Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

L’ansia per la fine dei tempi

Inserito il 14 Novembre 2021 alle ore 10:05 da Plinio Borghi

L’ansia per la fine dei tempi ha accompagnato l’uomo di ogni epoca e di qualsiasi etnia, fino a fargli rifiutare che la sua esistenza si possa esaurire con la morte. Anche il più deciso materialista salva almeno la sua “energia”, che continuerà a produrre effetti nell’equilibrio dell’universo. A seconda delle specifiche impostazioni, quindi, ognuno si dà delle regole di vita in funzione del dopo. Il discorso, ovviamente, non finisce qui, perché tutti vorrebbero avere un quadro più definito di quello che ci aspetta e vi si dedicano studi e ricerche anche interessanti e complicati. Ci ricordiamo le teorie dei Maya, che stabilivano l’esaurimento di quest’epoca umana nel 2012. Non è successo nulla, chiaro, ma tutti ne parlavano (oggi, per alimentare la suspance, si dice che sia stato un errore di battitura e che l’anno fosse in realtà il 2021). Pure noi abbiamo vissuto le nostre avventure in passaggi strani, come quello dal primo al secondo millennio, suggestionati sia dall’interpretazione del brano del vangelo di Marco in lettura oggi, laddove Gesù preconizza i fenomeni che accompagneranno la fine del mondo concludendo con una frase: “Non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute”, e da un equivoco “mille ma non più mille” tratto dall’Apocalisse, ma che pare abbia le sue radici in una frase attribuita sempre a Gesù nei vangeli apocrifi. Forse è proprio per scaramanzia che taluni bontemponi tendono a spostare la conclusione dei secoli dal 31 dicembre del ’99 a un anno dopo! Non parliamo poi di quante opere d’arte si sono ispirate alle teorie più disparate sulla fine del mondo. Ora, premesso che il nostro Maestro non intende certamente alimentare alcuna ansia in proposito, se non la giusta tensione per le cose ultime, è strano che di tutto ci preoccupiamo tranne che di vivere con coerenza la nostra impostazione di vita, in funzione della nostra fede e in aderenza al Vangelo. Spostiamo l’attenzione sulla frase che segue quella sopra citata: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” e tanto ci basti. Il resto lasciamolo a chi vuol complicarsi le cose, tanto solo il Padre sa quando sarà l’ora di chiudere e comunque noi avremo già ipotecato l’epilogo col nostro comportamento. Cadono a fagiolo le parole del card. Scola, intervistato da Gente Veneta nel compimento dei suoi 80 anni (intervista pubblicata la settimana scorsa e ripresa dal Gazzettino): la vita di oggi senza la fede diventa un peso.

