Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Il rapporto con lo straniero…

Inserito il 20 Agosto 2017 alle ore 11:07 da Plinio Borghi

Il rapporto con lo straniero ha sempre rappresentato un problema. A dirla tutta è un problema anche quello tra regioni diverse dello stesso Paese, vuoi per ragioni etniche o sociali, vuoi per ragioni storiche. Per questo secondo, tutto sommato, un certo equilibrio si riesce a imporre per legge, anche se, alla prima avvisaglia di scollamento, le conseguenze diventano dirompenti: i recenti esempi dell’ex Jugoslavia e dell’ex URSS ne sono la conferma. Per il primo invece c’è poco margine, nonostante tutti gli organismi internazionali che ci peritiamo di mettere in atto, e la questione non sta tanto a livello intercontinentale: basti vedere quali tensioni vengono percepite negli stessi Paesi europei, fra i quali serpeggia ancora l’eco dei motivi conflittuali che furono alla base della seconda guerra mondiale e ne vigono le relative conseguenze. Un paio di millenni fa le cose non erano tanto diverse e su di un fazzoletto di terra, che andava dall’attuale Israele ai dintorni, “convivevano” tribù fra le quali dire che correva buon sangue sarebbe puro eufemismo. Né sembra che i sacri testi tendessero a lenire certe intolleranze, anzi. Lo stesso Gesù, nel Vangelo di oggi, appare non solo indifferente al dolore della cananèa, ma addirittura sottolinea di essere venuto solo per le pecore della casa di Israele; usa addirittura una frase antipatica: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Risulterà chiaro che voleva soltanto mettere alla prova la fede di quella donna, perché conosciamo la valenza universale della lieta novella, tanto è vero che il mandato finale sarà poi quello di evangelizzare tutto il mondo e di ricondurre a Lui tutti i popoli della terra. Allora a che pro quell’atteggiamento? Penso che pure il Maestro doveva “subire” lo stato delle cose, senza passare per sovvertitore, se voleva veicolare il nuovo concetto di fratellanza. Fino a quel momento l’apertura allo straniero aveva i limiti che si leggono nella prima lettura: doveva convertirsi ed osservare le leggi del Signore, depositate presso il popolo eletto. Il guaio è che ancor oggi, dopo duemila anni di cristianesimo, interpretiamo l’apertura e l’accoglienza come si intendeva nel Vecchio Testamento, più che in ossequio al Nuovo. E San Paolo pare non aiutare molto, se sostiene che “Dio ha racchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti”. Ma forse è uno stimolo a darci una mossa e smettere una volta per tutte di crearci problemi col diverso.

Scommettere con Dio…

Inserito il 13 Agosto 2017 alle ore 10:41 da Plinio Borghi

Scommettere con Dio non è conveniente e men che meno provocarlo. Tralasciando la questione di Lucifero, ci ha provato all’inizio dei tempi Adamo e siamo ancora qui a pagarne le conseguenze; nel corso dei secoli le sacre scritture ci ricordano altri episodi finiti male, come, per dirne uno, quello della torre di Babele. Alla base di tutto sta l’eterna tentazione dell’uomo di scambiare la “somiglianza” per “eguaglianza”, vizietto che stiamo coltivando anche nell’era moderna, quando manovriamo la scienza fino a sostituirci al Creatore nell’essere arbitri della vita e della morte non solo nei confronti del creato (che Egli ci ha consegnato perché lo custodissimo), ma addirittura dell’uomo stesso. C’è poco da fare, è sempre in ballo lo spessore della fede che ci ritroviamo, che magari fosse almeno come il famoso granello di senapa: non ci sarebbero problemi di comportamento e potremmo spaccare il mondo! Oggi a darcene l’esempio c’è ancora Pietro, l’apostolo che più ci è affine, mediante la spavalda provocazione al Maestro che è in arrivo alla sua barca camminando sulle acque, con grande apprensione dei compagni che lo prendono per un fantasma: “Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque”. Conosciamo l’epilogo: è bastato un soffio di vento più forte per farlo vacillare. Per fortuna Dio ci conosce fin troppo bene e la sua riserva di misericordia è infinita, purché abbassiamo le ali e ristabiliamo le distanze. “Signore salvami!”, ha subito gridato il povero Pietro che stava affondando: non c’erano più dubbi su chi fosse quella sagoma. Questo episodio mi ha fatto tornare alla mente una significativa barzelletta che, visto che è ferragosto, vi voglio riproporre. Un tale si avvicina ad un crocchio di persone che assisteva ai continui lanci dal ventesimo piano del grattacielo di una persona che, giunta a terra, si fermava rimbalzando: plinnn, pilinn, plin.. Avvicinatosi al protagonista gliene chiede ragione. «Semplice – rispose questi – è solo questione di auto convincimento. Al momento del lancio scendi ripetendo a te stesso: “Io sono una palla” e, quando arrivi, ti fermi a piccoli balzi. Vieni con me e vedrai». I due salgono al ventesimo piano e il performer ripete l’operazione invitando l’altro a imitarlo. Questi si decide e si butta ripetendo, piano dopo piano, “io sono una palla, io sono una palla..”. Tuttavia, giunto al terzo piano lo assale un dubbio: “E se fossi un budino?” e subito dopo.. s-ciack. Ogni commento è superfluo.

