Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Lettera aperta del 1° settembre 2019

Scritto il 28 Agosto 2019 04:39 da Redazione Carpinetum

Abbiamo inserito nel sito lettera aperta del 1°/9/2019. Aspettiamo i vostri commenti in email o direttamente sul blog.

Segni religiosi e politica

Scritto il 28 Agosto 2019 03:27 da Don Gianni Antoniazzi

Le attività pubbliche si esprimono anche attraverso i segni. Qualcuno prova ad usare quelli della fede. Il Vangelo però distingue fra il piano di Dio e quello di Cesare: quest’ultimo non può legittimarsi col primo

La politica usa segni: un simbolo elettorale, un colore di partito, una bandiera di appartenenza. Vi sono oggetti che, più di altri, manifestano l’ideologia: lo scudo, la falce e il martello, l’ulivo, la rosa, la fiamma, il sole che ride… qualcuno ha celebrato l’acqua del Po versata in Laguna. Un simbolo, se serio, è ricco: comunica un’idea, fa sintesi del passato, è un motivo di appartenenza.

Qualche politico ricorre ai segni religiosi: agita il Vangelo, mostra il rosario, cita la scrittura… Vado a memoria: Grillo, durante uno spettacolo, aveva fritto insetti omonimi e li aveva distribuiti dicendo “questo è il mio corpo”. Per decenni un partito italiano ha usato l’aggettivo “cristiano” per governare l’Italia. I nazisti scrivevano “Dio è con noi”. Alcuni tentarono la ri-conquista della Palestina con una croce sugli scudi; molti re si fecero incoronare con liturgie sontuose quasi che Dio li avesse posti al governo. Spesso la fede fu usata per proteggere gli interessi personali.

In questi ambiti però è più opportuna una visione laica. Per esempio: gli uomini di Stato talvolta sono eletti dal popolo, altre volte sono abili strateghi, raramente interpretano il Vangelo, mai sono epifania di Dio. Non si può usare il Vangelo per battezzare un politico, un regnante, un’ideologia e farla circolare fra la gente come una realtà assoluta. La fede cristiana, soprattutto in occidente, non può essere stretta nelle maglie di un partito: Gesù è venuto per tutti. Dunque: mai crociati, ma segnati dalla croce.

don Gianni

Orario ordinario Messe

Scritto il 26 Agosto 2019 08:00 da Redazione Carpinetum

Ricordiamo che da domenica 1° settembre, col cambio del mese, riprenderemo l’orario ordinario delle celebrazioni.

Le Messe festive quindi avranno il seguente orario: 8:00; 9:00; 10:30; 12:00. Raccomandiamo a tutti di far girare la voce affinché nessuno ne resti disorientato.

Dev’essere tutta una fatica? Uffa!

