Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

“Arbeit macht frei”

Inserito il 1 Maggio 2022 alle ore 10:06 da Plinio Borghi

“Arbeit macht frei” è la scritta in ferro battuto che troneggia all’ingresso del campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz e ripresa in altri lager nazisti. Il lavoro rende liberi. È una grande verità, tanto che i nostri padri costituzionalisti hanno voluto aprire con essa il sacro testo; ma chissà perché certe collocazioni stridono per l’uso strumentale che se ne fa e finiscono per trasmettere una sensazione di disagio, specie in questo caso di cui conosciamo il triste epilogo. Il quale, tuttavia, almeno nel giorno della festa dedicata, ci deve far riflettere. Quante volte nelle nostre scelte e nei vari provvedimenti legislativi lo abbiamo trascurato o comunque non messo al primo posto? Come ci siamo impegnati perché fosse garantito e in particolare ai nostri giovani? Domande che rischiano di essere retoriche, visto come stanno andando le cose, il dilagare della disoccupazione giovanile, le gelosie nel difendere gli spazi occupati, la scarsa propensione a riciclarsi e addirittura la poca voglia di realizzarsi attraverso il lavoro. Soltanto quando ci viene a mancare, ci si rende conto di come venga compressa anche la nostra libertà. Analogo discorso si potrebbe avanzare per l’amore inteso nella sua più vasta accezione. Quanti slogan vengono usati e abusati per esaltarne la funzione, pure questa nel senso della libertà: più ne siamo vincolati e più lo portiamo a un livello esaltante, più ci si sente liberi. Pare anche qui una contraddizione in termini, eppure se ne fossimo privati verrebbe meno la base di ogni rapporto, rimarremmo senza il collante essenziale per qualsiasi convivenza sociale. La liturgia di oggi è imperniata tutta nel parallelo amore-sequela, amore-salvezza: per ben tre volte Gesù chiede a Pietro fino a che punto sia disposto ad amarlo e non tanto per rinfacciargli le tre volte che lo ha rinnegato né l’estremo sacrificio che Egli, figlio dell’Altissimo, aveva appena subito per il grande amore che Entrambi portano verso le proprie creature, verso i propri seguaci, bensì perché capiscano che la libertà vera sta solo nella sequela e che solo seguendo la stessa strada del Maestro, anche fino alle estreme conseguenze, avrebbero trovato la garanzia della salvezza. “Ti esalto, Signore, perché mi hai liberato”, recita il salmo responsoriale. Appena usciti dal Sinedrio, dopo essere stati fustigati, gli apostoli cantavano perché avevano subito in nome del loro Redentore, come da istruzioni. Oggi anche noi siamo a rapporto. Che rispondiamo incalzati dalla domanda: “Mi ami tu?”.

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