La compassione va rispolverata…

Inserito il 6 Agosto 2017 alle ore 11:39 da Plinio Borghi

La compassione va rispolverata e riattualizzata, anche da chi è convinto d’averla sempre praticata. Perché? Per il semplice motivo che l’abitudine e i luoghi comuni sono una trappola, che è fin troppo facile confonderla con la pietà spicciola a senso unico, che si può incappare nell’inganno di pseudo soggetti passivi, che la gente non sempre afferra la qualità di attenzione che le riserviamo e in definitiva che noi non siamo Gesù Cristo, vero fautore di questa virtù, che siamo tenuti ad imitare, ma che non riusciremo mai ad eguagliare. Infatti, nel Vangelo sono diversi i momenti nei quali il nostro Maestro è mosso a compassione ed il noto brano in lettura oggi, relativo appunto alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, è uno di quelli. È un fatto importante, perché prefigura in qualche modo il grande dono dell’Eucaristia e ce ne sarebbe da dire su questo, ma preferisco fissarmi sulla molla che ha fatto scattare il miracolo e che da un lato manifesta il volto più vero di Dio Padre nei confronti dell’umanità, volto che abbiamo imparato a conoscere tramite il Figlio; dall’altro indica anche a noi il modo più genuino per vivere il rapporto con il prossimo: soffrire assieme a chi soffre, condividere i motivi della sofferenza, saper dare una risposta di effettiva compassione a chi non aspetta altro che un po’ di attenzione. Quando rifletto su ciò, fra le tante figure che mi vengono in mente emerge quella di Madre Teresa di Calcutta, che della compassione ha fatto la chiave di volta della sua vita. Tuttavia ha dovuto ben combattere, e anche all’interno della Chiesa, per poter realizzare appieno l’indirizzo del nostro Salvatore. Il che significa che troppo spesso non concepiamo un compatimento in modo ampio e risoluto, ma riflettiamo le imperfezioni che dicevo all’inizio, quando non lo riduciamo a mero atteggiamento, vuoto di impegno e di contenuti. Solo immergendosi nei problemi non si fa la figura dei babbei e si sfugge agli immancabili inganni cui accennavo. Anche il Messia ha sbugiardato più di qualche provocatore, ma non per questo ha limitato la sua compassione. La colletta di oggi è una sintesi perfetta del tema e vale ripercorrerla: “O Dio, che nella compassione del tuo Figlio verso i poveri e i sofferenti manifesti la tua bontà paterna, fa che il pane moltiplicato dalla tua Provvidenza sia spezzato nella carità, e la comunione ai tuoi santi misteri ci apra al dialogo e al servizio verso tutti gli uomini.” Ottimi paletti all’interno dei quali muoverci!

Go fato un afar!

