Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Gli strali di don Armando…

Inserito il 28 Settembre 2014 alle ore 12:24 da Plinio Borghi

Gli strali di don Armando verso baciabanchi e bigotti e, di contro, la promozione di chi invece compie opere meritevoli, pur non essendo tanto allineato nella fede, mi hanno sempre messo in crisi, quanto meno perché, da credente e praticante, ti viene spontaneo chiederti se sei anche coerente e se quello che fai è abbastanza. Qua non sono in gioco i massimi sistemi e cioè se noi apparteniamo o meno alla schiera di quelli posseduti dalla Chiesa, ma non da Dio, o viceversa, bensì il nostro modo di vivere il quotidiano, se facciamo andare il motore a pieno regime e acceleriamo, secondo le nostre possibilità, o lo teniamo al minimo, accontentandoci di gesti formali. Nel Vangelo di oggi Gesù interpella in merito proprio i responsabili della legge, i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, coloro che insegnano agli altri come comportarsi e di norma dovrebbero dare l’esempio, e li provoca con la parabola del padre che chiede ai due figli di andare a lavorare nella vigna: uno dice prontamente di sì, ma poi non ci va, e l’altro risponde di no, ma poi ci va. Segue la classica domanda retorica quanto provocatoria: “Chi dei due ha fatto la volontà del padre?” per concludere che “pubblicani e prostitute vi passeranno avanti nel regno di Dio”. Ennesimo momento di crisi! Ma perché? È forse escluso che ci sia chi dice di sì e poi va effettivamente a lavorare? Si deve per forza essere dei convertiti, delle pecorelle smarrite, dei figliuoli prodighi per ottenere misericordia e attenzione? In queste domande risuonano un po’ le lagnanze dei lavoratori di domenica scorsa, pagati per tutta la giornata come quelli assunti l’ultima ora e convengo che la provocazione di Gesù è molto più sottile di quanto non sembri: i credenti, i giusti, hanno molte più chance di compiere del bene e di salvarsi, purché sappiano sfruttare il vantaggio, senza pigrizia o sussiego o precoce senso di appagamento, abbiano l’umiltà di ascoltare la Parola, di adeguarvisi e di incrementare la propria fede. Così facendo, non saranno mai superati da qualcuno che viene dopo. Diversamente… correranno il rischio di aver già ricevuto la loro ricompensa e, al momento opportuno, toccherà agli altri. Dice infatti oggi San Paolo: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso”. Il resto del brano ci indica come seguire il Maestro ed è pura poesia e catechesi: vale la pena di rileggerlo, con calma.

La garanzia del lavoro…

Inserito il 21 Settembre 2014 alle ore 12:15 da Plinio Borghi

La garanzia del lavoro (non a caso elemento fondante della nostra Repubblica) è base essenziale di qualsivoglia equilibrio sociale e di conseguenza metro di misura del benessere e del progresso economico. Infatti, la crisi che da anni stiamo attraversando si traduce inesorabilmente nella riduzione degli spazi di lavoro e nell’aumento della disoccupazione. Anche la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) non fa che ripetere quanto sia primario il problema e sollecitare in tal direzione ogni sforzo riformativo. Non credo peraltro che ci siano stati tempi o luoghi in cui la realtà fosse diversa, anzi, spesso si è rallentato il progresso, se questo comportava sacrificio di posti di lavoro (la Cina è uno degli esempi più lampanti). Fanno eccezione poche e marginali situazioni, dove la ricchezza “sgorga” da sotto i piedi, ma in questi rari casi lo sfruttamento è comunque affidato all’attività di terzi. Altra questione invece è come il lavoro venga distribuito, organizzato e alla fine ricompensato: qui il ventaglio si apre alquanto, nascono le differenze imprenditoriali e sociali e le tensioni che ne derivano, arrivando a giustificare in particolare il ruolo del sindacato. Nessuna meraviglia allora se anche il vangelo, molto attento alle questioni ordinarie del vivere, dedica alcuni spaccati all’argomento, dei quali quello odierno è uno dei più noti e controversi. E’ la parabola del padrone della vigna, che arruola in vari momenti della giornata operai e che alla fine compensa tutti allo stesso modo, cosa che ha innervosito allora e che fa venire i crampi allo stomaco ancor oggi. A prescindere dal risvolto religioso, che punta l’attenzione alla similitudine col Regno dei cieli, alla Misericordia divina e al metro di Dio che non è il nostro, per cui gli ultimi saranno primi e i primi ultimi, come conclude la pericope in esame, rimane il risvolto umano e sociale dato dalla premessa: conta di più il compenso o la garanzia del lavoro? Quante volte s’è sacrificato un maggior guadagno alla sicurezza del posto? Ci da più prospettive di investimento di vita una proiezione a lungo termine o una rendita più alta, ma poco duratura? Sembrano domande retoriche, che spesso però smentiamo con i nostri atteggiamenti che non guardano più in là di un palmo dal naso. Riflettiamoci una volta tanto liberi dalle pastoie imprenditoriali e sindacali e con un occhio di riguardo a Chi se ne intende.

