Inserito il 29 Luglio 2018 alle ore 09:58 da Plinio Borghi
A pancia piena si ragiona meglio. Quante volte avremo esordito con quest’affermazione, specie se la sensazione di fame non ci consentiva di pensare ad altro che a calmarla! Eppure non è così venale come potrebbe sembrare, anzi, ha un fondamento scientifico, sociale, politico e financo religioso. Sul piano scientifico, il nostro intestino è il “carburatore” per il funzionamento armonico degli altri organi, cervello compreso, il tutto sintetizzato nel famoso detto latino “Mens sana in corpore sano”. L’aspetto sociale è nel processo a monte: attorno alla tavola imbandita ci si riappacifica tutti, si affrontano meglio anche i problemi più ostici, si allacciano rapporti duraturi. Infatti, cosa si dice a chi si prende troppe confidenze? “Quando mai abbiamo mangiato pasta e fagioli assieme?”, appunto. Il risvolto politico è presto detto: purtroppo si parla più alla pancia per solleticare la testa a votare in certa direzione. Per quanto concerne il profilo religioso rimando il lettore direttamente al Vangelo e al comportamento del nostro Maestro, che non trascurava mai incontri conviviali di ogni tipo, pur di avvicinare le persone e far passare il lieto annuncio; non a caso il primo miracolo è scattato proprio durante un pranzo di nozze e la predicazione si conclude con un’ultima cena tutta particolare. Nel brano in lettura oggi Gesù esprime tutta la sua preoccupazione per quella folla che l’ha ascoltato ed ora è lì senza mangiare, al punto da compiere uno dei miracoli più famosi: la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Dietro alla quale l’evangelista Giovanni, che non lo fa come gli altri tre all’ultima cena, colloca proprio il riferimento diretto alla stessa Eucaristia, il cibo che non toglie una fame provvisoria, ma ti nutre per la vita eterna. L’episodio è ricco di particolari interessanti: l’esigenza della “materia prima” (in possesso di un ragazzo), la collaborazione dei discepoli per la distribuzione (l’intervento non viene solo calato dall’alto) e infine la raccolta degli avanzi, perché nulla vada sprecato. Nel celebrare l’Eucaristia avviene lo stesso: gli elementi più semplici (pane e vino), l’intervento del sacerdote per il sacrificio, la presenza totale di Cristo in ogni briciola o goccia. La precede la liturgia della parola, che si fisserà in noi proprio tramite l’assunzione delle sacre specie e questa simbiosi ci accompagna in questa vita e ci proietta in quella eterna. Anche in questo caso, a “pancia piena” non solo si ragiona meglio, ma anche ci si assicura la salvezza. Orbene, se abbiamo la fame giusta, sappiamo qual è il desco e come soddisfarla.
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Inserito il 22 Luglio 2018 alle ore 10:21 da Plinio Borghi
Lo sciopero bianco consiste nello svolgere le proprie mansioni mettendo pedissequamente in atto tutte le procedure che le presiedono, con la rigorosa osservanza di norme e leggi, e quindi con un rallentamento pazzesco dei tempi, a volte strumentalmente voluto. Non si era molto adusi ricorrervi, per due principali motivi: sotto certi aspetti era una vigliaccata, perché di fatto non si scioperava e pertanto non costava nulla; inoltre era molto pesante per chi lo faceva e per chi lo subiva. Sostanzialmente si trasformava il lavoratore in becero mercenario. Questo non significa che la giusta mercede, anche se agevola, innesti ipso facto nell’esercizio della propria professione la passione e l’eroicità: ci vuole ben altro. Ho ancora nelle orecchie l’intervista al giudice Gratteri, ospite di Augias, quando il conduttore, udito com’era vivere costantemente sotto scorta, gli chiese se fosse normale per un uomo, pur servitore dello Stato, condurre un’esistenza in quelle condizioni o se non fosse più logico defilarsi in qualche Procura più tranquilla. La sorprendente risposta è stata che ne avrebbe avuta la possibilità, ma che si sarebbe sentito un vigliacco se non avesse continuato nell’opera intrapresa, che lo teneva sempre sotto il mirino della malavita organizzata. Con ciò, gli altri non sono meno onesti e impegnati, ma, per mille valide ragioni, certamente più restii a esporsi. Col foglietto della Messa di questa domenica in mano, del quale avevo appena scorso la prima lettura, ho detto tra me: “Ecco uno che ha la stoffa per essere un bell’esempio di buon pastore!”. Il Signore è esigente con chi si prende cura delle sue pecore quanto è intransigente con chi si comporta da mercenario, non se ne cura più di tanto, le disperde e non si precipita certo a salvarle se sono in pericolo. Per tale motivo ha riassunto nella figura di suo Figlio il modello di Pastore da imitare. Infatti, nel vangelo di oggi Gesù, pur ricercando per sé e i suoi un momento di meritato riposo, appena sbarcato si è trovato la folla ad attenderlo ed ha avuto compassione: sembravano pecore senza pastore. Farà seguito la famosa moltiplicazione dei pani e dei pesci. Vivesse oggi, anche al nostro Maestro verrebbe assegnata una scorta. E invece ha dato la vita per le sue pecore. A fronte di tanta attenzione, però, anche a noi “pecore” spetta una risposta. Quale? Presentarsi gli uni gli altri al Padre in un solo Spirito, come ci suggerisce San Paolo nella seconda lettura.
