Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Il rapporto con lo straniero…

Scritto il 20 Agosto 2017 11:07 da Plinio Borghi

Il rapporto con lo straniero ha sempre rappresentato un problema. A dirla tutta è un problema anche quello tra regioni diverse dello stesso Paese, vuoi per ragioni etniche o sociali, vuoi per ragioni storiche. Per questo secondo, tutto sommato, un certo equilibrio si riesce a imporre per legge, anche se, alla prima avvisaglia di scollamento, le conseguenze diventano dirompenti: i recenti esempi dell’ex Jugoslavia e dell’ex URSS ne sono la conferma. Per il primo invece c’è poco margine, nonostante tutti gli organismi internazionali che ci peritiamo di mettere in atto, e la questione non sta tanto a livello intercontinentale: basti vedere quali tensioni vengono percepite negli stessi Paesi europei, fra i quali serpeggia ancora l’eco dei motivi conflittuali che furono alla base della seconda guerra mondiale e ne vigono le relative conseguenze. Un paio di millenni fa le cose non erano tanto diverse e su di un fazzoletto di terra, che andava dall’attuale Israele ai dintorni, “convivevano” tribù fra le quali dire che correva buon sangue sarebbe puro eufemismo. Né sembra che i sacri testi tendessero a lenire certe intolleranze, anzi. Lo stesso Gesù, nel Vangelo di oggi, appare non solo indifferente al dolore della cananèa, ma addirittura sottolinea di essere venuto solo per le pecore della casa di Israele; usa addirittura una frase antipatica: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Risulterà chiaro che voleva soltanto mettere alla prova la fede di quella donna, perché conosciamo la valenza universale della lieta novella, tanto è vero che il mandato finale sarà poi quello di evangelizzare tutto il mondo e di ricondurre a Lui tutti i popoli della terra. Allora a che pro quell’atteggiamento? Penso che pure il Maestro doveva “subire” lo stato delle cose, senza passare per sovvertitore, se voleva veicolare il nuovo concetto di fratellanza. Fino a quel momento l’apertura allo straniero aveva i limiti che si leggono nella prima lettura: doveva convertirsi ed osservare le leggi del Signore, depositate presso il popolo eletto. Il guaio è che ancor oggi, dopo duemila anni di cristianesimo, interpretiamo l’apertura e l’accoglienza come si intendeva nel Vecchio Testamento, più che in ossequio al Nuovo. E San Paolo pare non aiutare molto, se sostiene che “Dio ha racchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti”. Ma forse è uno stimolo a darci una mossa e smettere una volta per tutte di crearci problemi col diverso.

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