Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Non c’è verso: la sete è sete…

Inserito il 19 Marzo 2017 alle ore 10:16 da Plinio Borghi

Non c’è verso: la sete è sete. Ed è inevitabile di non poter pensare ad altro, se non a come calmarla. Chi di noi non ha provato a soffrirne un po’? Magari in automobile costretti ad una coda estenuante sotto il sole (quando non c’era l’aria condizionata) o durante una passeggiata in montagna dopo aver faticato e sudato e via dicendo: è il secondo dei bisogni urgenti e ineludibili (il primo sappiamo tutti qual è!). E quando riesci finalmente a sedarla, tutto ti appare in una dimensione diversa, ogni cosa riprende il suo posto nell’ordine delle priorità. Però non esiste solo la sete fisica: come si è più volte ribadito, l’uomo deve attendere alle necessità del corpo e dello spirito e quindi abbeverare l’uno e l’altro. A conferma, si è anche detto che è la curiosità a tenerci vivi e pertanto, di contro, senza detto stimolo la vita si ridurrebbe allo stato vegetale. È quella che ci introduce alla conoscenza e allarga la nostra ottica mentale, culturale, spirituale, ecc., tutte cose indispensabili ad abbeverare lo spirito. Guardiamo ora cosa succede a Gesù oggi: anch’egli ha sete, ovvio, e si avvicina al pozzo, senza disdegnare, coerentemente con la sua predicazione, il contatto con la Samaritana che vi giunge per attingere. In lei scatta subito la curiosità: “Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me..?”. Nel Maestro la sete fisica è soppiantata da un altro meccanismo più impellente: trasformare quella donna, provata dalla sua esistenza disordinata, in profeta, in testimone. L’evangelista non riferisce più se sia avvenuto o no lo scambio dell’acqua materiale, bensì emerge, nel crescendo del dialogo, la scoperta di “un’altra acqua”, quella che ti fa passare ben altra sete e una volta per tutte. Nella Samaritana cresce la voglia di abbeverarsene e riconosce il Messia, lo riconosce fonte viva ed avviene la trasformazione: corre a raccontare ai conterranei e a rendere testimonianza. Tutti, mossi dal desiderio che la lunga attesa aveva alimentato, superano il divario fra Giudei e Samaritani e riconoscono in Gesù il Salvatore. Bella la conclusione nelle parole da essi rivolte alla donna: “Non è per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo”. Da allora, la sorgente inesauribile continua a sgorgare e chi vi si approccia calma l’arsura dell’anima. Se avete qualche dubbio, approfittate di questo tempo giusto per provare e poi mi saprete dire se non è così.

Non è sempre facile capire…

Inserito il 12 Marzo 2017 alle ore 11:31 da Plinio Borghi

Non è sempre facile capire i messaggi che ci arrivano dalle sacre scritture e dal Vangelo in particolare, nonostante nei secoli gli esegeti abbiano cercato di approfondirne i risvolti. Un po’ è senz’altro colpa nostra, perché abbiamo la mente obnubilata da input che ci arrivano da ogni parte, incrostata di idee e filosofie svianti che impediscono alla Verità di penetrare. C’è inoltre l’incapacità di ritornare ad essere ricettivi come i bambini, malgrado il Maestro continui a dirci che la lieta novella è stata rivelata ai piccoli, perché solo su una tabula rasa la si può intendere. Ritengo tuttavia che ci siano anche delle ragioni oggettive e ce lo dice lo stesso Gesù, quando, in una circostanza come quella di oggi, raccomanda ai discepoli di non parlarne finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti. Altro dilemma, come se non bastasse quello appena vissuto: e che cosa vuol dire risorgere dai morti? L’avessimo capito almeno noi, saremmo tutti cristiani convinti! Quando il Cristo si stava avviando alla morte, nel lungo discorso tenuto all’orto del Getsemani, disse pure che aveva tante altre cose da dire agli apostoli, ma che non era il caso, perché non avrebbero potuto sopportarne il peso (Gv 16,12). Promise però l’invio dello Spirito Paraclito, che li avrebbe aiutati a capire di più, ma evidentemente non tutto e comunque non senza la fede, solo attraverso la quale penetriamo il mistero, che tale tuttavia rimane. Così ogni seconda domenica di Quaresima, il sei di agosto e ogni volta che recitiamo nel Rosario il quarto dei misteri della luce ci ritroviamo a contemplare la Trasfigurazione di Gesù: altro grande momento di rivelazione da parte del Padre, rappresentazione di quella che sarà anche la nostra futura gloria, ecc. ecc. Ma perché solo con tre apostoli? Perché tutto lo scenario? Perché quella partita di chiacchiere con Mosè ed Elia, quasi una rimpatriata fra profeti non creduti? Perché proprio sulla cima del monte? Perché il dover tenere tutto segreto fino alla resurrezione? E avanti di questo passo, anche noi impacciati più di quei tre coinvolti e con l’aggravante che stiamo ragionando a Resurrezione avvenuta e a Spirito Santo ricevuto. Certo, il clima deve essere stato bello, se a qualcuno è venuta l’idea di piantarvi anche le tende. Forse è proprio ciò che serve anche a noi, almeno in Quaresima: sostare e contemplare. E forse le risposte arriveranno da sole. E forse saranno più semplici di quel che si pensava.

