Inserito il 9 Settembre 2015 alle ore 16:27 da Plinio Borghi
Nota: a causa di un errore organizzativo, le meditazioni in libertà di domenica 6 settembre 2015 pubblicate in questo blog e nella versione PDF di lettera aperta erano le stesse di domenica 30 agosto. Rimediamo all’errore con questo post e aggiornando la copia del foglio parrocchiale della scorsa settimana, che potete scaricare assieme a quello di questa settimana.
Aprirsi alla vita dovrebbe essere una regola precipua per tutti, giacché siamo stati creati per questo. I figli stessi non ci appartengono: noi siamo solo strumenti per produrli, educarli e consegnarli al mondo e alla loro vita. E invece tendiamo a chiuderci, in noi stessi prima di tutto, a camuffarci, per non mostrarci agli altri come siamo, a costruirci attorno muri su muri, possibilmente invalicabili, dentro dei quali finiamo per essere prigionieri. Perfino con le leggi cerchiamo di consolidare la nostra impenetrabilità e la normativa sulla cosiddetta privacy è una di quelle. Così finiamo per non vedere, non sentire, non parlare per paura di comprometterci, come le famose tre scimmiette, e se fuori aspettano il nostro contributo.. si rivolgano altrove. Il rischio è che, se ci capita di aprire qualche spiraglio, poi lo facciamo verso chi pensiamo possa servirci, tornarci utile, quindi verso colui che conta, il potente, che poi in realtà non ha bisogno di noi, anzi, approfitta della nostra attenzione (o del nostro servilismo) per fregarci meglio. Proprio su questo ci mette in guardia oggi San Giacomo dalla seconda lettura: la vostra fede sia immune da favoritismi personali; e ci richiama che la scelta di Dio è caduta proprio sui poveri, sugli ultimi, sui diseredati, che ha nominato veri eredi del Regno. Siamo in effetti noi i veri smarriti di cuore di cui parla Isaia nella prima lettura, noi che abbiamo tradito il battesimo ricevuto e durante il quale il sacerdote ci ha unto orecchi e bocca perché fossimo aperti alla vita e al mondo, assidui ascoltatori della parola, attenti osservatori della realtà che ci circonda e fedeli trasmettitori della lieta novella. Il Papa ha indetto un anno giubilare straordinario all’insegna della misericordia, termine sintetico dell’esatto opposto in cui di norma amiamo muoverci, e se l’ha fatto non è per rilanciare l’economia della capitale o per stupirci con effetti speciali, bensì per innescare un’inversione di tendenza. Allora rendiamoci conto che siamo sempre noi quel sordomuto che oggi Marco descrive nel vangelo e che viene presentato a Gesù per essere guarito. E il Maestro appronta una gestualità che è poi quella che da sempre si ripete nel rito del battesimo: tocca con la saliva bocca e orecchie (stessa cosa che fece con gli occhi del cieco) e gli dice, ci dice: “Effatà!”, cioè: “Apriti!”. Speriamo di avere fede sufficiente perché produca anche oggi lo stesso effetto di allora.
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Inserito il 30 Agosto 2015 alle ore 12:07 da Plinio Borghi
Una bella lezione di vita ci arriva oggi dal vangelo di Marco, al quale siamo tornati dopo cinque domeniche trascorse in compagnia di Giovanni sul tema che si riassume nell’Eucaristia. Una lezione di vita, ma anche una proiezione incredibile che va ad innestarsi direttamente nella recente enciclica di Papa Francesco. Lo spunto (polemico) arriva come il solito da scribi e farisei, venuti direttamente da Gerusalemme per mettere in difficoltà il Maestro su un tema talmente banale, rispetto a quelli sollevati in altri frangenti, da far emergere ancor più tutta la sua pretestuosità: il mancato rispetto delle tradizioni da parte dei discepoli di lavarsi accuratamente le mani prima di prendere il cibo. Evidentemente certe formalità danno ai nervi a Gesù, che li apostrofa come ipocriti e, richiamandosi a Isaia, rileva uno dei più brutti difetti dell’uomo “sociale”: voler apparire quello che non è, ricorrere alla formalità o alla ritualità per camuffare il suo animo arido. “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”, cita testualmente e qui ci sta tutta la doppiezza di sempre, specie quando ci si trincea dietro a riti e regole inventati dagli uomini, ma che nulla hanno a che vedere con la sostanza che richiederebbe l’amore per Lui. E qui, forse in modo plateale ma efficace, parte l’affondo: non è quello che entra nell’uomo ad inquinare (queo che no sofega, ingrassa..), ma quello che ne esce, cioè la sua cattiveria, le sue iniquità e le sue impudicizie. Qui ci sta il suo comportamento dannoso nei confronti non solo di sé stesso, ma di tutta la natura in generale. Anche qui spesso ci facciamo scudo di norme e regolamenti che ci possono anche legittimare certo scempio, che però non sono giustificabili quando conosciamo benissimo il danno che ne deriva. Figurarsi poi quando non ci peritiamo nemmeno di camuffare il malfatto e diamo la stura ad abusi micidiali: ogni riferimento alla violenza sul territorio con disboscamenti e costruzioni in zone proibitive (e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti anche in questi giorni), ogni riferimento alle terre dei fuochi ed a criminali smaltimenti di rifiuti ordinari e speciali, ecc. non sono assolutamente casuali. Bene ha fatto quindi il Pontefice ad affrontare l’argomento e a mettere in mora chiunque, incurante, continui a segare il ramo dell’albero sul quale sta seduto. Soprattutto quando si dichiara cristiano.
