Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Lettera aperta del 26 maggio 2019

Scritto il 22 Maggio 2019 08:11 da Redazione Carpinetum

Abbiamo inserito nel sito lettera aperta del @6/5/2019. Aspettiamo i vostri commenti in email o direttamente sul blog.

Pentecoste: si compie la vita

Scritto il 22 Maggio 2019 07:57 da webmaster

Talvolta la fede, seppur sincera, rischia di rimanere in superficie, legata ad immagini, tradizioni popolari e riti. È importante invece accogliere lo Spirito che ci infonde Gesù e restare in comunione con Lui, Signore risorto

Si avvicina la Pentecoste: il 9 giugno celebreremo l’effusione dello Spirito di Gesù. Una data per certi aspetti infelice. Da una parte infatti coincide con la fine dell’anno scolastico: molti avranno il desiderio di festeggiare più che di pregare. Dall’altra saremo abbastanza avanti con la stagione e, se tornasse a splendere il sole, in quella domenica potrebbero cominciare le code per la spiaggia. Insomma, quest’anno ogni circostanza lotta contro.

Nonostante queste coincidenze, è importante che, da parte sua, la parrocchia celebri al meglio questa tappa della fede con la consapevolezza di giungere al compimento della Pasqua. La vittoria di Cristo sulla morte, infatti, resterebbe distante e sterile se noi non accogliessimo lo Spirito di Gesù, che ci unisce alla sua Risurrezione.

Se anche mancano ancora 15 giorni alla Pentecoste, già orientiamo il nostro sguardo verso quell’appuntamento di fede, ricordando che la liturgia più importante sarà la Veglia del sabato sera, 8 giugno, alle 20:45.

Nel cammino di questi giorni sosteniamo anche il cammino dei nostri amici di seconda media: in 55, domenica 2 giugno alle 10:30, riceveranno il sacramento della Crismazione.

don Gianni

L’amore è un passepartout

Scritto il 19 Maggio 2019 08:29 da Plinio Borghi

L’amore è un passepartout efficiente ed efficace. Oh, siamo tutti d’accordo e convinti che l’amore fa girare il mondo! E d’altra parte siamo tutti frutto dell’amore, in primis di quello per antonomasia che è Dio. La nostra stessa sopravvivenza in armonia dipende dall’amore, a partire da quello per la natura e per tutte le creature. Dove non c’è amore c’è disordine, violenza e morte. Premesse scontate, si dirà, ma che purtroppo e troppo spesso non sono confermate dai fatti. E se mi riferissi a odio, guerre e soprusi vari, sarei ancora scontato. No, mi rifaccio al discorso del Papa nell’udienza convocata per un buon numero di rom la settimana scorsa, sulla spinta di quanto sta avvenendo con lo sgombero dei campi e la sistemazione di alcune famiglie presso vari condomini della capitale. Apriti cielo! Le reazioni sono state quanto di più scomposto ci si dovesse aspettare, ovviamente accompagnate dai soliti saprofiti che si nutrono della mancanza d’amore e cavalcano la tigre, utile alla loro sopravvivenza. Quando ho sentito il Pontefice redarguire siffatti atteggiamenti e proclamare che solo con l’amore si riesce ad instaurare una convivenza tranquilla, invitando nello stesso tempo i presenti a scrollarsi di dosso le etichette appiccicate a loro dai pregiudizi, devo dire la verità che ho storto il naso. Ho pensato a quanti fra gli ascoltatori “estranei” in quel momento abbiano convenuto o, ripensando all’accattonaggio organizzato e alle scorrerie delle quali parecchia di quella gente si è resa protagonista, riempiendo le pagine della cronaca e rendendo poco armoniosi per non dire insicuri i nostri quartieri, abbiano parimenti storto il naso e nutrito perplessità. Se ipotizzassimo che qualche inserimento riguardasse il nostro condominio, ce la sentiremmo di escludere che quanto meno la cosa ci preoccuperebbe? Nulla di cui vergognarsi, è naturale: l’amore non è una reazione di pancia, ma di testa. Tuttavia, questo dimostra che non basta dare tutto per scontato come sembrava all’inizio. Se così fosse, non sarebbe servito che Gesù, come nel vangelo di oggi, ci consegnasse un comandamento nuovo, quello di amarsi gli uni gli altri. Sapeva di quale gamba andavamo zoppi! Amore, pace e armonia sono cose che vanno costruite e bisognose di una continua manutenzione. E il nostro Santo Padre non poteva predicare diversamente, visto che continuiamo a zoppicare della stessa gamba.

