Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Non di solo pane vive l’uomo

Inserito il 1 Agosto 2021 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

Non di solo pane vive l’uomo. L’ha detto Gesù al diavolo che lo tentava durante il digiuno nel deserto. Ed è incontestabile, anche se poi, come dicevamo la settimana scorsa, è il cibo che monopolizza la maggior parte della nostra attenzione. D’altronde anche il nostro Maestro, quando l’ha detto, si stava sottoponendo a una dura prova per rinunciarvi. Ciò non toglie che la nostra mente non deve essere obnubilata solo dalla preoccupazione a senso unico. Provate a immaginare una vita impostata unicamente sul ciclo vizioso della sopravvivenza: da suicidio. Nemmeno nel mondo animale si può ipotizzare una cosa simile: quanto meno uno spazio alla riproduzione ci vuole e ci sta. L’uomo va oltre: ha bisogno di spiritualità, di nutrizione della mente, di ricerca della verità, di risposte ai problemi esistenziali, di giocosità, di evasione e avanti di questo passo. Ovviamente “in corpore sano” e non a caso Dio ha mandato agli israeliti che vagavano nel deserto in condizioni precarie una buona dose di manna e di quaglie affinché si saziassero e la smettessero una buona volta di borbottare che “si stava meglio quando si stava peggio”, come ci riferisce la prima lettura di oggi. Se poi leggiamo la pericope del Vangelo, dopo ha fatto ben di più: ha inviato il suo stesso Figlio vuoi per riscattarci dal peccato, come aveva promesso, vuoi per fornire al nostro spirito, alla nostra anima, quel nutrimento necessario per ottenere riscontro a tutte le domande che ci assillano, siano esse di natura metafisica che materiale. Sì, perché la lieta novella che il Messia è venuto a consegnarci assolve il duplice scopo, con una “leggera” differenza: ciò che ottennero i nostri padri nel deserto non li preservò dalla morte mentre il cibo che ci fornisce il Salvatore ci garantirà la vita eterna e se ne mangeremo non avremo più fame. Lo dice Egli stesso alla folla che lo inseguiva solo perché saziata miracolosamente: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà”. E alla fine, dato il disorientamento generale, è più esplicito: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!” Quindi non si riferisce solo a sé stesso come Eucarestia, ma anche come Parola di vita, il Verbo di Dio appunto che si è fatto carne. Qui non c’è molto da tergiversare né ci sono distinguo da fare: se desideriamo saziarci sotto ogni aspetto, dobbiamo attingere alla fonte giusta.

Mangiare per vivere…

Inserito il 25 Luglio 2021 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

Mangiare per vivere è una delle cose che ci sembra di dare scontate nella vita, anche se poi nei fatti, con disinvoltura, spesso mettiamo il piacere della tavola al centro dell’attenzione. Non è cosa sbagliata di per sé, perché sarebbe ridicolo non godere dei momenti che dedichiamo alla nostra alimentazione e non alzare il livello del gusto, giusto veicolo per accostarci al cibo, ma quando la tendenza diventa eccessiva e quasi maniacale, fino ad arrivare a vivere per mangiare, allora diventa un problema serio. E non mi riferisco solo al tempo che si dedica alla vera e propria consumazione, ma anche a tutto quello che s’impiega in acquisti, preparazione, informazione, “formazione” alla conquista dell’abilità, studio delle diete, ecc. ecc. Il fatto che non ci sia programma televisivo o giornale o rivista che non riservino un ampio spazio all’argomento la dice lunga su quale sia il livello di coinvolgimento. Se dedicassimo il medesimo tempo al nostro nutrimento culturale e spirituale, saremmo un popolo superlativo, domineremmo il mondo, avremmo una carica interiore da far impallidire gli asceti più convinti. Se poi, nel soddisfare le esigenze anche materiali, ci premurassimo di condividere come facciamo attorno al desco, nella carità non avremmo da imparare più alcunché. Invece la realtà è ben diversa e oggi il vangelo ci richiama come sempre a mettere ordine nelle cose. Gesù era uno che amava stare con i piedi sotto il tavolo e in buona compagnia, quindi non demolisce l’impianto, solo lo qualifica, proiettandolo anche come momento di apostolato e di parificazione di tutte le esigenze degli uomini, uniti in un solo spirito, che va mantenuto nell’amore e nel vincolo della pace, come ci suggerisce San Paolo nella seconda lettura. La moltiplicazione dei pani e dei pesci, ripresa da tutti e quattro gli evangelisti, vuol dimostrare quanto ci tenga il Maestro alle esigenze fisiche della gente, anche ai fini di porla nelle condizioni migliori di ascolto, e ci insegna il modo più consono per soddisfarle: solidarietà, essenzialità, condivisione, niente sprechi, attenzione. Tutti elementi che stanno alla base dell’istituzione e della pratica dell’Eucaristia, cibo ineludibile per la nostra sopravvivenza spirituale, alla quale dovremmo approcciarsi con lo stesso criterio col quale rispondiamo alle esigenze del corpo. Recita infatti la colletta: “… aiutaci a spezzare nella carità di Cristo anche il pane terreno, perché sia saziata ogni fame del corpo e dello spirito”.

