Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

“Fede, non superstizione; fede, non creduloneria!”

Inserito il 12 Giugno 2016 alle ore 11:30 da Plinio Borghi

“Fede, non superstizione; fede, non creduloneria!”, ha tuonato Massimo Cacciari un paio di settimane fa a Campalto, durante un convegno organizzato dalla parrocchia dei SS. Benedetto e Martino e dalle  Associazioni  Dossetti e Amici di don Germano Pattaro, per ricordare il patriarca Marco Cè con raccolte di omelie e scritti. “Superstizione è star seduti sopra qualcosa  nella più completa immobilità” – ha continuato poi – “mentre la fede è continua ricerca di risposte, di verità. La creduloneria  è fiducia cieca e superficiale, mentre la fede è un dubbio continuo, un’esigenza di approfondimento” (non ricordo se fossero le parole giuste, ma il concetto era questo). Il pubblico era attento e un po’ attonito, visto che la “predica” veniva da chi afferma di non avere tale dono. Già prima aveva sostenuto con forza che sulla Misericordia divina il Papa non ha inventato nulla: esiste da sempre, sebbene noi siamo più propensi ad invocare giustizia, almeno verso gli altri. “Piuttosto la misericordia comporta la povertà e qui il Papa sta dando un forte scossone ad una Chiesa che non spicca in questa direzione”, aggiunse. Sembra che il nostro filosofo abbia attinto a piene mani dalla liturgia di oggi, che ci presenta nella prima lettura proprio un Dio che, tramite Natan, perdona il re Davide, sinceramente pentito dei suoi misfatti. Il vangelo poi è la piena esaltazione di quella fede che diventa percorso d’amore e, come tale, provoca una cascata di misericordia. Gesù è ospite di quel fariseo, che evidentemente si riteneva giusto al punto da criticare la peccatrice che ha lavato i piedi del Maestro con le sue lacrime di pentimento, li ha asciugati con i suoi capelli e quindi cosparsi di olio profumato. Gesù non solo lo mette in mora per la sua scarsa ospitalità, ma lo inchioda definitivamente con la parabola dei due debitori, della quale il fariseo stesso, chiuso e tronfio, fornisce il significato, dandosi da solo la zappa sui piedi. Alla grande peccatrice è servito un duro percorso di fede e tanto amore per riscattare il perdono. L’ospite e i suoi commensali sono rimasti “seduti sopra” le proprie convinzioni al punto da mettere in dubbio la stessa autorità del Messia a perdonare i peccati. È ovvio che non saranno sfiorati nemmeno da un soffio di quella grazia salvifica. E noi da che parte siamo? Siamo per un cammino di conversione o per vivere pedissequamente secondo la legge, facendo della fede la nostra gabbia dorata? Nella seconda ipotesi, dice San Paolo, Cristo è morto invano.

L’attenzione agli altri…

Inserito il 5 Giugno 2016 alle ore 12:03 da Plinio Borghi

L’attenzione agli altri, il cosiddetto prossimo (termine a volte troppo generico e che si presta ad essere eluso), è uno dei motivi conduttori intonato ad ogni piè sospinto dal nostro papa Francesco. Poco tempo fa l’ha ben sottolineato disquisendo sull’amore che proviamo e dimostriamo verso gli animali domestici e magari non ci accorgiamo nemmeno del disagio che vive il vicino di casa. Allargando un po’ il discorso, potremmo aggiungere che ci sono tante cose che, pur passandoci sotto il naso, manco ci creano un minimo di preoccupazione. Le stesse notizie tragiche riportate dai quotidiani, se non ci riguardano direttamente, vengono archiviate o, meglio, resettate nel giro di ventiquattr’ore. Se poi ci toccano più da vicino o se i media stessi le mantengono in evidenza, durano qualche altro giorno, ma poi rischiano di destare lo stesso interesse di una soap opera. Stiamo perdendo il senso delle cose, non siamo più capaci di darci una graduatoria di valori. Oggi c’è Gesù che ci richiama, ancora e come sempre, all’ordine mediante l’esempio pratico: si ferma davanti a un funerale che passa, ma non formalmente. Osserva e nota la vedova che piange il figlio morto. Non basta, ha compassione di lei, molta, sottolinea il vangelo. Quante volte ci succede di vedere un funerale che passa! Un tempo almeno ci si toglieva con deferenza il cappello o ci si faceva il segno della croce: era pur sempre un modo per partecipare. Oggi è già molto se ci ricordiamo di averlo visto passare, figurarsi se ci muoviamo a compassione o se azzardiamo una concreta espressione di vero cordoglio. Anche la morte è annoverata in modo asettico fra le cose ricorrenti della vita. Il nostro Maestro, invece, risuscita quel figlio, come già fece il Geremia della prima lettura, soprattutto per dimostrare il livello di coinvolgimento provato: Lui, figlio di Dio ed Egli stesso Dio, origine della vita, esprime così il massimo del suo dolore per quella madre distrutta; a noi sarebbe richiesto un minimo avvicinamento al dolore altrui, meglio se riuscissimo a condividerlo. Ma ci spetta pure riconoscere quanto “vitale” sia aprire il nostro cuore al passaggio di Gesù, riconoscere che solo da Lui deriva quel soffio vitale, non tanto fisico, quanto in grado di rivoltare come un calzino il nostro stato d’animo assopito e insensibile, affinché riviva in noi la solidarietà, che comincia proprio col trattare le angosce degli altri come se ci appartenessero.

