Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Lettera aperta del 2 dicembre 2018

Scritto il 28 Novembre 2018 10:45 da Redazione Carpinetum

Abbiamo inserito nel sito lettera aperta del 2/12/2018. Aspettiamo i vostri commenti in email o direttamente sul blog.

Un’attesa di speranza

Scritto il 28 Novembre 2018 10:34 da Don Gianni Antoniazzi

Da questa domenica comincia il periodo d’Avvento. è la preparazione per accogliere Gesù nel Natale come avviene in ogni Eucarestia, nel nostro incontro con i fratelli e nella sua venuta alla fine del tempo.

Non è facile vivere l’attesa. Ci riescono bene le mamme, quando aspettano la nascita del figlio. In altri casi, quando non possiamo controllare gli eventi, diventa un momento sgradevole e angosciante. Chi poi non ha maturato certezze serene vive l’attesa con preoccupazione e affanno: teme che possano incombere minacce e pericoli; desidera continuamente andare altrove. Per esempio, chi non ha certezze nel nostro Paese, in attesa degli eventi futuri, preferisce sistemarsi all’estero. Chi invece nel cuore ha una speranza certa nel Signore Gesù supera i timori, vede i segni del Padre che salva e aspetta sereno che la vita si compia. Chi ha fede rimane al proprio posto e feconda il tempo presente, come una mamma nutre un figlio nel ventre. Questo atteggiamento così felice e stabile si chiama virtù della pazienza, il rovescio di tanta rabbia sterile presente sui social.

don Gianni

Mai ossimoro fu più sublime!

Scritto il 25 Novembre 2018 08:51 da Plinio Borghi

Mai ossimoro fu più sublime! E mai così reale da perdere la sua antitesi. Un re venuto per servire! Fino all’ultimo Gesù ci sorprende con lezioni di vita: per regnare bisogna prima imparare a servire; l’autorità ti deriva dal metterti a servizio degli altri; per poter comandare bene occorre esercitarsi all’obbedienza. E in effetti sono indirizzi che i più accorti si peritano di mettere in pratica, innanzitutto perché è vero e poi anche in termini strumentali: quanto più credibilità acquista chi si appresta ad assumersi responsabilità dopo aver fatto la sua bella gavetta! A noi cristiani, tuttavia, non è dato di strumentalizzare alcunché, perché il nostro Maestro ce lo dice da sempre: siamo chiamati ad essere in questo mondo elementi di contraddizione e la sua predicazione, a partire dalle cosiddette “beatitudini”, riflette questa impostazione. D’altronde, se il Messia fosse venuto per allinearsi all’andazzo corrente, che senso avrebbe avuto? Certo, tutti pensavano ad un conquistatore, ad uno che riscattasse il suo popolo dal giogo, che si facesse re nel senso materiale del termine, tant’è che su questa accusa hanno giocato anche coloro che lo volevano morto e il vangelo di oggi riprende proprio il dialogo con Ponzio Pilato sull’argomento. Gesù però s’è rivelato di tutt’altra pasta e con prospettive ben diverse, puntando ad un trono tutto particolare, come la croce. L’ha fatto per liberarci dal vero giogo, quello del peccato, e per farci conquistare il vero Regno, quello dei cieli; però non è stato un gesto puramente gratuito: in cambio dobbiamo ricondurgli tutti i regni terreni, tutti devono riconoscere in lui il vero Re dell’universo. Nel tempo più di qualcuno, anche di quelli che credevano di aver capito tutto, ha pensato di doverlo fare a fil di spada, travisando lo spirito della missione, che è diffondere la lieta novella fino ai confini del mondo. Come? Amando (la famosa sintesi di tutti i precetti) e servendo (da questo capiranno che siete miei discepoli). Guardiamo ai genitori in famiglia: amano e servono, perciò hanno anche l’autorità (o almeno dovrebbero averla). Altrimenti non saremo segno di contraddizione, ma contraddittori con noi stessi, e la conquista del regno, almeno per noi, si farebbe sempre più lontana. Concludiamo l’anno liturgico con quella bella frase della colletta alternativa di oggi: “O Dio, … illumina il nostro spirito, perché comprendiamo che servire è regnare, e con la vita donata ai fratelli confessiamo la nostra fedeltà a Cristo, primogenito dei morti e dominatore di tutti i potenti della terra”.

Lettera aperta del 25 novembre 2018

Scritto il 21 Novembre 2018 08:50 da Redazione Carpinetum

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Una preghiera più calda

Scritto il 21 Novembre 2018 06:55 da Don Gianni Antoniazzi

Con tutta probabilità cambia la preghiera del Padre nostro: non diremo più “non ci indurre in tentazione” ma non ci “abbandonare alla tentazione”. Un po’ di fatica ma ne vale la pena.