Esaltarsi della Croce…

Inserito il 14 Settembre 2014 alle ore 12:22 da Plinio Borghi

Esaltarsi della Croce non sarebbe proprio il top, dal punto di vista umano. Malgrado che anche Gesù ci abbia assicurato, non più di qualche settimana fa, che il suo giogo è dolce e leggero, noi siamo abituati a pensare alla croce come a un peso da sopportare e quando siamo obbligati a subire qualcosa o qualcuno che è una disgrazia usiamo esclamare: “El xe proprio ‘na crose!”. Invece, da cristiani, dobbiamo introiettare il concetto che dalla Croce è dipesa e dipende la nostra salvezza. “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”, dirà Gesù a Gerusalemme e oggi, in sintonia con la prima lettura, afferma: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo”. E così è stato, il Cristo crocifisso è diventato il nostro “Vessillo regale”, cui guardare se vogliamo ottenere la salvezza. Per questo il crocifisso ha assunto nella nostra cultura una forte carica simbolica e iconografica, in quanto segno ineguagliabile di un Dio che “non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso .. diventando simile agli uomini.. e facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”, come dice San Paolo. Con grande costernazione di chi, non riconoscendolo, ha comunque capito che il messaggio è troppo forte e perciò se l’è presa prima con lui, quindi con i seguaci, poi con i cristiani, con la Chiesa e infine con i crocifissi appesi ai muri. Ancora si scatenano persecuzioni e repressioni contro chi professa questo messaggio di salvezza ed i martiri (Iraq, Siria, Nigeria, Turchia, Cina, ecc.) non si contano più. E’ evidente che simili e inqualificabili atteggiamenti non sono che segni di debolezza, oltre che di profonda ignoranza. Sarebbe un peccato che noi non ce ne facessimo carico e non riprendessimo a dare un po’ più di smalto ad una fede spesso assopita, a volte pavida, talora relegata a pura formalità. C’è un motivo conduttore nella Via Crucis, che ripetiamo a tutte le stazioni ed è ripreso anche nella liturgia odierna al Canto al Vangelo, che dice: “Ti benediciamo o Cristo, perché con la tua croce hai redento il mondo”. Una sintesi efficace che ci impegna: non c’è redenzione solo per noi, ma per tutto il mondo ed è compito nostro farlo capire a chi non ci è ancora arrivato. Maria addolorata, che festeggiamo domani, ci sia d’aiuto e una di queste sere, se abbiamo due minuti, diamo una letta all’Inno alla Croce previsto dai Vesperi odierni: è bello e ci farà bene.