Una bruttissima battuta…

Inserito il 18 Luglio 2021 alle ore 10:01 da Plinio Borghi

Una bruttissima battuta è stata quella proferita in un dibattito sulla cosiddetta “legge Zan” dal noto (o nota) quanto intelligente Vladimir Luxuria. Il conduttore aveva appena espresso solidarietà con la vittima di un episodio di intolleranza, quando il paladino dei “diversi” vessati è sbottato pressoché così: “Basta, è ora di finirla con questa solidarietà a posteriori! Ora vogliamo solo una legge..”. Lapsus palesemente freudiano: la questione appunto è politica e preme di più spostare un paletto e mettere una nuova zeppa su una rivalsa di parte piuttosto che il vero risultato. Le leggi, si sa, sono una fucina d’inventori dell’inganno, per cui nella pratica l’esito non è assolutamente garantito. Un conto è che ci sia un’evoluzione culturale già in atto e quindi una legge può servire a regolamentare ciò che è già acquisito e a mitigarne gli eccessi, altro è imporre un processo. La storia insegna che laddove si è tentato di modificare d’autorità i comportamenti sociali o religiosi, alla fine tutto implode e rifluisce: Urss, Cina e Cuba non sono che gli esempi più recenti che mi sovvengono. La realtà è che se vogliamo sul serio combattere certe forme di emarginazione e di discriminazione dobbiamo imparare a capire, a stare a fianco di chi le soffre, a provare com-passione e, più che a esprimere, a dare solidarietà. E non sono certamente le parate dei Gay pride il veicolo più consono per trasmettere il concetto, ma questo è un altro discorso. Ancora una volta è il Vangelo a offrirci lo spunto per una visione corretta delle cose e ancora una volta Gesù dà forma al concetto di compassione, ponendosi come esempio da imitare, se vogliamo essere credibili. Perché gli si stringe il cuore nel vedere la folla che lo insegue, che non gli lascia tregua nemmeno per un momento di rilassamento e di preghiera? Perché avverte che sono allo sbando, come pecore senza pastori, che hanno bisogno di una vera guida, non come i loro capi fasulli che li gravano di pesi e pensano ai propri interessi. S’immedesima nella loro situazione ed essi avvertono che Egli è un vero pastore che conosce le proprie pecore ad una ad una, ma soprattutto soffre per loro e con loro. Quanti di quelli che si stanno sbracciando ai vari livelli trasmettono questa sensazione? Qui mi si lasci una piccola critica anche alla Chiesa: non è sbandierando il Concordato e scendendo nel gioco delle contrapposizioni che convince; deve confrontarsi nel merito, difendere a ragione i principi, ma evitando chiusure preconcette.