Lettera aperta del 19 maggio 2019

Scritto il 15 Maggio 2019 04:46 da Redazione Carpinetum

Abbiamo inserito nel sito lettera aperta del 19/5/2019. Aspettiamo i vostri commenti in email o direttamente sul blog.

In parrocchia niente bavagli

Scritto il 15 Maggio 2019 04:41 da Don Gianni Antoniazzi

In ogni ambiente di vita c’è chi spera di controllare la diffusione delle notizie. Al contrario questa parrocchia e la redazione di lettera aperta desiderano essere uno strumento per diffondere ogni opinione legittima.

La settimana scorsa, dopo aver stampato lettera aperta, la redazione ha scoperto altre lettere non ancora pubblicate. Il rammarico è stato unanime. Si sappia con certezza che in nessun modo lettera aperta vuol escludere pareri diversi dalla linea editoriale. Sarebbe di grande povertà per tutti se in queste pagine si trovasse una sola visione della vita e della fede. Il nostro territorio ha bisogno di idee vivaci e robuste. Ora, chi teme di dire quello che pensa alla fine rinuncia anche a pensare quello che non può dire.

Guai dunque esercitare una censura sciocca e miope. Certo: i testi vuoti, rabbiosi e anonimi non troveranno alcun sostegno nel nostro foglio, ma le voci, anche difformi, meritano di avere risonanza perché aiutano la crescita di tutti.

Il primo atto di un dittatore o di un insicuro è togliere la libertà di parola e di pensiero. Dispiace constatare che, soprattutto in passato, anche fra cristiani c’è stata questa scelta. I lettori però non sono persone vuote o sciocche: hanno intelligenza e discernimento per comporre la propria opinione. Guai, dunque, tarpare le ali alle opinioni altrui.

Spero che in futuro ci sia sempre spazio per il pensiero di tutti.

don Gianni

L’esigenza di sicurezza

Scritto il 12 Maggio 2019 08:01 da Plinio Borghi

L’esigenza di sicurezza ci riguarda tutti e l’avvertiamo sin da bambini: guai se non ci fossero i genitori con le agenzie educative a garantire la nostra crescita e ai quali abbandonarci in tutta fiducia e tranquillità! Ne verrebbe gravemente compromesso il processo formativo e diverremmo privi di quell’autostima necessaria alla nostra stabilità. Da adulti l’ottica si allarga agli altri aspetti, dall’abitativo al sociale, dal lavorativo al politico e fino a coinvolgere anche la sfera psicologica. Ed è proprio questa a fornire i primi allarmi quando rasentiamo il pericolo e avvertiamo che la sicurezza vien meno. A differenza di quando eravamo piccoli, ora tocca a noi valutare la percezione dei fatti e metterli assieme per capire quando e come intervenire: non possiamo più fare i bambini e affidarci all’iniziativa altrui. Troppa litigiosità emerge dalla convivenza nelle e attorno alle nostre abitazioni e i ruoli dei tribunali che si allungano sempre più, per cause spesso banali, lo stanno a certificare. Non parliamo poi dell’ormai persa garanzia di poterci muovere in tutta sicurezza in ogni ora del giorno e, men che meno, della notte. Ancora. Troppe speculazioni rendono talvolta precaria la tranquillità sul lavoro e lo testimoniano gli incidenti ai quali quotidianamente assistiamo. Ne ha parlato anche il Papa, oltre ai rappresentanti delle forze sociali, proprio il primo maggio scorso. Se poi aggiungiamo la precarietà dei posti di lavoro e la difficoltà stessa di trovarlo, specie per i giovani, si completa un quadro poco edificante. Dovrebbe toglierci dalle peste la politica, ma da tempo è proprio questa che contribuisce ad incrementare le nostre insicurezze, specie quando ci vorrebbe ammansire con provvedimenti che il più delle volte finiscono per aumentare la tensione sociale. È chiaro che nella confusione crescente la mente tende poi ad ingigantire le preoccupazioni e a vedere storture anche dove non ci sono. La percezione di scarsa stabilità, a prescindere dai singoli punti di vista, è comunque generalizzata e destinata a espandersi sempre più. Guarda caso, a venirci in aiuto rimane sempre la sfera spirituale e religiosa, se non altro come punto di riferimento. Oggi la liturgia ci presenta una figura “distensiva”, quella del Buon Pastore che conosce le sue pecore, le quali conoscono Lui e si sentono tranquillizzate solo sentendo la sua voce. Che non sia il caso di assumerlo ad esempio per tradurlo pari pari in più di qualche settore della nostra vita civile?