Il Padre nostro non è un’esortazione perché Dio ci ubbidisca, ma fa memoria di quel che Dio già compie per noi. È una preghiera memorativa. Agostino, padre della Chiesa del IV secolo, ripeteva poi che il testo è problematico e richiede una riflessione profonda. Quando però si ama una persona non è difficile capirsi. Anche i passaggi più faticosi diventano chiari. Quando invece il cuore è lontano dall’altro si litiga su tutto, anche sulle frasi più banali.

La preghiera del Padre Nostro diventa chiara quando si ama il Gesù dei Vangeli. Quanto invece alla traduzione, è un altro paio di maniche: non è facile tradurre il testo originale nella nostra lingua. Da una parte le parole del Padre Nostro sono molto ricche, dall’altra la lingua italiana è viva e cambia col tempo. Per anni abbiamo detto “non ci indurre in tentazione”. Qualcuno avrà pensato: «Può Dio Padre “indurci” in tentazione? Può ingannare i suoi figli?» Certo che no. E per questo, anni fa, la conferenza episcopale ha trovato più opportuna la traduzione: «Non abbandonarci alla tentazione». È una traduzione più dolce e simpatica. Non è però una concessione al politicamente corretto. È un modo legittimo di tradurre il senso del testo. Sarà la nostra nuova formula e col tempo ci abitueremo a pronunciarla, perché anche l’orecchio con i suoi suoni avrà bisogno di educarsi.

Per una volta scrivo il testo: καὶ {e} μὴ {non} εἰσενέγκῃς {esporre o abbandonare} ἡμᾶς {noi} εἰς {alla} πειρασμόν {tentazione o prova}, ma qui non sto a fare grammatica. Si sappia che se anche uno continuasse a dire la vecchia formula non pecca di certo, anzi.

don Gianni

Gesù come il cameriere

Scritto il 18 Novembre 2018 10:53 da Plinio Borghi

Gesù come il cameriere: l’ha detto lui stesso che è venuto per servire. E alla fine torna per presentare il conto. Se abbiamo accettato i suoi suggerimenti e ordinato il menù della casa controllato e garantito, è facile che ne usciamo soddisfatti e che l’onere sia proporzionato. Se invece abbiamo voluto fare di testa nostra e ordinato “alla carta”, spaziando con sicumera dalla pietanza sofisticata al vino più pregiato, certamente il prezzo sarà salato e non ci sarà spazio di contrattazione. Hai voglia di cominciare con le lagnanze o col “io non sapevo” ovvero “nessuno me l’aveva detto”!! Tanto più che abbiamo sicuramente a che fare con un “trattore” onesto e corretto, ma soprattutto credibile, al contrario di certi marpioni cattura turisti di cui sentiamo troppo spesso parlare in giro. “La fiducia è una cosa seria e si dà alle persone serie”, tuonava molto tempo fa uno slogan pubblicitario, e nessuno più del nostro Salvatore Gesù Cristo può vantare garanzie maggiori. Siamo alle battute finali del discorso escatologico di Marco e alla conclusione del nostro percorso con questo evangelista; ma non è il quadro dei fenomeni preconizzati dal Maestro per la fine del mondo che ci deve preoccupare: con ogni probabilità non saremo noi ad assistervi e anche se fosse, visto che non è dato a nessuno di sapere quando, a quel punto non ci possiamo fare granché. Conta piuttosto acquisire che la garanzia della seconda venuta del Figlio dell’Uomo sancirà “l’assetto” definitivo del Regno dei cieli. Al di là della ritualità descritta da Matteo, non ci sarà alcun processo né margine alcuno di recupero: quel che è stato è stato, ogni regno di questo mondo sarà ricondotto al Padre e, ormai fuori dal concetto del tempo come ora lo conosciamo, assisteremo all’epilogo della grande Missione di salvezza, assumendo anche il nostro corpo in forma gloriosa (la cosiddetta resurrezione dei morti). Lo professiamo sempre recitando il Credo ed è questa la certezza che ci è data e sulla quale riponiamo appunto tutta la nostra fiducia. Che fare allora? Adagiarsi aspettando che il destino si compia e che i tempi facciano il loro corso? Giammai, ci dice il Messia, piuttosto state pronti e all’erta, perché c’è un momento ben preciso in cui saremo vagliati, ma nessuno, tranne il Padre, è a conoscenza del giorno e dell’ora; cavoli nostri se saremo colti impreparati. Quindi altro che adagiati: vigili è la parola giusta!

Lettera aperta del 18 novembre 2018

Scritto il 14 Novembre 2018 08:31 da Redazione Carpinetum

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La libertà è un diritto

Scritto il 14 Novembre 2018 08:29 da Don Gianni Antoniazzi

C’è chi attacca la libertà di pensiero e di stampa. Forse si ha paura di chi pensa in modo diverso. Le differenze non dovrebbero mai essere un motivo di scontro ma di arricchimento vicendevole.