Il garante e il sedicente leader

Inserito il 11 Luglio 2021 alle ore 10:01 da Plinio Borghi

Il garante e il sedicente leader sono diventati il tormentone estivo di quest’anno, del quale, a dire il vero, non sentivamo proprio il bisogno. Evidentemente la pandemia ha allentato la fantasia di parecchi settori e quindi dobbiamo accontentarci di ciò che passa il convento. Ad ogni modo come telenovela non è poi così male, perché non mancano sia attori col cliché della mediocrità sia momenti, per così dire, di suspense che già sul nascere lasciano presagire il seguito. Forzando un po’, vi sono pure similitudini bibliche: l’investito dall’alto, grillo parlante per antonomasia, contornato da apostoli racimolati dagli angoli e dalle professioni più disparate, propostosi come salvatore di una patria ‘sì bella e perduta, s’è ritrovato con un nobile solo di cognome, non proprio voluto da lui, ma poi digerito ob torto collo, sul quale porre le fondamenta del nuovo movimento. Sennonché questi non l’ha proprio tradito (un po’ sì), ma s’è ammalato di leaderismo e tenta di mordergli il calcagno. Riusciranno i nostri eroi a sopravvivere o la pietra d’angolo, diventata d’inciampo, finirà per sgretolare la torre di Babele? Quesito sul quale non vale la pena di trascorrere notti insonni! Pure la liturgia si perita di non risparmiarci tormentoni estivi, ma vuoi mettere! Questa è musica per le nostre orecchie intorpidite e soprattutto, pur invariata da duemila anni, è sempre fresca e vivace e scende simile a balsamo a ravvivare lo spirito. Non ha bisogno di momenti di suspense: tutto è già noto, ma è lì per essere riletto perché si presta a interpretazioni sempre più rinnovate e attualizzate, non solo, ma la sua diffusione è sempre in essere. È appunto il tormentone di Gesù in questo periodo: annunciare la lieta novella, il Regno che è già qui, anche se non ancora compiuto. Tale è lo zelo e la convinzione che lo animano che, l’abbiamo visto domenica scorsa, è andato a sfidare persino l’incomprensione del suo paese natio. Oggi addirittura organizza i discepoli per recarsi a due a due ad allargare l’opera redentrice, insegnando loro un metodo di approccio ben preciso, che resta valido ancora oggi per noi. Che c’azzecca ciò con la premessa? Forse è stata la risposta di Amos in prima lettura, dopo l’invito a togliersi dai piedi dalla terra di Giuda: “Non ero né profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomoro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge e mi disse: va’, profetizza al mio popolo Israele”. Per un’associazione d’idee.

Vale la pena di andare avanti?

Inserito il 4 Luglio 2021 alle ore 10:01 da Plinio Borghi

Vale la pena di andare avanti? Quante volte ce lo saremo chiesti a fronte di insuccessi, logorii, rapporti basati su indifferenza, ostilità (a volte preconcetta), inganni, diffidenza. La diffidenza: brutta bestia! Essa tende a demolire sul nascere qualsiasi forma di credito, a prescindere dall’evidenza e dalla validità delle argomentazioni. “Cosa volete che ne sappia quello lì, che fino a ieri era.. ha fatto.. apparteneva..” e così via. Non si salva nessuno da siffatti atteggiamenti verticali e trasversali, dall’artigiano all’imprenditore, dal prete al professore, dal semplice militante al Presidente della Repubblica. Vi ricordate i commenti sul fatto che Ronald Reagan fosse stato un attore cinematografico pare di mediocre livello? Peggio ancora poi se il tentativo di imporsi si gioca in casa! Non ce l’ha fatta nemmeno Gesù, quando s’è messo in testa di andare a predicare e a far miracoli nella sua città di nascita. “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di..” e giù tutto l’elenco dei parenti ancora ivi residenti. L’evangelista Marco ci riferisce che anche i miracoli furono motivo di scandalo, data la totale chiusura di quelle menti e quindi l’incomprensione di come potesse quel noto personaggio essere investito di tale potere. Il Maestro, deluso, liquida la questione con la famosa frase “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua” e se ne va alla chetichella ad insegnare e a compiere prodigi nei villaggi d’intorno. Non ci passi per la mente di essere noi diversi da loro se il tanto criticato o vituperato vicino di casa ce lo troviamo senza preavviso in cattedra a dirci magari come dovremmo comportarci. I preconcetti e i pregiudizi sono incrostazioni dure da rimuovere, ma è quello che invece ci è richiesto di fare. È stata una bella sfida quella dei “Gruppi di ascolto” voluti dal compianto patriarca Marco Ce, non tanto perché siano state superate le tradizionali problematiche, quanto per l’esempio di buona volontà messa in atto nel volerlo fare. Chi vi ha partecipato ha dovuto quanto meno aprire la mente e “resettarla”, sforzandosi di prendere da ogni parte quanto di buono gli poteva derivare da siffatta esperienza e, ovviamente, di ricambiare col proprio contributo. D’altronde, cosa dice oggi il Signore allo scettico Ezechiele (I lettura) che dubitava che quella “razza di ribelli” l’avrebbero ascoltato? “Ascoltino o non ascoltino, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”. Prima o poi i frutti si raccolgono!