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Inserito il 23 Agosto 2015 alle ore 12:03 da Plinio Borghi
Delusione e sconforto attraversano spesso taluni momenti della nostra vita, specie quando si ripongono eccessive aspettative su persone, progetti e obiettivi, che vengono poi in tutto o in parte disattesi. Peggio ancora se crollano ideali o ci riscopriamo incapaci di affrontare certe sfide che credevamo alla nostra portata. Mi ricordo il periodo del crollo dell’Unione sovietica e di conseguenza di tutta l’impalcatura che reggeva la grande idea di un comunismo reale. Avevo amici sinceramente convinti, che avevano fatto di questi ideali la loro vera religione e che si sono ritrovati con un pugno di mosche. E come li capivo! Succedesse a me una cosa analoga con la mia fede, ne uscirei con le ossa rotte e annientato. Ė un po’ questo il clima che si respira nella liturgia di oggi, dall’episodio di Giosuè, il quale, visto lo stato confusionale degli ebrei per il prolungarsi della conquista della terra promessa, li invita a scegliere se servire ancora il Signore o altri, al Vangelo, dove Gesù avverte un clima di disarmo a fronte delle dure parole sin qui proferite circa le condizioni per essere suoi seguaci, clima vieppiù accentuato dal fatto che molti si erano configurati un Messia ben diverso da quello che si era poi rivelato. Parecchi hanno gettato la spugna, fra gli apostoli stessi si sta delineando il tradimento di Giuda e Gesù, lungi dall’ammorbidire il tono, affronta anche i più intimi a muso duro: “Volete andarvene anche voi?”. Massima libertà di scelta, dunque, ma tenendo conto che “la chiamata” è un dono ricevuto, che la fede non è una cosa che ci siamo costruiti e dimensionati in autonomia, per cui le condizioni non le dettiamo noi, ma il Padre stesso. Lo diceva un paio di domeniche fa Gesù: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato..”. Mirabile in questo contesto è allora la sintesi ruspante di Pietro, che non è che avesse capito più degli altri, ma non intendeva arrendersi alla sua incomprensione: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna..”. Ė un punto fermo non da poco il paletto che l’apostolo ha piantato, per lui, per la futura Chiesa, per tutti noi. Ė il perno su cui ruota ogni adesione e ogni conversione a Cristo, è il primato del Vangelo e della nostra fede su tutte, anche se a volte la coerenza non è il nostro forte: solo questo Messia, solo questo Maestro ha parole di vita eterna. Rinunciarvi vuol dire rimanere ipso facto delusi e disorientati. Di conseguenza lo sconforto la farebbe da padrone.
