Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Veglia

Inserito il 29 Novembre 2020 alle ore 10:09 da Plinio Borghi

Veglia: una parola che ci siamo sentiti ripetere parecchie volte in questo periodo di chiusura e apertura dell’anno liturgico. Eppure non è un termine astruso o poco usato, specie per chi soffre d’insonnia. La veglia è una condizione, nella quale ci si può trovare forzosamente, appunto, o per scelta, se talune circostanze lo richiedono. Queste possono dipendere da motivi di lavoro (turni di notte), di attesa di eventi importanti, di divertimento (dove spesso assume il termine di “veglione”: famosi quelli di capodanno o di carnevale, ma anche i frequentatori di discoteche ne sanno qualcosa), talora di assistenza a persone gravemente ammalate, di ultimo saluto (ormai di rado, almeno nelle città) alle spoglie del caro estinto, di preghiera in occasione di importanti scadenze religiose, come, per citarne due, quella di Pasqua e quella di Pentecoste, e via dicendo. Come si vede, è una pratica che non ci è estranea. Un tempo, quando non c’era la televisione e le altre distrazioni erano rarità, vi si ricorreva con una certa cadenza e, nelle campagne, si svolgeva nelle stalle, dove ci si radunava al calduccio, giovani e anziani, e si dava vita ai famosi “filò”, che andavano dal pettegolezzo all’aneddotica, comunque utili al trasferimento di conoscenze ed esperienze. Perché allora la liturgia è così puntuale nell’evidenziare in questi due particolari momenti, con dovizia di riferimenti, l’insistenza di Gesù affinché abbiamo a vegliare non sapendo quando il padrone (o lo sposo) arriverà? Evidentemente siamo di fronte ai momenti topici dell’intervento diretto di Dio sulla storia dell’uomo: la sua discesa fra noi per avviare il percorso di redenzione promesso ai nostri progenitori, che inizia con l’Avvento e culmina con l’incarnazione; e il ritorno nella sua gloria alla fine dei tempi, per il giudizio finale, data che è a conoscenza solo del Padre, ma parimenti degna di una veglia che ha la durata del tratto temporale della vita terrena. La differenza fra l’uno e l’altro è che il primo è già avvenuto e noi siamo chiamati a riviverlo ogni anno come una sorta di “allenamento” in funzione del secondo. Assistere da indifferenti a questa opportunità o, peggio, farsi trovare “addormentati”, il che equivale a essere distanti mille miglia dalla realtà, costituisce di fatto una firma in bianco sulla nostra condanna. Approfittiamo invece di questo Avvento per far riserva di quell’olio che alle vergini stolte è poi venuto a mancare.