Percepire una frase nitida

Inserito il 27 Giugno 2021 alle ore 10:01 da Plinio Borghi

Percepire una frase nitida da un bailamme di chiacchiericcio in atto non è cosa semplice o quanto meno ci vuole un orecchio ben allenato. Infatti, non ho mai capito come facciano gli investigatori a isolare da una registrazione confusa affermazioni compromettenti da far valere sul piano processuale. Eppure se rinvango ricordi sindacali, è successo anche a me di riuscire a seguire dibattiti caotici, nel corso dei quali anche sei o sette si ritrovavano a parlare contemporaneamente e a rispondersi l’un l’altro, magari interloquendo pure con qualche voce anonima che arrivava dall’assemblea. Non rivelo la categoria per non provocare reazioni, ma ve la lascio immaginare. Qual era il trucco? Abituarsi ad afferrare la frase che conta, defilando le altre, o la battuta che emerge da un contesto piatto. È successo anche a Pilato quando, da una folla vociante, gli è arrivato nitido e inequivocabile il “crucifige!”. Orbene e al di là di ogni disquisizione, sarei anch’io colto da meraviglia come i discepoli di Gesù raccontati nel vangelo di oggi nel sentire il Maestro, spintonato da ogni parte, esclamare: “Chi mi ha toccato?”. Evidentemente la donna che l’aveva fatto era talmente motivata, ma anche talmente colma di fede, da trasmettere a Chi sa percepire la diversa qualità del tocco. In sostanza, direbbe un esperto, ella aveva già sottratto al Messia l’energia salvifica, al punto che lui non poteva non accorgersene e non gli è restato che rassicurarla: “Figlia, la tua fede ti ha salvato”. Qui il collegamento con quanto si diceva la settimana scorsa, circa la scarsa convinzione con la quale sovente ci rivolgiamo al Signore, anche nella preghiera più fervente, è d’uopo. E naturalmente diventa una comoda forma di difesa pensare di non essere ascoltati o comunque di non esserlo a sufficienza. L’atteggiamento di desistenza suggerito a Giairo, l’altro personaggio della pericope in lettura, è esattamente l’opposto. Perché insistere se ormai la figlia, seriamente ammalata, nel frattempo è morta? La situazione era troppo succulenta per Gesù: si trattava di uno dei capi della sinagoga e in più di demolire quel fastidioso senso di diffidenza che farebbe demordere chiunque, tranne il Salvatore. I genitori della bambina, sordi alle voci irridenti, hanno atteso oltre l’evidenza e, solo alla loro presenza, senza dare la stura ad effetti speciali, il miracolo è avvenuto lo stesso. Morale? Se pretendiamo di essere ascoltati, diamoci una schiarita su com’è la fede con cui ci rapportiamo.

Aiutati che il ciel t’aiuta

Inserito il 20 Giugno 2021 alle ore 10:02 da Plinio Borghi

Aiutati che il ciel t’aiuta: è uno degli adagi più noti, ma anche il meno innervato nella nostra mentalità, vuoi per la scarsa fede che ci ritroviamo, vuoi per eccesso di abbandono ad essa fino a rasentare l’inerzia. Sulla prima ipotesi mi viene in mente la vignetta ironica pubblicata al tempo del primo picco della pandemia, nella quale è raffigurato il Papa che invoca l’intervento del Signore sul flagello e una sala di terapia intensiva con i medici indaffarati che vengono fermati dal primario con la frase: “Basta, smettiamola perché ora s’arrangia Lui!”. Sulla seconda ho avuto riscontro in questo periodo in cui sono incappato in seri problemi di salute e più di qualche amico di “fede profonda” mi ha suggerito che non occorre curarsi: basta aver fede e pregare con convinzione. In realtà l’intervento divino non può prescindere dallo “strumento” umano, per cui l’obbligo di curarsi al meglio è ineludibile e quello di mettersi nelle mani del Signore altrettanto necessario per colui che vive con coerenza la sua fede. Ed è quello che sto facendo, anche se in certi momenti di debilitazione non è facile: spesso ti verrebbe da desistere e ti chiedi, come hanno fatto gli apostoli descritti dal vangelo di oggi, se effettivamente lassù qualcuno ti sta ascoltando. In realtà Gesù è sempre con noi sulla stessa barca e sta vivendo le nostre angosce, ma questo non ci autorizza a lasciare che il natante vada alla deriva. Essi lottarono con tutte le loro forze contro i flutti (chiara rappresentazione del Male), solo che sembrava che al Maestro non importasse assolutamente nulla, perché dormiva tranquillamente. Prima di svegliarlo, chissà cosa si saranno detti o che riguardi si saranno fatti, ma alla fine hanno ceduto, redarguendolo oltretutto con la frase: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?” Umanamente comprensibile, ma doppio errore! Il primo di non rendersi conto di Chi c’era a bordo con loro e il secondo di dare per scontato di essere ormai perduti. L’epilogo lo conosciamo e pure quante volte c’è stato detto che se avessimo una fede grande come il granello di senapa saremmo noi stessi a comandare al vento impetuoso e al mare in tempesta. Ma tant’è. Quasi sempre il nostro fervore è determinato dall’impellenza degli avvenimenti contingenti, non dalla carica di amore e di consapevolezza di un Dio attento e misericordioso, per cui anche il nostro stesso sforzo viene contenuto, perché ci manca il “punto d’appoggio”. Allora è triste sentirsi ribattere: “Non avete ancora fede?”.

