Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Come fulcro di una leva…

Inserito il 3 Aprile 2016 alle ore 12:05 da Plinio Borghi

Come fulcro di una leva è questa domenica seconda di Pasqua, dedicata alla Divina Misericordia, per tutto quest’anno giubilare straordinario, indetto appunto all’insegna di questa salubre e imprescindibile caratteristica di Dio. Le iniziative che si sono susseguite e moltiplicate dallo scorso 8 dicembre, quando è stato aperto, l’insistenza di papa Francesco, che ancor prima, sin dall’inizio del suo pontificato, non ha fatto altro che riproporre questo Padre che non si stanca mai di perdonare e il nostro bisogno di ricorrere all’ineffabile rimedio delle nostre umane debolezze hanno fatto di questa festa, voluta da San Giovanni Paolo II, un utile riferimento, un giro di boa per continuare decisi verso il traguardo, un volano per rilanciare il desiderio del perdono gratuito che ci viene costantemente offerto. Il Papa ne fa anche una questione di comportamento per la Chiesa stessa, che vuole altrettanto aperta e accogliente, lontana dal pregiudizio e dal giudizio discriminatorio, e in definitiva pure per ciascuno di noi nei rapporti col nostro prossimo: sarebbe ben ridicolo godere della Misericordia divina e non esercitarla poi a nostra volta, come il servo infingardo della famosa parabola! Ci verrebbe da chiederci: perché tutta questa insistenza, tutte queste iniziative, tutte queste Porte Sante aperte ovunque, quasi a rendere la Chiesa più permeabile di una spugna? La risposta, fin troppo scontata, è che noi tendiamo esattamente all’opposto: pentirsi poco e giudicare molto la pagliuzza dell’altro, ignari della trave che pesa nel nostro occhio. Ci dà fastidio, specie se siamo convinti di comportarci bene, che si usi troppa misericordia verso i rei e i derelitti della società. Vorremmo un Dio che esercitasse (meglio se verso gli altri) anche la sua infinita Giustizia, magari equilibrando un po’ di cose già su questa terra. Insomma, con tutte le doti infinite che ha e che ci sono state enumerate fin dai tempi del catechismo, perché si deve chiamare solo “Misericordia”? Noi tapini! Noi presuntuosi! Noi che abbiamo dimostrato di saper generare solo rancore e contrasti, al punto da fare della pace un’utopia! (Infatti, proprio nel Vangelo di questi giorni successivi alla Resurrezione Gesù, nell’apparire ai suoi, ripete: “Pace a voi!”). Verrà per tutti il giorno in cui saremo soggetti solo alla Giustizia divina, senza più spazio alcuno per un briciolo di misericordia. Per ora, approfittiamo di questa, finché siamo nel tempo per potervi ricorrere.

È Pasqua di Resurrezione

Inserito il 27 Marzo 2016 alle ore 08:36 da Plinio Borghi

È Pasqua di Resurrezione.

Di chi? Di Cristo, nostro Signore!
Con forza gridarlo dobbiamo
al mondo intero: Lui ci ha detto
di farlo. Ma a quale mondo?
A chi insegue dei pazzi sfrenati
che puntano a strani califfati?
O a quei quattro terroristi folli
che si agitano senza controlli?
Sarebbe tempo sprecato!
A chi è sotto i bombardamenti
di forze stranamente alleate?
Non lo udirebbero nemmeno!
A chi s’è votato a combattere
battaglie non sue per prevalere
in fin su chi o che cosa, non sa?
Alzerebbe sprezzante le spalle
e ti farebbe brutalmente tacere!
A chi spaventato sta scappando
dalla sua terra, ormai sfiancato
a causa di una guerra infinita;
basito e anelante a nuova vita
in luoghi che gli han decantato,
ma a lui sconosciuti e ostili in cui
si sente a disagio trapiantato
e malamente a forza integrato?
Ti guarderebbe stralunato!
Gridarlo a chi? A chi piazza muri
e sicuri eleva ostacoli e barriere,
incurante di schiere di sbandati?
Allucinante! Alzando reticolato
perfin le orecchie s’è tappato!
E pure lo sguardo ha distolto
per non vedere il bimbo morto
e spiaggiato! A chi ha perduto
i propri cari nelle fredde acque
di mare scuro, nemico e muto?
Ti sentiresti alquanto a disagio,
specie se ti chiede ospitalità
e tu, impavido, temi il contagio
con chi viene da un’altra civiltà.
Allora cerca qui terreno fertile (!?)
in chi stupra e ammazza per farsi
forte della sua debolezza; uccide,
per vedere l’effetto che fa morire.
In chi butta alle ortiche la sua vita
rinnegando tutti i principi e i valori
ch’invano ebbe dai suoi educatori;
in chi trova conforto e riparo
in droghe e vizi e, non è raro,
mettendo in crisi la sua esistenza!
Dirlo ai bambini, vittime innocenti
sovente di adulti indecenti?
Cadrebbe di certo nel vuoto
senza esempi consistenti!
Allora? Eh sì, a una buona Pasqua
occorre por mano immantinente
con radicale CONVERSIONE
seguita a ruota e seriamente
da una concreta RIVOLUZIONE
per capire finalmente fino in fondo
e far capire così a tutto il mondo
cosa significhi RESURREZIONE.