Lettera aperta del 12 maggio 2019

Scritto il 9 Maggio 2019 10:04 da Redazione Carpinetum

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La politica è lungimiranza

Scritto il 9 Maggio 2019 10:02 da Don Gianni Antoniazzi

Mancano solo due settimane alle elezioni europee del 26 maggio. Senza pretese proponiamo uno spunto di riflessione: per un buon servizio politico servono persone formate e competenti

Per quasi 50 anni i cattolici italiani hanno obbedito al non expedit, disposizione di Pio IX che nel 1874 proibiva di partecipare alla vita politica. Anni luce di distanza da papa Francesco che invita i ragazzi di Azione cattolica a fare politica.

Oggi, cattolici o no, la res publica nazionale ha contratto le malattie tipiche delle democrazie più avanzate, patologie che affliggono molte istituzioni anche ecclesiali. La parola più gettonata di questi anni è riforme, salvo poi fare e disfare come la tela di Penelope. è sufficiente riformare le nostre democrazie perché non vadano alla deriva come vecchi relitti?

La Chiesa cattolica, che forse è esperta in umanità (Paolo VI), ma non in democrazia, fa fatica a trovare in Italia modi per contribuire a educare alla politica i cittadini di oggi e di domani. Dovrebbe insegnare la virtù archiviata della lungimiranza. In qualsiasi istituzione, anche ecclesiale, servono uomini e donne preparati, non i pressappochisti che si improvvisano competenti. Ci vogliono persone formate interiormente alla ricerca del bene comune e alla disciplina del continuo discernimento.

Dag Hammarskjöld, segretario delle Nazioni Unite degli anni Cinquanta, ripeteva: “Il viaggio più lungo è quello che si compie all’interno di se stessi”. Purtroppo pochi eletti vogliono davvero percorrerlo.

don Gianni

“Non avete nulla da mangiare?”

Scritto il 5 Maggio 2019 08:09 da Plinio Borghi

“Non avete nulla da mangiare?” È la domanda che il Risorto rivolge agli apostoli di ritorno dall’ennesima pesca inconcludente. Il seguito è descritto nel vangelo di oggi ed è noto: rigetteranno le reti, ci sarà ancora una pescata miracolosa, finalmente riconosceranno il loro Maestro nello “sconosciuto” che grida dalla riva, mangeranno insieme pesce arrostito e avranno l’ennesima prova che il Salvatore è realmente risorto col suo corpo; Pietro riceverà col “pasci i miei agnelli” e “pasci le mie pecorelle” il primato di pastore della nuova Chiesa. Tuttavia, a me piace soffermarmi di più sul significato allegorico e sul tono della domanda iniziale. Quante volte ce la sentiamo in qualche modo rivolgere ogni giorno! Da chi bussa alla porta a chi ti chiede l’elemosina fuori dal supermercato, da chi cerca un posto di lavoro con una famiglia da sfamare alle spalle a chi scappa da miseria o guerre in cerca di sopravvivenza e di pace, da chi si accontenterebbe di un po’ di cibo spirituale come un sorriso o un minimo di consolazione per le pene che sta attraversando. Ho citato solo alcuni casi estremi, ma la platea dei bisogni include anche tante altre situazioni intermedie che spesso ci sfuggono e che magari si risolvono con un po’ di collaborazione o di solidarietà. La domanda però va oltre e potrebbe essere ribaltata e rivolta da chi ha verso chi non ha. Sovente non tutti quelli che si trovano in stato di necessità hanno la forza o il coraggio di farsi avanti ed ottenere l’aiuto che gli spetta o che potrebbero conseguire. A chi di dovere, cioè a tutti noi, deputati o meno a farlo, spetta l’obbligo professionale o morale di cercarli e di scovarli: “Figlioli, non avete nulla da mangiare? Venite, siamo qui ad indicarvi le strade opportune per risolvere i vostri problemi, per darvi una mano. Non abbiate paura”. Due toni diversi che racchiudono tutto il nostro modo di essere cristiani. In entrambi i casi, i protagonisti sono gli stessi e in tutti loro si nasconde un solo volto, quello di Gesù. Nemmeno Lui era stato riconosciuto dai suoi, in un primo momento, ma poi “il discepolo che lui amava” (Giovanni) lo gridò a Pietro: “è il Signore!”. Sembra la rappresentazione pratica di quello che il Messia ci ha comandato: riconoscere (altro verbo da usare nella doppia valenza, passiva e attiva) in ognuno dei diseredati il Signore. Se non ci viene spontaneo farlo per amore, facciamolo almeno per convenienza: è su questo che alla fine saremo giudicati.

Lettera aperta del 5 maggio 2019

Scritto il 2 Maggio 2019 02:12 da Redazione Carpinetum

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