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Inserito il 15 Luglio 2018 alle ore 09:59 da Plinio Borghi
Ci risiamo con la fiducia. C’era una volta una réclame che diceva: “La fiducia è una cosa seria e si dà alle cose serie”. Tanto vale ovviamente anche per le persone e per le istituzioni. No, non ho alcuna intenzione stavolta di riferirmi alla politica, anzi, rilancio un concetto sul quale sono già due o tre volte che, sotto vari aspetti, il nostro parroco insiste: la fiducia è la chiave che apre le porte del cuore, è il volano che innesca un rapporto e lo fa funzionare, è lo strumento che rende autorevole il messaggio da trasmettere. Nemmeno Gesù, l’abbiamo visto domenica scorsa, riesce a impostare un minimo di dialogo in assenza di fiducia; al contrario, è costretto a filarsela. Oggi lo vediamo inviare i suoi discepoli a due a due per annunciare la lieta novella, guarire i malati e convertire; una sorta di prova sul campo, e lo fa tra mille raccomandazioni: non portarsi appresso nulla se non il bastone, una tunica soltanto e un paio di sandali. Men che meno soldi o una bisaccia per la sussistenza. Perché? Perché la gente deve capire di essere al centro dell’attenzione e che a nient’altro si tiene se non a quello che si sta facendo: prima di ogni cosa va guadagnata quella fiducia che rende credibile l’azione salvifica che si sta elargendo. Ciò nonostante, ci può essere ancora qualche risposta negativa: succede che taluno non voglia aprirsi e impegnarsi o che addirittura tutta questa disponibilità dia fastidio, specie se mette in discussione un comportamento diametralmente opposto. Anche qui il nostro Maestro insegna a non imporre alcunché, a non portare rancore, a buttarsi alle spalle malegrazie e derisioni: è il significato di “scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro”, che spesso è inteso come un “pussa via!” o “va là che non capisci niente!”. In quest’ultima ipotesi non sarebbe una bella “testimonianza” e si chiuderebbe anche lo spiraglio attraverso il quale potrebbe un giorno passare la fiducia. Pensiamo a quante porte si chiudono in faccia a un prete che va a benedire le case! Eppure egli ritorna, convinto che qualcuna di quelle porte prima o poi si aprirà. Oggi a Venezia festeggiamo Gesù come Redentore e cos’è la Redenzione se non un abbandono al progetto d’amore del Padre nei nostri confronti, che pur di “recuperarci” ha sacrificato il Figlio e ci ha lasciato quale caparra lo Spirito Santo, come dice San Paolo? Vogliamo ricambiare quest’offerta illimitata almeno con un po’ di fiducia, che serva a ravvivare la nostra fede talvolta assopita?
