Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Da loro proviene Cristo secondo la carne

Scritto il 7 Agosto 2011 08:00 da Don Danilo Barlese

“Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen” (Rm 9, 1-5)

Paolo s’introduce nel problema d’Israele manifestando la sua sofferta, partecipazione, personale. Non mancano neppure toni patetici. In realtà, egli vive nella sua carne la contraddizione che obiettivamente dilacera l’esistenza del popolo amato da Dio. La esprime seguendo da vicino lo schema letterario giudaico dei canti di lamento.

All’espressione dei sentimenti Paolo premette un giuramento: gli si deve credere; è la pura verità quello che sta per dire. Come testimoni invoca non solo la voce della coscienza, che potrebbe pure dimostrarsi fallace, ma anche Cristo e lo Spirito, garanti assoluti.

Tristezza e sofferenza caratterizzano il suo stato d’animo. Gli aggettivi “grande” e “continua” ne specificano il grado d’intensità. Tale è la forza del dolore che lo angustia da essere spinto a ipotizzare scelte estreme e paradossali. Vorrebbe addirittura attirare su di sé la maledizione divina e sperimentare così la separazione definitiva da Cristo, se questo potesse giovare a coloro che costituiscono la causa della sua angoscia. In realtà, il suo è un desiderio irrealizzabile, ma dice quanto gli stia a cuore la sorte dei connazionali. Li chiama fratelli, con lo stesso appellativo che esprime la comunione cristiana tra i credenti in Cristo. L’appartenenza alla chiesa non esclude la sua appartenenza al mondo giudaico.

Ma qual è il motivo di tanta dedizione? Che valore hanno i giudei rimasti increduli? Non è il patriottismo nazionalistico che lo muove, né la voce del sangue. L’irrevocato e irrevocabile sì al suo popolo si spiega con il sì ancor più irrevocabile di Dio. L’ebreo conta e vale per la sua storia contrassegnata dalla presenza divina. E qui egli elenca i privilegi religiosi dei connazionali.

Il catalogo si apre con il titolo di israeliti, la cui ricchezza storico-salvifica è esplicitata dalle altre caratterizzazioni menzionate, e trova il suo vertice nella origine ebraica di Cristo.

“Israeliti” è il nome che qualifica i discendenti di Giacobbe come interlocutori di Jahvé nella storia della rivelazione (Gen 32,29). L’adozione a figli esprime l’appartenenza dei liberati dalla schiavitù egiziana al Dio liberatore. La gloria è la presenza maestosa del Signore che ha accompagnato il popolo nel cammino attraverso il deserto e ha preso dimora nel tempio di Gerusalemme. Le “alleanze” e le promesse significano la continuità della storia all’insegna del patto stretto da Jahvé con Abramo, con Isacco e Giacobbe e con il popolo al Sinai. Israele possiede la legge, rivelatrice della volontà di Dio, e il culto, cioè il complesso della realtà liturgica fatta di sacrifici e di preghiere.

Infine, ultimo privilegio religioso, Paolo riconosce agli israeliti di aver dato origine a Cristo, quanto alla sua esistenza terrena e storica. Lo presenta quindi quale punto di arrivo della storia di grazia dell’Antico Testamento. La logica sottesa al lungo cammino storico percorso da Israele, a partire da Abramo, conduce alla sua persona. Egli infatti è il sì di tutte le promesse divine.

Con un brusco cambio di tono San Paolo conclude passando dal lamento doloroso al canto di lode: «Egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto per sempre! Amen!».

Don Danilo

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