Inserito il 24 Gennaio 2016 alle ore 12:10 da Plinio Borghi
E daje con ‘sti poveri! Abbiamo lasciato Gesù “povero” nella mangiatoia e già ce lo ritroviamo nel suo esordio nella propria città ad annunziare “ai poveri” la buona novella. Più avanti dirà “beati i poveri”, poi che solo “i poveri” possono salvarsi, quindi ci sarà il “povero” Lazzaro col ricco epulone e via di questo passo. Ciliegina sulla torta la storia del cammello e la cruna dell’ago, tanto per far capire ai ricchi che non c’è trippa per gatti. Ce n’è abbastanza da mettere in crisi anche il tapino che ha qualche soldo messo da parte! Se leggiamo per intero la frase del vangelo che Luca ci propone oggi, tratta dal libro del profeta Geremia: “..per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi..”, ci prende pure un inizio di depressione se ci accorgiamo di non appartenere ad alcuna di queste categorie. Allora che senso ha il messaggio di Paolo nella seconda lettura, quando dice ai Corinzi che ci siamo tutti abbeverati a un solo Spirito, quello stesso Spirito che ha unto e inviato Gesù, nel quale ci identifichiamo come membra di un solo corpo? Evidentemente la Sacra Scrittura non va affrontata in modo letterale, né va interpretata come fosse una legge dello Stato. È semplicemente un percorso che ci indica le condizioni per poter camminare sulla strada giusta e gli obiettivi da raggiungere. Gesù non è nato povero: il mestiere del padre a quei tempi consentiva una vita più che dignitosa. Né lo erano i fratelli di Giuseppe e la mangiatoia era il posto più caldo di una buona casa, come si è già detto. E neppure gli apostoli lo erano: avevano un lavoro, talora faticoso, ma più che redditizio. Gesù si è fatto povero perché ha assunto la nostra condizione umana. I discepoli si sono fatti poveri perché hanno lasciato tutto ciò che rendeva la loro vita sicura e abbracciato la causa del Messia. Noi, per natura, siamo prigionieri (dei nostri difetti, dei nostri desideri, ecc.), oppressi da ciò che ci affanna e ciechi perché non riusciamo a vedere la via per la salvezza. Il Salvatore è venuto a indicarcela, ma per seguirlo dobbiamo farci poveri, liberarci cioè da tutti gli orpelli che appesantiscono il cammino, a partire dall’individualismo e dal comodo soggettivismo. La povertà è quindi una condizione dell’anima che ci consente di accogliere il nuovo messaggio che Cristo ci consegna. A noi il compito di predisporci a riceverlo; il resto viene da sé, perché quell’annuncio, quella liberazione, è per tutti.
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Inserito il 17 Gennaio 2016 alle ore 12:03 da Plinio Borghi
Ci voleva Charlie Hébdo, con la sua provocante copertina, per scatenare la reazione all’unisono delle tre religioni monoteiste, a prescindere dai rispettivi motivi di divisione interna ed esterna? Il tutto in un quadro di tensioni tra Arabia Saudita e Iran, che riflette ataviche e viscerali contrapposizioni tra sunniti e sciiti? Ognuno ha le proprie gatte da pelare e anche noi abbiamo le nostre, se siamo ancora alle prese con la settimana di preghiere per l’unità dei cristiani, che inizia appunto domani. Secondo me è giunto il tempo di voltare pagina e cambiare registro. Occorre passare innanzitutto dalle preghiere ai fatti: non è possibile che si stia ancora a spaccare il capello in quattro per trovare la strada dell’effettiva unità fra i cristiani! Come non è possibile che nel terzo millennio ci sia ancora qualcuno che in nome di Dio, dell’unico Dio comunque lo si chiami, opprima e uccida il prossimo. È vero che Gesù ha detto che gli inferi non prevarranno, ma non dobbiamo nemmeno fare la fine del famoso Romoletto, che il Signore aveva promesso di salvare dal diluvio universale e se n’è stato lì passivamente ad annegare perché tanto gli era stata garantita la