Inserito il 30 Luglio 2017 alle ore 11:51 da Plinio Borghi

Go fato un afar! Quante volte nell’effettuare compravendite abbiamo pronunciato questa frase! D’altronde è nella logica della trattativa che, nel concluderla, entrambe le parti siano convinte d’aver fatto un affare. Il libero scambio è nato con l’uomo, anche se nel corso dei tempi ha assunto modi e forme diversi, tali da lasciare talvolta perplessi. Come m’è capitato di considerare durante un viaggio in Sud Africa, quando osservavo tutti spendere e spandere per acquistare dagli indigeni paccottiglia di loro produzione. Pensai tra me e me: «Nel passato fummo noi a conquistarli e a “barattare” il loro oro in cambio di perline di vetro e quant’altro. Oggi loro ci vendono quelle perline e noi gli diamo in cambio il nostro “oro”!». E quante volte ci capita di girare e mangiare chilometri per riuscire a trovare quel che ci serve ad un prezzo conveniente e poi ci accorgiamo o che lo vendevano a meno sotto casa o che, tra benzina e spuntini strada facendo, abbiamo annullato il vantaggio! Io ho lavorato per parecchio tempo nella zona mercato di Mestre (c’erano un tempo gli uffici dell’Anagrafe) e ne ho viste di scene simili, a tutto vantaggio degli esercizi pubblici del posto! Nel vangelo di oggi Gesù esalta la tendenza all’affare con un paio di esempi, mettendo però a fuoco l’enorme valore della posta in gioco: un tesoro nel campo e una perla preziosa, cose per le quali valeva la pena di vendere tutti i propri averi pur di entrarne in possesso. Come al solito non lo fa a caso: se i due hanno agito così per qualcosa di materiale, quanto più dovremmo farlo noi per ciò che è molto più prezioso e duraturo! È un invito a non sottovalutare le nostre disponibilità, purché indirizzate alla conquista di un bene superiore, conquista che passa già qui, ora, attraverso l’equa distribuzione e l’aiuto ai più diseredati (ricordiamo la vicenda del giovane ricco, in cerca di fare qualcosa di più per la vita eterna: va’, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri e poi seguimi). Che non succeda invece che, trascurandolo, svendiamo il bene superiore per andare alla conquista della nostra paccottiglia, come esemplificavo più sopra, il che sarebbe ridicolo. Vale la pena di comportarci come Salomone (prima lettura) e perorare dal Signore soprattutto tanta, tanta saggezza, per non incorrere nel terzo esempio portato da Gesù sul regno dei cieli, quello del pescatore che, tirata su una rete abbondante, raccoglie nel canestro i pesci buoni e getta via i cattivi.

Un’integrazione destinata a fallire…

Inserito il 23 Luglio 2017 alle ore 11:08 da Plinio Borghi

Un’integrazione destinata a fallire: potrebbe essere la sintesi della prima parabola raccontata da Gesù nel vangelo di oggi. Attualmente, in presenza di un numero elevato di sbarchi di profughi sulle nostre coste, i temi dell’accoglienza e dell’integrazione si stanno facendo sempre più problematici, tanto che, fatti i debiti distinguo sulle questioni di principio, sul piano pratico anche la Chiesa al suo interno si sta differenziando. Il punto debole della situazione sono proprio i non profughi, che approfittano del caos per avventurarsi verso un ipotetico futuro di vita migliore, intrufolarsi fra i diseredati con ogni mezzo (sostenuti anche da risorse in denaro) e gettare ombre sulle stesse attività di soccorso, che finiscono per essere sospettate come minimo di eccesso di zelo quando non anche di connivenza con gli speculatori di entrambe le sponde, categoria presente in ogni circostanza. Ecco i moderni nemici che si peritano di seminare zizzania nel campo di grano altrui. Che erba sia la zizzania a pochi di noi è dato di sapere, ma di che cosa sia diventata emblema lo sappiamo tutti. Al di là delle spiegazioni escatologiche della parabola esplicitate dallo stesso Gesù, resta il fatto che tentare di estirparla è molto difficoltoso e si rischia di compromettere anche la parte buona: il grano, che è l’accoglienza e l’integrazione. I figli del demonio (leggi trafficanti, scafisti, intrusi di vario tipo) non potranno mai integrarsi e prima o poi andranno smascherati e rigettati al loro destino, proprio come la zizzania. Ma noi non possiamo attendere inerti, e quindi ben venga ogni iniziativa progettuale che stronchi l’insano tentativo di gonfiare le fila dei veri profughi, sia essa la revisione del piano Triton e degli accordi che vi stanno a monte, oppure trovar modo di interagire con i Paesi di provenienza per migliorarvi le condizioni di vita ovvero e comunque mettere in atto disegni chiari e certi per un percorso di inserimento produttivo e interattivo di tutti quelli che sbarcano, prima che diventino dei girovaghi nulla facenti o, peggio, dei mantenuti. Così intanto neutralizzeremo gli speculatori, che sono il nemico che ha seminato la zizzania, e poi circoscriveremo la zizzania stessa, a meno che nel frattempo da erba matta (miracolo dei miracoli) non si sarà trasformata in un’erba salutare e perfettamente integrata. Difficile, basti vedere chi è candidato a sostituire il, si presume, defunto capo dell’Isis Al Baghdadi: un tunisino, cittadino francese da una vita!