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Inserito il 16 Agosto 2015 alle ore 12:23 da Plinio Borghi
Presso i Maya e gli Aztechi i sacrifici umani non erano solo una ritualità, che noi non abbiamo esitato a definire macabra e truculenta, ma necessari alla sopravvivenza e a rinvigorire i popoli stessi. C’era infatti la credenza che, cibandosi del proprio simile, se ne acquisiva lo spirito e la forza. Addirittura nel gioco della pelota erano i vincenti ad essere sacrificati, perché il sacrificio costituiva per loro una sorta di premio. Non è facile condensare in poche righe la complessa struttura di queste società millenarie, ma ne ho accennato per mettere in evidenza come da sempre siamo consapevoli che c’è una simbiosi tra noi e quello che mangiamo, che si traduce palesemente nelle varie differenze della nostra conformazione fisica, da un continente all’altro come da un passato remoto al giorno d’oggi, e nella durata stessa della vita media. Tornando ai popoli cui si accennava, immaginarsi quanto fu facile nella fase di conversione far acquisire il concetto di un Figlio di Dio che si è sacrificato fino alla morte per la nostra salvezza, che il pane che lui portava era la sua carne per la vita del mondo, che “se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue non avrete in voi la vita”, che “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”, ecc. ecc.! Era più difficile non cadere noi in contraddizione cercando di dissuaderli dalle pratiche cui erano avvezzi. Certo che se noi abbiamo trovato una strada di fede per aderire a queste verità, per gli ebrei di allora non doveva essere così facile e il vangelo lo fa infatti notare. Non cadiamo però nella tentazione del pressappochismo relegando tutto il discorso che Gesù ci sta facendo in queste domeniche ad un livello meramente allegorico. Quando parla di carne e sangue, così è letteralmente, come cantiamo nell’inno “Pane della vita”: vero corpo e vera bevanda. Cibarsene comporta effettivamente un processo di simbiosi che ci deve trasformare e conformare e non tanto per questo corpo mortale o questa vita transitoria, bensì per quella eterna e definitiva; vuol dire credere che solo così e da subito Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, si insedia dentro di noi. Per il momento, se siamo in difficoltà, guardiamo a Maria già assunta al banchetto celeste, proprio per mostrarci il certificato di garanzia della prospettiva che ci attende.
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Inserito il 9 Agosto 2015 alle ore 12:06 da Plinio Borghi
Il cibo non va mai sprecato: è un sacrosanto principio al quale siamo stati abituati fin dall’infanzia e che si traduceva nel raccogliere dalla tavola anche il più piccolo tozzo di pane; non solo per una questione di povertà, ma, specie nel mondo contadino, per il riutilizzo di ogni risorsa residua. Tale impostazione trae vigore dalla nostra cultura cristiana, se proprio Gesù, dopo il miracolo dei pani e dei pesci, fa raccogliere gli avanzi e l’evangelista si premura di annotare che se ne riempirono dodici canestri. Immaginarsi quanto mi si apre il cuore nell’assistere a certe scene ad opera degli scampati da guerre, fame e persecuzioni nei loro Paesi! Delle due l’una: o è una loro iniziativa, nel qual caso dovrebbero perdere ipso facto lo status di rifugiati ed essere rispediti da dove sono venuti, o lo è di qualcuno dei “nostri” fomentatori di professione, che fornisce loro tanto di cartelli scritti in perfetto italiano. In questa seconda ipotesi vanno individuati questi incolti patrioti e, come si faceva un tempo, rinchiusi per un buon periodo a pane e acqua. Più modernamente, si mettano gli uni e gli altri a coltivar patate in una delle tante isole deserte di cui non difettiamo. Per coerenza e tornando al filo conduttore di queste domeniche, quale fine pensiamo ci sia riservata se rifiutassimo il Pane della Vita che il Messia è venuto a portarci? Sembra una domanda retorica; invece merita di essere valutata, perché Dio è buono, infinitamente buono, ma non “tre volte bon”, come diciamo noi alla veneta. Provate a prendere il Salmo Responsoriale “Gustate e vedete come è buono il Signore”, leggetelo come la negativa di una foto e già abbiamo una prima risposta a suddetta domanda. Un altro spaccato dal Vangelo: “I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti”, “volete fare la stessa fine?”, sembra dire Gesù. Attenti, però: accostarsi al Pane disceso dal cielo è selettivo, non è un’abbuffata o un modo passivo per mettersi al riparo. La parte finale della Sequenza della festa del Corpus Domini si concludeva con le parole: “Ecce Panis Angelorum, factus cibus viatorum, vere panis filiorum, non mittendus canibus” (Ecco il Pane degli Angeli, fattosi cibo dei pellegrini, vero pane dei figli, da non dare in pasto ai cani). Quest’ultima frase, oggi, forse per ragioni animaliste (?!), è tradotta “non dev’essere gettato”, ma è forte l’originaria versione, anche perché non penso che, nella fattispecie, per “cani” si intendessero i nostri simpatici animali domestici. C’è ben da meditare.