salvezza! Oggi Satana è rappresentato non solo da ISIS e quant’altro, ma pur da discordie e divisioni futili e inconcludenti, sostenute solo dal recondito desiderio di prevalere sull’altro. Se vogliamo “forzare” la mano di Dio, come ha fatto nel vangelo di oggi Maria con Gesù, dobbiamo superare le divisioni interne, che anche per l’Islam non sono altro che contrapposizioni di potere, e sederci tutti allo stesso tavolo, senza aspettare l’ennesima provocazione. La diversa identità religiosa non deve inibire la ricerca degli obiettivi comuni, anzi, deve cominciare ad essere valutata come un arricchimento degli strumenti utili, contrastando ogni tendenza a strumentalizzare la fede per meri fini temporali. Attorno a un tavolo comune, meglio se imbandito, con tutti i coltelli sopra e non sotto, ogni forzatura è d’uopo per non rovinare il clima. Se il Messia stesso è stato indotto a rivelarsi col primo miracolo, per non guastare la festa agli sposi di Cana, in modo così semplice da sembrare banale, come quello di tramutare l’acqua in vino, vogliamo credere che non s’impegnerebbe altrettanto per noi e per quella pace verso la quale ci ha sempre sollecitati se ci vedesse sinceramente uniti ad operare in tal senso? Riflettiamoci un po’ sul serio, tutti: non è materia che riguarda solo i governanti.
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Inserito il 10 Gennaio 2016 alle ore 12:05 da Plinio Borghi
Manifesti e manifestazioni sono sempre stati un veicolo per portare alla conoscenza degli altri notizie, proposte, situazioni e avvenimenti o coinvolgerli in problematiche particolari. Se ne curano meticolosamente grafica e riuscita, perché maggiore è l’effetto e più ampia è la partecipazione, meglio arriva a destinazione il messaggio che si intende lanciare. Per questo la liturgia del periodo natalizio si conclude con una settimana dedita a due momenti particolari e fondamentali per l’avvio del progetto di salvezza: l’Epifania e il Battesimo di Gesù. Nel primo la nascita del Messia, pur così tanto preconizzata, si concretizza nell’essere portata a conoscenza del mondo, sulla scia dei Magi. Nel secondo emerge la vera natura dell’unto dal Signore: umana, quando si sottopone come tutti al battesimo impartito da Giovanni, e divina, quando in quel momento lo Spirito Santo scende su di lui in forma di colomba e il Padre lo proclama come Figlio, nel quale si è compiaciuto. Una conferma palese, se ce ne fosse stato bisogno, della sostanza Trinitaria di Dio. I riti delle due feste, le letture, i salmi responsoriali, le collette, sono tutti ordinati a fornire il dovuto risalto a questi importanti momenti. A tal proposito, proprio nel giorno dell’Epifania si fa luogo al “manifesto” dell’”Annunzio del giorno di Pasqua”, centro di tutto l’anno liturgico e dalla quale scaturiscono tutti i giorni santi. Sembra di primo acchito un esercizio pleonastico, perché sono notizie predeterminate e che pertanto già conosciamo, ma in realtà lo scopo non è il calendario, quanto l’evidenziare il percorso della salvezza che trova nella morte e nella resurrezione del Cristo il perno, il fulcro dal quale prendono origine e senso tutti gli altri giorni “santi”. Bello e significativo anche il passaggio della prima lettura di oggi, dal libro del profeta Isaia: “Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere..”. È un invito esplicito a dare continuità ai grandi annunci che abbiamo ricevuto, a vivere la fede in modo “maschio”, senza remore, se vogliamo che a tutti i popoli della terra arrivi la buona novella e possano adorare il Signore, come recita il salmo responsoriale dell’Epifania. Non è solo questione di obiettivi e di mandato a essere missionari, ma di coerenza. Altrimenti l’aver costruito tutti i nostri presepi rimane un fatto meramente esibizionistico.