Eh, beh, da poco a niente è facile

Inserito il 7 Novembre 2021 alle ore 10:02 da Plinio Borghi

Eh, beh, da poco a niente è facile; non è che la povera vedova, pur essendosi privata dell’essenziale, con quei due soldi avrebbe potuto darsi ai bagordi, anzi, probabilmente non si sarebbe tolta nemmeno il senso della fame che aveva. Certo, fosse stato Paperon de’ Paperoni non avrebbe dato nemmeno quelli, vista la gelosia con la quale conserva anche il primo centesimo (o il primo “decino” a seconda delle versioni) che ha guadagnato. Gesù la contrappone a quanti ostentano l’alienazione del superfluo, ma di fatto intende far eco alla questione del “giovane ricco” di cui si parlava qualche domenica fa. Sono due posizioni estreme, che danno il senso al motivo conduttore di questo mese: il percorso verso la santità. Che non si realizza con azioni plateali né sottovento, appiattiti e allineati, bensì vivendo in contro tendenza l’ordinario, fino a rendere eroico ogni gesto. E qual è il miglior riferimento, tanto per intenderci? Le beatitudini, alle quali era dedicato il vangelo di lunedì scorso, festa di tutti i Santi e richiamate anche oggi nel Salmo Responsoriale. Sono una sintesi mirabile di come noi, pur nel mondo, non dobbiamo appartenere al mondo e assimilare impostazioni di pura convenienza, bensì rispondere a criteri che la logica dei più non ammette. Non a caso il nostro Maestro ha posto la croce come segno di salvezza e di riscatto. Finire in croce non era e non è una cosa gratificante né un gesto eclatante di esaltazione; semmai la più grande delle umiliazioni, ma è per quella strada che dobbiamo passare se vogliamo salvarci. È vero che la Chiesa ci indica come Santi coloro che si sono distinti per essersi comportati sopra le righe, per aver compiuto atti che sollecitano di essere imitati, ma è chiaro che lo fa per rispondere ad una esigenza umana e cioè il bisogno di sentirsi stimolati da chi ha risposto in modo palese ed entusiasta alla lieta novella. Siamo al discorso dell’esempio, elemento che trascina più di mille parole. Anche Gesù con l’episodio della vedova ha fatto altrettanto. Mettiamolo di fronte a quello della conversione di Zaccheo, che promette di alienare la metà delle sue ricchezze e di restituire ai truffati quattro volte tanto, forse più logico per il nostro modo di pensare, ma chiediamoci: quale ci interpella di più? Domanda retorica. Neanche il giovane ricco in fin dei conti era malvagio, ma quanta grettezza! Non ci vengono chieste acrobazie, solo di scrollarci le incrostazioni e imboccare la strada giusta.

Di che amore vogliamo parlare?

Inserito il 31 Ottobre 2021 alle ore 10:01 da Plinio Borghi

Di che amore vogliamo parlare? Penso che non vi sia argomento più trattato al mondo sotto ogni aspetto, tanto che non è un’iperbole affermare che è l’amore che muove tutto. Non c’è pagina di letteratura, in prosa o in poesia, che non lo tiri in ballo; non c’è opera d’arte che non sia ispirata, direttamente o indirettamente, dall’amore; non c’è azione che non discenda comunque da esso, se buona per la sua presenza se cattiva per la sua negazione. La nostra stessa esistenza è frutto di un atto d’amore, quello divino che ci ha creato e quello di chi ci ha generato, entrambi della stessa natura e il secondo conseguenza di un preciso mandato ricevuto dallo stesso Creatore. Non c’è da meravigliarsi, dunque, se Gesù ha sintetizzato tutta la Legge in un unico comandamento: ama Dio e ama il prossimo. Sembrano due atti distinti, tant’è vero che anche nel vangelo di oggi, interpellato in proposito, li definisce come primo e secondo. Di fatto è uno, perché non può esistere amore per Dio senza quello per il prossimo, solo attraverso il quale passa e il riconoscimento della Sua presenza e l’espressione più sublime della Sua creatività. A questo punto c’è da chiedersi se vi siano differenze di tipologia e quali siano, se anche il nostro Maestro fa i dovuti distinguo per l’amore cristiano. In effetti vi sono diverse espressioni sentimentali e affettive, ma non tutte possono essere assimilate all’amore pur discendendo la maggior parte dalla medesima radice, come lo sono senza dubbio il bene per il proprio partner e quello per i propri figli. Spesso, purtroppo, si travisa e si devia, per cui parecchie espressioni sono improprie e andrebbero reimpostate e incanalate nella giusta direzione. L’amore cristiano è un gradino più su e viene definito dallo stesso Gesù: “semplicemente” ascolto e messa in pratica della Parola, riassunta nel Vangelo. Anche qui c’è una gradualità, che parte dal riconoscere nel prossimo, specie se diseredato ed emarginato, la stessa figura di Cristo (ricordiamoci a tal proposito il cap. 25 di Matteo: ogni volta che l’avete o non l’avete fatto a uno di questi l’avete o non l’avete fatto a me) e arriva alla sequela totale col sacrificio di tutta la propria vita, cosa che il giovane ricco del vangelo qualche settimana fa non se l’è sentita di fare. Ma il punto di partenza sarebbe già una situazione accettabile dell’amore cristiano, per essere riconosciuti veri discepoli, per dare quell’esempio trainante che diventa testimonianza. Attenti, però, a non farne qualcosa di formale, che appaghi solo il nostro protagonismo, altrimenti diventa solo buonismo e non è più quell’Amore.