Scritto il 25 Agosto 2019 10:00 da Plinio Borghi

Dev’essere tutta una fatica? Uffa! Una vita tranquilla, agiata, dove tutto ci sia servito su un vassoio d’argento, senza pensieri e preoccupazioni, no? E magari il pensiero corre a chi i soldi gli crescono nelle tasche senza muovere un dito. Poi qualcuno di questi si suicida e ci accorgiamo che non era tutto oro quello che luccicava, che pensieri e preoccupazioni sono all’ordine del giorno di tutti e che anzi gode di più chi le cose se le conquista con lo sforzo e l’impegno. No, non sto ricorrendo al luogo comune che “i soldi non fanno la felicità”, fra l’altro piuttosto ipocrita; sostengo soltanto che la soddisfazione è direttamente proporzionata alla fatica che si compie. In questo periodo trascorso in montagna, ho visto continuamente gente di tutte le estrazioni sociali partire attrezzati per camminate, a volte lunghe, a volte impegnative, talora anche rischiose e tornare alla sera soddisfatti per gli obiettivi raggiunti: più è stato difficile e più erano raggianti. La montagna, tuttavia, è un emblema di facile presa, ma proviamo a pensare allo studio, al lavoro, dalle mansioni più qualificate a quelle più umili, alle attività sociali e scopriremo lo stesso stimolo e lo stesso risultato se in ogni cosa che facciamo ci poniamo degli obiettivi e ci impegniamo per raggiungerli. Certo, ci sono anche i furbi del “ma chi me la fa fare” e cercano gli éscamotage convinti di vivere meglio. Si ritroveranno presto illusi per aver costruito sull’effimero ed è proprio con questa categoria che Gesù se la prende oggi nel vangelo. “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno”, insiste il Maestro ed è chiaro che la porta stretta è quella della buona volontà, della coerenza, della fatica, una porta verso la quale tutti puntano, perché solo attraverso quella si arriva al banchetto celeste, ma non si passa in massa, non vi si sgattaiola dentro di soppiatto: il vaglio sarà individuale (perché, appunto, è stretta) e oculato e più di qualcuno resterà fuori, disconosciuto dallo stesso Signore col quale crede di aver passato una vita. Ecco l’illusione di chi cura tanto le apparenze, ma non va alla sostanza. Allora non ci resta che faticare? Dipende. Andate a chiederlo a chi fa un lavoro che gli piace e lo appassiona, a chi studia con entusiasmo, a chi opera per amore (della famiglia, del prossimo) se sente la fatica. Vi risponderà di no, perché il risultato è appagante. E non è né più e né meno di ciò che anche Gesù ci chiede per il premio finale.

Lettera aperta del 25 agosto 2019

Scritto il 22 Agosto 2019 05:27 da Redazione Carpinetum

Abbiamo inserito nel sito lettera aperta del 25/8/2019. Aspettiamo i vostri commenti in email o direttamente sul blog.

“La carità non abbia finzioni”

Scritto il 22 Agosto 2019 04:37 da Don Gianni Antoniazzi

Sono parole testuali di Paolo ai cristiani di Roma (12,9). Ogni tanto è necessario ricordare la carità evangelica a chi si dice cristiano, libero da precomprensioni e, soprattutto, da ideologie politiche

Sora è un comune negli Appennini fra Roma e Napoli. Lì c’è un parroco definito “leghista”, don Donato Piacentini. Il 16 agosto, in occasione di San Rocco, ha predicato che non serve l’accoglienza agli immigrati, ma il servizio agli Italiani in difficoltà (vedi nota*). Ne è nata una polemica. Giustamente, il vescovo, monsignor Gerardo Antonazzo, ha preso le distanze: “la scelta della diocesi – ha ricordato – è l’accoglienza e qualunque pensiero contrario … si deve addebitare esclusivamente a discutibili scelte personali”.

Ascoltiamo il Vangelo. “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero straniero e mi avete ospitato” (Mt 25). Più chiaro di così! L’accoglienza è per Cristo stesso. Gesù, poi, conosce la natura umana. Sa che essa è miope, ed è più facile voler bene ai lontani che ai vicini. Per questo comanda una carità a partire da chi è prossimo (Mt 22,37): il coniuge, i famigliari, i colleghi e gli amici. Saltare questo passaggio falsifica quelli seguenti. Nella misura in cui i lontani diventano famigliari, subirebbero anch’essi un rifiuto. L’amore che inizia dal vicino, se è sano, non si chiude però in un rapporto a due. Esso si apre ad una vita più ampia: se non si accolgono le persone vicine si finisce per rifiutare il “lontano” che sta in chi amiamo e anche in noi stessi. Talvolta le distanze e i conflitti più gravi si creano fra le pareti famigliari e nella propria vita personale (Gen 2-3). Infine, la carità diventa tale quando, lasciato il piano del linguaggio, degli annunci e delle ideologie, si passa a quello della vita.