Buona Pasqua a tutti!

La saga dei voltafaccia

Inserito il 20 Marzo 2016 alle ore 12:23 da Plinio Borghi

La saga dei voltafaccia sembra proprio concentrata in questa settimana, in cui registriamo l’epilogo della predicazione di Gesù, a partire dalla domenica delle palme, un tempo chiamata anche “II di passione”, quando si celebra la sua entrata in Gerusalemme, passando poi per l’Ultima Cena del Giovedì Santo, dove ci verrà consegnato il regalo più bello che il Salvatore potesse lasciarci, che è l’Eucaristia, e a finire con la morte e deposizione nel sepolcro il Venerdì Santo. Sono gli aspetti salienti della nostra fede, che troverà la sua ragion d’essere nella Resurrezione che festeggeremo domenica prossima. E come in tutti i copioni che si rispettano, i momenti più forti ed esaltanti sono accompagnati dalle trame più sofisticate, dai tradimenti eclatanti, dalle manifestazioni di falsità e di miseria umana più becere, tali da gridare vendetta al nostro cospetto, ma, purtroppo, “atti dovuti” per la realizzazione del grande progetto di salvezza. La prima sotto la lente è la folla osannante, che stende tappeti e sventola palme e che poi riapparirà all’“Ecce homo” con la bava alla bocca, schiumante di rabbia, a reclamare la condanna del sedicente Messia. Per carità, non tutti, anzi, la maggior parte subirà in silenzio, come nei “picchetti” che si rispettano: bastano pochi arruffapopoli per orientare una massa di norma informe (o bue, che dir si voglia). Poi va messa a fuoco la vicenda di Giuda, definito il traditore per antonomasia, ma che in sostanza forse puntava solo a una provocazione, sperando in una reazione clamorosa del Maestro, che però non c’è stata; da qui il suo ruolo chiave in questa storia e la conseguente auto impiccagione per fallimento. Segue la posizione squallida di Pilato, preoccupato di mantenere salda la sua ormai vacillante sedia di governatore. Misera poi, in questo frangente, la figura di Pietro, il quale, pur messo sull’avviso e deciso a difendere Gesù a costo di metter mano alla spada, poi lo rinnega per ben tre volte. Plateale, ma non isolato: e gli altri dov’erano? Tolto Giovanni, che poi ritroviamo con Maria sotto la croce, apostoli e discepoli si tengono a debita distanza dalla scena, fino al punto che, alla fine, con in mano un’eredità che non sapevano come gestire, se ne tornano a pescare. Poche pennellate di un quadro che non è ancora completo: manchiamo noi. Ciascuno si esamini e si collochi ora nel contesto. Se saremo onesti, almeno nel nostro intimo, non dovremo fare molta fatica.

Gesù come Pilato?