La maglietta rovescia…

Inserito il 7 Settembre 2014 alle ore 12:03 da Plinio Borghi

La maglietta rovescia. Durante una gita, mentre stavamo attendendo l’inizio della Messa, una nostra amica si accorge che una delle partecipanti, che si era tolta nel frattempo la giacca, aveva indossato la maglietta alla rovescia (etichetta e prezzo erano in bella vista sul collo) e glielo fa gentilmente notare. Di rimando questa si gira e le risponde che va bene così: è fatta apposta. L’amica se la mette via e si zittisce. Più tardi, al ristorante, l’altra entra con la maglietta diritta e manco si sogna di dare atto o ringraziare. E si trattava solo di una maglietta, figurarsi se fosse stato qualcosa di più serio o impegnativo! Ha un bel dire Gesù nel Vangelo di come correggere il fratello che sbaglia! Tuttavia il Maestro sa come vanno le cose, tanto che, esperiti inutilmente tutti i tentativi di recupero, dice: “(Quello) sia per te come il pagano e il pubblicano”. Il che non significa che cessi di essere prossimo comunque e come tale vada amato, ma che si è autoescluso dalla comunità. Anche la prima lettura, dal libro di Ezechiele, viaggia sullo stesso tono: ti verrà chiesto conto della morte del malvagio, se tu non avrai fatto nulla per redimerlo. Stavolta è allineato anche San Paolo che conclude: “Pienezza della legge infatti è la carità”. Guarda caso, tutto l’impianto della liturgia odierna è in sintonia sia con il pellegrinaggio che la Parrocchia ha intrapreso questa settimana (banco di prova della tolleranza, dell’aiuto reciproco, della pazienza con gli altri, ecc. ecc.) sia con la presa di posizione del nostro parroco su “lettera aperta” di domenica scorsa, la quale, data la pregnanza dell’argomento, è assurta poi all’attenzione della stampa fino a livello nazionale. La carità non è l’elemosina elargita per lavarsi un po’ la coscienza (e magari col recondito desiderio di essere lasciati in pace), ma è qualcosa di impegnativo e di educativo. Chi ne è oggetto ha l’obbligo di non estraniarsi dalla comunità rifiutandone regole e principi, primo fra i quali, per noi, il Vangelo. Non ho mai letto che Gesù abbia posto mano al portafoglio (forse la sua tunica era anche senza tasche!), anzi, al diseredato che gli chiedeva aiuto, prima di tutto perdonava i peccati. Attenti alla conclusione del vangelo: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”. Ne consegue che comunque ci muoviamo Lui è con noi, se lo facciamo nel suo nome, cioè sul suo esempio.

Il pellegrinaggio in terra ligure…

Inserito il 31 Agosto 2014 alle ore 11:59 da Plinio Borghi

Il pellegrinaggio in terra ligure, che la nostra comunità inizierà domani, mi richiama come ogni anno la peculiare condizione del nostro passaggio in questo mondo: siamo tutti pellegrini e fede vuole che per raggiungere la meta dobbiamo sostenere il cammino nutrendoci di tutto quello che abbiamo a disposizione, dal divertimento alla cultura, dalla condivisione alla carità e così via. Sono i principi che presiedono da sempre all’organizzazione di questa bella esperienza ed è per ciò che essa non riguarda solo i partecipanti, ma coinvolge tutta la parrocchia. Così è o dovrebbe essere anche per le altre attività che di volta in volta mettiamo in cantiere, il cui risultato deve costituire un patrimonio per tutti. Infatti, ogni volta lo scambio di preghiere tra chi partecipa e chi resta è prassi e viene sollecitato, perché non venga mai meno la sintonia, elemento indispensabile perché ogni comunità, dalla più piccola (la famiglia) alla più ampia, possa definirsi tale. Chi non condivide questa logica, chi tende a chiudersi in se stesso o t’incentiva a godere delle cose effimere della vita, improntandola all’usa e getta, va tenuto alla larga alla pari del diavolo tentatore, perché non investe secondo il disegno del Creatore. Lo afferma proprio oggi il nostro compagno di strada più autorevole, Gesù stesso, che ha scelto di camminare con noi e di vivere la nostra esperienza appieno e fino in fondo per mostrarci come ci si attrezza, qual è la meta cui tendere e le difficoltà che dobbiamo superare per farcela, morte inclusa. E a chi parla il Maestro? Sempre al buon Pietro, che spontaneamente vorrebbe evitargli la sorte prevista dal Padre, e lo apostrofa addirittura come “Satana”, invitandolo a togliersi dal suo cammino perché gli è d’inciampo. Naturalmente una delle “attrezzature” di cui dobbiamo dotarci per compiere un cammino di fede e perseguire la salvezza è proprio la croce, intesa come fatica del vivere quotidiano, ma anche gioia per quello che ci viene riservato, già in questa fase, ma soprattutto in quella successiva. Non è una croce pesante. Ce l’ha detto Gesù pure qualche domenica fa: il suo giogo è dolce e leggero. Egli stesso la sua Croce l’ha persino abbracciata quando è giunta l’ora. Ma come tutte le cose bisogna saperla portare nel modo giusto, altrimenti peserà, eccome!, e lo sforzo sarà vano. Con questo spirito, ci auguriamo un buon pellegrinaggio.

