Lettera aperta del 15 ottobre 2017
Inserito il 12 Ottobre 2017 alle ore 12:51 da Redazione CarpinetumAbbiamo inserito nel sito lettera aperta del 15/10/2017. Aspettiamo i vostri commenti in email o direttamente sul blog.
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Il Vangelo converge verso l’Eucaristia, incontro con Cristo e con la sua Pasqua. Lui ha comandato: “Fate questo in memoria di me” e ha chiarito che i tralci slegati dalla vite non possono portare frutto. Il parroco, pur responsabile di molti ambiti, ha come primo il compito di curare l’Eucaristia: essa è più preziosa di qualunque attività. Finite le vacanze estive, si fa fatica a riprendere la frequenza alla Messa in parrocchia: la chiesa si riempie, ma chi conosce i gruppi nota ancora le assenze. Domenica scorsa, per esempio, parecchi bambini sono stati impegnati in tornei sportivi e, al saluto di Marco Zane, hanno partecipato pochi giovani rispetto alle potenzialità. Sia nella catechesi che fra gli scout troppi ancora mancano. Resta poi il problema dei ritardi, non solo alla Messa delle 9.00, che inizia presto, ma persino a quella delle 12.00. Ci sarebbe anche da riflettere sulla maturità della celebrazione: alcuni si complimentano perché le liturgie sono vive, ma vi sono occasioni dove l’assemblea resta quasi in silenzio. Infine alcuni gruppi restano piuttosto lontani dall’Eucaristia. Restare lontani da Cristo è rimanere senza frutto. Pensiamoci.
don Gianni
Tradire le aspettative è il peggior dispetto che si possa fare a chi aveva riposto fiducia negli impegni, ma anche verso noi stessi. Non sempre si tratta di un dispetto voluto e gli episodi che si leggono nella prima lettura e nel vangelo di oggi ne sono la dimostrazione. Protagonista è sempre la vigna, intesa come il popolo eletto, che in un caso non dà frutto buono e quindi è destinata ad essere abbandonata e calpestata; nel secondo caso sono i vignaioli che non consegnano il dovuto e anzi uccidono sia gli inviati del padrone sia il suo stesso figlio (cosa che gli ebrei fecero con i loro inascoltati profeti e faranno poi con Gesù stesso) e quindi ad essere sacrificati saranno proprio quegli stessi ingrati. Tocca a noi oggi la responsabilità di consegnare i frutti dovuti. Siamo decisi a non disattendere la fiducia che il Padre ha riposto sui novelli figli? O il nostro andamento ondivago finirà per tradire ancora una volta le sue aspettative? Non precipitiamoci a rispondere, ché non succeda come per il primo figlio di domenica scorsa, entusiasta nel dire di sì, ma poi latitante. Sappiamo quali difficoltà s’incontrano nel compiere semplicemente il proprio dovere, figurarsi se non aumentano in modo esponenziale quando si tratta di aderire ad una chiamata particolare. Penso nella fattispecie alla vocazione sacerdotale, a quali e quante aspettative non solo il Signore, ma pure le comunità ripongono in questi “vignaioli specializzati” e a come troppe volte vengono meno al loro compito precipuo che è quello, come per tutti gli educatori, di dare il buon esempio nel vivere la loro scelta da veri eroi. Il Papa sta dimostrando tutta la sua contrarietà per i fatti di questi tempi, come c’è in tutti il rammarico quando taluno, per il quale magari si sarebbe messa la mano sul fuoco, non ce la fa più e abbandona il campo. Non meno rigorosità è riservata a chi riceve la vocazione, ma con superficialità declina l’incarico. Tanto impegno si esige anche da parte degli “operai qualificati”, come potrebbero definirsi tutti i laici impegnati nell’opera missionaria di trasmettere la fede, a partire dai catechisti e a finire con la “bassa” manovalanza che agevola i servizi. Ricordiamo la parabola dei talenti: tutti siamo tenuti a farli fruttare e comunque è negletto chi li nasconde. A questo punto sarebbe utile e opportuna per ciascuno una bella riflessione: stiamo rispondendo alle aspettative che Dio ha su di noi ovvero siamo dalla parte degli imboscati o, peggio, dei traditori?
