Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

La fede ha bisogno di miracoli?

Scritto il 26 Marzo 2017 11:38 da Plinio Borghi

La fede ha bisogno di miracoli? Sembra una domanda retorica, se non fosse che tendenzialmente noi, diffidenti per natura (sebbene talvolta cadiamo nella creduloneria più becera), invochiamo il miracolo come prova di una certa attenzione o come soluzione ai nostri problemi ordinari o, ancora, come ultima risorsa, esperiti invano tutti gli altri tentativi. Tant’è vero che le vie verso i luoghi delle apparizioni o i santuari più famosi sono sempre frequentatissime. Anche nella gran parte delle nostre preghiere, sotto sotto, cerchiamo la cosiddetta concessione di una grazia speciale; gli stessi voti sono una sorta di do ut des: se mi concedi questo io mi impegno a fare quest’altro. Non siamo in buona sostanza tanto differenti da quei passanti che provocavano Gesù sulla croce: “Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce e salva te stesso!”. Allora non bisogna credere ai miracoli? E come no! Siamo circondati dai miracoli, basta saperli riconoscere; la nostra stessa vita è un continuo miracolo. Il nato cieco che il vangelo di oggi ci presenta non si lagna, non chiede (se non l’elemosina), non invoca. Tuttavia il Messia si ferma, sputa per terra, con la polvere (che da quelle parti non manca mai) forma del fango che applica sugli occhi del disgraziato e, tale Padre tale Figlio, dal fango fa scaturire una vista inesistente. Il miracolo, però, non è per lui, che infatti scambia il Fautore per un profeta, ma per noi che osserviamo, perché la nostra fede ne esca più salda, come premette il Maestro al versetto 3, non riportato nel brano in lettura. In tanti altri casi, dopo, aggiunge: “Va, la tua fede ti ha salvato”. Quindi alla domanda iniziale la risposta è no, anzi, semmai è proprio il contrario e se la nostra fede è forte non solo compirà miracoli, ma saprà pure riconoscerli e trarne nuova linfa. Ma se non c’è, inutile sperare nel miracolo, non serve, come disse Abramo al ricco epulone nella parabola che lo vede protagonista con il povero Lazzaro. Anche il miracolato in argomento alla fine crederà, ma non per essere stato guarito, bensì perché “ha visto” e “ha capito”. San Paolo ci dice che pure noi eravamo tenebra e ora siamo luce del Signore. Allora bando a ricerche inutili, usciamo dall’alveo della preghiera stantia, facciamolo come Gesù ci ha insegnato, chiediamogli, come fecero gli apostoli, di rafforzare la nostra fede e comportiamoci, come dice Paolo, da figli della luce, rendendoci riconoscibili innanzitutto attraverso le opere di carità.

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