Inserito il 19 Dicembre 2018 alle ore 20:15 da Don Gianni Antoniazzi
Siamo alle porte della festività: martedì prossimo celebreremo la nascita di nostro Signore Gesù Cristo. Per qualcuno è soltanto tradizione e folclore, ma è un Evento che da duemila anni ha cambiato la storia.
Il Natale è prima di tutto l’evento storico e preciso. L’evangelista Luca lo colloca all’epoca del censimento di Cesare Augusto, durante il quale Gesù stesso fu registato insieme ai suoi genitori. L’Impero romano, la più organizzata fra le potenze del tempo, poteva constatare in modo certo questo fatto. Anche se la data del 25 dicembre non è probabilmente esatta, noi non celebriamo un semplice simbolo o un’idea poetica e sentimentale, ma il fatto che Dio ha preso corpo, si è legato con la fragilità di ciascuno per salvarla. Ora il suo amore per noi è indissolubile. Anche se la nostra condizione è oscura Dio la accompagna con la luce della sua presenza. È nato nel tempo perché ciascuno di noi, compiuto il corso della sua vita, possa nascere come Figlio di Dio, nel giorno senza tramonto. Il Natale rinnova per noi la grazia di questo mistero. Così il nostro cuore si apre ad una gioia vera.
don Gianni
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Inserito il 12 Dicembre 2018 alle ore 21:00 da Don Gianni Antoniazzi
Il tempo presente tende a coprire con stupidaggini il significato della celebrazione natalizia
è compito dei credenti vivere la gioia dei prossimi giorni e raccontarla senza creare divisioni
In una scuola elementare della riviera del Brenta era sparito il nome di Gesù da un canto di Natale. Le maestre pensavano al rispetto per chi aveva sensibilità diverse. Una bambina di 10 anni ha organizzato la raccolta firme e ha ottenuto che il canto venisse rispettato. Il fatto è un piccolo segno di un atteggiamento diffuso.
In vista del Natale la mentalità del mondo prende quello che le conviene, ossia il pretesto per la festa e le spese. La persona di Gesù Signore è decisamente a lato. Chi cerca “Natale” nelle immagini di Google trova palline, gatti, luci, stelle, renne, babbi Natale, pupazzi, alberi, vischio, campanelle, candele, slitte, neve, spumante, panettone, anche donne mezze nude, ma nessun Cristo fra le prime 500 immagini.
La colpa è di noi cristiani che non conosciamo la fede del Vangelo. Se si vuol rispettare le sensibilità dei bambini, al posto di radere al suolo le loro radici culturali perché non esporre (con competenza) le tradizioni di ciascuno? Nel mondo slavato dei “non luoghi” e delle “non identità”, l’unica soluzione per non offendere nessuno sarebbe il negare ogni tipo di valore e posizione, come a dire: facciamoci i non auguri, di non buone feste di non Natale. Ma la vita, quella concreta, insegna che anche così, cioè negando la festa, si finirebbe per urtare chi invece la voleva.
È più rispettoso esporre senza durezze i nostri riferimenti personali: chi vorrà li accoglierà. L’onestà intellettuale è sempre stata la strada migliore per dare libertà agli altri.
don Gianni
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Inserito il 5 Dicembre 2018 alle ore 19:04 da Don Gianni Antoniazzi
Maria, preservata dal peccato, ha avuto l’occasione di fare i conti con tutta la sua umanità,
anche vulnerabile. Per essere persone vere e capaci non è necessario negare i problemi.
