Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

La considerazione di sé stessi

Scritto il 27 Ottobre 2019 10:04 da Plinio Borghi

La considerazione di sé stessi è un atteggiamento umano, che sottende anche un po’ di autostima, il che non sarebbe male, se non fosse troppo sovente accompagnata da sopravvalutazione o addirittura da quel tipico tocco di autoreferenzialità che infastidisce gli interlocutori. Quest’ultime, alla fine, finiscono per render vane anche le prime giacché ne offuscano la positività e ne alterano la consistenza. Siamo al solito refrain: i requisiti vincenti rimangono quelli di mostrarsi per quello che si è e di rifuggire da un lato il compiacimento e dall’altro la falsa modestia, che serve solo per piaggeria. Nei rapporti umani, in ogni caso, è bene evitare di dare tutto per scontato, lo sappiamo e pertanto vanno messe in conto sottovalutazioni e ingiustizie, avverso le quali bisogna combattere, con determinazione, ma sempre con tanta umiltà. La vera umiltà, che è quella della quale il nostro divino Maestro ci ha dato ampio esempio; quella perorata da S. Agostino come unica e assoluta chiave per liberarsi dalla schiavitù del peccato. Il guaio è che sul concetto saremmo d’accordo, se non fosse che per pesare la nostra esaltazione necessiterebbe una bilancia industriale mentre per misurare la nostra mitezza ci servirebbe un bilancino da orefice. Non occorre dilungarsi in esempi, dato che ciascuno per proprio conto ne sciorinerebbe a iosa. Ora, se questa è la tendenza fra “umani”, sembra difficile che nel rapporto con Dio si riesca a compiere un bel salto di qualità. Il fariseo descritto dal vangelo di oggi, impettito davanti al Signore e sprezzante del pubblicano che, prostrato, si batteva il petto, con tutta franchezza ci dà un fastidio da matti, ma quello siamo noi! Tutti perfettini (?) nell’osservare i comandamenti, i precetti, magari anche le opere di misericordia corporali e spirituali, nel credere di fare la carità se alieniamo il superfluo, ma pronti anche a giudicare chi non lo fa o fa meno. Questo atteggiamento ci induce a ritenere che otterremo il giusto riconoscimento al momento del giudizio. Altro atto di presunzione. Certo, lo fa anche Paolo nella sua lettera a Timoteo che la liturgia ci propone oggi, ma in una chiave ben diversa che si chiama “speranza”, la vera certezza del cristiano per aver “terminato la corsa e conservato la fede”. Quindi? È ovvio che si debba partire dall’atteggiamento del pubblicano, non per un autolesionismo gratuito: è la nostra debolezza umana a esigerlo. Gesù non fa una boutade nel concludere “chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.

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