Un lascito consistente…

Inserito il 29 Maggio 2016 alle ore 11:38 da Plinio Borghi

Un lascito consistente è quanto anela un erede da parte di chi muore in possesso di discrete ricchezze, specie se era in ottimi rapporti col “de cuius” e se questi, nel redigere il testamento, ha lasciato trapelare un buon margine di attenzione. Naturalmente, se vi sono più eredi, l’attesa confermativa delle aspettative è pregna di pathos, considerato che le sorprese non mancano mai. E l’evoluzione degli avvenimenti, dopo la lettura del sospirato documento, registra sovente un’elevata dose di litigiosità fra gli interessati. Il nostro sublime Maestro, che non finisce mai di stupirci, anche senza effetti speciali, ha come sempre invertito la logica delle cose. Prima di morire ha fatto un testamento impareggiabile, ricco di dettagli (riferiti da Giovanni che ci ha accompagnato nelle scorse domeniche), nel quale non solo non lascia spazio a interpretazioni di favore, ma addirittura spiega per filo e per segno qual è la “massa ereditaria” da dividerci: Egli stesso, con la sua Parola e la buona novella che è venuto a consegnarci. Con ciò, ha mantenuto la promessa di essere sempre con noi e ha soddisfatto tutte le attese che noi riponevamo in Lui. È andato oltre: ha voluto essere anche in noi, concretamente, dando mandato agli Apostoli di far memoria di quanto compiuto nel corso dell’ultima cena, mediante la trasformazione del pane e del vino nel suo Corpo e nel suo Sangue. Riceverlo nell’Eucaristia non è un rito formale: è una vera e propria accoglienza che ha come conseguenza la presa d’alloggio Sua, del Padre e dello Spirito Santo presso di noi, cosa che d’altronde aveva sempre garantito. Di più: l’invio dello Spirito Santo per farci capire ogni cosa è stata infine la “ciliegina sulla torta”, utile oltre a tutto a evitare litigi dei quali non ci sarebbe stato assolutamente bisogno. Purtroppo la nostra precarietà umana non ha saputo sottrarsi del tutto a quest’ultimo epilogo e le litigate, troppo spesso per futili motivi, si sono sprecate fino a creare divisioni indegne. Non parliamo poi dei conflitti e delle guerre scatenate anche fra noi, in nome dello stesso Dio, altrimenti scivoleremmo nella tristezza. Approfittiamo piuttosto dell’occasione che la liturgia ci offre con questa festa e che ci vede tutti attorno allo stesso desco a nutrirci con lo stesso cibo, per innescare uno scatto di ripresa unitaria, per volerci più bene senza rivalse stupide e per dimostrare riconoscenza di essere stati tutti così beneficati di un lascito prezioso.