Nascere ciechi o diventarlo

Inserito il 24 Ottobre 2021 alle ore 10:04 da Plinio Borghi

Nascere ciechi o diventarlo: qual è lo stato peggiore? Ce lo saremo chiesti chissà quante volte vedendo qualcuno colpito da tale disgrazia. In entrambi i casi abbiamo un elemento che lenisce la situazione: i ciechi nati non possono sapere del tutto cosa non è stato concesso loro; chi lo è diventato dopo lo sa, ma almeno ha modo di avere un ricordo positivo, una conoscenza che rimarrà viva dentro di sé. È sufficiente per dare un appiglio alla sopportazione, piuttosto che niente? Non serve la risposta: è così e tanto basta a tenerne conto. Poi sarà compito di ciascuno, in base al carattere e agli interessi che si creerà nella vita, fruirne. Io, da “profano”, ho sempre pensato che a stare peggio sia la seconda categoria, specie se ci sono state delle circostanze causali favorite da un comportamento non corretto, per cui al danno si aggiunge anche la quota di rimorso per non aver potuto o saputo evitare il nefasto epilogo. Fin qui avremmo discorso di lana caprina, se non fosse che, sul piano religioso, quello della cecità diventa un preciso riferimento sulla questione della fede, il cui occhio pure ci apre a un mondo di verità e di prospettive altamente appagante. Anche qui esiste chi non ha mai avuto questo dono e quindi non può essere consapevole di ciò che gli è stato negato, anche se, purché vedesse quanto gli altri la tengono da conto e ne godono, avrebbe la percezione di qualcosa di molto prezioso. E c’è chi invece l’ha trascurata, non l’ha sufficientemente alimentata, l’ha fatta assopire fino a non riuscire più a vedere con quell’occhio speciale. Questi non solo ha danneggiato sé stesso, ma offre il brutto esempio anche ai primi, che soltanto attraverso lui avrebbero la possibilità di sentirne il profumo e di sognare. Ebbene, se costui avesse la possibilità di incontrare Gesù, come il Bartimeo del vangelo di oggi, cosa pensate che gli chiederebbe? “Maestro, fa che io veda di nuovo!” Nemmeno il figlio di Timeo (è raro che l’evangelista sia così anagraficamente dettagliato) era cieco dalla nascita e nell’impatto col Nazareno si rende conto di quanto aveva perso, per cui altro non gli poteva chiedere e, ottenuta la grazia, non c’è di che meravigliarsi se ha preso subito la decisione di seguirlo. Allora stiamo attenti: uno dei fattori che portano la cecità della fede è proprio l’indifferenza, la stessa che non ci consente di cogliere l’occasione del Signore che passa per farci rivivere l’entusiasmo di servirlo. E finire col morire da ciechi è proprio la peggior iattura!

Voglia di protagonismo gratuita

Inserito il 17 Ottobre 2021 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