Un bivio senza segnaletica…

Inserito il 16 Luglio 2017 alle ore 11:29 da Plinio Borghi

Un bivio senza segnaletica ingenera ipso facto il dubbio classico: da che parte andare? Su strada è una situazione pressoché superata, tali e tante sono le indicazioni fornite, sebbene talora siano così eccessive da richiedere uno sforzo interpretativo, che non sempre è possibile compiere al volo mentre si guida. I più attrezzati si affidano al navigatore satellitare; gli altri al massimo si fermano al primo distributore a chiedere ragguagli. In montagna, però, è tutt’altra faccenda e non ci sono né navigatori né distributori. Lì soccorrono pure segnali e cartine dei sentieri, ma, vuoi per ragioni di comprensione vuoi per carenze di manutenzione, il dilemma si presenta ancora in tutta la sua drammaticità; anche perché sbagliare direzione non è più una questioncella da mao mao micio micio, come direbbe il buon Enzino Iacchetti. Se poi uno l’orientamento ce l’ha nel sangue (mai fidarsi troppo di chi lo dice!), passi, altrimenti… qui ci vorrebbe il classico gesto di portare le dita racchiuse verso la bocca: mangiarsela! Sono pensieri balzati alla mente leggendo il vangelo di oggi sulla nota parabola del seminatore, l’unica che Gesù si perita di spiegare ampiamente agli apostoli perplessi. Non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro, se non che in natura il fatto che il seme cada fra i sassi o fra i rovi, piuttosto che nel terreno fertile è un fatto puramente casuale o al massimo conseguenza di un movimento maldestro del seminatore stesso. Nessuna colpa specifica è imputabile a qualcosa o a qualcuno. Viceversa nell’uomo insiste una responsabilità ben chiara circa le sue impostazioni caratteriale, mentale e spirituale, tutte frutto di sue scelte nel processo formativo. Ebbene, da lui tutta la creazione aspetta una risposta feconda alla Parola, per essere riscattata dalla caducità, come ci dice San Paolo nella seconda lettura. Purtroppo la sua aridità, le sue debolezze, le sue preoccupazioni lo portano a ritardare quella produzione di bene che gli frutterà la completa redenzione. Niente paura, comunque. Il Signore non demorde e Isaia ce lo ricorda: “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra … così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata”. Lo cantiamo spesso alla proclamazione della Parola e c’è da crederci e fidarsi: al Signore non manca il senso dell’orientamento!

Affaticamento e oppressione…

Inserito il 9 Luglio 2017 alle ore 11:31 da Plinio Borghi

Affaticamento e oppressione sono la conseguenza di un arrivismo esasperato, che non tiene conto dei limiti personali, ma punta sempre più in alto, alimentando così un improprio stato di tensione che finisce per sfociare come minimo nello stress, se non anche, in presenza di cocenti delusioni, nella depressione patologica. Sono sintomatologie che caratterizzano in particolare l’era moderna, nella quale si impostano i propri obiettivi in termini di rivalsa generalizzata: tutti hanno diritto a tutto; no alla meritocrazia; no a processi selettivi, con la scusa che finiscono per premiare i predeterminati (lecchini e raccomandati); si all’egualitarismo, che poi diventa sinonimo di appiattimento. E siccome è insito nella natura umana essere competitivi, va sempre a finire che la maggior parte si adagia sull’utopia, non migliora e ne esce sconfitto e demoralizzato. In un guizzo di orgoglio tenta pure di dare la colpa agli altri, al sistema o all’ambiente (lavorativo, scolastico o sociale che sia). Forse una volta poteva anche essere così, specie quando, come ai tempi di Gesù, mancava qualsiasi presupposto di partecipazione ai processi formativi e decisionali. Eppure anche allora il nostro puntuale Maestro si peritava di insegnare: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore”. Ecco, due qualità che oggi sono pressoché assenti e soppiantate dall’aggressività e dalla presunzione. Qui non si tratta di essere schivi o permeati di falsa modestia, bensì di vivere le proprie capacità e la propria bravura con quel briciolo di mitezza e di umiltà che le rendono accettabili e riconosciute agli occhi di tutti. Sono l’unico veicolo per ottenere quell’autorevolezza che diventa vero servizio alla causa e aiuto a far sì che ognuno conti per quello che vale e sia incentivato a rendere il massimo. Sono doti che fanno luogo alla vera uguaglianza, che è l’opposto dell’egualitarismo. San Paolo, nella seconda lettura di oggi, ci dice che non dobbiamo essere sotto il dominio della carne, ma dello Spirito che abita in noi, che ci rende fratelli e solo al quale dobbiamo essere tributari. Se poi nel rapportarci con gli altri qualcosa va comunque storto (e va, perché siamo anche deboli e deviati dai vizi di cui si diceva sopra), abbiamo sempre il nostro asso nella manica che è Gesù, pronto a risollevarci e a rimetterci in carreggiata: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”, ci dice al vangelo. Ciò che dovremo dare in cambio è nulla, rispetto al sollievo che senz’altro ricaviamo.