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Inserito il 8 Luglio 2018 alle ore 10:22 da Plinio Borghi
Io te l’avevo detto! È una delle frasi più classiche che circolano in famiglia (il più delle volte da genitori a figli), a scuola, nei posti di lavoro, nei gruppi operativi o di ricerca e così via. Perché? Beh, in linea di massima siamo un po’ tutti contrari al fatto che qualcuno ti venga a dire cosa devi o non devi fare o in quale direzione andare ovvero quale metodo tu debba adottare. Nella migliore delle ipotesi ci si schiva col manifesto proposito di pensarci su o di verificare la validità dei consigli; nella peggiore si comincia a mettere in discussione l’autorevolezza di chi li dispensa: “Anch’io ho il diritto di vivere le mie esperienze“(di norma i figli), “Chi sei tu per dirmi cosa debbo o non debbo fare?”, “Ma ti rendi conto degli anni di lavoro che ho alle spalle?”, “Da quando in qua sei diventato un esperto in materia?” e altre analoghe espressioni che ognuno conosce a iosa. Evidentemente non è una novità, se anche a Gesù è successa la stessa cosa quando si è messo in testa di andare a predicare nella sinagoga del suo paese: “Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti con le sue mani? – sono gli apprezzamenti più accettabili, cui seguono: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”. Ecco, ci siamo, ed è proprio in questa circostanza che dallo sconcerto del Maestro è nato il famoso detto “Nemo propheta in patria”, tradotto nel vangelo di oggi con “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. A dire il vero un fatto simile è ripreso anche nella prima lettura, dove, davanti alla perplessità del profeta di andare a parlare con “figli testardi e dal cuore indurito”, Dio gli dice: “Ascoltino o non ascoltino – perché sono una genia di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”. È un po’ il motivo conduttore di tutti coloro che partono in missione o si mettono a disposizione per la salvezza delle anime. Tornando a bomba, qual è l’epilogo peggiore? Il sentirsi apostrofare con “Te l’avevo detto”. Di solito i più intelligenti evitano di mortificare così e preferiscono, per motivi educativi o per quieto vivere o per non apparire supponenti, non infierire su chi ha già preso la scornata. Nel Giudizio finale, però, il Signore non può esimersi dal valutare come abbiamo prestato ascolto alla Parola e sarebbe piuttosto grave sentirsi dire da Lui: “Io te l’avevo detto!”.
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Inserito il 1 Luglio 2018 alle ore 10:02 da Plinio Borghi
Un “prano” d’eccellenza ti verrebbe da definire Gesù leggendo il vangelo di oggi. Siamo nel pieno delle guarigioni e non ditemi che tutto quell’accorrer di gente è determinato dal sentir parlare della lieta novella. Se poi mettiamo nel conto che questo strano Maestro si esprime a parabole e metafore, del cui significato rende edotti solo i suoi più intimi, è evidente che i motivi di attrazione, di primo acchito, sono altri, compreso un pizzico di curiosità. Da che mondo è mondo, stregoni, sciamani e guaritori in genere, in alternativa ai cerusici o medici ufficiali, sono esistiti ovunque e il ricorso alle loro prestazioni è sempre stata una forte tentazione da parte di molti, specie se i tentativi per i canali riconosciuti dalla scienza si sono dimostrati inefficaci per la complicazione del caso in trattamento. Il Messia, nella fattispecie, indica anche la strada da percorrere per veicolare la Parola: non si affrontano i problemi dell’anima prima di non aver dato un segno di attenzione a quelli del corpo. Che è poi il percorso di tutti coloro che si recano in terre di missione, stando ai loro racconti. Obnubilati dal bisogno, non ci avanza di pensare ad una benché minima elevazione spirituale. Se poi il pranoterapeuta di turno è ad un livello come quello del nostro Salvatore, la rincorsa è scontata. Verrebbe quindi da pensare che Gesù guarisse a destra e a manca in modo indiscriminato (ma allora avrebbe avuto un gioco facile e non l’avrebbero certamente crocifisso!) e che quella del “vai, la tua fede di ha salvato” fosse stata solo una manfrina: false entrambe le supposizioni. Ogni intervento era mirato affinché la situazione contingente fungesse solo da leva per la conversione ad una salvezza certamente più consistente (la conquista del Regno) ed è sempre stato vero che i risultati più apprezzati derivano anzitutto da una profonda convinzione (ormai è dimostrato anche a livello scientifico), che nel nostro caso è la fede. Gli episodi della donna colpita a lungo da emorragia, alla quale è bastato sfiorare il mantello di Gesù, e quello di Giàiro, che pur capo della sinagoga perde ogni inibizione e riconosce in questo Maestro poteri che vengono dall’alto, sono emblematici di una verità della quale è pregno anche il Suo messaggio, che non si limita a proiettarsi solo a qualcosa di impalpabile e futuribile, ma che invece investe da subito il nostro presente, sotto ogni punto di vista. Allora, per oggi e per domani, è la fede medicina d’eccellenza.
