Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Gli obiettivi dell’anno che inizia

Scritto il 18 Settembre 2019 07:17 da Don Gianni Antoniazzi

Per il nuovo anno pastorale la diocesi invita le parrocchie a lavorare sul tema prezioso del battesimo. Anche qui ne faremo tesoro e proponiamo altre attenzioni puntuali per svilupparlo in modo concreto

Inizia il nuovo anno pastorale. Nei prossimi giorni prenderanno avvio le varie attività in programma. È previsto un incontro del Consiglio pastorale per orientare il lavoro.

Da parte sua la diocesi propone il tema del battesimo. Si tratta di un suggerimento prezioso, anche se la Chiesa veneziana ha già riflettuto più volte su questo argomento. Qualcuno fra noi desidera affrontare anche temi ulteriori. Da una parte la necessità di “aver cura” di sé stessi, degli altri, delle cose e del tempo. Lontano dal Padre, la vita viene semplicemente dissipata. Il Vangelo riporta anche un principio: chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto (Lc 16,10). è importante, dunque, aver cura già delle realtà quotidiane per custodire poi gli affetti importanti e il futuro.

Ci sarebbe anche un secondo ambito di proposte: l’attenzione per l’ambiente che ci circonda. Non si tratta d’intervenire sulle macro-questioni della nostra società, ma di imparare a compiere i gesti quotidiani che danno valore al creato intero. Già con la sagra di giugno, per esempio, abbiamo bandito tutta la plastica e anche i prodotti monouso erano tutti biodegradabili.

Vivere il battesimo, diventare figli di Dio, passa anche da questi comportamenti di vita quotidiana.

don Gianni

Don Fabio ci saluta

Scritto il 11 Settembre 2019 04:16 da Don Gianni Antoniazzi

Il suo ingresso nella vicina parrocchia della SS. Trinità è già previsto per il 13 ottobre
Qui da noi abbiamo pensato di salutarlo il 29 settembre alla Santa Messa delle 10:30

Il caro don Fabio, mons. Longoni per alcuni, ha prestato servizio nella nostra parrocchia dal lontano 2003. Prima era stato parroco di Zelarino mentre, all’inizio del 2000, diventò direttore della scuola diocesana di formazione all’impegno sociale e delegato del patriarca Angelo Scola per l’azione sociale. Mentre svolgeva quegli incarichi veniva anche a celebrare Messa da noi e l’ha fatto fedelmente, anche quando poi ha trascorso un quinquennio a Roma come direttore dell’Ufficio nazionale della CEI per i problemi sociali e il lavoro. Ad ottobre dello scorso anno è tornato a Venezia, mettendosi a disposizione per le necessità diocesane. Ora il Patriarca l’ha nominato parroco alla Santissima Trinità, nel vicino Villaggio Sartori.

Per noi è stato un riferimento stabile. Tanti sacerdoti si sono alternati durante il suo servizio: don Armando e don Paolo, don Luigi e don Danilo, don Stefano, don Marco, don Claudio, don Mario e il sottoscritto… la lista sarebbe lunga.

La sua nomina alla SS. Trinità, col tempo, apre la possibilità di consolidare la collaborazione fra le parrocchie. Bisogna trovare prima un equilibrio esatto perché è facile immaginare che don Fabio, in futuro, possa avere altri incarichi, anche nell’ambiente dell’insegnamento.

A lui esprimeremo il nostro affetto domenica 29 quando alla S. Messa delle 10:30 gli daremo il nostro saluto.

don Gianni

Ripartiamo con speranza

Scritto il 5 Settembre 2019 08:01 da Don Gianni Antoniazzi

ll cammino del nuovo anno può cominciare con serenità se c’è fiducia per il futuro
Nella nostra comunità ci sono davvero tanti motivi per guardare avanti con ottimismo

Iniziare il nuovo anno pastorale non è facile. Ci sono però buone ragioni per essere lieti. In questa comunità ci sono parecchi adulti radicati nella fede. Continuano il cammino nonostante le contestazioni esterne e le fatiche della vita fraterna. Sono persone che cercano il volto del Signore Gesù con cuore sincero.