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Inserito il 3 Gennaio 2016 alle ore 11:59 da Plinio Borghi
Maria, Madre di Dio: è la qualifica più sublime cui persona umana potesse mai anelare. Introducendo questa festa proprio all’inizio dell’anno solare, evidentemente la Chiesa ha voluto non solo rafforzare l’attenzione su questo grande mistero, ma anche dimostrare come, attraverso tale maternità, Dio sia effettivamente e prepotentemente entrato nella storia dell’uomo. E l’ha fatto nel modo più stravolgente: l’incarnazione di suo Figlio. Fin qui, Maria avrebbe potuto essere relegata a mero strumento; no, dapprima l’ha resa tempio immacolato, degno di accogliere il suo Creatore, e poi l’ha eletta a Sua Madre, rendendo nel contempo tutti noi, già Suoi figli, fratelli in Cristo. Avessimo capito male, ci ha pensato Gesù stesso, sulla croce, ad affidarci a Maria tramite Giovanni. Un tempo la liturgia contemplava in questo giorno la circoncisione di Gesù, come oggi, nella domenica prima dell’Epifania, ne festeggiava con una certa solennità il nome e in quella successiva la Santa Famiglia. Probabilmente c’era un che di cronologico in quell’impostazione, che rischiava di rendere la sequenza un po’ avulsa dalla realtà del nostro tempo e noi meno attenti a come i fatti ci coinvolgano ancor ora nella vita attuale. Fissare ad esempio la festa della Santa Famiglia subito dopo il Natale, a prescindere dagli avvenimenti che ogni evangelista racconta, ci induce a far mente locale sull’importanza di questo nucleo, vitale per la Chiesa stessa e per la società tutta (e sappiamo bene quanto sia oggi accesa la discussione su cosa intendiamo per famiglia e di come ne valorizziamo la formazione). Idem per la maternità divina di Maria, che diventa ipso facto l’interceditrice per eccellenza (quando mai si nega qualcosa all’insistenza della propria madre?). Il vangelo di oggi è il medesimo che abbiamo letto a Natale nella Messa del giorno e cioè il Prologo di Giovanni, a significare che il messaggio che attraversa il periodo che stiamo vivendo non perde di pregnanza: le tenebre non vinceranno mai la luce e questa ci indica, nel Salvatore, la natura del Padre e la nostra prospettiva di eredi, come sottolinea San Paolo nella seconda lettura. A noi il compito di far spazio alla Sapienza, descritta nella prima lettura, che ha piantato la tenda in questo mondo, riconoscendola e seguendola, pena incorrere, per indegnità, nella perdita del diritto all’eredità che ci spetta.
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Inserito il 25 Dicembre 2015 alle ore 12:06 da Plinio Borghi
La figura di Giuseppe rischia di essere messa in ombra, causa il risalto che diamo in queste circostanze a Gesù e Maria. D’altronde, è sempre stato nella logica delle cose che nella maternità il protagonismo del padre passi in secondo piano, figurarsi poi se il bambino è nientemeno che il Salvatore e sua Madre ha assunto il ruolo di corredentrice! Aggiungiamoci che parliamo di un padre putativo e il quadro è completo. Tuttavia Giuseppe non merita siffatta sottovalutazione, anzi, diventa in tutti i passaggi co-protagonista. Prima di tutto è suo il secondo grande atto di fede, dal momento in cui rinuncia a ripudiare Maria. Poi il vero discendente della stirpe di David è lui e come tale e sposo di Maria trasmette a Gesù questa qualifica. Indi, nella nascita, assume un ruolo determinante quando, colti all’improvviso durante il caos del censimento, trova una sistemazione, pur precaria, presso la casa dei suoi fratelli, dove era usanza porre ogni neonato nella mangiatoia, che era il posto più caldo dell’abitazione (a chi ha visitato Betlemme sarà stato fatto notare che il luogo dove si venera la natività si trova proprio sopra la mangiatoia della stalla della casa dei fratelli di Giuseppe). E fin qui ce ne sarebbe già a sufficienza per dare un giusto spessore a questo ruolo. Ma non basta. Sarà lui, su suggerimento dell’Angelo, a porre in salvo la famiglia da Erode, fuggendo in Egitto e a riportarla indietro dopo lo scampato pericolo. Come spetterà a questo padre meraviglioso ritrovare, con Maria, Gesù nel tempio con i dottori, nell’episodio raccontato nel vangelo di domenica, nella quale festeggiamo la Santa Famiglia. E’ la mamma a parlare (e di Giuseppe non si riferisce mai alcuna parola nei vangeli), che però esordirà dicendo (notare la finezza): “Tuo padre ed io ti stavamo cercando…”. è veramente affezionata Maria a quest’uomo e lo è anche Gesù stesso, che tornerà a casa e, fino a che non giungerà la sua ora, alla bella età di trent’anni, rimarrà sottomesso ai genitori, imparerà alla perfezione il mestiere di suo padre e ne diverrà la sua ombra, tanto che al suo esordio in sinagoga tutti esclameranno: “Ma non è costui il figlio del falegname?”. Ebbene, nel festeggiare il Natale e poi la Santa Famiglia di Nazareth, diamo risalto e prendiamo esempio da questa bella figura di padre rappresentata da San Giuseppe e affidiamogli anche noi (se l’ha fatto Dio con la Sua!) le nostre famiglie.