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Inserito il 24 Giugno 2018 alle ore 10:36 da Plinio Borghi
Un evento straordinario, che si lega a doppia mandata a quello del nostro Salvatore, è proprio la nascita di Giovanni Battista, unico santo del quale si celebra questa ricorrenza, oltre, ovviamente, a Gesù e Maria. E che di evento si tratti (termine troppo spesso abusato) è dimostrato da due fatti: le circostanze che hanno accompagnato la nascita fin dal concepimento (a tutti note) e il prevalere di questa festa su quella della domenica, cosa quanto mai rara. D’altronde il ruolo di precursore del Messia, che il Signore gli ha riservato, lo rende unico e fondamentale e a confermarlo è proprio il Maestro, quando ai discepoli dice che nessun uomo nato da donna è grande come Giovanni. Ne conosciamo tutti le gesta e ad ogni Avvento abbiamo in lui una guida che ci indica la strada da seguire per rivivere appieno il Natale. E sappiamo anche con quale abnegazione egli abbia svolto fino in fondo il suo ruolo, annullando sé stesso pur di far emergere il vero Redentore del mondo: “Ecco l’Agnello di Dio, del quale io non sono degno neppure di sciogliere i calzari!”. Perfino in punto di morte si è peritato di accertarsi di aver visto giusto! Orbene, c’è una frase che Gesù ha aggiunto dopo aver esaltato il Battista in tale circostanza: “Ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui” (Lc 7,28). In buona sostanza ci ha nominati tutti precursori e questo ci induce a fare del nostro Santo non solo una “guida” per l’Avvento, ma anche il nostro “istruttore”, se vogliamo essere all’altezza di emularlo, deserto compreso. Spesso si è portati a pensare al deserto come ad una location ideale per mettere in scena i momenti più forti della Scrittura: la voce di Giovanni che grida di preparare la strada attraverso la conversione, Gesù che vi trascorre l’iniziazione per l’annuncio del Regno, lo stesso Mosè che vi trascina il popolo ebraico in vista della terra promessa. Invece il deserto è proprio una condizione che dobbiamo realizzare dentro e fuori di noi, per trasformarci, per renderci adatti a ricevere e a trasmettere la lieta novella che ci è stata consegnata, per accedere a quell’umiltà che il Battista ha così bene incarnato, unica premessa per riuscire a far emergere la vera figura di riferimento: il Cristo, innalzato sulla croce per attirare tutti a sé. A parole sembra facile e scontato, ma nei fatti… quanto ci facciamo belli, quanto ci gonfiamo, quanta ombra procuriamo alla luce vera! Per concludere e detta in veneto: se no se dèmo ‘na rimediada, go idea ch’el Signor ne darà ‘na bea stuada!
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Inserito il 17 Giugno 2018 alle ore 08:00 da Plinio Borghi
“La pazienza è la virtù dei forti”, ma potremmo anche dire “chi va piano va sano e lontano” o “chi la dura la vince”: sono tanti gli adagi che inducono alla calma e alla determinazione nelle cose, se vogliamo ottenere risultati consistenti e duraturi. Certo, non sono massime da mettere in pratica nel pieno di una calamità naturale o in situazioni di emergenza: di norma si riferiscono alla vita di tutti i giorni, tanto è vero che si dice pure “la fretta è una cattiva consigliera”. Non occorre qui aprire una discettazione per esemplificare: ognuno di noi ne ha da addurre attingendo alla quotidianità. Un ampio spettro di riferimenti si riscontra anche nella Sacra Scrittura e le letture di oggi, senza scomodare emblemi come Giobbe, ce ne offrono uno spaccato, tanto semplice quanto significativo. La prima lettura, dal libro del profeta Ezechiele, ripropone la potenza del Signore, che da un ramoscello di cedro piantato sul monte più alto, fa fiorire un cedro imponente sotto il quale dimoreranno tutti i volatili. Le fa eco il vangelo con la similitudine arcinota del granello di senapa, ma che apre con l’esempio di come il contadino, dopo aver seminato, attende nei tempi giusti e con calma prima la nascita del virgulto, poi della pianta e infine della spiga piena di chicchi. Mi piace perché il brano si perita di sottolineare che il tutto avviene nell’ignoranza totale di come si inneschi il processo e a prescindere dal fatto che egli vegli o dorma. Il sottinteso della potenza del Signore, così ben dichiarata nella prima lettura, è evidente. Al contadino spetta solo, alla fine, metter mano alla falce, affinché tutto lo sforzo compiuto per ottenere cotanto frutto non sia vano. E non è cosa da poco, se vogliamo che il ciclo continui. Applichiamo lo stesso meccanismo alla Parola di Dio, che è il seme che viene instillato nella nostra anima, anche a piccole dosi e giorno dopo giorno, ma che, se adeguatamente curato e accolto, produrrà un effetto a dir poco dirompente: ci procurerà nientemeno che la vita eterna. Non aggiungo di più, ma prendo le parole stesse della colletta di oggi (seconda versione), che danno perfetto spunto alla conclusione: “O Padre, che a piene mani semini nel nostro cuore il germe della verità e della grazia, fa’ che lo accogliamo con umile fiducia e lo coltiviamo con pazienza evangelica, ben sapendo che c’è più amore e giustizia ogni volta che la tua parola fruttifica nella nostra vita”.