La fedeltà coniugale…

Inserito il 22 Maggio 2016 alle ore 12:06 da Plinio Borghi

La fedeltà coniugale è contrabbandata, statistiche alla mano, come una chimera, al punto che, inserita come uno dei doveri nella nuova legge per le unioni civili, si è poi preferito abbandonare l’idea. Questioni di merito? Questioni di opportunità? Apparentemente. Di fatto questioni di pudore: non c’è quasi più nulla nel nostro ordinamento che ne funga da baluardo, figurarsi se è il caso di pretenderla nell’ambito di unioni civili! Eppure, nei tempi, il principio l’ha fatta da padrone, in forme diverse, secondo gli usi e costumi dei popoli e le epoche di riferimento, e, quel che più conta, il concetto è sempre prevalso, almeno nelle intenzioni, pur se nella pratica la debolezza umana, talune tendenze sedicenti moderniste e la perdita di certi valori ne han minato la solidità. Chi invece non ha mai deflesso minimamente è stata la Chiesa, che ha sempre fatto della fedeltà un valore generale, a maggior ragione a fondamento del matrimonio indissolubile. “Bella forza!”, potrebbe esclamare il solito scafato, se non lo fa lei, almeno in linea di principio, allora crolla il palco e il disordine morale è garantito. Appunto, ma sbaglia chi pensa che si tratti solo di ruolo e coerenza. C’è in nuce un’origine teologica e dogmatica che risiede proprio nella SS. Trinità, che oggi celebriamo: nel mistero di questo Dio Uno e Trino si radicano i principi dell’amore e della fedeltà, che perciò diventano inamovibili. Pure i più sprovveduti, come me, non possono non percepire come lo Spirito Santo, frutto personificato del rapporto Padre-Figlio, abbia presieduto a tutti gli interventi di Dio, dalla creazione (e ce lo ricorda proprio la prima lettura di oggi dal libro dei Proverbi) al grande progetto di redenzione (incarnazione, morte e resurrezione) del Figlio, in obbedienza e simbiosi d’amore col Padre, e adesso nella fase di diffusione della conoscenza di quest’opera e di riconduzione del mondo al momento finale della gloria. Un’interazione che è palese ai nostri occhi e che il vangelo odierno si premura di confermare: “Molte cose ho ancora da dirvi, – dice Gesù – ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera”. L’abbiamo ricevuto a più riprese attraverso i Sacramenti, questo Spirito, e stiamo percorrendo la strada verso questa Verità. Una sola contropartita ci viene richiesta per arrivare fino in fondo: la fedeltà. Rivolgiamoci alla SS. Trinità affinché ci sia sempre di supporto.

Ogni promessa è un debito

Inserito il 15 Maggio 2016 alle ore 12:11 da Plinio Borghi

Ogni promessa è un debito. Per ciascuno di noi, uomini comuni, non ci piove: ne va dell’onore. Se poi c’entrano le persone che amiamo, specie i bambini, è imprescindibile. Non vale invece per chi è onorevole o aspira a diventarlo: la prodigalità nelle promesse va di pari passo col non mantenerle, in concorrenza con una particolare categoria di persone, quella dei marinai. La volta tanto che succede che vi adempiano, diventa un evento da sbandierare, non fosse altro che per accumulare qualche credito in funzione dei voti che andranno a chiedere al successivo turno elettorale. Gesù, come sempre, è di tutt’altra pasta: ha promesso di rimanere con noi e c’è tuttora fisicamente nell’Eucaristia; ha promesso di mandarci lo Spirito Consolatore, per aiutarci a capire tutto e darci la forza necessaria e così ha fatto e continua a fare; ha garantito di starci a fianco nel compimento dei prodigi necessari e c’è. Senza andare a cercare i grandi miracoli, quando guardo la pubblicità dell’otto per mille alla Chiesa Cattolica, mi vien da pensare a quanti di quegli esempi sono sparsi nel mondo, a quanti “miracoli” compiano i nostri sacerdoti e i nostri missionari. E non solo loro. Quanti cristiani vivono con coraggio la fede! Quanti pervicacemente riescono a trasmetterla con l’educazione e con l’esempio! Quanti subiscono derisioni e angherie, financo il martirio, a causa di questa fede! E chi dà loro tutta questa forza? Lo Spirito Santo, ovviamente, portatore di tutti quei doni che ben conosciamo e che sono così puntualmente descritti nella Sequenza che precede il vangelo di oggi. Formalmente l’abbiamo ricevuto attraverso i Sacramenti, ne siamo stati “marchiati”. Di fatto lo Spirito sovrintende ogni nostra azione, tant’è vero che anche nel gergo comune, laico, chiamiamo spirito ciò che stimola (lo spirito di iniziativa, lo spirito di corpo..), ciò che ci fa capire (lo spirito della legge, lo spirito che anima un bel discorso..), ciò che ci spinge ad amare (lo spirito di solidarietà, lo spirito di fraternità..). L’azione salvifica della Chiesa nasce con lo Spirito Santo e opera nello Spirito Santo, alitato sui dodici dallo stesso Gesù al momento di conferire loro il mandato di rimettere i peccati e di legare quaggiù ciò che resterà legato anche in cielo. Non è cosa da poco, né da sottovalutare. Se il nostro cuore coltiva questa convinzione, sgorghi spontaneo il ritornello del Salmo Responsoriale: “Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra”!