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Inserito il 2 Agosto 2015 alle ore 12:05 da Plinio Borghi
Anche noi come i gatti randagi: metti loro un piatto con un po’ di cibo e te li ritroverai ogni giorno alla stessa ora a miagolare e fare le fusa davanti alla tua porta. Per soddisfare i nostri bisogni primari, la fame in primis, come dicevamo domenica scorsa, siamo pronti a rinunciare anche al nostro orgoglio e ad inseguire e a servire chi ce la fa passare. Gli ebrei della prima lettura ne sono esempio lampante: piuttosto che vivere liberi e affamati nel deserto avrebbero preferito morire da prigionieri del faraone, davanti ad una fumante pentola di carne. Ma Dio ha un progetto su di loro e decide di rifocillarli con manna e quaglie. Anche Gesù, quando ha preso pani e pesci moltiplicandoli, sapeva che quella gente lo avrebbe inseguito. Ed è di oggi la stoccata: “In verità, in verità vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Ci ha ben sgamati il Maestro ed era ovvio, ma, come si diceva l’altra volta, aveva uno scopo primario e ineludibile e cioè presentare un cibo che sazia per sempre: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà”. Sostanzialmente in questo capitolo di Giovanni si definisce il senso dell’Eucaristia, che l’evangelista, unico dei quattro, non proporrà nell’ultima cena: assimilare e condividere la Parola del Cristo (l’Inviato da Dio, “via, verità e vita”, come lui stesso si definisce) riassume sia la Comunione che la missionarietà cui siamo chiamati. Solo attraverso la piena comprensione e diffusione della buona novella, infatti, si perpetua la vera presenza del Messia in mezzo a noi, fino a che il messaggio non avrà raggiunto tutti i confini della terra e allora Egli tornerà nella sua Gloria per dichiarare compiuta la missione affidatagli dal Padre. Con questo taglio di visuale ha senso continuare a far memoria del pane spezzato e del vino, sangue versato per la nuova ed eterna alleanza. Altrimenti tutto si ridurrebbe ad una mera ritualità che rasenta la stregoneria ed accostarsi all’altare per ricevere l’Ostia consacrata una cerimonia vuota di significato. Lo chiarisce Gesù stesso, a conclusione del brano di oggi, con parole scolpite e che gli saranno poi imputate negativamente dagli scettici Giudei: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!”.
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Inserito il 26 Luglio 2015 alle ore 12:22 da Plinio Borghi
La fame è una brutta bestia, certo, su questo non c’è dubbio e il fatto che stia falcidiando ancora milioni di persone al mondo, soprattutto bambini, la rende tutt’oggi il peggior nemico da combattere. Scendendo dai massimi sistemi e guardando in casa nostra, constatiamo appunto che l’intervento assistenziale di primo livello è proprio quello di fornire cibo e di seguito vestiario, medicine, alloggio e così via; tanto vale anche per la ventata di immigrati che in questo periodo stanno agitando il nostro Paese e il Nord Est in particolare. L’altro giorno leggevo che ad Eraclea, pur col subbuglio che si riscontra, un barista, impietosito da un giovane di colore che sembrava affamato, gli ha comunque servito un cappuccino e una brioche gratis. Sarà stata fame vera o capacità di finzione? Non importa, fatto sta che rimane un’ottima leva per ottenere un minimo di attenzione; per il resto gli “addetti ai lavori” sapranno regolarsi in merito, tenuto conto che spesso (lo ricordo bene quando dovevo interessarmene per lavoro) i veri bisognosi tendono a nascondersi e non ad ostentare, quindi vanno scovati. Ciò premesso, notiamo che anche nel Vangelo fa sovente capolino l’aspetto della fame, come oggi: poteva la grande umanità di Gesù disattendere il richiamo di quella enorme folla che lo stava seguendo da un pezzo e che, gli fanno notare, cominciava a sentire lo stomaco che reclamava? Oh, se li avesse mandati tutti a casa, non c’era rischio che alcuno soccombesse, ma dare una risposta a questo bisogno primario avrebbe rafforzato la credibilità della sua azione e domenica prossima avremo l’occasione di vedere perché. Infatti anche Giovanni, descrivendo gli eventi, sottolinea che “sapeva quello che stava per compiere” e quindi tutta la manfrina con Andrea e il ragazzo con i cinque pani e i due pesci serviva ad introdurre il miracolo più eclatante e conosciuto. Un fatto analogo, pur in sedicesima, succede pure con Eliseo nella prima lettura e anche in questo caso il duplice scopo era di dimostrare sia l’attenzione di Dio per il suo popolo sia la sua potenza. Per quanto ci riguarda, intanto, il nostro compito non è quello di “analizzare la casistica” per assumere gli atteggiamenti più consoni. La direttiva comportamentale ce la dà proprio San Paolo nella seconda lettura: “Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni dolcezza e magnanimità…”. Tutto il resto è specioso.