È sempre una questione di priorità…

Inserito il 2 Luglio 2017 alle ore 09:24 da Plinio Borghi

È sempre una questione di priorità, qualsiasi scelta siamo chiamati a compiere nella vita. Se vogliamo sfruttare al massimo le nostre risorse, dobbiamo mettere in ordine gli obbiettivi e orientarci di conseguenza, sia che si parli di economia familiare sia che si tratti di studio, lavoro o tempo libero; il che richiede in ogni caso sacrificio: vuoi vivere alla giornata?, vuoi impostare conti separati?, vuoi studiare quel tanto che basta o non fare carriera al lavoro?, vuoi viaggiare dove ti porta il vento?, allora rinunci a scopi ambiziosi. Oppure li vuoi raggiungere?, allora sacrifichi un modo troppo slabbrato di vivere. Chi si accinge a scalare una montagna o pratica uno sport agonistico non si ferma davanti alla fatica, altrimenti è inutile! In campo spirituale vale lo stesso principio e Gesù, nel brano del Vangelo in lettura oggi, ce ne offre un esempio, all’apparenza piuttosto drastico, ma tant’è: chi ama il padre o la madre, il figlio o la figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Tu, cristiano e cattolico, credente e praticante, che hai messo al primo posto delle tue priorità? Se è benessere, famiglia, svago, divertimento, lavoro, carriera e così via, relegando Dio ad una mera formalità ricorrente e purché non disturbi più di tanto il tuo andamento, o non hai capito niente o non sei né cristiano, né cattolico, poco credente ancorché praticante. Se invece hai scelto l’Inviato dal Padre a tuo riferimento sentimentale, a Lui spetta la priorità del tuo amore e da Lui e nel rispetto di Lui ci sarà spazio per tutto l’amore che vorrai dare ai tuoi cari e al prossimo, nonché per tutte le attenzioni che fanno parte della tua vita. Chiunque cammini con te dovrà capire che al tuo fianco c’è anche il tuo Maestro e, se saprà accoglierti, accoglierà anche Lui. Per molti la tua vita così impostata sembrerà sprecata, ma il nostro Garante insiste: “Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà”. È la logica stringente che ha portato anche Pascal ad esprimere la sua scommessa sulla convenienza della fede, senza contare che proprio da questa logica scaturisce la ricompensa per tutte le opere di carità che sapremo compiere: otterremo il centuplo, a partire non da quando saremo entrati nella vita eterna, ma fin da ora. La prospettiva è buona, l’investimento sicuro: c’è ancora qualche tentennamento su chi debba essere la nostra priorità?

Siamo alle minacce?