Settimana scoppiettante

Inserito il 13 Giugno 2021 alle ore 10:01 da Plinio Borghi

Settimana scoppiettante quella che si va a concludere con questa domenica: abbiamo contemplato il Sacro Cuore di Gesù, un cuore che si è speso letteralmente fino all’ultima goccia, e subito dopo quello della Vergine Maria, aperto, generoso, disponibile a partecipare al progetto di redenzione fino al punto di essere trafitto dal dolore, come le ha previsto la vecchia profetessa in servizio al tempio con l’altrettanto vecchio Simeone al momento della presentazione di Gesù; mentre oggi cade anche la festa di Sant’Antonio da Padova, uno dei Santi più amati e taumaturgici, venerato in tutto il mondo. Questi spaccati, come tutti gli altri di cui si fa memoria, sono altrettanti stimoli per la nostra fede, piccoli semi gettati affinché, trovando il terreno fertile, facciano frutto. E quanti frutti ottenuti! È un po’ il tema del vangelo di oggi, che vuol mettere in evidenza come la stessa natura sia così sorprendente da far nascere da elementi all’apparenza modesti degli effetti belli e possenti. Il richiamo è alla nostra innata tendenza a dissacrare, a minimizzare, a svalorizzare, a relegare i simboli della fede o la vita di chi l’ha vissuta in modo eroico a mere panacee per donnicciole, a comodi ripari per anime inquiete. In effetti, è anche vero che certi nostri atteggiamenti molto svenevoli e poco maschi offrono l’esca a tali prese di distanza, ma è altrettanto vero che la supponenza che presiede a chi le assume è solo frutto del vuoto e della debolezza, per non dire di ignoranza. Il contadino semina e che vegli o dorma la terra fa produrre al seme. Egli non sa come e perché avvenga questo, ci dice Gesù oggi, ma ciò non impedisce che il tutto comunque avvenga. Nella sua umiltà il contadino si rende strumento delle più grandi meraviglie della natura, sapendo esattamente come fare e che cosa aspettarsi, pur se ignorando, in tutto o in parte, il come. È un bell’esempio per tutti noi, ai quali non è richiesto di essere tutti Tommaso d’Aquino, ma semplicemente dei bravi contadini che sanno scegliere i semi giusti, che li fanno germogliare nel terreno adatto, che conoscono come ottenere i frutti migliori e come goderne in modo adeguato. Certo, è richiesta ampia disponibilità e apertura mentale. La grettezza, la diffidenza, la superbia, l’egoismo, la dissacrazione (sempre gratuita) sono solo gramigna, che sapremo abilmente eliminare. In definitiva ci è richiesto “soltanto” di imparare a essere dei bravi contadini della fede.