Altro motivo di gioia sono i tanti giovani attenti al Vangelo e pronti a farsi carico dei più piccoli. Quante comunità cristiane possono contare su questa presenza numerosa?

Possiamo inoltre nutrire speranze per il futuro perché tocchiamo con mano che molta gente è stabile nel servizio: dal doposcuola alla catechesi, dalla mensa dei poveri all’organizzazione del patronato e del canto, dal servizio liturgico alle pulizie degli ambienti. Nei numerosi settori vi siano laici pronti al dono di sé. A mano mano che passa il tempo, sembra affiorare la parte bella di ciascuno mentre le debolezze e le fragilità diventano meno evidenti.

Il vero motivo, però, per stare fiduciosi è che il Signore Gesù ci affianca nel cammino come ha fatto con i due discepoli di Emmaus. E anche se di tutto il resto fossimo meno soddisfatti, Lui resta compagno fidato. Questo basta per accendere ogni possibile gioia per l’avvenire.

don Gianni

Segni religiosi e politica

Scritto il 28 Agosto 2019 03:27 da Don Gianni Antoniazzi

Le attività pubbliche si esprimono anche attraverso i segni. Qualcuno prova ad usare quelli della fede. Il Vangelo però distingue fra il piano di Dio e quello di Cesare: quest’ultimo non può legittimarsi col primo

La politica usa segni: un simbolo elettorale, un colore di partito, una bandiera di appartenenza. Vi sono oggetti che, più di altri, manifestano l’ideologia: lo scudo, la falce e il martello, l’ulivo, la rosa, la fiamma, il sole che ride… qualcuno ha celebrato l’acqua del Po versata in Laguna. Un simbolo, se serio, è ricco: comunica un’idea, fa sintesi del passato, è un motivo di appartenenza.

Qualche politico ricorre ai segni religiosi: agita il Vangelo, mostra il rosario, cita la scrittura… Vado a memoria: Grillo, durante uno spettacolo, aveva fritto insetti omonimi e li aveva distribuiti dicendo “questo è il mio corpo”. Per decenni un partito italiano ha usato l’aggettivo “cristiano” per governare l’Italia. I nazisti scrivevano “Dio è con noi”. Alcuni tentarono la ri-conquista della Palestina con una croce sugli scudi; molti re si fecero incoronare con liturgie sontuose quasi che Dio li avesse posti al governo. Spesso la fede fu usata per proteggere gli interessi personali.

In questi ambiti però è più opportuna una visione laica. Per esempio: gli uomini di Stato talvolta sono eletti dal popolo, altre volte sono abili strateghi, raramente interpretano il Vangelo, mai sono epifania di Dio. Non si può usare il Vangelo per battezzare un politico, un regnante, un’ideologia e farla circolare fra la gente come una realtà assoluta. La fede cristiana, soprattutto in occidente, non può essere stretta nelle maglie di un partito: Gesù è venuto per tutti. Dunque: mai crociati, ma segnati dalla croce.

don Gianni

“La carità non abbia finzioni”

Scritto il 22 Agosto 2019 04:37 da Don Gianni Antoniazzi

Sono parole testuali di Paolo ai cristiani di Roma (12,9). Ogni tanto è necessario ricordare la carità evangelica a chi si dice cristiano, libero da precomprensioni e, soprattutto, da ideologie politiche

Sora è un comune negli Appennini fra Roma e Napoli. Lì c’è un parroco definito “leghista”, don Donato Piacentini. Il 16 agosto, in occasione di San Rocco, ha predicato che non serve l’accoglienza agli immigrati, ma il servizio agli Italiani in difficoltà (vedi nota*). Ne è nata una polemica. Giustamente, il vescovo, monsignor Gerardo Antonazzo, ha preso le distanze: “la scelta della diocesi – ha ricordato – è l’accoglienza e qualunque pensiero contrario … si deve addebitare esclusivamente a discutibili scelte personali”.