Temprare lo spirito…

Inserito il 5 Marzo 2017 alle ore 10:28 da Plinio Borghi

Temprare lo spirito è doveroso per noi, se abbiamo intenzione di cimentarci a conquistare il posto che ci è stato riservato nel Regno dei cieli. A dire il vero sarebbe un bene per tutti, a prescindere: anche il più deciso materialista sa perfettamente che ciascun essere umano acquista spessore e “vive” alla grande se alimenta adeguatamente entrambi gli elementi di cui è composto. D’altronde, se facessimo un attimo mente locale su qualsiasi disciplina uno abbia intrapreso, sia essa di carattere sportivo o culturale o artistico, ci sarebbe facile accorgersi di quanta costanza e di quanto sacrificio c’è bisogno per poter sostenere competizioni o confronti di un certo livello, per consolidare i risultati raggiunti e ancor di più per migliorarli. Sovente mesi e anni di duro lavoro hanno come epilogo un exploit di una manciata di secondi, ma la soddisfazione è unica e indicibile e il ritorno ampiamente appagante. Non sempre si riesce a cogliere l’obiettivo e allora si riprende a lavorare. Non sono consentite soste o preparazioni dell’ultima ora: sarebbe tempo buttato e ogni sforzo compiuto sarebbe vanificato. In campo religioso e spirituale è la stessa cosa, non si dovrebbe registrare perdita di tensione, ogni giorno dev’essere una conquista. I tempi forti come la Quaresima non dovrebbero servire a “riprendersi”, a rimettersi in carreggiata, bensì ad intensificare “gli allenamenti” in vista della sfida imminente, l’impatto determinante per la nostra fede: la Pasqua di Resurrezione. Se si parla di conversione, il riferimento non è solo a chi ha dirottato dalla retta via, ma è un invito rivolto a tutti: richiamo per gli uni e stimolo a fare di più e meglio per gli altri. Si insiste sulla penitenza, quasi ingenerando la convinzione che praticare la religione sia una pizza (e qui i nostri detrattori ci sguazzano), mentre non è altro che l’impegno costante che serve a ritemprare appunto lo spirito e dal quale non può che derivare positività e beneficio. Certo, siamo fallaci, è il limite che ci impone la nostra stessa umanità: succede anche ai migliori di avere momenti di caduta, di tirare qualche stecca nonostante gli sforzi compiuti per una buona preparazione. Non importa, ci si risolleva, anche in questo senso vanno intese conversione e penitenza; ma quanto più facile è recuperare se l’impegno è stato fin qui costante e, di contro, quanta più fatica se usciamo da situazioni di rilassamento e di lassismo! Ecco, è partito il momento della verifica: approfittiamone seriamente.