Inserito il 13 Marzo 2016 alle ore 11:41 da Plinio Borghi

Gesù come Pilato? Potrebbe sembrare, visto che si è messo a tracciare col dito segni per terra con apparente indifferenza, mentre gli stavano sottoponendo la sorte di una malcapitata adultera. L’evangelista dice che scrivesse. Sarebbe stata la prima e l’unica volta e Giovanni non si sarebbe fatta sfuggire l’occasione di riportarne le parole. Secondo me stava solo scarabocchiando, come facciamo spesso mentre siamo al telefono o alla presenza di qualcuno che ci sta tediando. Non è un atteggiamento elegante ed era chiaramente provocatorio. Le parole pronunciate, invece, hanno raggelato la frenesia degli astanti: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”. Conosciamo l’epilogo. E i tonfi di quelle pietre, lasciate cadere a terra nell’imbarazzante silenzio che ne è seguito, riecheggeranno come una rivalsa nei “Crucifige!” gridati dalla folla, quando ad essere giudicato sarà Gesù stesso. Anche Pilato compirà un gesto poco elegante lavandosi platealmente le mani, ma ben altro effetto avranno le sue parole rispetto a quelle del Messia! Né sortirà contraccolpi particolari il maldestro tentativo di mettere in palio la liberazione di Barabba o di far affiggere sopra la croce il cartello “Gesù Nazareno, Re dei Giudei”. Ad ogni modo, il suddetto sistema di farsi giustizia riflette sempre la brutta abitudine di guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altro, trascurando la trave che c’è nel proprio. Fenomeno mai tramontato, malgrado il nostro Maestro ci abbia più volte messo in guardia a non giudicare. Oggi c’è papa Francesco a riprendere fermamente le fila di questo discorso e ad invitarci a lasciar cadere con un tonfo le travi che ci appesantiscono, come fu per gli ebrei con le pietre. Anche il Papa un bel momento ha pronunciato una frase topica, che, proferita da lui e riferita alla sua stessa persona, è tutto dire: “Chi sono io per giudicare?”. Era il momento in cui montava il problema dei divorziati risposati, delle famiglie allargate, delle unioni di fatto anche tra persone dello stesso sesso e così via. Anche il Papa, come Gesù in altra circostanza, ha messo al primo posto i bambini e i loro interessi ed il richiamo ad una Chiesa accogliente è stato esplicito. Anche oggi l’effetto della frase di Gesù è stato dirompente, fino ad innescare ciò che stiamo celebrando: il Giubileo della Misericordia. Raccogliamola direttamente dal Maestro e con essa il sollecito rivolto all’adultera: “Neanch’io ti condanno; va e d’ora in poi non peccare più”.

Essere prodighi…

Inserito il 6 Marzo 2016 alle ore 12:08 da Plinio Borghi

Essere prodighi, tutto sommato, potrebbe costituire anche una dote, se la nostra prodigalità fosse frutto di una mirata messa in circolazione delle nostre risorse; che possono essere di natura economica, ma anche professionale, culturale, morale e via dicendo. Se il giovane ricco avesse accolto l’invito di Gesù a vendere tutto ciò che aveva e a darlo ai poveri, per poi mettersi alla sua sequela, sarebbe passato sicuramente per prodigo. Invece la “qualifica” è toccata al protagonista della parabola di oggi. Così il figliol di cotanto padre è diventato emblema dello sperpero, inquinando quel po’ di buono che l’esser prodigo poteva rappresentare. E finché butti ai pesci del tuo, passi, ne pagherai le conseguenze; ma quando diventi oltremodo generoso con i beni altrui la musica cambia, perché a pagare siamo noi. Qui il tema diventa di estrema attualità e abbraccia tutti i settori della vita sociale, con particolare evidenza a quello della cosa pubblica, dal quale ci deriva un ampio florilegio di atteggiamenti, che vanno dal non fare il proprio dovere fino agli alti livelli di corruzione. In mezzo ci stanno i timbratori di cartellino altrui, gli assenteisti cronici, tutti gli evasori fiscali piccoli e grandi, i millantatori, gli amministratori incapaci, quelli capaci ma allegri e di una fantasia creativa inesauribile, i politici e via dicendo. Purtroppo il vizio s’insinua non poco anche nel sindacato, laddove si svende la pelle dei lavoratori, e nel volontariato, quando si approfitta di tutto quel che passa per trarne un più o meno consistente tornaconto. La parabola in argomento intanto ha assunto il nome del “Padre misericordioso”. Probabilmente si è voluto mettere in risalto quello che per noi è l’atteggiamento più inatteso e problematico, come riammettere all’eredità chi l’ha già scialacquata, e siamo più somiglianti al fratello maggiore, che non riesce a digerire l’entusiasmo del genitore. Malgrado tutto, otterremo noi altrettanta misericordia? Sì, è vero, la Misericordia di Dio è infinita e il Giubileo in corso lo sottolinea, ma c’è alla base la voglia di alzarsi (come ha fatto quel figlio ingrato) e cambiare decisamente rotta? È fondamentale. Nel racconto non risulta che il padre parta alla ricerca del figlio, però gli corre incontro non appena lo vede tornare. Infatti, nel salmo responsoriale si recita: “Il Signore è vicino a chi lo cerca”. C’è sempre da riflettere sulla qualità del nostro pentimento.

