emergere il vero Redentore del mondo: “Ecco l’Agnello di Dio, del quale io non sono degno neppure di sciogliere i calzari!”. Perfino in punto di morte si è peritato di accertarsi di aver visto giusto! Orbene, c’è una frase che Gesù ha aggiunto dopo aver esaltato il Battista in tale circostanza: “Ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui” (Lc 7,28). In buona sostanza ci ha nominati tutti precursori e questo ci induce a fare del nostro Santo non solo una “guida” per l’Avvento, ma anche il nostro “istruttore”, se vogliamo essere all’altezza di emularlo, deserto compreso. Spesso si è portati a pensare al deserto come ad una location ideale per mettere in scena i momenti più forti della Scrittura: la voce di Giovanni che grida di preparare la strada attraverso la conversione, Gesù che vi trascorre l’iniziazione per l’annuncio del Regno, lo stesso Mosè che vi trascina il popolo ebraico in vista della terra promessa. Invece il deserto è proprio una condizione che dobbiamo realizzare dentro e fuori di noi, per trasformarci, per renderci adatti a ricevere e a trasmettere la lieta novella che ci è stata consegnata, per accedere a quell’umiltà che il Battista ha così bene incarnato, unica premessa per riuscire a far emergere la vera figura di riferimento: il Cristo, innalzato sulla croce per attirare tutti a sé. A parole sembra facile e scontato, ma nei fatti… quanto ci facciamo belli, quanto ci gonfiamo, quanta ombra procuriamo alla luce vera! Per concludere e detta in veneto: se no se dèmo ‘na rimediada, go idea ch’el Signor ne darà ‘na bea stuada!

Lettera aperta del 24 giugno 2018

Scritto il 21 Giugno 2018 09:31 da Redazione Carpinetum

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Che la legge dia vita

Scritto il 21 Giugno 2018 08:05 da Don Gianni Antoniazzi

Se le leggi conferissero vigore e salute, l’Italia sarebbe fra i Paesi più vitali del pianeta
Siamo invece fra i più vecchi. Talvolta le norme invece di migliorare, peggiorano l’esistenza

Un anno fa, in una piazza a Torino, trentamila persone seguivano la finale di Champions di calcio. Poco dopo le 22, quattro balordi hanno spruzzato peperoncino. Volevano rubare, profittando della confusione. La gente è scappata e, nel panico generale, in 1.500 sono rimasti feriti mentre una donna, Erika di 38 anni, è morta. Una commissione ha indagato gli organizzatori sui requisiti di sicurezza e in pochi mesi è stata confezionata una legge così gravosa da rendere opprimente l’organizzazione di un evento pubblico.

Per la sagra, appena conclusa, è stato un tormento: si è calcolata la superfice del terreno, il numero di presenze, gli accessi, le vie di fuga, gli estintori, le distanze perimetrali e adempiuti altri requisiti. In caso di incidente qualcuno avrebbe comunque potuto obiettare qualche inadempienza, in ogni caso la responsabilità sarebbe rimasta al parroco.

C’è da chiedersi: nell’ultimo periodo chi organizza eventi adempie a tutto? E di questo passo, fra 15 anni, qualcuno avrà il coraggio di proporre una festa per la vita del quartiere o dovremo chiuderci in un’esistenza privata e virtuale? E dunque: questo tipo di leggi sono fatte per la vita o soltanto sull’onda dell’emozione, quasi per raccogliere consenso e voti?

Se fosse possibile, metterei una regola per coloro che le leggi le scrivono e le applicano senza discuterle: che diano al Paese tanta vita quanta ne tolgono col loro operato. don Gianni

“La pazienza è la virtù dei forti”

Scritto il 17 Giugno 2018 08:00 da Plinio Borghi

“La pazienza è la virtù dei forti”, ma potremmo anche dire “chi va piano va sano e lontano” o “chi la dura la vince”: sono tanti gli adagi che inducono alla calma e alla determinazione nelle cose, se vogliamo ottenere risultati consistenti e duraturi. Certo, non sono massime da mettere in pratica nel pieno di una calamità naturale o in situazioni di emergenza: di norma si riferiscono alla vita di tutti i giorni, tanto è vero che si dice pure “la fretta è una cattiva consigliera”. Non occorre qui aprire una discettazione per esemplificare: ognuno di noi ne ha da addurre attingendo alla quotidianità. Un ampio spettro di riferimenti si riscontra anche nella Sacra Scrittura e le letture di oggi, senza scomodare emblemi come Giobbe, ce ne offrono uno spaccato, tanto semplice quanto significativo. La prima lettura, dal libro del profeta Ezechiele, ripropone la potenza del Signore, che da un ramoscello di cedro piantato sul monte più alto, fa fiorire un cedro imponente sotto il quale dimoreranno tutti i volatili. Le fa eco il vangelo con la similitudine arcinota del granello di senapa, ma che apre con l’esempio di come il contadino, dopo aver seminato, attende nei tempi giusti e con calma prima la nascita del virgulto, poi della pianta e infine della spiga piena di chicchi. Mi piace perché il brano si perita di sottolineare che il tutto avviene nell’ignoranza totale di come si inneschi il processo e a prescindere dal fatto che egli vegli o dorma. Il sottinteso della potenza del Signore, così ben dichiarata nella prima lettura, è evidente. Al contadino spetta solo, alla fine, metter mano alla falce, affinché tutto lo sforzo compiuto per ottenere cotanto frutto non sia vano. E non è cosa da poco, se vogliamo che il ciclo continui. Applichiamo lo stesso meccanismo alla Parola di Dio, che è il seme che viene instillato nella nostra anima, anche a piccole dosi e giorno dopo giorno, ma che, se adeguatamente curato e accolto, produrrà un effetto a dir poco dirompente: ci procurerà nientemeno che la vita eterna. Non aggiungo di più, ma prendo le parole stesse della colletta di oggi (seconda versione), che danno perfetto spunto alla conclusione: “O Padre, che a piene mani semini nel nostro cuore il germe della verità e della grazia, fa’ che lo accogliamo con umile fiducia e lo coltiviamo con pazienza evangelica, ben sapendo che c’è più amore e giustizia ogni volta che la tua parola fruttifica nella nostra vita”.