Mostrare i muscoli…

Inserito il 24 Agosto 2014 alle ore 12:56 da Plinio Borghi

Mostrare i muscoli è una tendenza innata nel mondo animale e chi si informa anche episodicamente sul comportamento di taluni esemplari non può che darne atto, soprattutto con riferimento alla stagione degli amori o alla scalata per la guida del branco. In tutti è un fatto istintivo, presieduto dall’interesse primario della tutela e della continuità della specie. Noi umani non facciamo eccezione a questa pulsione, che dovremmo tuttavia temperare con l’uso della ragione della quale siamo dotati, anche perché avremmo ben altri mezzi di salvaguardia e lo scontro non aiuta la continuità della specie, ma contribuisce semmai a distruggerla. Tuttavia, a guardarci attorno e senza rinvangare la storia, non sembra proprio che facciamo tanto buon uso di questa grande differenza di cui ci vantiamo, né fra di noi né in definitiva verso la natura stessa, la quale continua invece (e invano) ad insegnarci tante cose utili. Non passa giorno, infatti, che non giunga notizia di sfide (la questione Russia e Ucraina, Israele e Palestinesi, ecc.), minacce reciproche (es. embarghi e conseguenti ritorsioni) e aggressioni a sfondo politico-religioso come quella in atto in Iraq e in Nigeria, senza contare i moti di guerra civile interni ai singoli paesi. Sanno tutti, vuoi per ragioni storiche, vuoi per evoluzione culturale e non da ultimo per i livelli raggiunti dalla tecnologia, che ci aggiornano in contemporanea su tutto quanto sta accadendo nel mondo, che gli scontri di qualsiasi natura sono perfettamente inutili, però poi si cede alla provocazione non appena qualcuno mostra per primo i muscoli. Se fossimo altrettanto solerti nel manifestare la nostra fede nei suoi reali aspetti, neutralizzeremmo molte più provocazioni e demoliremmo molti più avversari e sopraffazioni. Ma tant’è, anche il non far un uso corretto dei doni che abbiamo ricevuto è un po’ innato nel genere umano. Da tutte e tre le letture della liturgia di oggi ci arrivano segnali in tal senso e in particolare nel vangelo all’irruente e buon Pietro, che ci consegna una lezione di fede, Gesù cosa risponde? “Beato sei tu, perché né la carne né il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. Ecco il riscontro del dono da anteporre ai nostri istinti! Lo conferma ancora Gesù un attimo dopo: “Su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Ogni altra base e ogni diverso fondamento provocheranno il crollo di tutto quello che noi pensiamo di costruirci sopra.

L’estate che non c’è…

Inserito il 17 Agosto 2014 alle ore 12:15 da Plinio Borghi

L’estate che non c’è può farci mancare tutto, ma non il ferragosto e con esso la festa dell’Assunzione di Maria in cielo, una di quelle che mi sono più care per due aspetti: l’uno per essere il giusto epilogo di un rapporto d’amore che non poteva esaurirsi in un normale processo umano; l’altro perché il fatto è foriero di prospettive analoghe anche per noi. Se poi ci addentriamo nella relativa liturgia, scopriamo tutti gli elementi che hanno reso Maria protagonista di questo fenomeno e che si riassumono nella “disponibilità” a farsi strumento di un piano sconvolgente che non ha pari. L’attualità quest’anno ha fatto precedere la feria d’agosto con il tormentone verso il primo passo di una riforma costituzionale, quasi a voler sottolineare che anche nel nostro piccolo non possiamo aspirare a livelli decenti se non ci rendiamo disponibili ad un totale sconvolgimento dello status quo. Certo, lo spettacolo che ci è stato propinato non ha nulla a che vedere con l’apertura e l’umiltà adottate dalla Madonna, anzi, lo squallore con cui si è imbrattata la democrazia lascia presagire un seguito poco edificante, ma speriamo che un pizzico di illuminazione si faccia strada in chi crede di rappresentarci in quel modo. C’è un concetto che deve conformare la vita di tutti: non ci si dà a piccole dosi, centellinando l’attenzione all’interesse collettivo in funzione di ben più preponderanti interessi personali o di parte. Se la fanciulla di Nazareth avesse agito così, ce la staremmo ancora sognando la Salvezza! E che Gesù pretenda il massimo, fino all’annullamento di noi stessi per la causa, lo dimostra anche la liturgia di questa domenica, dove assistiamo in apparenza ad un Maestro di una scortesia quasi fastidiosa verso una povera cananea che perora la causa della guarigione della figlia. Perfino gli apostoli, con aria da sufficienza, lo implorano di esaudirla, pur di togliersela dai piedi. Ma Gesù continua nella provocazione finché non ottiene dalla donna una totale negazione di sè, tale da configurarsi col ruolo del cagnolino che raccoglie le briciole dal tavolo del padrone. “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”, è stata la logica conclusione del Messia, ansioso di esternare la sua misericordia, che è per tutti, come ci dice oggi anche San Paolo. Ma che non si accende se dall’altra parte c’è riserva mentale, grettezza o, peggio, inganno.