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Inserito il 19 Luglio 2015 alle ore 12:31 da Plinio Borghi
L’attrazione di Papa Francesco su tutti, non solo appartenenti alla Chiesa cattolica, è innegabile e lo dimostrano i continui riferimenti che gli sono rivolti da ogni direzione. È la dimostrazione che è il Pastore di cui avevamo bisogno, da un verso per rispondere ad ansie e aspettative dei fedeli e dall’altro per ridare al cristianesimo lo smalto di credibilità che lo ha reso elemento fondante e caratterizzante di questa società. Le scene cui abbiamo assistito durante il viaggio del Pontefice in America latina sembrano collimare con quanto il vangelo di oggi ci racconta: una folla che non ne vuol sapere di dare tregua al Maestro, nemmeno quando avrebbe bisogno di appartarsi un po’ con i suoi discepoli, stanchi e reduci dalla missione loro affidata. E Gesù, ancora una volta, ha compassione di quella folla, perché “erano come pecore che non hanno pastore”. Purtroppo, da che mondo è mondo, coloro che si sentono deputati a guidarci fuori dalle secche nascono come i funghi e il più delle volte non è proprio il nostro bene quello che sta loro a cuore. L’ovvia conseguenza è che il popolo finisce per non sentirsi più rappresentato e non sa più dove sbattere la testa. La gente ha bisogno di punti di riferimento, sia in campo amico che in campo avverso: gli uni per sostenerla nel raggiungimento degli obiettivi, gli altri per avere un nemico o un concorrente ben identificato. Quando in entrambi i campi si manifesta solo incertezza, incapacità e confusione di ruoli, prevalgono il disorientamento e la sfiducia. Il pensiero esemplificativo, in questo momento, va alla Grecia e ai suoi cittadini: tutte le vicende che l’hanno stravolta in questi ultimi anni non hanno fatto che incrementare il buio totale su qualsiasi tipo di prospettiva. Le elezioni che si sono susseguite a tamburo battente si sono rivelate inconcludenti, nessuno riesce più a riscuotere un minimo di fiducia incondizionata, la disperazione serpeggia ovunque. Apparisse qualcuno che riuscisse a fornire prospettive concrete e a parlare toccando il loro cuore, lo seguirebbero in capo al mondo e a qualsiasi costo! È una comunità alla deriva, che avrebbe bisogno accadesse quello che Dio promette nella prima lettura, dal libro di Geremia. A noi, a fronte di siffatto sbandamento, spetta come minimo di provare, come Gesù, tanta compassione e solidarietà, sperando che sorga chi possa infondere fiducia, orgoglio, determinazione e senso del sacrificio.