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Inserito il 10 Giugno 2018 alle ore 10:12 da Plinio Borghi
“Divide et impera” era l’arcinoto motto dell’impero romano di facile traduzione per tutti. Come di facile traduzione è anche il significato intrinseco delle parole e, detta a spanne, vuol dire che, dove c’è divisione, contrasto, contrapposizione gratuita, subentra la confusione, che a sua volta favorisce la sopraffazione. È un po’ il clima che abbiamo vissuto in questo lungo periodo di crisi istituzionale, prima che si formasse il nuovo Governo. Naturalmente c’è sempre qualcuno che ci guadagna a rimestare nel torbido, sia da dentro che da fuori: l’andamento dei mercati e dello spread sono stati degli esempi evidenti di sfruttamento di una situazione precaria, determinata da una caterva di riserve mentali, malgrado la conclamata volontà di voler fare solo il bene degli italiani. E c’è voluta tutta la determinazione e la pazienza del nostro impareggiabile Presidente della Repubblica Mattarella per costringere tutti a sbrogliare la matassa. Guarda caso, il Vangelo ha sempre una risposta pronta alle nostre piccolezze e oggi in particolare sembra far eco al motto di apertura, datato nella sostanza tre secoli prima di Gesù da Filippo il Macedone. Il nostro Maestro, accusato di essere amico del capo dei demoni in quanto li scacciava con troppa facilità, rispondeva: “Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in sé stesso, quel regno non potrà restare in piedi”. Era ed è evidente l’invito all’unità, alla comunione d’intenti e di riferimenti (come ci richiamava la festa di domenica scorsa), a non lasciarsi fuorviare dai reciproci sospetti che il diavolo, divisore per antonomasia, è abile nell’insinuare, come fece con i nostri progenitori nel paradiso terrestre (v/ prima lettura): se ci abbiamo rimesso quella volta, sarebbe ridicolo rimetterci anche la salvezza eterna ricadendo nel medesimo errore. Purtroppo nella nostra debolezza umana è insita l’insidia, alimentata dagli interessi di parte, di solito in antitesi a quelli collettivi, e quindi dai conseguenti contrasti. Per fortuna la Misericordia divina ci perdona tutto, se siamo in buona fede, però. Se invece cerchiamo di ingannare noi stessi, è dura. Conclude infatti Gesù, sempre nel vangelo di oggi: “In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno”. Vale per tutti, ma in modo particolare per i governanti (civili e religiosi ovviamente).