Ascoltiamo il Vangelo. “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero straniero e mi avete ospitato” (Mt 25). Più chiaro di così! L’accoglienza è per Cristo stesso. Gesù, poi, conosce la natura umana. Sa che essa è miope, ed è più facile voler bene ai lontani che ai vicini. Per questo comanda una carità a partire da chi è prossimo (Mt 22,37): il coniuge, i famigliari, i colleghi e gli amici. Saltare questo passaggio falsifica quelli seguenti. Nella misura in cui i lontani diventano famigliari, subirebbero anch’essi un rifiuto. L’amore che inizia dal vicino, se è sano, non si chiude però in un rapporto a due. Esso si apre ad una vita più ampia: se non si accolgono le persone vicine si finisce per rifiutare il “lontano” che sta in chi amiamo e anche in noi stessi. Talvolta le distanze e i conflitti più gravi si creano fra le pareti famigliari e nella propria vita personale (Gen 2-3). Infine, la carità diventa tale quando, lasciato il piano del linguaggio, degli annunci e delle ideologie, si passa a quello della vita.

Non “chi dice” ma “chi fa” entrerà il regno dei cieli. Saggio è colui che ascolta e mette in pratica; gli altri sono case sulla sabbia. Tante parole sui social partoriscono vento: sono finzione e pretesti elettorali. Quando poi la carità diventa concreta risponde in modo diverso alle differenti necessità. In ospedale c’è una risposta distinta a seconda delle malattie e, allo stesso modo, la carità non è un protocollo sempre uguale: ogni volta ci si china sul fratello, lì dove esso si trova. Per questo è sottoposta al criterio del finito: non adempie alle infinite esigenze della storia, ma soltanto a qualcuna. Chi aiuta un figlio in difficoltà può essere criticato perché non ha fatto altrettanto per gli altri. Ma chi critica soltanto merita le parole di Dante: “non ti curar di lor, ma guarda e passa” (Inf. III, 51).

don Gianni

(*) Citazione delle parole di don Donato Piacentini: «Quanti anziani abbandonati, quante persone hanno bisogno della nostra vita, hanno bisogno di un sorriso e di una luce per dissipare le tenebre di giornate cupe che non finiscono mai. Dove sono gli uomini che se ne fanno carico? Non voglio essere polemico, ma non sono sulle navi che si vanno a soccorrere persone che hanno telefonini, oppure catenine d’oro, catene al collo, e dicono che vengono dalle persecuzioni. Quali persecuzioni? Guardiamoci intorno, guardiamo la nostra città, guardiamo la nostra patria, guardiamo le persone che ci sono accanto. E io quante ne conosco».

Afoni nel linguaggio di Fede

Scritto il 14 Agosto 2019 03:25 da Don Gianni Antoniazzi

La vacanza offre più tempo per dialogare. Si parla di molteplici argomenti. Sulla fede siamo afoni. Certo essa è frutto anche di una ricerca personale. Chi però l’ha trovata deve offrirla in dono

Ai campi estivi si dialoga di sport, videogiochi, scuola, amici, vacanze, interessi e passioni. Il linguaggio dei ragazzi mostra che in famiglia di questo si discute. Non c’è però il tema della fede. Su questo argomento siamo afoni. Enzo Bianchi scrive: “In particolare la generazione degli attuali quarantenni e cinquantenni si mostra incapace nel trasmettere il Vangelo ai loro figli privi di orientamenti, che pure desiderano trovare ragioni e senso alla vita”.

La fede non è frutto di una semplice ricerca personale o di un caso fortuito: è fondamentale che qualcuno abbia messo in noi il desiderio di incontrare Gesù. In questo, i genitori hanno un compito decisivo. Essi danno ai figli cose buone: il linguaggio, l’istruzione, alcune regole di vita, l’inserimento nella società, la salute… È importante che da loro nasca anche la passione per una serena ricerca della fede. Guai se i dialoghi si esauriscono nella concretezza del presente. I giovani non avranno l’apertura a Gesù.