Ascensione o assunzione?

Inserito il 8 Maggio 2016 alle ore 12:02 da Plinio Borghi

Ascensione o assunzione? Sono termini puramente convenzionali, come quello di “scendere” agli inferi o “salire” al Padre (collocazioni “gerarchiche”), usati tanto per rispondere ad altrettante forme convenzionali che noi usiamo per definire in via breve ciò che trattiamo. Tecnicamente siamo circondati dal cielo, sopra e sotto, per cui ogni altra realtà non fisica appartiene a dimensioni diverse che convivono tranquillamente con la nostra. Difatti nessuno dei quattro evangelisti parla di “ascensione al cielo” del Signore. Matteo non ne parla proprio; Marco, al penultimo versetto, dice “fu assunto in” (termine più passivo che attivo); Luca, lo sentiamo oggi, scrive “si staccò da loro e fu portato verso”; Giovanni nemmeno sfiora l’argomento. Anche negli Atti degli Apostoli, il cui capitolo primo è in lettura nella liturgia odierna, si parla prima di assunzione, poi si dice “fu elevato (sempre passivo) in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo”; subito dopo gli angeli, apparsi agli apostoli attoniti a fissare il cielo, ripetono: “Questo Gesù, che è stato tra voi assunto al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo..”. Se ne desume che, nei fatti, il Figlio dell’Uomo si è solo sottratto alla loro vista (la nube), ma non se n’è andato, tanto è vero che le ultime parole del vangelo di Matteo sono: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Poco prima aveva detto: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni … insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”. Io amo leggere l’Ascensione in questa chiave. A noi il compito di seguire il Maestro dando gambe alla buona novella, affinché arrivi ovunque (e dando il buon esempio, come si diceva un paio di domeniche fa), a Gesù quello da un lato di affiancarci e dall’altro di prepararci il posto al suo banchetto quando anche noi entreremo nella sua dimensione. Certo, ci vuol fede, almeno quanto quel famoso granello di senapa, altrimenti col fischio che compiremo prodigi. Soprattutto la consapevolezza che Lui ci è a fianco e quando non ce la facciamo, come diceva la nota poesia, Lui ci porta in braccio. L’ultimo versetto di Marco ci rassicura: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano”. Gli Atti stesi da Luca descrivono tutto ciò e non si riferiscono a fatti circoscritti nel tempo. Avvengono ancora. Basta darsi da fare e non intiepidirsi.

Paura e turbamento

Inserito il 1 Maggio 2016 alle ore 12:31 da Plinio Borghi

Paura e turbamento sono l’anticamera dello sconcerto e dell’avvilimento. Succede spesso di verificarlo nell’affrontare le vicissitudini della vita. A volte il passaggio è preceduto dalla titubanza e dall’incertezza, se entra in campo l’incognito, la scarsa percezione di quello che deve avvenire. Il tutto è accompagnato di norma da uno stato di ansia. Succede quando c’è da affrontare qualcosa per la quale pensiamo di non essere all’altezza (dal semplice andar per strada in momenti o luoghi critici al dover rendere testimonianza delle nostre convinzioni e della nostra fede), quando salutiamo qualcuno che se ne sta andando (da quello che parte per un viaggio lontano che lo impegnerà per lungo tempo a colui che ci è caro e sta concludendo la sua vita terrena) o quando ci accingiamo a concludere un’esperienza e sappiamo che verranno meno, nel prosieguo, legami e punti di riferimento. Ricordo ancora come fosse ieri la ripetuta esortazione del Papa San Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura!”. Ebbene, anche gli apostoli hanno vissuto tutti i sentimenti anzidetti, sia durante il lungo discorso testamentario che il vangelo sta riportando in queste domeniche, sia durante la passione di Gesù, seguita dalla sua morte, come dopo, quando non riuscivano a realizzare la sua Resurrezione (ricordiamo lo sconcerto dei discepoli di Emmaus e lo scetticismo di alcuni dei dodici che, non sapendo cosa fare, sono tornati a pescare). Nonostante tutte le raccomandazioni (“Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore”), non sarà diverso nemmeno dopo l’Ascensione, che celebreremo domenica prossima. È naturale che sia così, hai poco da raccomandare o da essere rassicurato (“se mi amaste, vi rallegrereste”): è nella natura umana mantenere l’apprensione finché non hai acquisito le certezze necessarie, che possono essere la cessazione di un’attesa (un ritorno), una guarigione, un mettere le mani su un bene a pieno titolo e così via. Lo sapeva anche il Maestro che non sarebbe bastata la pacca sulla spalla e annuncia quella che diventerà la chiave di volta del progetto di salvezza, quella che aprirà le menti alla comprensione e quindi alla consapevolezza, fatta prima di tutto di speranza (e cioè l’opposto della disperazione): la venuta dello Spirito Santo. Ecco il riassunto di ogni aspettativa, il perno di ogni prospettiva. Lo è stato allora per gli apostoli, siamo capaci di farlo diventare anche per noi?

