Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Chi non vuole lavorare, neppure mangi

Inserito il 14 Novembre 2010 alle ore 08:00 da Don Danilo Barlese

La lettera sembrava ormai volgere alla fine. Invece ha qui un’improvvisa ripresa, trattando abbastanza diffusamente il problema dell’ozio parassita di alcuni credenti.

In tutto il Nuovo Testamento questo brano è il solo espressamente dedicato al tema del lavoro manuale. Sapendo che nel mondo greco-romano del tempo il cittadino libero disdegnava di sporcarsi le mani in lavori bassi, riservati per questo agli schiavi e ai poveri, appare rilevante l’esortazione ai cristiani di guadagnarsi da vivere con un duro lavoro manuale.

Più di ogni valutazione morale, sembra doversi individuare sullo sfondo un implicito orientamento “antropologico” opposto a quello dell’ambiente di Tessalonica. L’indirizzo prevalente della cultura greca vedeva l’uomo realizzarsi essenzialmente nella sfera della sua dimensione spirituale. La “manipolazione delle cose materiali”, secondo questa visione dell’uomo, aveva poco valore. Non così la prospettiva cristiana, erede della tradizione israelitica: l’uomo è essere incarnato; il suo rapporto con le cose in quanto tale non può essere “alienante”.  L’“homo faber” non è un essere inferiore. Paolo inoltre presenta le sue considerazioni in termini imperativi: «Poi, o fratelli, vi prescriviamo nel nome del Signore nostro Gesù Cristo» e «Ordiniamo a questi tali e li supplichiamo nel Signore Gesù Cristo». Si tratta di una parola carica di autorità, consapevole di esprimere la volontà precisa di Cristo. L’apostolo parla «nel nome del Signore Gesù Cristo».

Destinatari dell’esortazione sono la comunità dei credenti e direttamente gli oziosi (chi non vuole lavorare / chi vive una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione). La situazione è descritta in modo chiaro: alcuni cristiani vivono senza far nulla e immischiandosi in ogni cosa. Pigrizia nel lavoro abbinata a un attivismo a vuoto di ficcanasi curiosi. La comunità ne doveva essere contagiata. Non doveva mancare una certa irrequietezza se l’autore richiama alla tranquillità. In questo clima di entusiastica esaltazione per la “venuta dei giorni ultimi” qualcuno non si è più sentito legato al dovere del lavoro quotidiano. Dunque non un semplice fenomeno di ozio e di assenteismo parassitario dal lavoro, ma un ambiente surriscaldato da sognatori turbolenti. La prima prescrizione è per la comunità. Non deve assistere passiva, bensì isolare quelli che portano turbamento. L’esempio cattivo non deve diventare contagioso. La condotta di vita di Paolo diventa testimonianza del suo amore disinteressato per i Tessalonicesi e viene offerta come esempio da imitare: «Voi stessi sapete come bisogna imitarci». La laboriosità viene raccomandata per evitare che ci sia chi grava sugli altri. Vale il principio della doverosità di guadagnarsi da mangiare: “Chi non vuol lavorare, neanche deve mangiare».

L’apostolo si rivolge poi direttamente agli oziosi. Ripete loro: “ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità”. La tranquillità deve ritornare nella chiesa e per questo è necessario che gli oziosi si mettano a lavorare e a guadagnarsi da vivere. Non approfittino ulteriormente della solidarietà dei fratelli.

Don Danilo

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