Pensiamoci bene: in fondo il peccato è l’illusione di essere perfetti. Per esempio: Adamo non ha accettato di essere una creatura. Ha sognato di farsi Dio e ha ottenuto risultati ridicoli. Il “peccato originale” limita la nostra visione perché, prima di rovinarci, ci illude di essere forti. Maria, immacolata dal peccato, ha potuto invece vedere tutta la sua umanità, senza inganni. Ha capito di essere vulnerabile, con pene e scompigli quotidiani. Ha dunque faticato quanto noi perché si è misurata “in toto” col peso della fragilità. Cercava affetto, comprensione e amicizia. Non sempre li ha ricevuti come voleva, nemmeno da Gesù. Non è stata impermeabile ai problemi e ai dolori. Ha comunque pronunciato fino in fondo il sì e il seme dell’amore di Dio, in lei, si è trasformato nell’albero di una vita donata. Per questo ha tracciato una strada luminosa così che anche noi non ci spaventiamo delle debolezze. La perfezione non ci appartiene. Non ora. Saremo uomini e santi se ci alzeremo dopo ogni caduta.
don Gianni
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Inserito il 28 Novembre 2018 alle ore 22:34 da Don Gianni Antoniazzi
Da questa domenica comincia il periodo d’Avvento. è la preparazione per accogliere Gesù nel Natale come avviene in ogni Eucarestia, nel nostro incontro con i fratelli e nella sua venuta alla fine del tempo.
Non è facile vivere l’attesa. Ci riescono bene le mamme, quando aspettano la nascita del figlio. In altri casi, quando non possiamo controllare gli eventi, diventa un momento sgradevole e angosciante. Chi poi non ha maturato certezze serene vive l’attesa con preoccupazione e affanno: teme che possano incombere minacce e pericoli; desidera continuamente andare altrove. Per esempio, chi non ha certezze nel nostro Paese, in attesa degli eventi futuri, preferisce sistemarsi all’estero. Chi invece nel cuore ha una speranza certa nel Signore Gesù supera i timori, vede i segni del Padre che salva e aspetta sereno che la vita si compia. Chi ha fede rimane al proprio posto e feconda il tempo presente, come una mamma nutre un figlio nel ventre. Questo atteggiamento così felice e stabile si chiama virtù della pazienza, il rovescio di tanta rabbia sterile presente sui social.
don Gianni
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Inserito il 21 Novembre 2018 alle ore 18:55 da Don Gianni Antoniazzi
Con tutta probabilità cambia la preghiera del Padre nostro: non diremo più “non ci indurre in tentazione” ma non ci “abbandonare alla tentazione”. Un po’ di fatica ma ne vale la pena.
Il Padre nostro non è un’esortazione perché Dio ci ubbidisca, ma fa memoria di quel che Dio già compie per noi. È una preghiera memorativa. Agostino, padre della Chiesa del IV secolo, ripeteva poi che il testo è problematico e richiede una riflessione profonda. Quando però si ama una persona non è difficile capirsi. Anche i passaggi più faticosi diventano chiari. Quando invece il cuore è lontano dall’altro si litiga su tutto, anche sulle frasi più banali.
La preghiera del Padre Nostro diventa chiara quando si ama il Gesù dei Vangeli. Quanto invece alla traduzione, è un altro paio di maniche: non è facile tradurre il testo originale nella nostra lingua. Da una parte le parole del Padre Nostro sono molto ricche, dall’altra la lingua italiana è viva e cambia col tempo. Per anni abbiamo detto “non ci indurre in tentazione”. Qualcuno avrà pensato: «Può Dio Padre “indurci” in tentazione? Può ingannare i suoi figli?» Certo che no. E per questo, anni fa, la conferenza episcopale ha trovato più opportuna la traduzione: «Non abbandonarci alla tentazione». È una traduzione più dolce e simpatica. Non è però una concessione al politicamente corretto. È un modo legittimo di tradurre il senso del testo. Sarà la nostra nuova formula e col tempo ci abitueremo a pronunciarla, perché anche l’orecchio con i suoi suoni avrà bisogno di educarsi.
