Il blog di Carpenedo

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La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Lettera aperta del 20 settembre 2020

Scritto il 16 Settembre 2020 06:09 da Redazione Carpinetum

Abbiamo inserito nel sito lettera aperta del 20/9/2020. Aspettiamo i vostri commenti in email o direttamente sul blog.

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Ricordiamo che in coda al foglio vengono pubblicate le pagine dedicate alla parrocchia della Santissima Trinità di via Terraglio 74/C (Mestre – VE) guidata da mons. Fabio Longoni.

Coraggio e gentilezza

Scritto il 16 Settembre 2020 05:56 da Don Gianni Antoniazzi

In questo periodo stiamo osservando un’aggressività insolita, frutto di debolezza e isolamento prolungati. Forse il Covid-19 ha fatto anche regredire alcune facoltà così da far emergere la parte pre-umana di noi

Martedì scorso, don Roberto Malgesini, sacerdote di 51 anni, è stato ucciso a Como, sotto la sua abitazione. È stato accoltellato da un tunisino senza fissa dimora, di 53 anni, con problemi psichici. L’assassino si è già costituito, ma il fatto continuerà a far discutere. In questo clima da campagna elettorale, l’episodio resterà nella cronaca per il tema dell’immigrazione e della sicurezza. Col tempo, però, speriamo si possa far tesoro anche della gentilezza e del coraggio di quel prete, che ha pagato con la vita la sua vocazione.

Gentilezza e coraggio sono qualità rare in questo momento: quasi assenti nell’ambito della politica e dei social, nel giornalismo moderno e nella convivenza civile. Il Covid-19 ci ha isolati e forse imbruttiti. Dobbiamo riprendere uno stile di coraggio e gentilezza. Il primo non indica un cuore spavaldo e incosciente. No: il coraggio conosce la paura ma, di fronte ai rischi, usa intelligenza ed equilibrio, senza scappare. Così la gentilezza non consiste solo in buone maniere, garbo e cortesia. Essa è anche combattiva, ma vive i momenti di tensione in modo costruttivo, senza distruggere l’altro. È la virtù di chi sa proporre le proprie idee e va sempre incontro all’avversario, trasforma un possibile conflitto in un’occasione per crescere insieme.

Speriamo che don Roberto di Como resti in mente per questi valori, non per meri pretesti elettorali. Ci insegnerebbe a cominciare col piede giusto i mesi che ci stanno davanti.

don Gianni

Non c’è verso: siamo vendicativi

Scritto il 13 Settembre 2020 10:07 da Plinio Borghi

Non c’è verso: siamo vendicativi. Se dovessimo metterci di buzzo buono ad analizzare tutti i nostri stati d’animo a fronte di qualche torto o di qualche sgarbo subito, ci accorgeremmo che un “sottofondo” di rivalsa è sempre presente; per alcuni solo un po’ “sotto”, per altri molto più in “fondo”, ma c’è. “Ah, ma io non farei del male nemmeno a una mosca!”, potrebbe dire più di qualcuno. Vero, ma spesso la reazione si gioca sul piano dell’astensione: si toglie il saluto, non si telefona più, si evita di incontrarsi, non ci si mette una pietra sopra o, se lo si fa, però non si dimentica, ecc. Nei casi più attivi si gioca qualche dispettuccio e in quelli più gravi si medita di rendere la pariglia. E queste non sono che il substrato di gesti più eclatanti, che poi stanno alla base dello sgarro da far pagare, dell’onore da rivendicare, magari per generazioni, financo delle guerre, sempre all’insegna che “ciò che mi ha fatto non lo scordo” o che “l’onta va lavata col sangue”. Quasi che un atto di remissione o di perdono siano propri delle persone deboli e senza nerbo. La riprova, se ce ne fosse bisogno, si ha nella litigiosità legale che da sempre intasa i tribunali. Eppure nella stragrande maggioranza dei casi basterebbe girare la frittata: ci piacerebbe che gli altri trattassero noi negli stessi termini, in presenza di pseudo offese analoghe? Ci piacerebbe ottenere un po’ d’indulgenza? Non saremmo pronti a stimare la persona che ci perdonasse o addirittura mettesse una pietra tombale sulle nostre malefatte? Ci avanzerebbe di giudicarlo un debole? La liturgia di oggi, guarda caso, è tutta incentrata sulla bellezza e sulla grandezza del perdono, ma scende anche in modo pesante su chi cova solo sentimenti di vendetta (prima lettura) o di rivalsa (vangelo). In fin dei conti siamo tutti fallaci e tutti abbiamo bisogno di essere perdonati, ma è da mentecatti pretendere che lo facciano gli altri o, peggio, lo faccia Dio che è tanto misericordioso, senza che noi ci sforziamo di muovere un solo dito. L’unica preghiera che Gesù ci ha insegnato è il Padre nostro, nella quale chiediamo di essere perdonati come noi ci impegniamo a fare col prossimo che ci è “debitore”. Se però zoppicassimo in questo secondo aspetto, il castigo divino è garantito. Oggi il nostro Maestro non ci da misure riduttive: perdonare settanta volte sette, cioè sempre, ed essere misericordiosi come lo è il Padre vostro. Difficile? Intanto bisogna provarci. Ogni tentativo di svicolare è solo specioso.