L’essere sbruffoni…

Inserito il 10 Agosto 2014 alle ore 12:34 da Plinio Borghi

L’essere sbruffoni è veramente l’aspetto più comico della nostra personalità, specie se poi l’atteggiamento finisce per cozzare contro una realtà che ci sbugiarda e ci costringe a ridimensionarci. Mi diverto spesso ad osservare la sicumera e la teatralità che caratterizza certi venditori (e la televisione è ricca di queste tipiche figure, che un tempo imperversavano nelle piazze dei paesi), non solo, la scena si ripete con taluni pubblici funzionari, con esperti di ogni genere pronti a metterci la faccia in quello che sentenziano e così via. Non parliamo poi di chi pratica sport e competizioni, specie se pericolosi (il pericolo è il mio mestiere!), ma non si può sottrarre alcuno se l’argomento è il calcio o la politica: lì si pontifica alla grande e con la certezza di avere la verità in tasca. Tralascio la spudoratezza di politici e sindacalisti, perché andremmo come il solito a finire sul patetico. Ciò che da comico ci fa scivolare sul tragico è invece il momento del dubbio, con conseguente caduta della maschera, e la facilità con la quale tendiamo ad aggrapparci ad ogni ancora di salvezza, religione compresa, magari snobbata fino a un momento prima. Proprio l’apostolo Pietro (e chi poteva essere altrimenti?) ci offre oggi uno spaccato di questa performance. Gesù, dopo il tentativo andato a vuoto di domenica scorsa, riesce finalmente ad appartarsi sul monte a pregare e dà appuntamento ai discepoli di là del mare di Galilea. Sennonché il maltempo li mette in difficoltà ed Egli corre in loro aiuto camminando sulle acque. Scambiato dapprima per un fantasma, si sente rivolgere da Pietro la famosa domanda, che già sottintende il dubbio: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Non è proprio un impeto di fede, ma, su sollecito del Maestro, ce la fa! Salvo che un improvviso colpo di vento e l’onda conseguente lo fanno vacillare e sprofonda. “Signore salvami!”. È il grido spontaneo e Gesù come lo apostrofa dopo avergli teso la mano? “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” Ecco, appunto. Se facessimo meno i gradassi e cercassimo di essere più veritieri, più noi stessi, con le debolezze e i limiti normali che ci troviamo, quanto meglio sarebbe? Il brano del Vangelo di oggi andrebbe capovolto: prima riconoscere in Gesù il figlio di Dio, poi chiedergli sempre di salvarci e infine lasciarci condurre per mano nella vita, con tutta la fede di cui siamo capaci, che, francamente non è poi molta né tale da consentirci da soli strane avventure.