Voglia di protagonismo gratuita: è la gamba sulla quale andiamo zoppi un po’ tutti. Ci piacerebbe che, senza tanto sforzo, ottenessimo un buon risultato negli studi, quel posticino in carriera cui tanto aneliamo, l’ammissione al concorso che ci aprirebbe parecchie porte, un piccolo successo per avere un trampolino di lancio verso qualcosa di più consistente e via dicendo. Invece la vita, nella quasi totalià dei casi, ci chiede sacrificio, determinazione e costanza, lasciandoci il più delle volte, a bocca asciutta o non completamente soddisfatti. Tuttavia, l’impegno non può stemperarsi, altrimenti otterremmo ancor meno: la gratuità non è quasi mai all’ordine del giorno e anche le botte di fortuna lasciano il tempo che trovano. Basti vedere la fine che fanno certe somme vinte alla lotteria, specie se cadono in mani sbagliate, o i soldi accumulati con investimenti fin troppo facili. Sono aspetti che evidentemente non hanno confini temporali o territoriali, se già ai tempi di Gesù e fra i suoi stessi apostoli serpeggiavano atteggiamenti di tal fatta che tendevano ad una sistemazione di prestigio, non in questa vita, ma addirittura nell’altra. Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, cullavano sogni di gloria e anelavano a sedersi nel Regno l’uno alla destra e l?altro alla sinistra del Salvatore. Le regole che valgono per questo mondo pieno di limiti, però, sono ancor più richieste per il mondo perfetto che ci riserva la vita eterna. Li aveva appena intrattenuti il Maestro sulle difficoltà di superare l’ingresso definitivo, con l’episodio del giovane ricco (v/il vangelo di domenica scorsa), per cui è stato perentorio e conseguente nel rispondere oggi: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo..?”. Era ovvia la risposta entusiasta dei due pretendenti: “Lo possiamo”, ma era chiaro che non sapevano ciò che effettivamente li avrebbe attesi. Senza nulla togliere alla veridicità della loro disponibilità, e il Messia gliene dà atto, l’occasione è buona per riprendere l?idea non tanto di un eventuale martirio eroico in difesa della fede, quanto di una fede espressa giorno per giorno nella carità, nel servizio agli altri, nei continui gesti di disponibilità, ad imitazione di Gesù stesso, che non è venuto per farsi servire, bensì per servire e dare la propria vita in riscatto per tutti. Quanto poi a “prenotare” il posto al banchetto celeste, è un’altra versione di protagonismo gratuito. Lasciamo fare al Padre e accontentiamoci di esserci.

Eh sì, la sapienza è un problema…

Inserito il 10 Ottobre 2021 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

Eh sì, la sapienza è un problema che da un paio d’anni circa mi assilla sempre di più, a mano a mano che le strampalate teorie dei “no-tutto” dilagano nei mass media e nei social. Non che prima mi toccasse meno, ma le impennate erano rade, altalenanti e più circoscritte; soprattutto le percentuali rientravano nell’abituale incidenza. Oggi investono livelli culturali e sociali fino a ieri impensabili: medici, insegnanti, forze dell’ordine, financo cardinali; lasciamo perdere i politici il cui strabismo è inevitabile: un occhio è rivolto alla verità e uno alla convenienza, con accurata attenzione a non sbilanciarsi troppo su quello che si pensa effettivamente. A questo punto ha ragione da vendere Salomone, che a suo tempo la preferì di gran lunga alla ricchezza. Non occorre essere delle volpi per accorgersi di quanta labilità siano caratterizzati i beni materiali e di come invece, in tutti i campi, la sapienza sia un volano che favorisce l’evoluzione di qualsiasi situazione. Tutte le altre doti impallidiscono di fronte a essa e comunque per essere definite tali non ne possono prescindere. Vale la pena di rileggersi con molta calma la prima lettura di oggi e confrontarla con tante scelte, iniziative, investimenti, dagli esiti positivi o negativi, e magari con qualche stralcio delle teorie sopra citate e non potrà esserci dubbio alcuno che l’insipienza è la peggior iattura. Ce ne offre uno spunto anche il vangelo con il fin troppo conosciuto episodio del giovane ricco, il quale si rivolge a Gesù non perché fosse un dissoluto o uno scansafatiche, bensì per dare alla sua vita un senso più pregnante, più stimolante. Non se l’è sentita, però, di privarsi dell’agio che solo le sue ricchezze riteneva gli garantissero. Gli mancava la sapienza della mente e più ancora quella del cuore per capire la portata dell’investimento che il Messia gli proponeva. Da qui deriva l’ovvia conclusione: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel Regno di Dio. È un’amara constatazione, per tre motivi: il primo che naturalmente un giorno dovremo comunque lasciare qui tutto ciò che abbiamo; il secondo che non avremo saputo impegnare le risorse in disponibilità per garantirci la vita eterna; terzo il non aver considerato che investirle secondo le indicazioni del Maestro ci garantisce fin da subito il centuplo. Tanto vale anche per i nostri piccoli egoismi, le idee, le convinzioni e le sicurezze cui ci attacchiamo. Imitiamo Salomone nell’implorare da Dio la sapienza del cuore e della mente.