Per una volta scrivo il testo: καὶ {e} μὴ {non} εἰσενέγκῃς {esporre o abbandonare} ἡμᾶς {noi} εἰς {alla} πειρασμόν {tentazione o prova}, ma qui non sto a fare grammatica. Si sappia che se anche uno continuasse a dire la vecchia formula non pecca di certo, anzi.
don Gianni
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Inserito il 14 Novembre 2018 alle ore 20:29 da Don Gianni Antoniazzi
C’è chi attacca la libertà di pensiero e di stampa. Forse si ha paura di chi pensa in modo diverso. Le differenze non dovrebbero mai essere un motivo di scontro ma di arricchimento vicendevole.
La libertà di pensiero e di stampa, sancita dalla Costituzione, è un problema per ogni autorità. I saggi, però, profittano delle critiche per migliorare. Chi è sicuro di sé non teme le critiche perché sa bene che la verità si fa strada. Invece l’arrogante, che pretende di avere la verità in tasca, punta (invano) a spegnere le voci contrarie. Il Vangelo riferisce in che modo Erodiade e Salomé – vip del tempo – soffocarono il dissenso: annebbiarono la testa a Erode e tagliarono quella del Battista. Oggi qualcuno si augura altrettanto e vorrebbe togliere la penna ai giornalisti scomodi. C’è una domanda decisiva: chi sbaglia ha il diritto di esprimersi? Hitler, per esempio, aveva la facoltà di divulgare le sue opinioni? Per secoli la Chiesa ha detto di no, che lo sbaglio non ha diritti. Oggi, invece, riconosce il valore delle opinioni di ciascuno e chiede a chi ascolta l’esercizio di distinguere la Verità.
Su questi stessi principi si regge la libertà di stampa che domanda ai giornalisti di scrivere con retta coscienza e ai lettori l’intelligenza per prendere le distanze, se necessario, da testi inquinati. È evidente che ciascuno agisce secondo un interesse e lo dico nel senso più nobile. Il resoconto oggettivo può essere accompagnato da un’interpretazione soggettiva: ognuno osserva la realtà secondo la propria visione. Sta alla maturità del lettore, oltre che all’onestà di chi scrive, farsi un’idea completa. In questo gli italiani sono abbastanza formati. Perché dunque mettere ancora bavagli? Che paura c’è? Senza differenze che dialogo è?
don Gianni
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Inserito il 7 Novembre 2018 alle ore 20:08 da Don Gianni Antoniazzi
Quand’ero bambino mi insegnavano a stare zitto piuttosto che proferire parole senza alcun senso. In questa società in cui il linguaggio è diventato decisivo è bene riflettere sul modo di comunicare.
Durante un’intervista sul maltempo una donna raccontava che non c’era corrente da giorni, ma in compenso la gente aveva ricominciato a parlarsi senza più guardare i cellulari. In effetto i telefonini, nati per favorire la comunicazione e divenuti beni di massa, stanno facendo il rovescio: esaltano il clamore degli sciocchi, diffondono rabbia, lasciano in silenzio molti saggi.
Il modo più giusto per comunicare è di persona, quando si può comprendere l’interlocutore con la sua postura, dal tono della voce e dallo sguardo e intervenire serenamente con le opinioni personali. Per mancanza di tempo, non ci incontriamo più e usiamo i social network che hanno regole pericolose. Le parole hanno confini stretti, e rischiano di comprimere ciò che è immenso. La verità va rispettata nella sua interezza e va condivisa a voce.
Serve la voglia di raccontare la verità, quando si incontra una persona cara, restando lontani dalle semplificazioni. Le parole diventano allora come finestre spalancate che rimandano sempre oltre se stesse.
don Gianni
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Inserito il 31 Ottobre 2018 alle ore 20:17 da Don Gianni Antoniazzi
Durante il fascismo c’era il motto “me ne frego”. Di contro c’era chi ripeteva “I care”, in inglese: “mi importa”. Questo è invece il tempo dell’indifferenza: custodiamo poco o nulla le cose e forse neppure noi stessi.