Non “chi dice” ma “chi fa” entrerà il regno dei cieli. Saggio è colui che ascolta e mette in pratica; gli altri sono case sulla sabbia. Tante parole sui social partoriscono vento: sono finzione e pretesti elettorali. Quando poi la carità diventa concreta risponde in modo diverso alle differenti necessità. In ospedale c’è una risposta distinta a seconda delle malattie e, allo stesso modo, la carità non è un protocollo sempre uguale: ogni volta ci si china sul fratello, lì dove esso si trova. Per questo è sottoposta al criterio del finito: non adempie alle infinite esigenze della storia, ma soltanto a qualcuna. Chi aiuta un figlio in difficoltà può essere criticato perché non ha fatto altrettanto per gli altri. Ma chi critica soltanto merita le parole di Dante: “non ti curar di lor, ma guarda e passa” (Inf. III, 51).

don Gianni

(*) Citazione delle parole di don Donato Piacentini: «Quanti anziani abbandonati, quante persone hanno bisogno della nostra vita, hanno bisogno di un sorriso e di una luce per dissipare le tenebre di giornate cupe che non finiscono mai. Dove sono gli uomini che se ne fanno carico? Non voglio essere polemico, ma non sono sulle navi che si vanno a soccorrere persone che hanno telefonini, oppure catenine d’oro, catene al collo, e dicono che vengono dalle persecuzioni. Quali persecuzioni? Guardiamoci intorno, guardiamo la nostra città, guardiamo la nostra patria, guardiamo le persone che ci sono accanto. E io quante ne conosco».

Creare scompiglio

Scritto il 18 Agosto 2019 10:00 da Plinio Borghi

Creare scompiglio non dev’essere una cosa tanto difficile, anzi, sembra proprio uno sport praticabile da tutti. Ho appena seguito alla tv l’apertura della crisi di governo, che pur era nell’aria, ma che evidentemente i più esorcizzavano. Risultato: caos totale, dichiarazioni a ruota libera e contraddizioni a nastro. Il flash back su tutte le volte che nella vita ho assistito a fatti analoghi è stato immediato e mi sono tornate alla mente non solo le numerose crisi pilotate o al buio, ma anche le piccole e grandi rivoluzioni, in particolare quelle accompagnate da atti di terrorismo, e tutte o quasi innescate confondendo le carte per creare l’humus adatto per allontanare il più possibile soluzioni confezionate o scontate: lo scompiglio, appunto. Non illudiamoci, tuttavia, che tutto ciò riguardi solo la politica: nelle vertenze sindacali non si è da meno, nei rapporti familiari idem e non parliamo dell’armonia che dovrebbe regnare in tutti gli aspetti della vita sociale in genere, come pure nei rapporti di amicizia. Un sassolino nello stagno, che può essere il gesto di stizza o d’insofferenza, una parola di troppo, una maldicenza, e voilà, il gioco è fatto. Poi arrivano le seppie, cioè gli opinionisti, i mass media, i finti pacieri, gli “amici” di famiglia, i passaparola e giù nero fumo ovunque, tanto perché nessuno si sogni che le cose si appianino con facilità e le soluzioni siano dietro l’angolo. Con questo spirito di negatività, ho aperto le letture di questa domenica e cosa mi ritrovo? Gesù che dice ai discepoli: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra … Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione … D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio…” e via specificando a scanso di equivoci. No, questa non ci voleva, ci si mette anche il Messia, ora, che è simbolo di pace per eccellenza?! È vero che attraverso la sua Croce si pone come simbolo di contraddizione, ma.. Sono le ultime parole del brano ad aprirmi improvvisamente la mente: “… come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?”. Ecco, Gesù è la soluzione e nel suo nome possiamo dar adito a tutto lo scompiglio che ci vuole, ma con già in mano la scelta giusta da fare, che è Lui e la sua Parola. Non c’è crisi al buio nella sequela del Vangelo e ogni rivoluzione nel suo nome è un successo, perché lo scopo è chiaro. Capita l’antifona, voi che rimestate nel torbido?