Settimana ricca di riferimenti

Inserito il 3 Ottobre 2021 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

Settimana ricca di riferimenti quella che stiamo attraversando: mercoledì 29 i tre Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, il primo anche patrono di Mestre; giovedì 30 San Girolamo, dottore della Chiesa, un pezzo da 90 e co-patrono di Mestre, al quale è dedicata la nostra chiesa più vecchia; l’1 ottobre Santa Teresa di Gesù Bambino, altro dottore della Chiesa e patrona delle missioni, senza mai essersi mossa dal convento; il 2 i Santi Angeli custodi e quindi festa dei nonni, il 4 san Francesco d’Assisi, patrono d?Italia; il 5 Santa Faustina Kowalska, tanto cara a Giovanni Paolo II; il 7 la Beata Vergine del Rosario. Non c’è che dire, un bel florilegio di esempi di come i disegni del Padre si muovano in direzioni ben diverse dalle nostre e dalla nostra logica. Ciò che accomuna la vita di tutti i santi, comunque, è l’umiltà e l’accettazione “a scatola chiusa” del progetto di Dio su di noi, come Maria, in primis, ha dimostrato. Non a caso il nostro Maestro insiste da qualche settimana, e anche oggi, nel mettere in primo piano i bambini come parametro: se non diventeremo come loro il Regno dei cieli ce lo sogniamo. Anche la comprensione della lieta novella è riservata ai piccoli, non tanto con riferimento all’età, quanto alla capacità di “farsi” tabula rasa, sulla quale scrivere. Ciò non significa che non si debba porsi delle domande, che ogni dubbio sia fugato. Anche la fanciulla di Nazaret ne ha manifestato al Nunzio, ma, ottenutane risposta, ha accolto il tutto senza soluzione di continuità. E questo è l’altro aspetto della liturgia di oggi, che in quasi tutti i matrimoni ci siamo sciroppati: l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto. Il per sempre ha solo un significato: la risposta al progetto di Dio non ha termini di scadenza e non la si può dare a rate. Qualcuno potrebbe obiettare che pure la Chiesa ha sciolto voti e legami, ma è fin troppo semplice ricordargli che il potere le è stato conferito direttamente da Cristo. Certo, la nostra fallacità è scontata e tradimenti, separazioni e divorzi sono all’ordine del giorno, ma a nessuno è dato di giudicare in che modo e perché si siano scelte strade improbabili per mettere in discussione l’accoglienza dell’altro e la continuità. Spetterà solo al Giudice supremo entrare nel merito. Anche Gesù giustifica il ripudio introdotto da Mosè per la durezza di cuore di chi lo interrogava. Ecco, a noi spetta far breccia sui cervelli impenetrabili testimoniando la verità. Anche e soprattutto con l’esempio.

E pensar ch’el va tanto in ciesa!