La saga della superficialità…

Inserito il 26 Febbraio 2017 alle ore 11:36 da Plinio Borghi

La saga della superficialità sembra essere la caratteristica principale della nostra società. Finché si tratta di far talora più attenzione alla salute del corpo che a quella dello spirito, passi. Senza scomodare l’altisonante “Mens sana in corpore sano” di latina memoria, diciamo che è un preciso dovere morale aver cura del proprio corpo; per noi credenti vieppiù in quanto tempio dello Spirito di Dio, come dicevo domenica scorsa citando Paolo. Quando però questa cura si proietta nell’esaltazione della fisicità e della bellezza esteriore, nella ricerca della sua perfezione, nell’apparenza, nell’abbigliamento raffinato e sofisticato, fino a monopolizzare tutte le nostre risorse e a trascurare la vera ragione della nostra esistenza, cioè la crescita interiore, la deriva è assicurata. Deriva che poi si traduce anche in campo lavorativo e sociale, dove si tenderà a dare credibilità più al palestrato che “si presenta bene” che a colui che abbia una buona preparazione e una capacità operativa di un certo spessore. Tutto questo viene poi sublimato dalla politica e qui rasentiamo il dramma, non bastasse il potere a scadere troppo spesso nel ruolo di fine anziché di mezzo: conta di più il posto di prestigio, il populismo ripaga di più di quel che si fa e di conseguenza pesano il pacchetto di voti gestiti (anche se ottenuto da gente imbesuita), lo spazio che si conquista, le sedie che si occupano e così via. Il tutto a costo di mentire spudoratamente, ben sapendo di farlo, e brandendo i principi più per questione d’effetto che per fede nel loro valore. Il guaio è che certe tendenze attecchiscono anche nella Chiesa, malgrado gli sforzi del Papa a dissuadere monsignori e alti prelati dall’abbigliarsi come tante Barbie e dal muoversi ingessati e a spingerli invece a curarsi di riportare la Chiesa in trincea, impregnandosi, come veri pastori, dell’odore delle proprie pecore. Per fortuna non smette di venirci in soccorso il nostro caro, vecchio e imperituro Vangelo, che proprio oggi condanna tutte queste fregole e agitazioni per cose di poco conto (il domani), invita a confidare nel Padre che salvaguarda ogni cosa del creato, dall’uccellino che non semina e non miete e cui tuttavia non manca cibo, al giglio del campo vestito in modo inimitabile. Se è così per loro, non lo farà a maggior ragione per noi? Allora occupiamoci di arricchire il contenuto del nostro corpo più che di vestire il contenitore, perché solo quello peserà per la conquista dell’unico Regno che vale.

Conformismo e anticonformismo…

Inserito il 19 Febbraio 2017 alle ore 09:36 da Plinio Borghi

Conformismo e anticonformismo sembrano alternarsi nella liturgia di oggi come in un gioco delle parti, non certo per approdare a forme di furbizia che mettano in campo, a seconda della convenienza, varie opportunità di comportamento. Su quello abbiamo già noi di nostro un’esperienza da esibire difficilmente eguagliabile: a parole siamo tutti anticonformisti, contestatori e controcorrente e poi, per farlo, eccoci a dire tutti le stesse cose, a vestirci tutti allo stesso modo, ad assumere atteggiamenti che sembrano impostati col timbro. Il che pare ben sintetizzato nella famosa battuta: “Ricordati, figliolo, che tu sei unico e irripetibile… esattamente come tutti gli altri!”. No, Gesù non è così e in queste domeniche sta sciorinando tutto il suo anticonformismo: oggi insiste nel ribaltare la logica dell’interpretazione pedissequa della legge invitando a porgere l’altra guancia, ad amare il proprio nemico, a cedere al prepotente, a metterti d’accordo con chi hai controversie onde evitare di soccombere davanti al giudice (quanto litigiosi siamo invece noi! I tribunali sono pieni di controversie inutili) e così via. Ma la chicca più forte è quella di domenica scorsa: “Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te (notare che non dice se tu hai qualcosa contro di lui!), lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono”. Agire al contrario vuol dire essere come i pagani, cioè rifugiarsi nella piatta normalità. Tuttavia, subito esplode anche il suo conformismo, ma solo nei confronti del Padre: “Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli”. Non si può essere anticonformisti con Dio, altrimenti si scivola nel soggettivismo. E proprio con quest’ottica si leggono sia la prima lettura, dove il Signore invita Mosè a sollecitare così gli israeliti: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo”; sia la seconda, dove San Paolo ci invita ad uniformarci a Cristo, perché noi siamo tempio dello Spirito di Dio e quindi meritiamo il rispetto conseguente, che non è quello di crederci sapienti ragionando come il mondo, bensì di farci stolti agli occhi degli altri, per essere sapienti davanti a Dio. Certo che, a dirla facile, così si sgretola tutto il nostro concetto di diversità. Se poi penso che queste cose si dicevano già duemila anni fa e oltre, mi sa che le nostre pretese di originalità si rivelano ben misere.