Il concetto di continuità

Inserito il 22 Novembre 2020 alle ore 09:58 da Plinio Borghi

Il concetto di continuità non si trova così ben espresso come nella Liturgia. È vero che in generale anche nell’ambito civile è un principio sacrosanto, almeno sul piano del diritto, ma di fatto ogni volta che finisce un ciclo amministrativo chi subentra fa man bassa dei provvedimenti adottati dalla compagine precedente, Ora si sta presentando qualcosa di analogo negli Usa. Qui no, il nostro percorso è come un libro, che al posto di finire con l’ultimo capitolo ricomincia daccapo come fosse il primo, ricalcando peraltro in entrambi gli stessi concetti e le medesime formulazioni. Addirittura il vangelo di domenica prossima esordirà con i riferimenti analoghi a quelli di domenica scorsa (“vegliate perché non sapete l’ora in cui..”). L’intreccio è chiaro e non prelude interruzioni. Oggi festeggiamo nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo. In sé il fatto potrebbe sembrare anacronistico: la regalità di Gesù, infatti, sarà proclamata al momento del Giudizio Universale, quando il Figlio dell’Uomo verrà nella sua gloria, come ci ricorda oggi il noto brano di Matteo, e consegnerà al Padre tutti i regni della terra, ormai ricondotti ai suoi piedi. È anche vero, però, che Gesù ha controbattuto a Pilato che lo stava accusando: “Tu lo dici, io sono re, ma il mio regno non è di questo mondo”, tanto che il governatore fece affiggere sul “trono” particolare che gli aveva predisposto “Gesù Nazareno Re dei Giudei”. Ebbene, fra un paio di settimane già canteremo “Il Re sta per arrivare, venite ad adorarlo”. Come si vede, la figura del Messia quale Re permea tutti i periodi dell’anno e d’altronde non poteva essere diversamente se il nocciolo della missione del Salvatore è proprio l’annuncio del Regno, che meditiamo appunto nel terzo dei misteri della luce ed è alla base della lieta novella. E così nelle similitudini che il Maestro snoderà nella sua predicazione, il Regno dei Cieli è più volte richiamato. Tutto ciò considerato, qual è allora il nostro compito? Evidentemente quello di sostanziare in termini missionari la regalità del nostro Redentore, non soltanto con la testimonianza di una fede coerente, ma altresì adempiendo al mandato che Egli stesso ci ha consegnato prima di salire al cielo: evangelizzare il mondo affinché tutti i popoli siano a Lui ricondotti, come accennavo prima. Dell’investitura finale saremo noi responsabili e quindi fautori, e di conseguenza salvati o condannati a seconda di come avremo operato, soprattutto nell’averlo riconosciuto presente nel nostro prossimo.

Alla resa dei conti

Inserito il 15 Novembre 2020 alle ore 10:03 da Plinio Borghi

Alla resa dei conti ovvero al momento di far sintesi di come ci siamo comportati nello studio, nel lavoro, negli affari, negli affetti, nell’impegno sociale, nella pratica religiosa, nel volontariato, nella cura della salute, nel rispetto degli altri e della natura ecc., ho l’impressione che si vada ad aprire il vaso di Pandora. Un paio d’interrogativi vale per tutti: ci siamo mossi prevalentemente per il nostro tornaconto o per ottenere il meglio sul piano oggettivo? Abbiamo soddisfatto noi e il nostro protagonismo piuttosto che le esigenze richieste dai progetti? Non è facile rispondere, anche perché la maggior parte delle volte, in effetti, c’è dell’uno e dell’altro e la tendenza all’auto giustificazione ci porta a ingigantire il poco di giusto e a sminuire il tanto di scorretto. Fosse per noi, quel poveraccio descritto dal vangelo di oggi, che ha nascosto sotto terra il talento affinché non andasse disperso, lo assolveremmo, se non altro per solidarietà. L’esempio dei talenti investiti rappresenta la risposta positiva: i due sapevano di agire non per il proprio interesse, ma esclusivamente per quello del padrone di cui erano affidatari, mentre il terzo, pur conoscendone le pretese, ebbe paura. La paura, altro aspetto da considerare: nel modo in cui ci muoviamo conta più questa (di far brutta figura, di passare per maldestri, di essere ripresi, di subire sanzioni, di finire emarginati..) o la convinzione di quel che si sta facendo e la consapevolezza di andare nella direzione giusta? Sembra una domanda retorica, ma a mio avviso non lo è più di tanto. E qui si rischia di rompere del tutto il suddetto vaso, con sorprese poco piacevoli. Rimedi? Non sono l’uomo del monte, con verità in tasca e risposte pronte (tanto per stare in rima), ma il criterio generale per correggere il tiro è ben noto a tutti, anche se ci viene da eluderlo per non dover poi agire di conseguenza: chiederci il più spesso possibile la vera ragione delle nostre azioni. Ad esempio nel volontariato prevale la mania di protagonismo? Negli affari conta che sia buono per entrambi o vale solo il mio vantaggio o, peggio, conta di più la soddisfazione di aver fregato l’altro? Nel lavoro, so riconoscere il giusto valore dei colleghi o mi guardo intorno e mi sento il migliore? Nello studio aiuto chi è meno capace? Se canto in chiesa è perché mi piace e mi beo di farlo anche bene o prevale in me la volontà di lodare al meglio il Signore? Continuiamo, rimediamo e alla resa dei conti pure i nostri talenti saranno raddoppiati.