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Inserito il 12 Luglio 2015 alle ore 12:19 da Plinio Borghi
Sono piuttosto sconcertato nel mettere a confronto le nostre partenze con le direttive che Gesù, come riferisce il vangelo di oggi, impartisce ai suoi. Specialmente in questo periodo di grandi manovre per le vacanze, vedi transitare automobili riempite di tutto, dentro e fuori, e magari con traino di carrelli, roulotte e quant’altro. Sarei spinto a chiedere per quanti giorni dovrebbe servire tutta quella roba! So per esperienza personale che, nemmeno se ti sforzi, arrivi ad usarne la metà, ma il timore di non avere appresso qualcosa che poi ti potrebbe servire è troppo forte, per cui ogni partenza si trasforma in un mezzo trasloco. L’unico deterrente, a volte, diventa l’aereo, che ti impone limiti di peso, pena rincari salatissimi per ogni chilo in più; ma anche qui tenti il massimo, non un grammo di meno, giostrando la distribuzione tra il bagaglio spedito e quello a mano, nel peso del quale tenti disperatamente di far escludere dal novero macchina fotografica, telecamera, obiettivi, ricambi, magari anche il treppiede.. E allora, perché il Maestro invia quei poveri discepoli inibendo loro una seconda tunica, un po’ di pane, una sacca e addirittura un po’ di denaro per fornirsi strada facendo di quel che serve? Era sottinteso che dovessero vivere “a scrocco”? Evidentemente il loro bagaglio era dentro di loro, era tutto ciò che avevano appreso e che ora si accingevano a trasmettere, era la buona novella, erano le guarigioni che avrebbero avuto il potere di compiere, era la fede che avrebbero profetizzato. In cambio potevano tirare avanti di carità e ospitalità, ma senza adagiarvisi: quand’era ora dovevano proseguire senza indugi. Sapremmo fare altrettanto? Mah! Eppure anche noi siamo chiamati a fare i “profeti”, che, stando al senso etimologico del termine, vuol dire solo dare il buon esempio affinché gli altri ne vengano stimolati, come è successo all’Amos descritto nella prima lettura, al quale, semplice pastore, il Signore disse: “Va’, profetizza al mio popolo Israele”. Altrimenti, se non partecipato, il nostro patrimonio interiore non serve e si inaridisce. Una cosa non ho capito: se tutti i profeti hanno sempre agito singolarmente, Giovanni Battista e Messia compresi, perché Gesù li invia a due a due? Una risposta plausibile potrebbe essere il senso dell’umiltà e quindi del reciproco sostegno, in attesa di avere come compagno lo Spirito Santo, che consentirà loro di essere più autonomi, come dopo in effetti avverrà. Qualche biblista o esegeta me ne dia conferma e gliene sarò grato.
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Inserito il 5 Luglio 2015 alle ore 12:16 da Plinio Borghi
La riforma della scuola è in dirittura d’arrivo, dopo un percorso come al solito controverso e turbolento. D’altronde, se da un lato la Scuola rappresenta la cosa più importante per uno Stato che voglia garantirsi un futuro, dall’altro questa consapevolezza genera aspettative, prerogative e mire da parte di tutte le componenti della società: allievi in primis, con famiglie al seguito, insegnanti, imprenditori, movimenti religiosi e privati e via dicendo, senza trascurare le attività collaterali che un settore del genere incentiva, edilizia scolastica ed editoria per dirne un paio di consistenti. Naturalmente ognuno guarda le cose con un’ottica del tutto peculiare e, ahimè, troppo spesso soggettiva, che rischia di trascurare l’oggetto primario di tanta attenzione: l’allievo e la sua formazione. A dipanare tutto questo guazzabuglio non contribuiscono certo gli insegnanti, che hanno sempre annoverato più sindacati loro che tutte le altre categorie messe assieme, non s’è mai capito se per l’eccesso di autonomia professionale o per l’alto livello medio dei titolo di studio, elementi che li rendono meno disposti a farsi rappresentare, figurarsi poi a farsi controllare o governare! A riprova, Il fenomeno ha investito pure altri settori, a mano a mano che l’acculturamento cresceva. Anche i moderni genitori, per la stessa ragione, hanno ben pensato di affrancarsi dalla deferenza e dal rispetto dovuti un tempo al ruolo dei maestri e si son messi ad interferire con una certa aggressività, provocando nella migliore delle ipotesi un ulteriore arroccamento della categoria docente. Urge darsi una mossa, seguita da una ridimensionata generale. Il Vangelo (ma va!?) dimostra a tutti che nessuno si sta inventando qualcosa di nuovo e a riprova, proprio oggi, riferisce in quale considerazione il Maestro per eccellenza fosse tenuto dai suoi conterranei (“Non è costui il falegname, il figlio di Maria..? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”), malgrado la correttezza e la profondità del suo insegnamento. A Gesù, che non aveva alcun sindacato cui rivolgersi, non è rimasto che concludere con una frase, da allora famosa: “Nessuno è profeta in patria” e continuare altrove la sua opera. A noi non mancano i mezzi coi quali cimentarsi per dare qualche giusta percossa alla nostra superbia, come ci invita a fare San Paolo, utilizzabili assieme alla preghiera, alla tolleranza e alla disponibilità ad un confronto serio e oggettivo. Altrimenti non lagniamoci se poi ci calano le decisioni dall’alto, magari con qualche botta di voto di fiducia.
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