Inserito il 25 Giugno 2017 alle ore 10:19 da Plinio Borghi

Siamo alle minacce? Vi sono parecchi atteggiamenti nei quali Gesù rivela in pieno la sua natura umana. Il più significativo per me resta quando i mercanti al tempio gli fecero saltare la mosca al naso per aver ridotto “la casa del Padre a una spelonca di ladri”. E giù fustigate, ribaltamento di banchi e soldi sparsi ovunque. Forte! Beh, neanche oggi scherza più di tanto e sostanzialmente ci rinfaccia tutta l’attenzione che Dio ha per noi, quasi riecheggiando la prima lettura: se il Signore è al nostro fianco, di che cosa possiamo aver paura? Infatti ci rimprovera il nostro timore per gli uomini, che alla fin fine minacciano solo il corpo, ma non l’anima, portando l’esempio del valore di due passeri, da non mettere in confronto con noi, o di un capello della nostra testa: in entrambi i casi nulla potrà accadere che il Padre non voglia e solo il Padre ha il potere di gettare corpo e anima nella Geenna. Ecco, siamo alle minacce a causa della nostra poca fede e della scarsa capacità di rendergli testimonianza. “Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”. Minaccia con aggiunta di ricatto. Mi piace questo Maestro che si rapporta al nostro livello. Quante volte, per molto meno, siamo disposti a coartare il prossimo! “Se no ti fa quel che te digo mi…”. “Xe tre volte che ciamo mi e lu gnanca ′na volta. S’el speta che mi lo ciama ancora…”. “Dighe ch’el me vegna darente dopo quel ch’el me ga fato e…”. E via dicendo: il florilegio delle nostre minacce e ricatti non ha fine. Almeno il Messia ne ha ben donde e ce lo ricorda San Paolo nella seconda lettura, quando lo pone in antitesi con Adamo: per colpa di un solo uomo siamo stati intaccati tutti dal peccato e per il sacrificio di un altro uomo, il Cristo, ne siamo stati liberati. Dopo di che brancoliamo ancora nella più becera incertezza se il nostro Salvatore ci sollecita a rivelare ai quattro venti ciò che ci ha predicato? Siamo ancora titubanti di fronte agli uomini, se abbiamo Dio al nostro fianco, come dice Geremia nella lettura citata? Dice: sì, è vero, ma.. e la misericordia? Non cerchiamo di confondere capre con cavoli e di mescolare le idee: la misericordia si ottiene solo con atti di coraggio; coraggio nel riconoscersi manchevoli e coraggio nel riprendersi. I tiepidi il Signore li rigetta dalla sua bocca: lo dice nell’Apocalisse.

“Una caro”, un’unica carne

Inserito il 18 Giugno 2017 alle ore 09:44 da Plinio Borghi

“Una caro”, un’unica carne. Quante volte, dalla Genesi in poi, ne abbiamo sentito parlare con riferimento al rapporto di coppia! Ed è l’unica condizione, peraltro, per generare e salvaguardare la specie: andate e moltiplicatevi è l’ordine stesso del Creatore. Tuttavia, ci sono altri momenti in cui siamo un’unica carne, ad esempio nel ventre della mamma in attesa di venire al mondo; e anche dopo, saremo sempre per i genitori carne della loro carne e così continuerà ad essere in seguito, quando anche noi saremo chiamati a nostra volta a dare la vita. Ancora: il cibo che assumiamo per crescere è destinato a diventare nostra carne. In questo contesto si è inserito il processo di redenzione dell’altra parte di noi: lo spirito, l’anima, quella parte che la nostra intelligenza e la libertà di discernimento hanno rovinato tradendo la fiducia di Dio. Ebbene, Gesù non solo si è fatto “carne” come noi, ma ha anche voluto che la sua carne e il suo sangue diventassero cibo e bevanda che non periscono, affinché anche noi, assumendone, acquistassimo già oggi una vita destinata a non finire. Ha dovuto “sancire” tutto ciò attraverso l’estremo sacrificio e la successiva resurrezione, cosicché non avessimo alcun dubbio sulla veridicità del “prodotto”. Non era e non sarà la prima volta che il Padre soccorre il suo popolo per garantirne la sopravvivenza. La prima lettura di oggi, dal libro del Deuteronomio, ce ne ricorda alcune, tutte cose però destinate a risolvere problemi contingenti, nulla a che vedere con la vita eterna. Figurarsi quindi se l’Eucaristia non è stato il dono più bello che il nostro Messia ci possa aver lasciato, assieme alla lieta novella che ci ha rivelato, tutte cose delle quali non manchiamo di far memoria ogni qual volta celebriamo la Santa Messa! Ben venga pertanto una festa come quella odierna, nella quale le nostre orecchie sono allietate dal brano del Vangelo con le parole più belle, più sublimi e più dense di speranza che possano mai udire. Merita che sia una delle poche feste che ancora godono della Sequenza prima dell’Alleluia (Ecce panis), canto che vale la pena di recitare di quando in quando. Un ultimo richiamo va alle parole di Paolo, seconda lettura, che trasmette il valore della Comunione: “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane”. Penso sia una sensazione di solidarietà unica, anche perché coinvolge vivi e morti.

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