Abbiamo inserito nel sito lettera aperta dell’8/10/2017. Aspettiamo i vostri commenti in email o direttamente sul blog.
Cari lettori, ho sentito alla televisione questa notizia che ho verificato di persona. Un anno fa il parroco di Castello di Godego, comune di 7 mila abitanti situato fra Castelfranco Veneto e Riese Pio X, durante un’omelia ha commentato i dati nazionali sulle nascite esortando i parrocchiani ad avere più figli. Da allora il comune è andato in controtendenza. I dati sono chiari: da gennaio a settembre di quest’anno ci sono stati 51 battesimi (40 i funerali) contro i 46 di tutto il 2016 (con 52 morti) e i 45 del 2015 (con 56 morti). Ci sono già quattro bambini in lista per novembre, a cui se ne aggiungeranno altri. Qualcuno parla di semplice coincidenza. Resta prezioso però educare le coppie alla bellezza dei figli, con scelte di generosità consapevole, sostenute dalla speranza nel futuro.
Su questi temi Carpenedo è in difficoltà. I funerali superano di gran lunga il numero dei battesimi, che si riducono al lumicino se dovessimo considerare soltanto i figli dei residenti.
È vero che, a differenza di Castello di Godego, Carpenedo è abitata prevalentemente da coppie di anziani mentre i giovani degli anni Ottanta sono andati a cercare casa altrove. È vero che alcune famiglie stanno ritornando nel quartiere perché desiderano stabilire qui la loro dimora. È anche vero, però, che in questa zona di Mestre il costo degli immobili resta ancora molto alto.
A Carpenedo, il prezzo di un appartamento è ben più alto che in altre parti della città. Con il risultato che qui quasi 270 alloggi sono ancora vuoti. Lo scrivo grazie ai dati della benedizione delle famiglie. Forse è il caso di cambiare le parole di don Gerardo e al posto di chiedere meno televisione domandare qui costi più accessibili alle giovani famiglie.
don Gianni
Vatti a fidare delle promesse! È diventato un luogo comune che i politici in ciò hanno surclassato anche i marinai, specie in campagna elettorale. Che non crediamo però di toglierci con nonchalance la polvere dalle spalle, come se questo non ci riguardasse: essi ci rappresentano alla grande e soprattutto non se la sono inventata la tecnica dello scaricabarile quando vengono sgamati. Infatti, la percentuale di chi traffica pur di guadagnarci o semplicemente apparire è inversamente proporzionale a quella di coloro che poi, se le cose vanno storte o non riescono a stare al passo, si assumono in pieno le proprie responsabilità. Ha voglia di predicare San Paolo (II lettura di oggi) che “ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma piuttosto quello degli altri”! Ci vorrebbe Diogene con la sua lanterna per scovarne. Se poi la guardiamo con la lente della frase precedente: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso”, non basta più nemmeno la bacchetta del rabdomante. Sotto quest’aspetto, la parabola che Gesù racconta nel vangelo sembra addirittura sopra le righe, oltrecché chiaramente retorica: è ovvio che fa la volontà del padre il figlio che, pur inizialmente rifiutandolo, poi esegue l’ordine, al contrario di quello che dice subito di sì e poi latita. Sta di fatto che del primo si trovano ben scarsi imitatori, anche perché non conviene: nessuno si accorge, non c’è palese riscontro; mentre del secondo gli omologhi si sprecano, come si diceva all’inizio, e intanto incassano plausi e consensi. Attenti però a fare i furbi. Subito dopo il nostro Maestro scende a piedi uniti e colpisce duro: “In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. E per chi sgrana gli occhi e magari polemizza pensando che bisogni solo essere degli ex per avere attenzione aggiunge: “È venuto Giovanni sulla via della giustizia e non gli avete creduto (e poi dirà: non vi siete nemmeno pentiti così da credergli); i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto”. Sulla stessa lunghezza d’onda è la prima lettura dal libro di Ezechiele: se il giusto si allontana per commettere iniquità, muore; se l’ingiusto desiste dal male e, pentito, agisce con rettitudine, vivrà. Misericordia per tutti, sì, ma ho la vaga impressione che se qualcuno si approccia convinto di essere più furbo, e magari confezionando un comportamento ingannevole a suo uso e consumo, avrà filo da torcere per ottenerla.