Veglia, previdenza e prudenza

Inserito il 8 Novembre 2020 alle ore 09:51 da Plinio Borghi

Veglia, previdenza e prudenza. Si potrebbero sintetizzare in questi tre atteggiamenti gli indirizzi della liturgia di oggi, ormai rivolta al compimento dei tempi e proiettata verso il fine ultimo delle nostre aspirazioni: ciò che è oltre la morte. È una curiosità che ha sempre attratto l’uomo di tutti i tempi e attorno alla quale si sono intessute ipotesi filosofiche di ogni estrazione. Era ovvio che anche il Messia non potesse sottrarsi, a più riprese, all’assalto di chi voleva saperne qualcosa, ancor più se poi è venuto col preciso intento di “salvare” l’umanità. Da che cosa? Dall’unica che avrebbe precluso il ritorno al Creatore: il peccato, introdotto dalla disobbedienza dei nostri progenitori e mantenuto dai nostri comportamenti, “viziati” da quell’originaria trasgressione. Tuttavia, Gesù non avrebbe potuto rivelare più di tanto: la piccola mente che ci ritroviamo non sarebbe in grado di capire. Con questa motivazione si è anche schermito e, ad evitare insistenze, ha sostenuto che non lo sapeva nemmeno lui quando sarebbe stato il momento. Figurati! Però la strada da seguire l’ha ben indicata, come ha accennato ai fenomeni che consentono di leggere i tempi. Oggi, su questa scia, ci racconta l’episodio delle dieci vergini, cinque previdenti e cinque stolte, in attesa dell’arrivo dello sposo. Conosciamo bene l’epilogo, anche forte in sé, perché ci sembra eccessivo sbattere la porta in faccia alle stolte solo per aver scordato un po’ d’olio per mantenere accese le lampade, ma funzionale all’efficacia della prioritaria raccomandazione finale: vegliate, perché non sapete né come né quando l’evento avrà luogo. Veglia e prudenza, quindi, per non farsi cogliere impreparati e accumulare in tempo tutto il merito necessario (l’olio) per il nostro riscatto (la lampada accesa). Va da sé che anche la più insignificante disattenzione diventa trascuratezza, mancanza d’amore, disattesa di quella sapienza descritta dalla prima lettura e che ti è alleata, purché tu non la deluda. L’imprudenza di voler raffazzonare tutto all’ultimo momento “xe pezo el tacon del sbrego”, diremmo in gergo. Quando leggo il vangelo di oggi mi scappa la classica domanda scialba: e se le stolte avessero atteso con le altre invece di avventurarsi in cerca di olio, lo sposo le avrebbe ammesse? Mah! Mi sa che avrebbero fatto la fine del poveraccio beccato senza veste nuziale di qualche domenica fa. Prudenza vuole che non si dia troppo tutto per scontato, magari confidando su una misericordia infinita sì, ma non troppo gratuita.

Beati i costruttori di pace

Inserito il 1 Novembre 2020 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