È importante dunque che noi adulti torniamo a parlare del Vangelo. Lo si può fare anche durante una passeggiata in montagna o mentre si contempla l’alba in riva al mare. Non è proselitismo: sarebbe irricevibile e non corrisponderebbe al Vangelo. Si tratta di trasmettere con gioia ciò che ci dà speranza.

don Gianni

Assunta: grandezza e quotidianità

Scritto il 7 Agosto 2019 07:32 da Don Gianni Antoniazzi

Giovedì prossimo, 15 agosto, celebreremo la solennità dell’Assunta. La festeggiamo con fede e passione, anche se molti in questi giorni si trovano fuori città, in vacanza o da parenti e amici

Maria è una donna d’Israele. Per i credenti è diventata, in modo del tutto singolare, madre del Messia. Il giorno dell’Assunta, 15 agosto, si celebra la sua realizzazione compiuta: ogni sua dimensione personale entra sul versante dell’Eterno. Ella diventa così “icona” per l’esistenza di ciascuno. Quale gioia la sua realizzazione: è l’anticipazione per il futuro di ogni persona. Ma anche la sua vita quotidiana diventa per noi un motivo di speranza. Maria non è stata fuori dal tempo. Ella ha provato la condizione sociale delle ragazze ebree; ha vissuto la fede con le incertezze e i timori della ricerca; ha cambiato i progetti dell’avvenire per fare spazio alla presenza del Figlio; ha accolto il progetto del Padre, né semplice né scontato; ha contemplato i successi del Cristo ma prima ancora è stata con Lui sul Calvario; ha sostenuto la speranza degli apostoli nel Cenacolo; ha accettato il silenzio come stile di vita.

L’Assunzione non compie solo i successi di Maria ma ogni sua fatica. Così è per l’uomo: il Padre benedice tutto di noi e porterà a compimento non soltanto i successi ma anche i dolore, le sconfitte, ogni lacrima. Tutto avrà il suo senso, tranne il peccato, perché il male, si sa, non ci conferisce nulla di buono, ma soltanto distruzione.

don Gianni

Multare le bestemmie

Scritto il 1 Agosto 2019 03:54 da Don Gianni Antoniazzi

Alcuni sindaci hanno previsto sanzioni per parole blasfeme contro ogni fede. Il problema, però, riguarda non il linguaggio, ma i sentimenti. Per edificare l’uomo nel bene non basta una multa

Negli anni Ottanta, ad Eraclea era usuale imprecare il Signore. In alcune sere d’estate, i seminaristi dicevano rosario con le suore nel giardino dell’asilo. Dall’altra parte della strada, all’esterno del ‘Bar Duomo’, gli uomini giocavano a carte e le bestemmie fioccavano come litanie. Ci si ignorava, si fingeva di non capire e la vita del paese andava avanti.

Sicuramente le imprecazioni contro la fede hanno poco senso. Se si crede al Vangelo, perché prendersela col Padre di misericordia? Se, invece, non si crede, che senso ha offendere chi non esiste? Si rischia soltanto di urtare la sensibilità dei credenti. Oggi, pare che ormai la bestemmia sia molto ridotta. Non significa, però, che ci sia stata una crescita umana e di fede. Anzi: in qualche caso è aumentata la rabbia, è salito il desiderio di prevaricare sugli altri e verso Gesù si è diffusa un’indifferenza peggiore degli oltraggi.

Che la bestemmia vada multata lo prevede anche la legge italiana, ma ha senso farlo? Non sarebbe più urgente appianare i rancori, aiutarci a vivere da fratelli senza alimentare la voglia di prevaricare sugli altri? Ci sono, per esempio, due ambiti nella vita sociale, pieni di collera e volgarità: il tifo calcistico e la politica. Nelle partite, anche delle serie minori, anzi forse più ancora, adulti e genitori diventano incivili con ogni crudezza. Così la politica: manifesta modi barbari ed è diventata quasi pre-umana. Al posto di multare le bestemmie sarebbe urgente sollevare questi due ambienti e provare a farli rientrare nel mondo civile.

don Gianni

Strumentalizzare per far scalpore

Scritto il 24 Luglio 2019 06:00 da Don Gianni Antoniazzi

I foglietti parrocchiali sono pensati per agevolare il dialogo con i parrocchiani e sono scritti con la disinvoltura familiare di cui hanno bisogno. Talora vengono ripresi e stravolti solo per far notizia

Il parroco di Chirignago, don Roberto Trevisiol, ha riportato sul foglietto della sua parrocchia, il celebre ‘Proposta’, un episodio che subito è stato ripreso dai giornali e poi finito sui social in tono polemico.