Mia nonna ripeteva che, da piccola, in casa non si doveva perdere neanche un ago. In quel mondo si aggiustava tutto e tutto veniva re-impiegato. Anche mio padre aveva un’attenzione scrupolosa: il suo “mantra” era risparmiare corrente e acqua. Ricordo poi l’attenzione al telefono: siamo stati i primi ad averlo in zona; i vicini venivano da noi per chiamare i figli militari; guai se noi piccoli avessimo toccato l’apparecchio. Quella era un’economia di sussistenza che mostrava la stessa cura nel rapporto con le persone, e con sé stessi. Noi siamo diventati la società dello spreco e lo dimostra l’episodio in patronato della scorsa settimana.
Giovedì è stato steso il “ghiaino lavato”. Il mattino seguente sulla superficie asciutta c’erano i passi di un adulto con tanto di bicicletta. Tutto era stato recintato ed erano stati posti cartelli di segnalazione eppure qualcuno aveva fatto di testa sua. Superata la delusione, coi martelli pneumatici si è tolto tutto e, a tempo di record, si è ripartiti da zero. Il danno ci costerà migliaia di euro, letteralmente buttati sulla strada. Non è importante sapere il nome di chi sia passato di lì alle 19.50 per una riunione condominiale, bisogna però capire che dobbiamo diventare più presenti a noi stessi, restare vigili quando viviamo ed avere la giusta cura per la realtà.
don Gianni
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Inserito il 25 Ottobre 2018 alle ore 15:56 da Don Gianni Antoniazzi
Il primo novembre ricorre la festa di tutti i Santi e il giorno successivo si commemorano i nostri cari defunti. Due giornate fortemente legate tra loro che richiamano il senso profondo della fede cristiana nella Risurrezione.
Di fronte alla morte risuona per noi la fede nella Risurrezione. Noi cristiani diamo volentieri il contributo per la crescita della società presente, ma sappiamo che la “patria” vera è nei cieli. La nostra realizzazione è nella comunione con Dio e con coloro che ci hanno preceduto nella fede. Il resto, per quanto importante e decisivo, è in funzione di questo fine. In piedi, presso le tombe dei nostri cari, non vogliamo edificare un culto dei morti primitivo e superficiale. Piuttosto cerchiamo un dialogo, memoria del legame vissuto, attesa di quello che vivremo in pienezza nel giorno senza tramonto. In questi giorni di memoria per i defunti capiamo che essi ci accompagnano, con una presenza vera anche se non concreta, domandano il nostro affetto stabile e un segno di attenzione. Chi fra noi ha fede sa che la forma più alta di comunione con loro è la preghiera e la carità fraterna.
don Gianni
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Inserito il 17 Ottobre 2018 alle ore 20:02 da Don Gianni Antoniazzi
La Chiesa celebra la Giornata Missionaria Mondiale. Sabato 20, alle 20.30, in chiesa c’è la veglia diocesana. Le offerte raccolte durante le Sante Messe festive saranno tutte devolute a sostegno dei nostri missionari.
Quando si parla di missioni ci vengono in mente i poveri che vivono in paesi lontani e ricevono aiuto da preti, suore e laici partiti dalle nostre città. Non è sbagliato: quando qui in Italia c’era abbondanza di clero, alcuni portavano il Vangelo e un sostegno di carità nelle zone più remote. Oggi, però, la prospettiva è cambiata. Non abbiamo preti e capita che siano i sacerdoti di colore a celebrare Messa da noi.
Di più: ormai molti cittadini del Veneto “bianco” si allontanano dalla Chiesa e rifiutano il titolo di cristiani.
La missione, dunque, parte dalle nostre case. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”: chi ha avuto la gioia d’incontrare Gesù Cristo è chiamato a offrire questo dono ai fratelli che incontra, a partire da parenti, amici e colleghi di lavoro. È una “missione” che ci riguarda tutti.
don Gianni
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