Beati i costruttori di pace, ci ricorda l’antifona che oggi si recita alla Comunione. Mai come in questo momento la raccomandazione calza a pennello e si arricchisce di pregnanza, non tanto per i focolai di guerra sempre presenti nel mondo, quanto per il rischio di nuove chiusure che l’epidemia in atto innesca, sia fra le varie zone del globo, sia fra nazione e nazione, sia all’interno degli stati medesimi. Ad appesantire il clima interviene anche la crisi economica, dal momento in cui certe scelte ne vengono condizionate. Poi non mancano le questioni di principio, legate alla presunta violazione di diritti, come negli Stati Uniti. E qui ognuno pensa di avere in tasca la soluzione più giusta per salvare capra e cavoli, sulla quale poi fa leva per riservarsi le risorse migliori, naturalmente in concorrenza con gli altri e a scapito dei più deboli. Si crea una situazione peggiore di una guerra vera e propria e con più vittime. Nessuno si rende conto, o non vuol rendersi conto, che siamo tutti sulla stessa barca e che non ci si salva da soli. Bene ha fatto il Papa, allora, ad intervenire con la sua enciclica “Fratelli tutti”, quanto meno affinché sia messo in mora e disincentivato chi crede di poter chiamarsi fuori. La festa di Tutti i Santi, con i quali siamo appunto in comunione, assieme ai nostri defunti che celebreremo lunedì, diventi quindi per tutti un momento di riflessione sul significato della positività di operare in sintonia per la pace di tutti e sul danno morale e materiale che deriverebbe dal contrapporsi l’un l’altro. Naturalmente non si tratta di dividersi fra chi traina il carro e chi si limita a salirci: ognuno è chiamato a fare la propria parte e a dare il massimo della collaborazione. Solo così si creano i presupposti per una pace duratura che sia prima di tutto apertura e disponibilità. Un invito particolare mi sento di rivolgere oggi a chi tende a minimizzare, a valutare il problema solo sul numero dei morti, magari sofisticando sull’effettiva incidenza del virus rispetto ad altre concomitanti patologie, come se le precauzioni dovessero dipendere dal peso delle vittime: domani approfittatene per pregare per tutti quelli che ci hanno lasciato, come al solito, ma rivolgete un pensiero particolare a quanti se ne sono andati per colpa della pandemia, a prescindere dal loro numero. Anche questo è un modo per diventare costruttori di pace, un passetto in più. La pace è tanto delicata e fragile: a romperla ci vuole un attimo, a ricomporla non basta una vita.

Semplicità e chiarezza

Inserito il 25 Ottobre 2020 alle ore 10:02 da Plinio Borghi

Semplicità e chiarezza: mai come in questo periodo le abbiamo tanto desiderate, specie nei numerosi DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri), nelle disposizioni anti virus emanate dai vari organi, nelle troppe ed estemporanee dichiarazioni dei cosiddetti o sedicenti esperti, dai mezzi di informazione, ecc. Il problema è che non sempre è facile esprimersi con semplicità se non si ha una precisa conoscenza della materia e non si possiede una certa proprietà di linguaggio, figurarsi in presenza del contrario: confusione garantita! La chiarezza è conseguente, sebbene spesso la si ottenga con l’uso di paroloni incomprensibili, “parlando in difficile” si direbbe in gergo. Penso che ai tempi di Gesù, in campo religioso, la cosa sia stata analoga: troppe norme e prescrizioni da creare solo marasma, accumulatesi nel tempo o fors’anche volute, se un giorno Egli ha inveito contro sacerdoti, scribi e farisei che imponevano al popolo lacci e lacciuoli con leggi che loro stessi si guardavano bene dall’osservare. Oggi, all’ennesimo tentativo di ingabbiarlo, il nostro Maestro, cui non manca l’autorevolezza e quindi l’espressione semplice e chiara, fa scempio di tutta quella paccottiglia e la riassume nei due famosi comandamenti: ama Dio e il prossimo come te stesso. “Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”, aggiunge infine. Sfido chiunque a trasgredire uno qualsiasi degli indirizzi, di allora e attuali, senza smettere di amare Dio e il prossimo. In ogni circostanza, se ci assale qualche dubbio, mettiamoci al posto dell’altro, immaginiamo come vorremmo essere trattati e, se non siamo masochisti, avremo la risposta, anche politica, anche operativa, per non confondere l’amore o la bontà con il buonismo, come purtroppo spesso succede per la pavidità di chi dovrebbe decidere. La prima lettura, dal libro dell’Esodo, ci dà uno spaccato di tutta la casistica con la quale il Signore impegnava il suo popolo, all’epoca come ora, e che va dal povero all’emarginato, dall’immigrato allo sprovveduto. Quel che conta è avere le idee chiare e la statura per metterle in pratica, condizioni che spesso ci mancano e di cui difettano altresì i nostri governanti, così da essere facilmente ostaggio dei giochini della politica. Attenti, c’è sempre una resa dei conti. Conclude il Signore nella citata lettura: “Perché quando quelli grideranno verso di me io, che sono pietoso, li ascolterò”. Per chi non avesse agito prima e bene saranno cavoli amari.