La libertà di pensiero e di stampa, sancita dalla Costituzione, è un problema per ogni autorità. I saggi, però, profittano delle critiche per migliorare. Chi è sicuro di sé non teme le critiche perché sa bene che la verità si fa strada. Invece l’arrogante, che pretende di avere la verità in tasca, punta (invano) a spegnere le voci contrarie. Il Vangelo riferisce in che modo Erodiade e Salomé – vip del tempo – soffocarono il dissenso: annebbiarono la testa a Erode e tagliarono quella del Battista. Oggi qualcuno si augura altrettanto e vorrebbe togliere la penna ai giornalisti scomodi. C’è una domanda decisiva: chi sbaglia ha il diritto di esprimersi? Hitler, per esempio, aveva la facoltà di divulgare le sue opinioni? Per secoli la Chiesa ha detto di no, che lo sbaglio non ha diritti. Oggi, invece, riconosce il valore delle opinioni di ciascuno e chiede a chi ascolta l’esercizio di distinguere la Verità.

Su questi stessi principi si regge la libertà di stampa che domanda ai giornalisti di scrivere con retta coscienza e ai lettori l’intelligenza per prendere le distanze, se necessario, da testi inquinati. È evidente che ciascuno agisce secondo un interesse e lo dico nel senso più nobile. Il resoconto oggettivo può essere accompagnato da un’interpretazione soggettiva: ognuno osserva la realtà secondo la propria visione. Sta alla maturità del lettore, oltre che all’onestà di chi scrive, farsi un’idea completa. In questo gli italiani sono abbastanza formati. Perché dunque mettere ancora bavagli? Che paura c’è? Senza differenze che dialogo è?

don Gianni

Il pericolo dell’ostentazione

Scritto il 11 Novembre 2018 09:37 da Plinio Borghi

Il pericolo dell’ostentazione s’insinua sempre in modo subdolo, soprattutto in chi presume di comportarsi correttamente, di essere a posto con la sua coscienza, di osservare pedissequamente le regole e in ispecie se per queste ragioni è oggetto di apprezzamento e di lode. Il rischio non risparmia alcuna categoria di persone, ed è sotto gli occhi di tutti come, nell’eventualità di una caduta, si inneschi un lento e inarrestabile processo di trasformazione nel modo di fare, di vestire, di parlare, di atteggiarsi e perfino di intervenire platealmente nelle opere di bene e di carità. Addurre esempi è superfluo: sono cose sono sotto gli occhi di tutti e ognuno ne potrebbe presentare a iosa. Piuttosto, poniamoci un quesito: approfitteranno simili persone del consenso e dell’ammirazione che riscuotono per camuffare le loro scorribande peccaminose? Ancora: useranno dell’ostentazione per fregare il prossimo debole e indifeso? Domande ovviamente retoriche, alle quali Gesù, proprio nel vangelo di oggi, ha già dato risposta con una calda raccomandazione: guardatevi da costoro! E che c’azzecca tutto ciò con il percorso escatologico che stiamo facendo in questo scorcio di fine anno liturgico? Ce lo spiega il nostro Maestro subito dopo, quando, fermatosi nel tempio davanti ai fedeli che gettavano monete nel tesoro quasi gareggiando a chi le faceva tintinnare di più, indicò ai suoi discepoli decisamente una povera vedova che, alienati pochi spiccioli senza tanto rumore, si era privata di tutto ciò che aveva. Non è con la quantità che possiamo sperare di guadagnare un posto al banchetto celeste, bensì con la qualità del sacrificio compiuto, che sarà il metro di misura del nostro livello di amore profuso. Far luogo alle opere di misericordia con fare paternalistico e spremendosi quel tanto che basta, quindi, non serve a guadagnare punti: occorre metterci il cuore. È vero che, in punta di battuta, se il buon Samaritano non avesse avuto i soldi non avrebbe potuto soccorrere il poveraccio, ma è il come l’ha fatto che l’ha messo in luce. È chiaro che Dio odia l’ostentazione e nel vangelo del mercoledì delle ceneri, quando richiama alla penitenza, lo dice chiaramente: non atteggiatevi a smunti per far vedere che digiunate e quando pregate fatelo nell’intimo del vostro cuore, perché è là che Egli vi sentirà. Sembra facile, tutto sommato, schivi come siamo nel manifestare la nostra religiosità, ma non è così: è come avere un bel vestito nuovo da sfoggiare e ci venga richiesto di tenerlo nell’armadio. È dura, ma la strada è questa.

Lettera aperta dell’11 novembre 2018

Scritto il 7 Novembre 2018 09:27 da Redazione Carpinetum

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