Ah, stiamo freschi!

Inserito il 24 Aprile 2016 alle ore 11:38 da Plinio Borghi

Ah, stiamo freschi! Senza scomodare il più volte citato Gandhi, se dovessimo dare uno sguardo al mondo cristiano d’oggi, raffrontandolo al comandamento “nuovo” che Gesù ci consegna nel suo testamento, prima di essere sacrificato, si rischierebbe di cadere in una profonda depressione. Se poi andassimo a ritroso nel tempo, al fine di cercare col lanternino almeno un periodo storico che ci desse un po’ di conforto, la caduta sarebbe garantita e solo la forza della fede eviterebbe un gesto disperato. Il brano che la liturgia odierna ci propone è brevissimo, ma fa parte di un lungo discorso riportato dall’evangelista Giovanni e proferito dal Maestro ai discepoli mentre si recava nell’orto degli ulivi: sostanzialmente un vero e proprio testamento spirituale, una sintesi di tre anni di predicazione. Vale la pena di riportarlo, dato che in sostanza si riduce a due righe: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. Ora, in che cosa consiste questa novità? Se leggiamo il Salmo Responsoriale ci accorgiamo che anche nel Vecchio Testamento era presente l’Amore di Dio e a Dio, e l’amore ai fratelli. La novità consiste nell’aver reso tangibile questo Amore, attraverso l’Incarnazione, e nel consegnare un concreto parametro di riferimento: amatevi fra voi come io vi ho amato. È andata così? Evidentemente no. C’è qualcuno che potrebbe affermare con tranquillità che i cristiani sono stati e sono un esempio di discepolato di Cristo? Ho qualche sacrosanto dubbio e non solo per le nefandezze compiute in nome di Dio, ma anche per il reale sentimento che anima i rapporti. Materiale di lettura ne abbiamo a iosa, a partire da come stiamo gestendo il grosso problema dei profughi e a finire con i rapporti interpersonali, compresi quelli familiari: quanti si sentono di dire che l’amore di coppia o l’amore coniugale è un riflesso di ed è impostato su quello di Cristo? Già il fatto che il Santo Padre non demorda e, dopo l’anno giubilare, abbia pure prodotto l’enciclica “Amoris Laetitia” e ieri (sabato 16 per chi legge) abbia fatto un salto a Lesbo per testimoniare ai migranti la solidarietà della Chiesa, a fronte di quanto in Europa si sta decidendo, la dice lunga. Anche la strada per “amarci come Lui ci ha amato” è ancora lunga, ma non è mai troppo tardi per cominciare a percorrerla.