La presunzione

Inserito il 28 Febbraio 2016 alle ore 11:28 da Plinio Borghi

La presunzione è la madre di gran parte delle disgrazie. È la convinzione di aver raggiunto un livello di preparazione tale da poter affrontare con tranquillità ogni tipo d’impresa, in campo sportivo come in quello intellettuale, nello svolgimento di un lavoro come nelle cose pratiche di tutti i giorni, nel percorso religioso o nell’impegno sociale, e così via. Tanto per citare esempi a portata di mano: la guida, lo sci, la montagna. Quanti incidenti sono imputabili all’imperizia, alla sopravvalutazione delle proprie capacità e alla conseguente temerarietà nell’affrontare le difficoltà! Dice il proverbio che chi non risica non rosica, ma è sottinteso che ogni rischio deve essere calcolato e alla sua base ci deve sempre stare quella dose di prudenza e di umiltà che consentano una buona percentuale di copertura, altrimenti si finisce per non rosicare alcunché, anzi. Sarebbe niente, poi, se le conseguenze fossero solo personali, ma nella stragrande maggioranza dei casi a pagarle concorre anche qualcun altro, coinvolto direttamente o comunque socialmente, che della nostra presunzione non ha colpa alcuna e che magari aveva fatto tanto per evitare funesti epiloghi. Quanto all’impegno sociale, mi si consenta un richiamo a chi assume cariche di rappresentanza o di governo: la loro incapacità ricade sulla pelle di ognuno di noi e compromette la qualità della vita. Peggio di ogni altra disgrazia. Ho citato anche il percorso religioso, specie in un periodo come questo nel quale abbiamo la possibilità di testare lo spessore delle nostre risposte ai solleciti di conversione e di salvezza. Tutte le letture che la liturgia ci pone oggi all’attenzione sono un richiamo a non dare nulla per scontato, perché il tranello sta sempre dietro l’angolo: la parabola del fico che non dà frutti e il continuo invito alla conversione se si vuol evitare una brutta fine, nel vangelo; l’incredulità (altro frutto della presunzione) degli ebrei (perciò decimati nel deserto), alla base delle preoccupazioni di Mosè, nella prima lettura; Paolo infine che ci raccomanda di non dimenticare che tutti ci siamo abbeverati allo stesso Spirito, per dire che la crescita di ognuno va anche a beneficio della comunità intera e viceversa, e ci richiama alla consapevolezza e alla responsabilità. Bella la conclusione della seconda lettura, che fa sintesi di tutta la nostra presunzione: “Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere”. No comment.

La dicotomia di Paolo

Inserito il 21 Febbraio 2016 alle ore 11:16 da Plinio Borghi

La dicotomia di Paolo, contenuta nella seconda lettura di oggi, ci fa toccare con mano il senso di una Trasfigurazione di Gesù, fin troppo celebrata e settimanalmente ricordata (è il quarto mistero della Luce nel santo Rosario del giovedì). Agli Apostoli è sfuggito al momento il senso di quanto è successo in cima al monte Tabor, ma l’hanno ben recuperato dopo la Resurrezione, anche se, nell’immaginario collettivo, quell’episodio prefigura qualcosa che riguarderà anche noi, quando a nostra volta ci ricongiungeremo col nostro corpo, allora glorioso. San Paolo invece vuol farci capire che il processo è già iniziato mediante il Battesimo, anche se la nostra natura umana ci costringe a porci costantemente di fronte ad una scelta: se ragionare con la pancia o con l’anima, se rispondere agli stimoli, apparentemente ben più tangibili e appetibili, che la vita terrena ci presenta o se rimanere “saldi nel Signore”, come abbiamo imparato, con tutte le prospettive che questo ci offre. Non è la scelta dell’uovo oggi o la gallina domani, come erroneamente potrebbe sembrare, bensì la scelta immediata tra l’uovo e la gallina. Certo che affrontare un uovo e una gallina son due cose diverse; anche sul piano pratico cibarsi del primo è un attimo, mentre la seconda richiede una preparazione più elaborata, più impegnativa; ma vuoi mettere poi la soddisfazione e l’appagamento nutritivo! Ciò nonostante l’effimero è troppo a portata di mano, non richiede sforzo e ci attrae fino al punto da rinnegare anche la trasformazione di cui siamo stati oggetto, la figliolanza di Dio, arrivando perfino, dice sempre san Paolo, a vantarci di ciò di cui dovremmo vergognarci e a rischiare la perdizione. Penso che sia per tale ragione che questo ulteriore elemento rivelativo della Trasfigurazione, al quale è già dedicata una festa particolare il 6 di agosto, sia rimasto anche nella liturgia della Quaresima: il periodo è troppo ghiotto e utile a momenti di revisione del nostro rapporto complessivo con la Parola (Gesù), col Padre (che ancora una volta si riconosce in Essa e ci invita ad ascoltarla), con noi stessi e col prossimo, per lasciar perdere l’occasione di verificare tutte le “saldature” con una realtà così ricca “già oggi” di tutto il bene di cui siamo eredi, anche se “non ancora” ottenuto nella pienezza che ci spetterà a tempo debito. Vogliamo approfittarne o correre il rischio di rimanere con qualche pezzo in mano, causa “scollatura”?