C’è dono e dono, c’è regalo e regalo

Inserito il 6 Giugno 2021 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

C’è dono e dono, c’è regalo e regalo. Dicono che non ci sia dono più grande che spendersi per gli altri fino al punto di mettere in gioco la propria vita. Ed è ciò che ha fatto Gesù Cristo, il cui sacrificio è stato sublimato dal provenire nientemeno che dal Figlio di Dio, per cui di valore universale e ineguagliabile. Non basta, ci ha voluto fare in soprappiù anche il massimo dei regali: l’istituzione dell’Eucaristia nell’ultima Cena, conferendo agli apostoli il “potere” di mantenerlo per sempre in vita a tutti gli effetti in mezzo a noi e mantenendo così la promessa che non ci avrebbe mai lasciati soli. Ne consegue che la sua non è una presenza astratta, spirituale, bensì concreta e reale, che poggia da una parte sulla sua Parola, quel Vangelo intramontabile e sempre fresco e attuale, e quel Pane eucaristico, effettivo nutrimento del corpo e dell’anima. Sono i due momenti sui quali si articola la Messa, entrambi essenziali, entrambi parimenti supporto l’uno dell’altro: la liturgia della Parola e la liturgia eucaristica. Ogni volta che rifletto su questo argomento, non posso non riandare col pensiero al santo Curato d’Ars, località in cui ci siamo soffermati durante uno dei bei pellegrinaggi organizzati dalla nostra parrocchia. Nella chiesa è raffigurato mentre soggiornava a lungo davanti al tabernacolo e a chi gli chiese perché rispose semplicemente: “Io lo guardo e Lui mi parla”. Evidentemente era in buona compagnia e le parole erano balsamo per la sua anima, per cui, malgrado il tanto daffare che aveva, a quelle ore di contemplazione non avrebbe mai rinunciato. Tutti gli aspetti esteriori e talora folkloristici di cui si è arricchita nel tempo questa festa hanno proprio questo scopo: indicare al fedele la fonte del sostentamento, suo e della sua fede. Qua si apre l’altro risvolto della riflessione: ne siamo veramente convinti? Quando alziamo gli occhi a quella Particola, o durante la consacrazione o durante l’esposizione nell’ostensorio ovvero durante la tradizionale processione siamo pienamente consapevoli di incontrare gli occhi di Gesù che ci sta guardando e ci parla con le imperiture parole del Vangelo? Quando facciamo la Comunione, sentiamo di ricevere Cristo in corpo, sangue, anima e divinità e avvertiamo la pregnanza di aprirci agli altri con i quali condividiamo questo cibo prezioso? Sono tutte domande che ci interpellano e la risposta alle quali è termometro dell’intensità della nostra fede.

“Te lodiamo Trinità..”

Inserito il 30 Maggio 2021 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

“Te lodiamo Trinità..” si cantava convinti e si canta tuttora, specie in questa giornata dedicata, anche se le parole in uso nella prima metà del secolo scorso sono state modificate, dati i riferimenti a “squadre” ed “eserciti”, tanto cari ad un’epoca che ha lasciato tracce nell’impostazione di inni e altro fin oltre gli anni ’50. Mi sono sempre chiesto il senso di questa solennità subito a ridosso della conclusione di un tempo forte, come quello appena vissuto, nel quale abbiamo contemplato il massimo dell’esaltazione dei ruoli delle tre Persone che trovano la loro unità in Dio. In effetti l’introduzione della festa a livello di Chiesa universale è abbastanza recente (fatte le debite proporzioni) e risale al XIV secolo, anche se la sua genesi affonda le radici fin nei primi secoli. E là, attorno al quarto secolo, troviamo una prima risposta, che definirei quasi logistica prima ancora che teologica: solo con la conclusione del tempo pasquale e la discesa dello Spirito Santo si ha la completa “definizione” della Trinità, non tanto in ciò che rimane un mistero quanto nel contenuto del messaggio che porta con sé e del quale abbiamo sviscerato nel corso degli anni i vari aspetti e significati. Quindi l’urgenza dei nostri Padri di non frapporre indugio a mettere a fuoco questa mirabile sintesi di armonia già in quello che una volta era il primo giorno del Tempo Ordinario (allora la Pentecoste durava fino al sabato successivo) fu una vera e propria esigenza, che si andò sempre più diffondendo nelle Chiese locali senza modifica, anche se ci vollero poi dieci secoli per la sua ufficiale introduzione. Ad ogni modo, quello che è stato un preciso mandato di Gesù di operare, predicare e battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo non ha mai trovato soluzione di continuità, tanto da diventare premessa ad ogni azione liturgica, conclusione di ogni preghiera e riferimento finale degli inni ufficiali, che terminano tutti con la cosiddetta “dossologia”, che tende a riproporre e ad esaltare la portata del mistero per eccellenza. Ne consegue, e non poteva essere altrimenti, che la preghiera alla SS. Trinità è la più diffusa, la più praticata e la più completa. Sta a noi non ridurla a semplice routine, limitandoci a una ripetizione asettica, e a darle quel dovuto approfondimento, che tiene conto della portata teologica, storica, sociale e universale di cui è carica. Quando recitiamo anche un semplice “Gloria al Padre” teniamo conto di questa pregnanza.

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