Lettera aperta del 13 settembre 2020

Scritto il 9 Settembre 2020 06:43 da Redazione Carpinetum

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“Piuttosto che niente meglio piuttosto”

Scritto il 9 Settembre 2020 06:11 da Don Gianni Antoniazzi

Qualcuno ancora viene poco a Messa. Non tanto per paura del contagio quanto perché manca ancora la gioia di un incontro libero con i “fratelli” di fede. È una difficoltà passeggera: anche se zoppi possiamo camminare

L’Eucaristia è un incontro vero col Signore e coi fratelli. Guai se mancasse la dimensione verticale o quella orizzontale del rapporto col Risorto e col prossimo. In questo periodo, non per volontà della Chiesa, la seconda è affievolita. C’è da tenere la mascherina, rispettare le distanze e manca la festa con canti e saluti affettuosi. È un momento passeggero ma pur sempre pesante. La celebrazione mantiene comunque il suo significato pieno.

Nella vita può capitare di restare per qualche periodo con le stampelle, ma non per questo si è morti, né si smette di essere se stessi. Anzi: è normale vivere, prendere decisioni, attivarsi anche quando le circostanze non sono del tutto agevoli. Così è nella fede: anche se per qualche tempo la situazione non è ottimale, non per questo bisogna trascurare il rapporto col Signore. Quello normale con i fratelli è solo rinviato. Gesù per primo ha celebrato l’ultima cena senza un rapporto sereno coi presenti: i 12 erano divisi, anche fra loro. La comunione col Risorto ha ricomposto i legami.

Così è anche oggi: mantenere il legame col Signore ci predispone sempre ad un legame più vero fra noi: lo ripristineremo appena possibile. I giovani fanno sicuramente più fatica, dal momento che per loro è fondamentale il rapporto di gruppo. Sarà nostro impegno ricuperare anche con loro.

È importante però che gli adulti non assumano le logiche degli adolescenti: il Vangelo va vissuto anche se al momento ci manca un po’ la gamba forte della vita comunitaria.

don Gianni

Dire a Tizio perché Caio capisca

Scritto il 6 Settembre 2020 10:00 da Plinio Borghi

Dire a Tizio perché Caio capisca. A leggere il vangelo di oggi in maniera piatta vien da pensare che Gesù si perda in un paio di cose un tantino discutibili. La prima nel proporre una sorta di ritualità per riprendere il fratello in colpa, quando si sa benissimo che va per la maggiore, e non solamente da oggi, il criterio che a pensare ai fatti propri si campa cent’anni. La seconda nel concludere, in caso di refrattarietà al richiamo, che il fratello “sia allora per te come un pagano e un pubblicano”, cioè, per il concetto dell’epoca, un reietto, quando ci ha predicato in mille modi di amare il prossimo comunque, fosse anche il peggior nemico (comandamento peraltro richiamato anche da Paolo nella seconda lettura). È chiaro che non è così, anzi, io penso addirittura che il monito sia rivolto soprattutto a chi di noi è in colpa, affinché si predisponga ad accettare di venire ripreso e a rientrare nell’alveo della comunità: in poche parole a convertirsi. Ogni resistenza e l’eventuale rifiuto finale dell’offerta di grazia che ci è stata messa a disposizione non possono rimanere impuniti. Infatti, più avanti il brano riprende col mandato agli apostoli che tutto quello che legheranno e scioglieranno quaggiù avrà lo stesso effetto anche in cielo. Una disponibilità al perdono e all’incontro che non ha pari. Perché allora tutto questo largo giro, fino al punto, lo si vede nella prima lettura, da mettere quasi in mora chi non ha colpa rispetto a chi ce l’ha? Per dirci che in una comunità che si richiama al Vangelo siamo tutti parimenti responsabili gli uni verso gli altri: su ognuno pesa la propria salvezza nella stessa misura nella quale conta anche quella dell’altro. Non vale quindi il criterio opportunista dianzi citato che si fa bene a pensare ai fatti propri, perché è da gretti e non dispensa amore. Se poi il fratello non risponde a tono dopo essere stato avvertito delle possibilità di redenzione, si continuerà ad amarlo e sarà Dio a decidere della sua sorte. In questo caso la prima lettura è più esplicita: se tu non fai la tua parte, sarai corresponsabile davanti al Signore della sua disgrazia, ma se avrai agito bene ed egli non si convertirà, lui sarà comunque condannato e tu sarai salvo. Quanto a giudicarlo un pagano e un pubblicano non ci compete nella fase terrena, evidentemente, perche, tanto per usare un luogo comune, finché c’è vita c’è speranza. Sarà un discorso per dopo, quando avremo parte reale nella comunione dei santi.