Digiuno e astinenza hanno ancora un senso?

Inserito il 14 Febbraio 2016 alle ore 11:35 da Plinio Borghi

Digiuno e astinenza hanno ancora un senso? Beh, per quanto riguarda il digiuno da cibo direi che è proprio di moda, anche se per cause di forza maggiore più che per scelta: tra chi non arriva a fine mese per crisi varie, tra chi si sottopone a diete massacranti per abusi precedenti o questioni di salute, tra chi fa da sempre l’igienista o il vegano e chi si dedica ad imprese sportive particolarmente impegnative, direi che la pratica è piuttosto diffusa. Certo, ci sono anche quelli che s’abbuffano ad ogni piè sospinto, incuranti della salute, agevolati da un discreto benessere economico e incentivati dai mass media che dedicano ampio spazio alla cucina; se poi ci aggiungiamo le sagre e i banchetti etnici, nonché l’Expo di Milano, il quadretto è completo. In tale contesto, perde di significato spirituale anche l’astinenza, concetto già allargato dalle carni ad ogni cibo pregiato. Allora come possiamo valorizzare questo tempo di Quaresima per rafforzare lo spirito in vista del centro della nostra fede, che è la Pasqua? Chiaro che l’ottica va spostata verso altri aspetti dei quali la nostra società occidentale e moderna è ghiotta: cinema, tv e spettacolo in genere; automobili, elettrodomestici e congegni elettronici sofisticati e in continuo aggiornamento; abbigliamento  costoso e superfluo, nonché evasioni turistiche di vario genere; bere, fumare e vizi vari, sempre nocivi. Tanto per citarne alcuni, taluni dei quali irrinunciabili anche da parte di chi non ha nemmeno i soldi per mangiare. Vogliamo misurarci con noi stessi? Vogliamo concretamente, senza ostentazioni, come ci suggeriva Gesù stesso nel vangelo del mercoledì delle ceneri, dimostrare che teniamo alla Risurrezione? Non abbiamo che l’imbarazzo della scelta: un clic e ci asteniamo dall’oggetto di maggior interesse. Un doppio clic e ci mettiamo a digiuno per un po’, arricchendo il nostro spirito di altre attenzioni più proficue, magari una buona lettura. Torniamo alle origini. Affidiamoci allo Spirito Santo. è lo Spirito che, dopo essere sceso sul Salvatore nel Giordano, lo guida nel deserto per digiunare e non solo dal cibo. “Non di solo pane vive l’uomo”, dirà al diavolo tentatore, il quale insisterà su questioni di possesso, di potere, di esibizionismo, tutte cose che tormentano anche noi, altrimenti non rincorreremmo con ansia beni fasulli. Gesù, è ovvio, non cade, ma ci dice ancora una volta che fa bene liberarci ogni tanto di orpelli ingombranti e offuscanti.

