Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

La lingua batte dove il dente duole

Inserito il 13 Luglio 2014 alle ore 12:36 da Plinio Borghi

La lingua batte dove il dente duole. Gesù sa bene da quale gamba andiamo zoppi e non perde mai l’occasione di sgamarci: le parabole e quant’altri riferimenti di cui abbonda il Vangelo non sono che supporti per l’attualità della buona novella, stimolano le dovute riflessioni e autocritiche per provocare in ciascuno di noi le adeguate risposte. Ma tutti questi input che riscontro trovano? Con la parabola del seminatore il Maestro affronta proprio questo aspetto: il seme che cade nel selciato ed è mangiato dagli uccelli, quello che va a finire in un terreno sassoso e non trova terra per attecchire, un altro riesce a diventare virgulto, ma viene soffocato dai rovi, finalmente un altro trova il terreno buono e diventa fecondo. La pericope prosegue con la spiegazione, su sollecito degli stessi apostoli, delle rispettive similitudini, dalle quali si evince che il seme è la parola del Regno, il selciato l’incomprensione, della quale il diavolo approfitta, il terreno arido l’incostanza, i rovi le seduzioni del mondo, il terreno buono dove dà frutto. Non ditemi presuntuoso, ma una simile spiegazione, detta così, non mi convince del tutto: sembra quasi che vi sia un’oggettività di situazioni, mentre non è vero. La responsabilità soggettiva del singolo, della comunità e della società ci sta tutta. Il più delle volte l’incomprensione nasce dalla superficialità e dal pressappochismo dell’approccio, complice la trascuratezza con la quale facciamo catechesi in casa, nella comunità, nella scuola, ecc. Idem per l’aridità: nulla cresce se non viene adeguatamente alimentato e un tempo anche le tradizioni erano un buon veicolo. I rovi sono la perdita dei valori, meglio, il loro travisamento: non riusciamo più a creare una graduatoria reale e finiamo per esaltare ciò che nulla conta. Ne consegue che Il danno maggiore lo subisce proprio il seme che cade sul terreno buono: fino a che punto siamo disposti a difendere il prodotto? O la corruzione di cui parlavamo domenica scorsa mina anche i buoni frutti? Gesù sorvola su questo, forse per non farci perdere quel barlume di speranza. In compenso la parabola della zizzania, in onda domenica prossima, evidenzia l’unica situazione oggettiva: è il nemico che la semina, ma ciò non impedisce che il grano possa crescere e maturarsi. Prendiamo dunque coscienza di essere depositari della rivelazione e accogliamo l’invito di San Paolo: “Le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura”.

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