Inserito il 26 Settembre 2021 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

E pensar ch’el va tanto in ciesa! Quante volte avremo esclamato questa frase in presenza di un comportamento poco edificante di qualcuno! O quante volte ce la saremo sentita rivolgere a fronte delle nostre incoerenze! Io da piccolo, quando facevo il quarantotto, me la sentivo continuamente gridare da mia madre esasperata, ma le occasioni non sono mancate anche da più grandicello e da adulto e, ovviamente, non più dalla mamma. Il richiamo non è peregrino e non è detto che l’autore sia sempre persona irreprensibile, anzi, ma mette il dito nella piaga circa quello che ci si aspetta “almeno” da un cristiano praticante. Il brutto è poi se il buon esempio ci arriva da coloro che praticano poco o sono addirittura non credenti e spiace dover constatare quanto parecchie volte costoro prendano le distanze da noi. Volendo allargarsi potremmo fare l’esempio di Gandhi, ma il discorso vale anche per il vicino di casa. Se poi scivoliamo addirittura nello scandalo, allora è meglio che ci prendiamo in mano la seconda lettura di oggi, dalla lettera di San Giacomo apostolo, e ci facciamo un bell’esame di coscienza. Dopo di che passiamo ai suggerimenti che Gesù ci invia dal vangelo, e cioè di tagliare tutto ciò che ci induce a dare scandalo, e avremo compiuto una bella opera di pulizia. Arriveremo alla resa dei conti un po’ storpi e malconci, ma salvi. Al qual proposito, proprio in premessa il nostro Maestro, invertendo ancora una volta la logica delle cose, sembra fare più spazio a chi opera bene nei fatti, prima ancora che ai propri seguaci, magari un po’ pettegoli ed esclusivisti. Questi infatti protestavano perché taluni “che non erano dei loro” si stavano comportando forse meglio. Il motto “chi non è con noi è contro di noi” col Messia non regge: nessuno può scacciare demoni se appartiene al demonio o fare del bene se non è per il bene. Quindi eccolo con la novità: “Chi non è contro di noi è per noi”. All inclusive, altro che distinguo! Stiamo attenti piuttosto a non essere noi a trovarci spiazzati. C’è stato un analogo precedente anche con Mosè, riportato nella prima lettura. Egli redarguisce il figlio di Nun, suo servitore, chiedendogli se agisca per gelosia e aggiunge: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore riporre su di loro il suo spirito!”. La morale è scontata: massima apertura per chi opera bene e preghiamo semmai perché siano gratificati del valore aggiunto, che è la fede.

“Serve chi serve, chi non serve non serve”

Inserito il 19 Settembre 2021 alle ore 10:01 da Plinio Borghi

“Serve chi serve, chi non serve non serve” è la massima coniata dal compianto don Franco De Pieri, mancato nel 2015 e che nell’ultimo anno della sua vita ha tenuto parecchi incontri anche nella nostra parrocchia. Penso che l’abbia attinta dall’odierno brano del Vangelo, dove Gesù raccomanda: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. Non è la prima occasione in cui il richiamo che gli ultimi saranno i primi e viceversa risuona fra le labbra del Maestro, ma stavolta “definisce” come si è ultimi e come si arriva ad essere primi: servendo. Ne consegue che se uno non assume questo ruolo nei confronti degli altri, non conta niente, non serve a nulla. È il primo passo verso la carità vera, così ben definita da San Paolo nelle sue lettere. Sarà poi Gesù stesso di lì a poco a fornire un esempio simbolico, quando s’inginocchierà a lavare i piedi agli apostoli prima dell’ultima cena. Pietro, in quella circostanza, accenna a rifiutare cotanta umiliazione e si beccherà ancora un avvertimento: se non ti lascerai lavare i piedi, non avrai parte con me. L’insegnamento è diretto anche a chi deve lasciarsi servire. Oggi la faccenda è ancor più delicata, perché cade a ridosso di una debolezza che il Messia ha colto fra i suoi: la discussione fra chi fosse il più importante fra loro. Non è per niente una questioncella di lana caprina, anzi, è l’incipit di una delle devianze più consistenti dei nostri comportamenti, che innesca la gelosia, l’invidia, l’arrivismo, la contrapposizione e quant’altro, insomma la negazione delle norme più elementari per esercitare la carità stessa. Il tutto parte dalla sopravvalutazione di noi stessi, che non siamo per niente portati, nel confrontarci con gli altri, a sentirci un tantino inferiori. Se poi siamo costretti a prenderne atto, apriti cielo: non esiste sana concorrenza, ma solo boicottamento e aggressività. Qui siamo alla negazione anche di quel pizzico di umiltà, che dovrebbe essere il segno distintivo dei cristiani, cioè dei seguaci di Cristo. Se poi veniamo ripresi, neghiamo anche l’evidenza; geloso io?, ma quando mai!; invidioso io?, ma che dici, io non ho nulla da invidiare a nessuno! E questa frase diventa la prova del nove della nostra fallacità. Diamoci una ridimensionata, partendo dal principio che dagli altri abbiamo sempre qualcosa da imparare. A metro di paragone Gesù chiama ancora una volta un bambino: dobbiamo diventare plasmabili come lui, se vogliamo servire alla causa.