Lettera aperta del 18 agosto 2019

Scritto il 14 Agosto 2019 03:50 da Redazione Carpinetum

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Afoni nel linguaggio di Fede

Scritto il 14 Agosto 2019 03:25 da Don Gianni Antoniazzi

La vacanza offre più tempo per dialogare. Si parla di molteplici argomenti. Sulla fede siamo afoni. Certo essa è frutto anche di una ricerca personale. Chi però l’ha trovata deve offrirla in dono

Ai campi estivi si dialoga di sport, videogiochi, scuola, amici, vacanze, interessi e passioni. Il linguaggio dei ragazzi mostra che in famiglia di questo si discute. Non c’è però il tema della fede. Su questo argomento siamo afoni. Enzo Bianchi scrive: “In particolare la generazione degli attuali quarantenni e cinquantenni si mostra incapace nel trasmettere il Vangelo ai loro figli privi di orientamenti, che pure desiderano trovare ragioni e senso alla vita”.

La fede non è frutto di una semplice ricerca personale o di un caso fortuito: è fondamentale che qualcuno abbia messo in noi il desiderio di incontrare Gesù. In questo, i genitori hanno un compito decisivo. Essi danno ai figli cose buone: il linguaggio, l’istruzione, alcune regole di vita, l’inserimento nella società, la salute… È importante che da loro nasca anche la passione per una serena ricerca della fede. Guai se i dialoghi si esauriscono nella concretezza del presente. I giovani non avranno l’apertura a Gesù.

È importante dunque che noi adulti torniamo a parlare del Vangelo. Lo si può fare anche durante una passeggiata in montagna o mentre si contempla l’alba in riva al mare. Non è proselitismo: sarebbe irricevibile e non corrisponderebbe al Vangelo. Si tratta di trasmettere con gioia ciò che ci dà speranza.

don Gianni

Servizio o servilismo?

Scritto il 11 Agosto 2019 10:00 da Plinio Borghi

Servizio o servilismo? Nell’atto di servire è un dubbio amletico che può insinuarsi ed è bene che ciò avvenga, perché t’impone una verifica sulla genuinità o meno del tuo agire. È infatti indiscutibile che servire, per lavoro o per passione, per impegno religioso o sociale, sia cosa buona e dignitosa, se portata avanti con professionalità ovvero con spirito di abnegazione, scevra dal perseguimento di secondi fini o, di più, da iniziative contrarie alla giusta causa. Se, però, il vero scopo recondito è quello di farsi vedere belli, di puntare al privilegio, di ingannare per avere riconoscimenti o mano libera, carpendo la fiducia (e qui una buona fetta di volontari o impegnati in politica dovrebbe compiere un bell’esame di coscienza), si scivola nel servilismo, che è uno degli aspetti più odiosi del comportamento umano. Il servile, oltrecché lecchino, è anche viscido, inafferrabile, forte con i deboli e remissivo con i forti, pronto ad assumere atteggiamenti da padrone e prevaricatore non appena il suo padrone gira l’occhio; è il burocrate che si serve della burocrazia per la personale affermazione. Ed è contro questa genia che Gesù si scaglia nelle similitudini del brano del vangelo in lettura oggi, genia vituperata più ancora perché sa bene la volontà di chi comanda o le pieghe della legge che elude per agire nell’impunità. È invece più indulgente con l’errore dell’inconsapevole, anche se comunque non lo assolve. C’è già in ciò un’anticipazione dei criteri che presiederanno il giudizio finale. Infatti, poco prima elogia il servo fedele, che il padrone al suo ritorno trova ancora “sveglio”, intendendosi per sveglio: leale, coerente, lineare, produttivo, attento alla causa, vigilante sull’andamento corretto delle cose. Sono tutte doti che il servile ignora e qui sarà il “padrone” stesso a mettersi a servizio del suo servo, gratificandolo oltre le sue aspettative. Diventa allora alquanto emblematica la frase che conclude il brano in lettura: “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto (e fin qui nulla da dire, è normale); a chi fu affidato molto, sarà chiesto molto di più”. Qui vien quasi da pensare a quello che, se gli dai una mano, ti porta via anche il braccio. Non è così: quando si pretende molto vuol dire che s’è concessa una fiducia illimitata, ed è già gratificante, ma lo sarà ancor di più se risulterà ben riposta. Mi piace concludere con il gioco di parole che un mio vecchio amico parroco usava proporre: “Nella fede serve chi serve. Chi non serve.. non serve!”.

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