Si ha l’impressione che molta gente non cerchi più il resoconto oggettivo dei fatti, raccontati con rispetto per la realtà, ma impieghi gli articoli scarni di un foglio parrocchiale per interessi personali, aumentare la visibilità e suscitare tensione. Resta la stima incondizionata per chi esercita, con sacrificio e onestà culturale, il servizio di giornalista. Va riconosciuta, però, la superficialità che, soprattutto sui social, affiora quando c’è la voglia di dare enfasi e ridondanza a posizioni contrapposte.

Anche gli articoli di lettera aperta subiscono spesso questo destino. Un fatto della vita parrocchiale viene ripreso con vivacità di colori sui quotidiani locali e trasformato poi dalla rete col pretesto di catturare l’attenzione degli altri e ribadire le proprie posizioni: si piega così la realtà perché susciti a tutti i costi polemica e contrapposizione. Questo non è interesse per la verità. Al rovescio. Poiché qualche volta manca la profonda capacità di capire lo spessore della vita, si scivola su riflessioni superficiali e osservazioni speciose. Spesso gli strumenti digitali riducendo la riflessione di chi li usa, diffondono un pensiero aggressivo e privo di maturità.

don Gianni

Il Redentore: rischiare per crescere

Scritto il 18 Luglio 2019 10:28 da Don Gianni Antoniazzi

Per secoli pur di tenere aperti i commerci la Serenissima si è esposta al rischio della peste Chi invece desidera essere sempre garantito e non si gioca, è destinato a spegnere la vita

Il morbo Yersinia Pestis fu riconosciuto e isolato nel 1894. Quando Venezia affrontò la peste del Redentore, nel 1575, la chiamavano semplicemente “morte nera”. Il suo effetto era fulmineo: si pranzava con i vivi e si cenava con i morti.

Venezia sapeva che viaggiando fra i porti del Mediterraneo era facile portare in città la malattia sconosciuta. In precedenza c’erano stati almeno due casi: nel 1348 giunsero in laguna equipaggi mercantili fuggiti da Caffa, morirono 37 mila abitanti su una popolazione di 110 mila. Un fatto analogo avvenne, poi, nel 1478. In quell’occasione Venezia creò il primo ospedale pubblico, il Lazzaretto Vecchio dove venivano portati i malati. Ci fu poi il Lazzaretto Nuovo, dove veniva condotto chi era stato a contatto con persone malate. C’erano isole adibite alla sepoltura e roghi accesi per purificare l’aria. Alcune zone cittadine venivano chiuse e le case sospette murate.

Tuttavia, la città capiva che, chiusi i commerci, per lei non ci sarebbe stato un futuro. Così, passato il pericolo, il Senato prevedeva sgravi fiscali per rilanciare i traffici, intimava gli ufficiali pubblici a riprendere il servizio, incoraggiava l’immigrazione, ripristinava processioni e feste per dimostrare che il morbo era sconfitto.

Nel 1575, Venezia stava perdendo ingenti guadagni: i commerci più preziosi si erano spostati dal Mediterraneo all’Atlantico, e la città, che già aveva perduto Cipro, non voleva chiudersi ulteriormente. La peste arrivò questa volta via terra, da Trento, ed era di origine turco-ungherese.

Venezia capiva che il rischio del contagio era il prezzo da pagare per continuare a vivere. Così morirono in 50 mila su 180 mila abitanti. Fu una scelta legata alla cupidigia del denaro o al desiderio di pensare al futuro? Non è facile rispondere.

Di fatto oggi, in materia di salute e di sicurezza, siamo diventati così sensibili da bloccarci di fronte a qualsiasi difficoltà. Di questo passo siamo destinati a trasformarci in cadaveri viventi.

don Gianni

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