Il rispetto dei diritti acquisiti

Inserito il 18 Ottobre 2020 alle ore 10:00 da Plinio Borghi

Il rispetto dei diritti acquisiti: quante volte l’abbiamo tirato in ballo e nelle situazioni più disparate, in particolare nei rapporti di lavoro o pensionistici! Naturalmente con un’ottica diversificata a seconda degli interessi di ciascuno. Peraltro, il meno attento di tutti è sempre lo Stato, tanto pronto a esigere quanto restio a mantenere i suoi di impegni, anzi, disinvolto quando si tratta di passare come un rullo compressore sopra situazioni consolidate da norme e contratti da lui stesso sancite e sottoscritti. Le rivendicazioni in tali circostanze lasciano il tempo che trovano e a chi capita la vita stravolta nelle proprie aspettative se la deve mangiare. Perché mi sono imbarcato, con una certa nostalgia, in considerazioni di questo tipo, che un tempo mi vedevano piuttosto impegnato in campo sindacale e politico? Perché ho letto il vangelo di oggi alla rovescia: vi si parla di doveri verso Cesare e verso Dio, argomento sul quale i sedicenti volponi dei farisei tentano di ingabbiare il Maestro, per poi magari spiazzarlo con il potere di Roma. Ci vuol altro e tutti sanno com’è finita. Ebbene, m’è venuta la botta di guardarla stavolta sul piano dei diritti e la prima considerazione è stata quella di constatare quanto siamo curiosi come cristiani. Mi spiego. Mentre nella vita civile siamo molto più attenti e puntuali sul fronte dei diritti e molto meno su quello dei doveri (gli atteggiamenti sui comportamenti richiesti per l’epidemia sono l’ennesima conferma), in campo religioso è il contrario, complici i vari comandamenti e precetti che inquadrano la pratica della nostra fede. Lo stesso Gesù col “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” l’ha posta su questo piano. Invece, attraverso i vari Sacramenti, noi siamo divenuti titolari anche di diritti ben precisi: quello di essere figli di Dio e fratelli fra noi, quelli di riceverlo ed essere “soldati” difensori della fede, di avere Cristo a tutela del Matrimonio, di dedicare la vita al suo servizio nel sacerdozio. Sono condizioni che non comportano solo doveri. Perché allora non cerchiamo di difendere anche questi “diritti acquisiti” e pretenderne i conseguenti benefici? Non è forse vero che il Padre ci vuole tutti salvi? E allora quando ci rivolgiamo a Lui nella preghiera, impegniamoci doverosamente a comportarci meglio, chiediamoGli pure tutta la comprensione per le nostre mancanze, ma rivendichiamo altresì il rispetto dei diritti sanciti dai doni che ci ha voluto elargire. Sarà una forma di preghiera più “maschia” e consapevole.