La guerra è comunque stupida…

Inserito il 3 Agosto 2014 alle ore 11:49 da Plinio Borghi

La guerra è comunque stupida, perché legata intanto ai nostri istinti umani più belluini (intolleranza, aggressività, invidia – l’erba del vicino che è sempre più verde -, desiderio di sopraffazione) e quindi ad atteggiamenti infantili e, come in tutte le baruffe, non ci si ricorda più chi ha iniziato per primo e perché: è stato lui, no è stato prima lui, no lui mi ha provocato, no io la smetto se la smette anche lui.. e via di questo andazzo, dove metodi, morti e danni sono solo secondari. Poi qualcuno soccombe sempre, ma non se la mette via ed è sempre pronto col sasso in mano, convinto che la storia di Davide e Golia in quota parte gli appartenga. La diplomazia arriva sempre dopo, ma avrebbe più senso se fosse preventiva e servisse ad evitare i conflitti. Un padre Missionario, durante una Messa, ha riferito di una personale ricerca sui focolai di guerra in atto e non solo di quei due o tre che ci raccontano: sono 31! è chiaro che il problema della pace rimane un problema, checché si sbracci in proposito Papa Francesco, e tale rimarrà finché si propende ad adottare di più l’antico principio romano (si vis pacem, para bellum – se vuoi la pace prepara la guerra), così perpetuando una rincorsa agli armamenti che non avrà mai fine, piuttosto che far tesoro della storia e delle esperienze avviando una radicale inversione di tendenza. Ciò vale anche per le Organizzazioni cosiddette pacifiste, Pax Christi in testa, che si vedono più spesso dalla parte di chi sembra più debole, ma che invece dovrebbero operare a 360° con equità ed equilibrio, altrimenti finiscono per ottenere esattamente l’opposto. Qualcuno dirà: “Sull’attualità ci siamo, ma che ci azzecca tutto questo con la liturgia di oggi?”. Ebbene pure lì troviamo uno spunto per un diverso indirizzo comportamentale. Al Maestro, che ha finito di predicare, gli apostoli suggeriscono di congedare la folla perché è tardi e deve andare a mangiare. Logica ovvia. Ma Gesù replica: “Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare”. Sappiamo com’è andata ed il commento sarebbe lungo: è una pagina legata all’Eucarestia e alla Carità. Ma colgo l’aspetto conseguente a quanto si diceva e che è presente in tutto il Messaggio di salvezza: ribaltare la nostra logica. Se andiamo avanti a parlare ed agire con i soliti criteri, sarà tempo perso e le guerre continueranno come sempre.

C’è veramente da pensare…

Inserito il 27 Luglio 2014 alle ore 12:05 da Plinio Borghi

C’è veramente da pensare se osserviamo, nei brani del vangelo che si susseguono in queste domeniche, l’insistenza di Gesù sulle similitudini del Regno dei cieli e sulla questione delle cose ultime. E’ vero che siamo gente di dura cervice, tutti, apostoli compresi, ai quali fornisce poi delle spiegazioni delle quali nemmeno i bambini avrebbero bisogno, e fosse un altro a trattarci così, probabilmente proveremmo del risentimento. Tenuto conto che, dette una volta o dieci, le cose non cambiano poi tanto: il nostro cliché umano è tale che, chi più chi meno, finiamo per essere facilmente travolti più dalle cose allettanti della vita che dalle migliori prospettive dell’aldilà. Gesù lo sa bene e allora perché insistere? Prima con il seme che cade sui diversi tipi di terreno, poi con la zizzania e il grano buono, che alla fine verranno divisi per ben diverse destinazioni, oggi con i pesci buoni e quelli cattivi. Evidentemente la ragione è un’altra e cioè che a Dio sta così tanto a cuore la sorte dell’uomo che non lascia nulla di intentato per conquistarlo a sé e le prova tutte, fino alla fine e a costo di ripetersi. Ancora: il bene definitivo che ci promette è talmente grande e duraturo che non lo possiamo ottenere col minimo sforzo, ma dobbiamo dare il massimo. Ecco l’esempio che ci viene dall’uomo che trova un tesoro nel campo e aliena tutto ciò che possiede pur di comprare quel campo. Collegato al vangelo, c’è pure un messaggio che ci arriva dalla prima lettura ed entra in concreto nella nostra vita di tutti i giorni: Salomone che, interpellato da Dio perché chieda ciò che vuole, risponde che la cosa che gli preme di più è la saggezza nel governare il suo popolo. Quanti fra i nostri governanti avrebbero fornito analoga risposta? Quanti perseguono in primis obiettivi di capacità nel procurare il bene alla collettività, posponendo o, meglio, escludendo del tutto il tornaconto personale? Domande chiaramente retoriche e che sollevano appena qualche amaro sorrisino in tutti noi, specie in questo periodo, nel quale stiamo assistendo allo scempio di valori e di priorità nelle cose. Ci sarà spazio per recuperare? Spero di sì e auspico a questo punto che Gesù insista sull’argomento del vero tesoro che ci aspetta, finché qualcuno si decida a scardinare questo monolitismo di vedute. Il resto verrà da sé e sarà una valanga.

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