Interpretare bene la legge…

Inserito il 12 Febbraio 2017 alle ore 11:55 da Plinio Borghi

Interpretare bene la legge è sempre stato il tormentone di chi è chiamato ad applicarla e a farla rispettare. Non è facile: c’è chi si attiene strettamente al significato letterario del testo (spesso compromesso dai vari estensori) e chi pensa di affidarsi soggettivamente al buon senso, con il risultato dei molteplici esempi di contraddizioni, anche gravi, ai quali giornalmente assistiamo. I più scrupolosi, invece, cercano di cogliere lo spirito della norma e, per essere più oggettivi, si studiano gli atti (parlamentari) che l’hanno accompagnata nel suo iter, bypassando così gli eventuali svarioni (o le furbizie) di chi poi l’ha materialmente scritta. Se parlassimo poi di quanti, per la carica ricoperta, si sentono investiti dell’autorità di dire la loro a seconda della convenienza o dell’aria che tira, scopriremmo tante di quelle interpretazioni “creative” da far paura. E ciò sia in campo civile sia in quello religioso. Con la conseguenza che certe forme distorte di attuazione rischiano di innescare nuovi spunti del diritto quali la consuetudine e la tradizione (usi e costumi), dando incremento così alla già esistente confusione. Tranquilli, non siamo da soli nella storia a registrare il fenomeno. Il brano del vangelo di oggi (come gli altri di questo periodo) ce ne offre ancora dimostrazione. Gesù, con l’autorevolezza che gli deriva dall’essere Messia, si fa interprete “genuino” della legge, non solo, ma si perita anche di completarla, proprio al fine di toglierle incrostazioni e deviazioni accumulate nel tempo per le stesse ragioni citate prima. Con buona pace dei sacerdoti, degli scribi, dei farisei, dei sadducei e di quant’altri. “Vi è stato detto … e io vi dico …” è il motivo conduttore e per certi versi il Maestro appare addirittura più rigoroso, ma sicuramente a beneficio della chiarezza e fuori da ogni logica di contingenza o di compromesso. Anzi, introduce in modo più palese la vera chiave di lettura che è quella dell’amore e l’amore, si sa, sceglie sempre la strada giusta e non si presta a mediazioni inquinanti o stravolgenti (altrimenti non sarebbe amore). Nella colletta odierna si recita: “O Dio, che riveli la pienezza della legge nella tua giustizia nuova fondata sull’amore..”. Allora, abbiamo la fortuna di avere un interprete affidabile: appoggiamoci a Lui nel dubbio.  Non ci appaia ostica la sua parola e preghiamo con l’ultimo verso del salmo responsoriale: “Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore”.

L’esempio fa girare il mondo

Inserito il 5 Febbraio 2017 alle ore 12:03 da Plinio Borghi

L’esempio fa girare il mondo. Non tutti sono d’accordo e taluni fingono di non esserlo. Anzi, se domandi in giro che cosa fa girare il mondo i più ti rispondono i soldi, il sesso, il potere e accompagnano la risposta con un atteggiamento tra il saccente e il supponente che sottintende “te lo dico io!”. In realtà sono i soliti tre dèmoni alle cui tentazioni siamo più propensi a cedere, ma la verità più generale è che a far pendere l’ago della bilancia è l’esempio, sia esso positivo che negativo. Quand’ero ragazzino i miei educatori insistevano nell’insegnarmi che per trascinare gli altri dovevo dare il buon esempio. Divenuto genitore, dalle stesse fonti arrivava il messaggio che non avrei potuto pretendere nulla dai figli se non davo prova di attuare per primo nel mio comportamento ciò che insegnavo loro. A dirla tutta, il medesimo discorso varrebbe per governanti e governati, specie in questi momenti di crisi: inutile pretendere sacrifici dai cittadini se la “casta” non inizia a dare il buon esempio rinunciando a benefici riservati e a privilegi! Sappiamo tutti che non è con le rinunce di pochi che risolviamo i grandi problemi, ma anche quelle aiutano a giustificare il piccolo apporto dei molti. Ė la solita malattia del predicare bene e razzolare male, della quale non riusciamo a liberarci e il contagio non risparmiava nemmeno i sacerdoti del tempo del Messia, se Egli ha trovato modo di scagliarsi contro di loro perché imponevano alla gente lacci e pesi che essi stessi non avrebbero saputo sopportare. Lo stesso Gesù che oggi ci ricorda che noi (cristiani) siamo la luce del mondo e che nessuna luce, se vuole svolgere il suo ruolo, va messa sotto il tavolo. Aggiunge che siamo il sale della terra e che, se perdiamo il sapore, non serviamo più a nulla, se non a essere calpestati. Ed è quello che faranno i migranti, se li accoglieremo con debolezza e disorientamento. Prevarranno, trascinati dal cattivo esempio delle nostre divisioni, delle nostre contraddizioni, delle meschine strumentalizzazioni politiche, anche nei loro confronti. Qui è la prima lettura, da Isaia, che ci da le dritte per essere luce e sale: “Spezza il pane con l’affamato, introduci in casa i miseri, senza tetto, vesti chi è nudo..” e attenzione al seguito, che è importante per l’equilibrio dell’azione, “..senza distogliere gli occhi dalla tua gente”. Ecco l’esempio che fa girare e ci mette tutti in riga e sullo stesso piano. Ė ancora Isaia a tirare le conclusioni: “Allora brillerà fra le tenebre la tua luce”. Altro che “te lo dico io”!