“Tuti i salmi finisse in gloria”

Inserito il 11 Ottobre 2020 alle ore 10:01 da Plinio Borghi

“Tuti i salmi finisse in gloria”, usiamo ripetere quando, alla conclusione di un percorso, di un’opera, di un avvenimento ci si ritrova attorno al tavolo a mangiare qualcosa assieme. Pare che i riti non siano completati senza un minimo di rinfresco, anzi, spesso è proprio il fatto che sia previsto a sollecitare maggior presenza. È normale: il desco è o dovrebbe essere un’occasione d’incontro privilegiata, a partire dalla famiglia, di una comunità i cui componenti sono altrimenti indaffarati per mille impegni e incombenze. Anche nel Vangelo ci sono tante occasioni in cui i protagonisti si ritrovano per mangiare assieme, al punto che i detrattori trovano il pretesto per far passare il Messia per un amante della buona tavola o per contestargli in quei frangenti la frequentazione di persone di dubbia moralità. Gesù non si scompone e ribatte: consapevole dell’attrattiva di trovarsi a tavola, ne approfitta per recuperare il rapporto con i lontani. Ancora di più. Fa passare l’immagine del Regno dei Cieli, in molte occasioni, con quella di un gran banchetto dove tutti sono invitati. Perfino nella cena d’addio dice agli apostoli che avrebbe bevuto per l’ultima volta quel vino “vecchio” e che si sarebbero ritrovati per bere quello “nuovo” una volta salito al Padre. Sono allegorie efficaci e pregne di significato, non c’è dubbio, come lo è quella descritta dalla pericope di oggi. Sullo sfondo un padrone facoltoso, le nozze di un figlio e, ovviamente, un pranzo di tutto rispetto. Chi non ambirebbe ad esservi invitato, se non per gusto, almeno per prestigio? E qui il Maestro ci spiazza come al solito: quelli che contano hanno altro cui pensare e snobbano l’invito con mille pretesti. Non cominciamo a dire “ma se ci fossi stato io al loro posto” perché ci siamo e, dicevo poc’anzi, siamo tutti invitati. E quanti invece eludono, pensano solo alle loro preoccupazioni e ai loro problemi, non percepiscono l’onore e poi gli avanza di meravigliarsi se sentono che le prostitute e i pubblicani li precederanno, come si diceva qualche domenica fa? Oggi, nei fatti, avviene proprio questo: gli ingrati verranno castigati e le porte si apriranno a vagabondi racimolati dai crocicchi delle strade. Ma occhio a non sottovalutare la gratuità: l’esempio dell’estromissione dell’unico che “non aveva la veste nuziale” vuol significare appunto la mancanza di consapevolezza del dono, il limite della magnanimità. Perciò Gesù dirà un’altra volta che tanti sono i chiamati, ma pochi gli eletti. È un monito a non prendere le cose sotto gamba.

L’enciclica “Fratelli tutti”