Lettera aperta del 17 giugno 2018

Scritto il 13 Giugno 2018 05:17 da Redazione Carpinetum

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Il delirio della chiusura

Scritto il 13 Giugno 2018 03:50 da Don Gianni Antoniazzi

C’è una serie tv che va per la maggiore negli Usa e che in Italia è trasmessa con traduzione simultanea. È un romanzo ambientato in una società spaventosa, che passa un messaggio del tutto fuorviante.

Si chiama “Le ancelle” (originale: The Handmaid’s Tale) ed è l’ultima serie televisiva seguita da giovani e giovanissimi. Nasce dalla scrittrice canadese M. Atwood.

In un futuro non lontano la natalità precipita a causa di malattie, inquinamento e lassismo. Dopo una guerra civile, un regime totalitario “cristiano” prende il comando nel territorio dove c’erano gli Stati Uniti. La vera ricchezza sono i figli e le poche donne fertili, le “Ancelle”, per legge devono assicurare la discendenza alle famiglie d’élite. Esse vengono istruite dalle “Zie”, che trasmettono il pensiero della vita. In questa società iper-tradizionalista è condannato ogni tipo di diversità sessuale, mentre la polizia segreta (gli “Occhi”) scovano eventuali ribelli. Fra i perseguitati ci sono anche i cattolici, troppo progressisti rispetto ai puritani del potere.

Si tratta di un romanzo “distopico”, contrario cioè di “utopico”, che immagina la società più spaventosa e sgradevole. Si tratta di un delirio completamente sbagliato perché ogni chiusura porta alla morte, non assicura di certo la vita. Al rovescio: è l’apertura all’altro, stabile e fedele, la condizione feconda per generare.

Interessante però che qui in Italia questa serie televisiva goda di tanta popolarità Forse c’è il desiderio di una società conservatrice o la paura perché siamo lo stato più vecchio del mondo. Comunque sia, più che al romanzo, bisogna prestare attenzione alla mentalità integralista che lo circonda e al consenso che gli viene tributato nel nostro Paese.

don Gianni

“Divide et impera”

Scritto il 10 Giugno 2018 10:12 da Plinio Borghi

“Divide et impera” era l’arcinoto motto dell’impero romano di facile traduzione per tutti. Come di facile traduzione è anche il significato intrinseco delle parole e, detta a spanne, vuol dire che, dove c’è divisione, contrasto, contrapposizione gratuita, subentra la confusione, che a sua volta favorisce la sopraffazione. È un po’ il clima che abbiamo vissuto in questo lungo periodo di crisi istituzionale, prima che si formasse il nuovo Governo. Naturalmente c’è sempre qualcuno che ci guadagna a rimestare nel torbido, sia da dentro che da fuori: l’andamento dei mercati e dello spread sono stati degli esempi evidenti di sfruttamento di una situazione precaria, determinata da una caterva di riserve mentali, malgrado la conclamata volontà di voler fare solo il bene degli italiani. E c’è voluta tutta la determinazione e la pazienza del nostro impareggiabile Presidente della Repubblica Mattarella per costringere tutti a sbrogliare la matassa. Guarda caso, il Vangelo ha sempre una risposta pronta alle nostre piccolezze e oggi in particolare sembra far eco al motto di apertura, datato nella sostanza tre secoli prima di Gesù da Filippo il Macedone. Il nostro Maestro, accusato di essere amico del capo dei demoni in quanto li scacciava con troppa facilità, rispondeva: “Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in sé stesso, quel regno non potrà restare in piedi”. Era ed è evidente l’invito all’unità, alla comunione d’intenti e di riferimenti (come ci richiamava la festa di domenica scorsa), a non lasciarsi fuorviare dai reciproci sospetti che il diavolo, divisore per antonomasia, è abile nell’insinuare, come fece con i nostri progenitori nel paradiso terrestre (v/ prima lettura): se ci abbiamo rimesso quella volta, sarebbe ridicolo rimetterci anche la salvezza eterna ricadendo nel medesimo errore. Purtroppo nella nostra debolezza umana è insita l’insidia, alimentata dagli interessi di parte, di solito in antitesi a quelli collettivi, e quindi dai conseguenti contrasti. Per fortuna la Misericordia divina ci perdona tutto, se siamo in buona fede, però. Se invece cerchiamo di ingannare noi stessi, è dura. Conclude infatti Gesù, sempre nel vangelo di oggi: “In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno”. Vale per tutti, ma in modo particolare per i governanti (civili e religiosi ovviamente).

Dal mese di luglio entra in vigore l’orario estivo delle Sante Messe

Scritto il 7 Giugno 2018 08:05 da Redazione Carpinetum

Già arrivano telefonate in canonica per domandare quando cambierà l’orario delle Messe durante l’estate. Faremo come lo scorso anno e cioè fino alla fine di giugno manterremo l’orario consueto. A partire da domenica 1 luglio e fino alla fine di agosto toglieremo la Santa Messa feriale del mattino alle 7.00 e la domenica avremo l’orario estivo, con le celebrazioni alle 8.30, alle 10.00, alle 11.30. Alla sera la Messa resta inalterata alle 18.30. Aiutateci a diffondere questa indicazione. Per la prima domenica di settembre rientrerà subito in vigore l’orario ordinario.

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