Predisposizione & vocazione

Inserito il 7 Febbraio 2016 alle ore 12:08 da Plinio Borghi

Predisposizione & vocazione: un binomio che dovrebbe contenere un’auspicabile consequenzialità. Chi mai non vorrebbe nella vita dedicarsi ad attività verso le quali, per indole e capacità, è più portato? Invece nella maggior parte dei casi si arriva esattamente all’opposto. A volte è lo stesso indirizzo scolastico a non rispecchiare le tendenze, vuoi per scelte errate vuoi per sfide personali verso discipline nelle quali si è un po’ più carenti. Nel passaggio ai vari livelli interferiscono anche gli insegnanti e gli educatori in generale, non sempre accorti nelle loro valutazioni. Infine la proiezione nel mondo del lavoro finisce per stravolgere anche le residue aspettative: le difficoltà di accesso inducono il più delle volte ad accettare quel che viene ed è fortunato chi riesce a fare quello che gli piace. Nemmeno nel campo culturale o extra lavorativo va meglio, perché non è raro lasciarci condurre dalle persone o dai gruppi cui facciamo riferimento e, una volta coinvolti in certi spazi, ben difficilmente riusciamo a liberarci, specie se otteniamo un discreto risultato o il protagonismo la fa da padrone. D’altra parte sappiamo che la vita è una sfida o, come dice più banalmente la mamma di Forrest Gump nel film omonimo, come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita. Sembra che sulla stessa linea d’onda sia anche Dio nell’effettuare le sue chiamate: la vocazione, qualsiasi vocazione, riesce a stanarti e a sconvolgerti. Nella liturgia di oggi tutte e tre le letture sono in sintonia nel sottolineare questo aspetto. Nella prima tocca a Isaia capire il suo destino di profeta, quando un serafino gli sfiora le labbra col carbone ardente. Nella seconda è lo stesso Paolo a ricordare il violento capovolgimento della sua vita fino a diventare egli stesso uno di quegli apostoli che stava perseguitando. Nel vangelo, poi, siamo alla fase di “ingaggio” da parte del Maestro e non ce n’è uno che sia chiamato a svolgere un lavoro simile a quello che aveva, anche se Gesù, riconoscendoli dei bravi pescatori, dice eufemisticamente a Pietro: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. Il brano termina con una frase emblematica: “Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”. Ecco quel che vale: rispondere con entusiasmo, come han fatto anche Paolo e Isaia (Signore, manda me!), in qualsiasi direzione il Signore ci chiami a vivere la nostra vita. Senza contare che a rispondere con entusiasmo si vive anche meglio!

Ogni azione ha un ritorno…

Inserito il 31 Gennaio 2016 alle ore 11:48 da Plinio Borghi

Ogni azione ha un ritorno. Ciò vale per i risparmi e gli investimenti, come per la fisica (il famoso principio di newtoniana memoria: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria). Idem nei campi sociale, morale e religioso, sebbene con risvolti e parametri diversi, specie se nella proiezione includiamo la nuova vita che ci attende dopo la morte fisica. Il Vangelo abbonda di riferimenti in tal senso e in questi giorni la liturgia ci presenta tre spaccati significativi. Il primo è quel meraviglioso inno alla carità che ci offre San Paolo nella seconda lettura di oggi. Vale la pena di portarsi a casa il foglietto della domenica e di rileggerselo con calma: pura poesia ed esemplare lezione di vita. Qui il ritorno è ad ampio spettro: già ora se ne ricava carica sufficiente e nella vita eterna una ricompensa centupla. C’è poi il vangelo del “nemo propheta in patria”, tipica azione provocatoria, culminata col tentativo di gettare il Maestro dalla rupe. D’altra parte Gesù l’ha sempre detto di essere segno di contraddizione e che se vivremo della sua Parola andremo incontro a consistenti e a volte letali ostacoli. Ai suoi concittadini non andava giù che il figlio del falegname del paese venisse ad impartire loro lezioni, men che meno proclamandosi l’atteso Messia. Lui lo sapeva e li ha provocati, spiattellando la continuità del loro atteggiamento fin dal tempo dei profeti. Non era ancora la sua ora e si è eclissato, ma non se la sono messa via e, al momento opportuno, gliel’hanno fatta pagare. Peccato che la contromossa (la Resurrezione) li abbia definitivamente spiazzati. Il terzo spaccato sarà il due febbraio, festa della Candelora, quando Gesù verrà presentato al tempio e Simeone, prendendolo in braccio, proromperà in quel famoso canto: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza”. Ebbene, le antifone di quel giorno sottolineano più volte: “Senex puerum portabat, puer autem senem regebat” e cioè il vecchio portava il bambino, invece era il bambino che reggeva il vecchio. Un’azione con ritorno immediato. Estendendone il significato ai giorni nostri, magari comprendessimo tutti il vantaggio di questo interscambio generazionale, il tornaconto dell’interazione fra i vecchi, che hanno molto da dare al nuovo che avanza, autostima in primis, e i giovani, cui conviene trarne frutto  e valorizzare le loro radici! Prendiamone diligentemente nota!

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