Lettera aperta del 6 settembre 2020

Scritto il 2 Settembre 2020 09:29 da Redazione Carpinetum

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Ripartire dal fondamento

Scritto il 2 Settembre 2020 09:19 da Don Gianni Antoniazzi

Quando l’ambiente diventa impegnativo e le condizioni più faticose è importante avere un riferimento solido, una base vera che sostiene la vita. Nei prossimi mesi il cammino di fede punta all’essenziale

L’anno pastorale è alle porte. È un appuntamento di grazia, carico quest’anno di incertezze. Non sappiamo, infatti, se ci sarà stabilità o se invece dovremo misurarci con nuove limitazioni. Anche le incertezze sul mondo della scuola concorrono a disorientare ragazzi e bambini.

In questo contesto di fragilità è bene ricuperare il fondamento più solido. Bisogna riconoscerlo, talvolta la fede cristiana si è dispersa in rivoli marginali: il servizio sociale, la recita di giaculatorie, la venerazione delle immagini, gli adempimenti morali, la pratica del digiuno o lo svolgimento di processioni.

Il Vangelo propone un fondamento chiaro: incontrare il Signore e restare con Lui, come tralci nella vite, sceglierlo come Pastore e Salvatore, uniti anche ai fratelli nella frazione del pane.

Il centro è questo: l’incontro col Signore nel pane della Scrittura, dell’Eucaristia e della carità fraterna. È questo che dobbiamo riproporre, il resto passa in secondo piano: i progetti di catechesi, le attività di uscite, campi e momenti di festa devono convergere verso l’incontro con Gesù, il vivente nell’Eucaristia.

don Gianni

Quanto più facile è dire di no

Scritto il 30 Agosto 2020 10:04 da Plinio Borghi

Quanto più facile è dire di no, piuttosto che assumersi la responsabilità di un sì condizionante, pieno di incognite e di insidie! L’abbiamo sperimentato in questa emergenza pandemica in cui la confusione ha regnato sovrana, ma l’atteggiamento è storico. Lo si riscontra pure nell’esercizio dell’educazione: sappiamo quanto controproducente sia vietare tout court invece che valutare, verificare e aprire un confronto delicato. Analogo rischio è di minimizzare il pericolo per non essere costretti a dargli la giusta dimensione e quindi affrontarlo con i dovuti mezzi, operazione riservata a chi ne ha le capacità e la competenza, certo non ai pavidi e agli insicuri. Altra tentazione, presente soprattutto nella fase nella quale ci troviamo a realizzare progetti arditi, è quella di scegliere non dico il proprio tornaconto ma metodi più comodi, magari più rispondenti alle nostre attese che alle finalità progettuali. Tutto ciò non farebbe che intralciare la speditezza e l’efficacia di governo della situazione, sminuendo sia la validità del percorso sia l’autorevolezza di chi è deputato a realizzarlo. No, non ho alcuna intenzione di esemplificare: ognuno ha avuto l’opportunità di vivere le situazioni e non ha che l’imbarazzo della scelta per soppesare i fatti che le hanno caratterizzate. Ne ho preso spunto, tuttavia, per mettere ancora in evidenza come il Vangelo si inserisca appieno nell’attualità della nostra vita e fornisca precise indicazioni difficilmente eludibili. Oggi il “solito” Pietro, che ci rappresenta in modo emblematico, prende in disparte Gesù per dissuaderlo dal perseguire un progetto di redenzione del quale egli non coglie che l’aspetto devastante. Il Messia lo aveva appena reso edotto dell’estremo sacrificio, ma la cosa era scomoda, lo privava del suo riferimento ideale in cui si era disegnato un salvatore rispondente ai propri criteri, nulla a che vedere con la visione del Padre. E il Maestro, cui non difettano certo l’autorità e la determinazione, lo sega in modo brutale, dandogli addirittura del “satana”: “Tu mi sei d’intralcio perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”. Ecco la lezione magistrale, valida sia nelle scelte spirituali che in quelle sociali in cui siamo chiamati a essere protagonisti: quando sei al servizio di una cosa più grande di te, devi metterti al seguito e rinnegare te stesso per il bene della tua vita eterna nel primo caso e di quella di tutta la collettività nel secondo. Sta avvenendo così in noi e in chi ci guida? Domanda forse fin troppo retorica.

Lettera aperta del 30 agosto 2020

Scritto il 26 Agosto 2020 07:06 da Redazione Carpinetum

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