Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

“Mors tua, vita mea”

Inserito il 18 Marzo 2018 alle ore 10:09 da Plinio Borghi

Mors tua, vita mea è il comprensibilissimo motto latino che, nel corso della storia, è stato variamente interpretato e nelle circostanze più disparate. A seconda dei punti di vista, vale come ultima sfida in un confronto bellico o in un duello; ma non è estraneo a chi agisce scorrettamente per sopraffare un altro, per una carriera a gomitate, per una delazione in cambio della salvaguardia (non occorre fare un salto di molti anni per ricordarsi cosa succedeva durante il fascismo) e così via. Eppure in natura è la cosa più normale che esista e guai se così non fosse: tutto si trasforma e si ricicla nel consueto susseguirsi della vita e ogni vita trae linfa dal declino di altre. Non ci sono tempi uguali per tutto: c’è l’insetto che termina il suo iter vitale in un’ora, un altro in un giorno e l’animale che raggiunge il secolo prima di cedere il passo; così è per le piante: l’esempio più percepibile è quello del seme, che deve morire e marcire per generare il nuovo virgulto. Gesù proprio da questo prende spunto e assimila sé stesso a quel seme, facendo così intendere che, stranamente, lo scopo principale della sua mission era proprio quello di morire, per essere glorificato fino in fondo. Questo discorso, tuttavia, non è solo per lui: vale anche per noi, attaccati come siamo alla nostra vita e alle cose di questo mondo. “Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna” insiste il Maestro. Sarebbe un discorso astruso, se non avessimo già avuto la prova che proprio dalla morte del Cristo deriva la nostra salvezza: mors sua, vita nostra, il motivo si ripete, ma stavolta non è un atto di egoismo. Se poi vogliamo dirla fino in fondo, a sublimare il tutto c’è proprio la vittoria sulla morte, la Resurrezione, alla quale ci stiamo preparando in questo periodo, attraverso la penitenza e qualche piccolo sacrificio di noi stessi in funzione di una rigenerazione che non ha pari. Il nostro Salvatore ha aperto una strada che poi saremo destinati tutti a percorrere. Rifiutiamo di sacrificarci? Non vogliamo morire? Ci costa rinunciare a qualcosa di noi stessi per gli altri? Saremo destinati al peggio: rimanere soli e isolati, come il chicco di grano che cade dalle mani del seminatore, ma non muore e non darà frutto. Allora il motto di apertura vada innanzitutto rivolto come atto di fede al Signore: la tua morte è la mia vita; e diventi un metodo di comportamento: la rinuncia a me stesso sia vita per gli altri.

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