Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

“Che beo, el gèra fora de lu!”

Inserito il 8 Marzo 2020 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

“Che beo, el gèra fora de lu!” avrebbero raccontato agitati Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre apostoli che Gesù ha portato con sé sul monte Tabor… se fossero stati veneziani e avessero potuto parlare. Invece non lo erano e per di più è stato imposto loro il silenzio. Peggio, ne avrebbero potuto far cenno solo dopo che il Figlio dell’Uomo fosse morto e risorto e questo non solo ha smorzato gli entusiasmi, ma li ha lasciati anche alquanto perplessi, perché non ci capivano nulla. Già era deprimente il solo pensiero che il loro Salvatore, il Messia che avevano atteso da tempo, sarebbe morto, evidentemente molto presto, ma che addirittura si introducesse il concetto di resurrezione era inconcepibile. L’unica era fidarsi. D’altronde avevano appena sentito la voce imponente di Dio che ordinava di ascoltarlo: potevano essi permettersi di confutare quello che stava dicendo? E allora perché tutta quella manfrina, che aveva coinvolto nientemeno che Mosè ed Elia, se dovevano tenerla per sé? Una sensazione così appagante, tanto da aver voglia di non muoversi più da quel posto, non aveva senso tenerla nascosta. Del senno di poi, sappiamo essere stato ovvio che prima avrebbero dovuto capire dove si andasse a parare. Nulla di ciò che il Maestro insegnava era privo di senso e, in questo caso, ci risulta evidente che quella fu un’anticipazione di come sarà la nostra condizione di risorti in Cristo e di quanto saremo al settimo cielo una volta introdotti nel banchetto eterno, al punto di non farci venire nemmeno nell’anticamera del cervello l’idea di pensare a gioia più grande. Purtroppo anche noi siamo nelle condizioni mentali dei tre apostoli e facciamo fatica a percepire, se non aiutati dalla fede, una resurrezione e un appagamento totale. Se così non fosse, non avrebbero alcun motivo di essere tutti quei dubbi, quelle devianze, quelle disattese del Vangelo di cui è costellata la nostra vita. D’altronde, se nella nostra umanità non fossimo vacillanti, verrebbe anche meno la curiosità che ci è stimolo per la ricerca, l’approfondimento e alla fine il rafforzamento della fede che ci ritroviamo, più piccola di un granello di senapa. Ci soccorre da un lato la grande indulgenza che il Padre ha per noi, per cui non ci molla allo sbaraglio, e dall’altro la prospettiva che Gesù oggi ci offre: siamo anche noi con Lui sul Tabor e stavolta abbiamo via libera per testimoniarlo. Non rimane che ascoltarlo e credere nel Vangelo, che poi è quello che ci è stato sollecitato all’imposizione delle ceneri.

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