Inserito il 4 Ottobre 2020 alle ore 10:02 da Plinio Borghi

L’enciclica “Fratelli tutti”, che il Papa ha deciso di firmare ad Assisi e proprio in occasione della festa di San Francesco, del quale, primo nella storia, ha assunto il nome, è un puntello per mantenere la barra a dritta nelle varie fasi di questa pandemia, un “bignami” di norme comportamentali per non farci depistare dal Covid-19. La coincidenza è stata voluta perché il Santo ha rappresentato e rappresenta l’essenza della fratellanza, che pretende di mettere al primo posto, prima che sé stessi, l’attenzione per il prossimo. Questo vale sempre, ma soprattutto in questo momento in cui sia l’osservanza delle norme, da una parte, sia la condivisione dei risultati delle ricerche, dall’altra, tendono ad attuarsi con una grettezza mai prima così evidente. Il Pontefice lo ha ribadito anche nei suoi interventi: agire per la salvaguardia della propria salute, ma in primis per il rispetto di quella altrui; collaborare per consentire ai Paesi che hanno mezzi inferiori o insufficienti di muoversi in sintonia. In buona sostanza, o se ne esce tutti assieme e migliorati da tali esperienze o l’individualismo e l’egoismo prima o dopo si pagano. Lo stesso discorso che vale per la salvaguardia della natura, altro argomento che preme al Santo Padre e sul quale, guarda caso, anche San Francesco si è speso totalmente. Traslando il significato della liturgia di oggi, e questa è proprio una vera coincidenza, il mondo, e di conseguenza la natura, è proprio la vigna che il Signore ci ha affidato affinché la migliorassimo e desse quei frutti a lui graditi e non “acini acerbi” (I lettura), men che meno che ne facessimo scempio. I messaggi che ci arrivano da tutte le parti ci stanno mettendo in guardia da un atteggiamento del tipo “io penso all’oggi e per quello che sarà domani ci penserà chi viene dopo”, perché faremo la fine di quei servi infingardi e non occorrerà nemmeno che sia il Padrone a ucciderli tutti: lo faranno molto bene da soli. I segnali ci sono già e inquietanti: ghiacciai che si ritirano in modo esponenziale, fenomeni meteorologici mai riscontrati prima (v/ il Vaia), semplici temporali che si trasformano in bombe d’acqua e così via. Anche prendersi cura di questo aspetto, già peraltro sollecitato dalla “Laudato si’” uscita in tempi non ancora così pregnanti, è un segno di fratellanza, che dev’essere per forza universale: i confini politici e geografici che ci siamo segnati ai fenomeni interessano ben poco e il recente Virus ce l’ha dimostrato.

Ah bravo! E ti va anca in ciesa!

Inserito il 27 Settembre 2020 alle ore 10:02 da Plinio Borghi

Ah bravo! E ti va anca in ciesa! Quante volte ci saremo sentiti ripetere questa frase a fronte di qualche marachella, se eravamo ragazzi, o di comportamenti incoerenti da adulti! Sappiamo qual è il concetto: se pratichi certi ambienti, se sei stato formato con certi principi, dovresti avere un’impostazione più corretta di altri, più esemplare. In realtà non è per nulla scontato, ma fa comodo il richiamo sia a chi sta da questa parte, perché non è neanche bello predicare bene e razzolare male, sia a chi si trova sul fronte opposto per l’ovvio confronto che ne deriva. Poi, alla fine, è nell’ordine delle cose che spesso troviamo esempi sublimi di apertura e di carità fra i cosiddetti lontani e, di contro, una totale mancanza di simili caratteristiche non solo fra i “bacia banchi”, ma addirittura fra gli stessi rappresentanti della Chiesa. Ciò non toglie che in ogni ambito, in ogni società, in qualsiasi espressione religiosa non vi siano analoghe e macroscopiche contraddizioni. Questo non sminuisce le nostre né ci giustifica e oggi il nostro Maestro, proprio per darla sui denti ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo, estrae dal suo cilindro senza fondo un altro dei suoi tipici esempi: quello dei due fratelli invitati dal padre ad andare a lavorare nella vigna. Uno risponde prontamente di sì, ma poi non ci va, e l’altro nicchia e tergiversa, ma poi ci ripensa e va. Gesù non si ferma alle formalità, ma va al concreto: chi ha fatto la volontà del padre? Domanda retorica. D’altronde, quante volte ci ha ammonito col «non a chi dice “Signore Signore” è garantito il Regno dei cieli, ma a chi opera il bene concretamente»? Certo, questo non vuol dire trascurare la preghiera o non dare peso anche alla forma, che in talune circostanze diventa pure sostanza, bensì dare la giusta importanza alle cose. San Paolo lo sottolinea in più circostanze quanto pesi la Carità rispetto a tutto il resto e oggi insiste con indicazioni che sembrano collocate ad hoc nel clima elettorale: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri…”. Mah! Parole al vento come furono quelle del Battista per gli interlocutori di Gesù? Stiamoci attenti, comunque, perché a snobbare alla fine si resta snobbati, specie se ci sembrerà di non aver fatto nulla di male e vedremo invece pubblicani e prostitute precederci nel Regno.

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