Vivere sempre contro corrente…

Inserito il 29 Gennaio 2017 alle ore 11:41 da Plinio Borghi

Vivere sempre contro corrente non è certamente facile né comodo. Ve lo dice uno come me che, per questioni vuoi di rigorosità vuoi di principio, si è ritrovato ad essere costantemente in minoranza. È certo più semplice viaggiare col vento in poppa, lasciarsi trascinare dalla corrente, magari salendo al momento opportuno sul carro del vincitore; naturalmente traendone il massimo vantaggio finché dura e pronti a saltar giù in caso di mal parata. Ne ho viste di meteore, nella mia attività lavorativa, politica e sindacale, cogliere l’attimo, far carriera e sparire! Come ne conosco abbastanza che si sono annidati in posizione neutrale, professionisti dell’equilibrio, sopravvissuti a qualsiasi terremoto e annidati nell’apparato come piselli nel loro baccello. Gente che rifugge ogni confronto o discussione in cui vi sia pericolo di scontro, che anche in famiglia si è miratamente adagiata in un regime di quieto vivere, scegliendo i partner adatti alla loro inanità. Non è nelle mie corde e, per vivere una vita avvincente, attiva e coerente, essere rinunciatari o scendere a compromessi è l’ultima delle mie risorse. Questo non significa stare sempre sulle barricate, ma se serve sì, anche a costo di rimetterci, come in effetti è stato. Figurarsi se il discorso della montagna, proposto dal vangelo di oggi, che agli orecchi dei più suona come una contraddizione in termini, non è invece per me un balsamo rigenerante! Non che ritenga di averlo realizzato, tutt’altro, ne ho ancora di strada da fare, ma è chiaro che è contro la tendenza di questo mondo. È però l’impronta della buona novella che Gesù sta per raccontarci, la “Magna Charta” del buon cristiano: “Beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, beati i miti, beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, beati i misericordiosi, beati i puri di cuore, beati gli operatori di pace, beati i perseguitati…”. Musica per le mie orecchie! Ancor più stimolante quando conclude con “Beati voi quando vi insulteranno (…) e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”. Non è masochismo, bensì aprire la mente e il cuore ad una prospettiva esaltante. Anche San Paolo stavolta è in sintonia e afferma che Dio ha scelto il debole per confondere i forti e ha scelto lo stolto per confondere i sapienti. Questo è un tempo in cui papa Francesco ci sta dando il la per conformarci. E allora animo! Basta ignavia! Ripartiamo con un guizzo d’orgoglio se vogliamo sentirci ancora veri uomini e veri cristiani!