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Inserito il 3 Giugno 2018 alle ore 10:11 da Plinio Borghi
È la festa dell’Eucaristia, sostanzialmente; non tanto della sua istituzione, che trova spazio nei vari punti del Vangelo, con particolare riferimento all’ultima cena rivissuta il Giovedì Santo, quanto del Cristo “passus” ossia del Cristo che ha sofferto, come lo definisce quel grande cultore che ne fu San Tommaso d’Aquino. Il quale, in prevalenza, la colloca proprio sotto la croce, dove da una parte c’è il corpo di Gesù e dall’altra il sangue versato per la nostra salvezza. Entrambe le componenti, corpo e sangue, contengono ciascuna il Cristo nella sua interezza e ogni volta che celebriamo la Messa riproponiamo sull’altare quel grande mistero di fede. Non siamo più al livello figurativo del Vecchio Testamento, dice sempre San Tommaso, ma “essendo questo il sacramento della Passione del Signore…, contiene in sé il Cristo che ha sofferto”, per cui, attraverso l’Eucaristia, l’uomo ne diviene partecipe. Il Santo è anche il cantore per eccellenza dell’Eucaristia e suoi sono gli inni più belli e avvincenti, perché in essi, assieme alla preghiera, fa sintesi anche del suo pensiero, così ben sviluppato nel trattato. Bando quindi ad altre parole, che saranno sempre povere e insufficienti, e mi affido ad alcuni passaggi degli inni stessi. Del “Lauda Sion Salvatorem”, altra sequenza, riservata a questa festa (le altre due erano di Pasqua e Pentecoste), la liturgia attuale prevede la lettura dell’ultima parte e rimando al testo nel foglietto. Ricordo invece il “Pange lingua”, che si conclude con il famoso “Tantum ergo Sacramentum”, tuttora cantato nelle benedizioni eucaristiche: “Il verbo fatto carne cambia con la sua parola / il pane vero nella sua carne e il vino nel suo sangue / e se i sensi vengono meno, / la fede basta per rassicurare / un cuore sincero. // Adoriamo, dunque, prostrati / un sì grande Sacramento; / l’antica legge / cede alla nuova, e la fede supplisca / al difetto dei nostri sensi”. Mirabile! Come altrettanto pregno è quell’atto di elevazione espresso nel famoso “Adoro te, devote”: “Oh Dio nascosto, / sotto queste apparenze ti celi veramente: / a te tutto il mio cuore si abbandona / perché, contemplandoTi, tutto vien meno. // Oh memoriale della morte del Signore, / pane vivo che dai vita all’uomo /…/ Oh Gesù, che velato ora ammiro, / prego che avvenga ciò che tanto bramo, / che, contemplandoTi col volto rivelato, / a tal visione io sia beato della Tua gloria.” Piccoli flash, ma che vorrei stimolassero una lettura completa di questi testi così “nutrienti” (cliccando su internet è un attimo).
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Inserito il 27 Maggio 2018 alle ore 10:03 da Plinio Borghi
Il mistero dei misteri. Potrebbe così definirsi la Santissima Trinità, che oggi festeggiamo appena fuori dal tempo pasquale, ma del quale è mirabile corollario. Non fa neppure parte dei venti misteri contemplati nel Rosario, eppure potrebbe racchiuderli tutti, posto che ognuno termina con il “Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo”, che è la preghiera che risalta per eccellenza l’identità di Dio, uno e trino. Tutto sommato potremmo anche dire che non è poi questo mistero impenetrabile, tanto è percepibile nella sua essenza. Se abbiamo seguito bene tutta la liturgia del periodo appena trascorso, non ci è sfuggito come il ruolo delle tre Persone si sia alternato nelle rispettive caratteristiche ben distinte, ma senza risultare in alcun caso separato né sovrapposto l’uno all’altro. Il Padre che interviene per indicare in Gesù il suo Figlio prediletto nel quale si è compiaciuto; il Messia che compie il suo mandato di salvezza e nello stesso tempo si presenta come l’immagine concreta del Padre, che nessuno ha mai visto (chi vede me vede il Padre..); lo Spirito Santo che proviene da entrambi, che appare sotto forma di colomba, che viene prima promesso, poi alitato sugli apostoli dallo stesso Maestro, in virtù del quale conferisce loro tutti i poteri e che infine scende per infondere tutta la comprensione di cui c’era e c’è bisogno, all’insegna di una parola d’ordine che è la natura stessa del Dio che il Salvatore ci ha fatto conoscere: l’Amore. Il tutto quindi in un unicum talmente armonico da passare quasi inosservato, impercettibile, come tutte le cose che funzionano alla perfezione. Ecco, la Trinità come segno di armonia potrebbe essere un taglio particolare di contemplarla, per calarla poi nella nostra realtà terrena, specie di questi tempi, quando, oltre a continuare nei contrasti atavici che ci caratterizzano, stiamo facendo di tutto per minarla anche nella natura che ci circonda. È vero che il peccato dei nostri progenitori ha determinato la traumatica uscita da un’oasi di perfetta armonia, ma ciò non ci autorizza ad inseguire il sentiero dell’autodistruzione. Quando ci presenteremo al Giudizio, saremo interpellati anche su questo, oltre che sull’amore per il prossimo, che ovviamente discende dallo stesso principio. Allora stavolta invochiamo la Santissima Trinità, esempio di armonia per antonomasia, affinché ci riconduca e ci mantenga in un mondo quanto più vicino a quel Paradiso terrestre dal quale siamo partiti.
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