Ritagliarsi un’immagine di Gesù a proprio uso e consumo…

Inserito il 12 Settembre 2021 alle ore 10:01 da Plinio Borghi

Ritagliarsi un’immagine di Gesù a proprio uso e consumo o secondo un personale concetto di sequela è cosa abbastanza diffusa e non solo in campo laico. D’altronde non sarebbe che il prologo del relativismo così tanto stigmatizzato dal Papa emerito prima e dallo stesso Francesco oggi. È anche vero che la figura poliedrica del Messia si presta facilmente a questa operazione, tant’è vero che nel vangelo di oggi si chiede anche lui che cosa dicano gli altri della sua persona e la risposta riporta le più svariate ipotesi. Il fatto è che allora non era ancora maturo il tempo per una rivelazione completa, intuita per grazia di Dio solo da Pietro e dagli apostoli, ai quali appunto raccomanda di non farne parola con alcuno, almeno per il momento. Oggi siamo stati ampiamente affrancati da questo vincolo e anzi impegnati a conclamare che Lui era l’unto dal Signore, il Cristo redentore del mondo. Eppure, se il Maestro dovesse chiedermi ancora: “Tu chi dici che io sia?”, sarei in forte imbarazzo a rispondere, perché sarei tentato di mettere bene in risalto alcuni aspetti che mi quagliano meglio, a scapito di altri che fatico ancora a introiettare. In buona sostanza noi siamo portati a trattare il Salvatore come ci rapportiamo fra noi: quando una persona ci fa comodo, ne minimizziamo gli aspetti negativi ed enfatizziamo quelli positivi, anche se sono pochi; al contrario, se non ci va, quelli negativi diventano macigni. E questo succede a tutti i livelli, politico, scientifico, culturale e financo educativo, dai quali dovremmo invece trarre insegnamento e in questo periodo il ventaglio degli esempi è nutrito. Verso Gesù, l?atteggiamento di trattarlo come uno di noi sarebbe anche positivo, se però non scivolassimo negli stessi termini e non prendessimo la buona novella (il Vangelo) come un canovaccio. Ci ha provato anche il buon Pietro, applicando la logica umana, che avrebbe portato alla compromissione del progetto divino, e s’è preso del “satana”. Al Signore non vanno bene le mezze misure: seguirlo significa letteralmente “stargli dietro”, mettere in pratica la sua parola, rinnegare sé stessi e quindi il nostro modo di vedere e discriminare, prendere anche noi la nostra croce, che in ogni caso la vita ci ha posto sulle spalle. Qui non c’è spazio per l’elusione, per tentativi di dimensionamento della croce: Gesù ci ha assicurato che il suo giogo è leggero e quindi adatto a chiunque. Conta saperlo tenere in toto e con coerenza, altrimenti avremo solo perso tempo. E la vita.

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