Trovare pretesti per dividerci…

Inserito il 22 Gennaio 2017 alle ore 12:13 da Plinio Borghi

Trovare pretesti per dividerci sembra ineluttabile in ciascuna formazione, sociale, politica, religiosa o qual si voglia, talvolta purtroppo anche familiare. Che sia dura “convivere” non ci piove, ma se non ci si da obiettivi comuni e non si mettono assieme le risorse per raggiungerli non si arriva da alcuna parte. Perché allora rischiare la rottura? È un’escalation di spinte, come quella di pensare di avere le idee migliori, di essere più capaci degli altri a realizzarle, di pretendere, nel confronto, di avere sempre ragione (in famiglia è la principale, magari mossi dall’esigenza di difendere il proprio spazio nella presunzione che l’altro te lo voglia ridurre a suo vantaggio), di rispondere alla vanagloria del protagonismo e così via. Dove c’è il potere, poi, la divisione diventa strutturale pur di conseguire un minimo di predominio in più. Poi si spacciano per cosa buona le correnti, millantandole come strumento per un dialogo più costruttivo. E la preoccupazione che esprime Paolo nella lettura di oggi è in sintonia, talché invita i Corinzi ad essere “in perfetta unione di pensiero e d’intenti”. Anch’essi, per suffragare una sorta di primato interpretativo e non avendolo in proprio, s’inventano appartenenze differenti, con Paolo stesso, con Apollo, con Pietro e addirittura con Cristo. Recisamente l’uomo di Tarso condanna ogni schieramento: “Cristo è stato forse diviso?”, afferma e prosegue dimostrando come ognuno, con le capacità che si ritrova, abbia un solo compito, quello di predicare il Vangelo e di convertire glorificando la Croce. Anche a Gesù capiterà di dover dirimere velleità fra gli apostoli stessi e proprio ad opera dei due figli di Zebedeo che oggi chiama alla sua sequela, la cui madre un giorno gli raccomanderà di farli sedere, nel Regno, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra. Tuttavia tali precedenti non basteranno e in seguito i cristiani stessi incontreranno fra loro le profonde divisioni presenti ancor oggi. Proprio in questa settimana, dedicata alla preghiera per l’unità dei cristiani, si moltiplicano le iniziative per attenuare le divergenze, sulla scorta dell’invito di Paolo sopra riportato, e si sperimentano momenti di preghiera comune. A rompere ci vuole un attimo, ma rappezzare non è altrettanto facile. Prova ne sia che in questi momenti si cerca con cura di eludere i motivi che ci dividono e di esaltare quelli che ci uniscono. L’unica è sperare che sia il Padre ad illuminare tutti. Nel suo stesso interesse.

“Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo!”

Inserito il 15 Gennaio 2017 alle ore 10:31 da Plinio Borghi

Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo!”. Quante volte sentiamo questa frase! Come minimo quattro per ogni Messa cui partecipiamo, senza contare le citazioni nelle sacre letture, com’è nel vangelo di oggi, proferita da Giovanni il Battista. E i sacerdoti, novelli Giovanni Battista, continuano da millenni a ripeterla. Con quale efficacia? E con quale convinzione noi di seguito continuiamo a recitare, parafrasando la risposta pronunciata dal centurione che chiedeva al Maestro di guarirgli la figlia: “Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato?”. Ogni tanto, quando mi soffermo a considerare queste cose mi rimbalza alla mente la scena di Abramo, sollecitato dal ricco epulone, condannato al fuoco eterno, a mandare Lazzaro almeno ad avvertire i suoi fratelli affinché si ravvedessero per non fare la sua stessa fine. Al quale Abramo risponde: “Se non hanno creduto a Mosè e ai profeti, che hanno con loro, men che meno crederanno ad un morto che risuscita!”. In effetti è quello che successe anche a Gesù, malgrado i miracoli, le guarigioni e i morti risuscitati. È quello che sta succedendo ancora oggi, nonostante noi siamo stati battezzati col fuoco dello Spirito. E non basta. Nella migliore delle ipotesi stiamo riducendo la nostra pratica di fede ad una sorta di assicurazione previdenziale: non si sa mai che non se ne abbia bisogno e che tutto quello in cui ci dicono di credere non sia poi vero. Trascuriamo, in tal guisa, proprio il compito principale, che non è quello di “servire” il Signore, bensì di andarlo a raccontare e di portare la sua “salvezza fino all’estremità della terra”, come dice la prima lettura, dal libro di Isaia. Non solo, ma disattendiamo così anche il compito profetico della Chiesa, compito che non appartiene solo al clero (quante volte ce lo sentiamo ripetere!). Siamo tutti come san Paolo: chiamati ad essere apostoli di Gesù. E ciò senza partire lancia in resta per chissà dove, ma testimoniando qui, nei nostri luoghi, nelle azioni quotidiane e nel nostro tempo, come fecero i Magi, quello che abbiamo conosciuto (se il Natale ha contato ancora qualcosa) e in cui crediamo: che quel pane che il celebrante solleva è veramente il Salvatore incarnato, l’agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo, e non un mero gesto rituale.

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