Lecchini e opportunisti…

Inserito il 17 Aprile 2016 alle ore 11:53 da Plinio Borghi

Lecchini e opportunisti dilagano ovunque, specie se c’è da far carriera o da salire sul carro del vincitore. Si distinguono perfettamente in quanto non hanno mai un adeguato livello di capacità e di preparazione (se l’avessero, non avrebbero bisogno di essere tali!), sono sempre disponibili in modo servile, evitano il confronto diretto e, se ne sono costretti, negano sempre, anche di fronte all’evidenza. Non serve fare esempi concreti: ognuno ne potrebbe portare a bizzeffe in base alle proprie esperienze. Purtroppo sono figure che a volte bazzicano anche nelle parrocchie o nel mondo del volontariato, per secondi fini o in cerca di un mero protagonismo che non avrebbero la capacità di ottenere in modo autonomo. Peccato che i responsabili e i detentori del comando o del potere non abbiano la volontà di isolarli (altrimenti non esisterebbero) e anzi se ne servano ampiamente per il perseguimento dei loro obiettivi, dosando l’uso della “carota” per tenerli sempre in tiro. Orbene, queste categorie di persone sono le prime a guardare con disprezzo i pecoroni, quelli che continuano a servire a testa bassa, senza pretese, quelli che hanno portato il cervello all’ammasso, magari per scarsa convinzione e tanta debolezza, gregge informe del quale si vantano di non far parte. E naturalmente tra i bersagli preferiti ci sono anche quei creduloni di cristiani, che non si offendono nemmeno se sono chiamati ufficialmente “agnelli” o “pecore”, come si diceva domenica scorsa quando Gesù conferì il mandato a Pietro. Non hanno capito, i poverelli, che il nostro Maestro ha introdotto “l’orgoglio di essere pecora” e di appartenere al gregge, perché abbiamo un Pastore, Egli stesso agnello sacrificale, come ci descrive Giovanni nell’Apocalisse, che, a differenza di altri, ci pasce con amore, ci chiama per nome e noi avvertiamo la sua voce, non si fa negare, al contrario, si fa conoscere bene da ognuno e se qualcuno si perde lo cerca personalmente e lo riporta all’ovile. Non ha bisogno di cani per tenere radunato il proprio gregge, quindi men che meno di lecchini al suo seguito. Non basta, oggi nel vangelo afferma che non esiste chi potrà rapirci dalle sue mani, poiché gli siamo stati affidati direttamente dal Padre. Infine nessuno ha bisogno, con Lui, di cercare protagonismo: nel reciproco amore non serve, si è tutti protagonisti. Sfido chiunque, a partire dai miscredenti, a trovare situazioni più realizzanti e appaganti!

A Dio non basta perdonare…

Inserito il 10 Aprile 2016 alle ore 12:41 da Plinio Borghi

A Dio non basta perdonare: vuole rimetterti in gioco. La liturgia di questa domenica segue a ruota, nella logica e nel merito, quella di domenica scorsa. D’altronde sarebbe ben triste che il Cristo fosse morto e risorto per salvare gli uomini nella sua misericordia, come recitiamo oggi nel Canto al Vangelo, se poi non desse loro la chance per un rilancio. E che rilancio! Infatti, nel dialogo che s’instaura tra Gesù e Pietro, per ben tre volte gli chiede quanto sia disposto ad amarlo, tanto che alla terza l’apostolo ne rimane addolorato: avverte in questa insistenza un chiaro riferimento, quasi una richiesta di “sanatoria” al triplice rinnegamento perpetrato durante il giudizio, prima del secondo canto del gallo, come il Maestro aveva previsto. Pianse amaramente, quella notte, prendendo atto della sua debolezza e quindi stavolta non si limita al “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”, ma, messo alle corde, aggiunge: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo”. La resa è completa, il discepolo, persa la sicumera di quel “Certo”, si fa strumento nelle mani del suo Salvatore e così sarà fino all’epilogo sacrificale che questi già gli predice. Tutte e tre le volte Gesù lo investe di un compito non da poco: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle”. Siamo agli antipodi di ciò che succede nel mondo, dove la misericordia è un atteggiamento talmente raro da diventare un titolo da prima pagina. Men che meno è contemplata dalla legge, nella quale del condono, dell’indulto o dell’amnistia tutto si può dire tranne che partano dal cuore. Anche per chi ha pagato il proprio debito, un minimo di riscatto non è facile e, quando gli si fa luogo, non approda a scelte di spessore; della serie “con quel che hai combinato, accontentati di quello che viene, che è già tanto”. Poi ci sono i furbi, che godono di ben altri risvolti, ma questo è riservato ai professionisti del crimine. La logica di Dio, per nostra fortuna, va in tutt’altra direzione e non cambia nemmeno di fronte alla recidività. È la logica del figliol prodigo e del padre misericordioso e quello che fa la differenza non è tanto il tipo di “reato” quanto la genuinità del pentimento (umanamente impossibile da accertare), per cui il riscatto lascia spazio anche a cospicue prospettive. I grandi convertiti, divenuti poi grandi santi, stanno a dimostrarlo. Quindi, conta la grande lezione sociale che ne deriva, ma ancor più prendere atto, ancora una volta, che non possiamo misurare il disegno di Dio col nostro metro.

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