BUON NATALE E BUONA FINE DEL 2015 A TUTTI.
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Inserito il 20 Dicembre 2015 alle ore 12:18 da Plinio Borghi
La novena di Natale è il periodo clou nel quale l’ansia dell’attesa diventa più palpabile e la stessa liturgia contribuisce notevolmente a renderla tale. Per fortuna la riforma introdotta con il Concilio Vaticano II non ha intaccato sostanzialmente questa pratica, anche se, almeno per quelli della mia età, l’aver attenuato l’uso delle vecchie formule latine le ha tolto un po’ di suggestività. L’incalzare dell’invitatorio “Regem venturum Dominum, venite ad oremus” è foriero di un’aspettativa che via via si trasforma in certezza, specie quando all’ultimo giorno si aggiunge alla fine il “Crastina die delebitur iniquitas terrae et regnabit super nos Salvator mundi” (già domani saranno cancellate le iniquità di questa terra e su di noi regnerà il Salvatore del mondo) e il “Prope est iam Dominus (il Signore è ormai qui), venite ad oremus”. Il Polisalmo che segue è un tripudio di gioia, che sfocia poi in un inno che è pura poesia. Le antifone maggiori completano in un crescendo di invocazioni giorno dopo giorno questo rito speciale, che si conclude col “Magnificat”, il canto in cui l’evangelista Luca fa prorompere Maria nel corso dell’incontro con la cugina Elisabetta, riportato proprio oggi nella terza lettura della S. Messa. E’ una prassi, quella della novena, che trae origine dai nove giorni trascorsi in preghiera nel cenacolo dagli Apostoli, assieme alla Madonna, dopo che Gesù è salito al cielo, in attesa di accogliere, il decimo giorno, lo Spirito Santo. La liturgia la prevede ancora in occasione delle feste più significative, come quella dell’Immacolata appena trascorsa, ma la pietà popolare ne fa largo uso nelle più disparate circostanze, sia in forma pubblica che privata: ognuno di noi può sostenere una richiesta di grazia particolare attraverso una novena di preghiere. Certo, quella del Natale si colloca in un clima del tutto speciale e non ho dubbi che sia quella vissuta più intensamente. Probabilmente, col tempo, è venuta un po’ scemando quella presenza consistente che noi eravamo abituati a riscontrare una volta (io ricordo che da piccolo mia mamma non ce ne faceva perdere un giorno!), ma non sarebbe male tentare almeno un approccio, prima del grande evento. Se sarà vissuto con lo spirito giusto, sono convinto che non rimarrà isolato e allora ci verrà da vivere in modo più pregnante l’arrivo del Natale.
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Inserito il 13 Dicembre 2015 alle ore 12:11 da Plinio Borghi
Che s’ha da fa’? E’ una domanda dalle varie sfaccettature. Può significare incertezza, per chi non sa che pesci pigliare, ovvero sconforto, come per quel genitore che si trova ad avere a che fare con un figlio incorreggibile; ma può scaturire anche dal bisogno di chiarimento o essere una risposta ad una vera e propria richiesta di disponibilità. Fatto sta che nel vangelo di oggi troviamo descritte tutte queste situazioni negli interrogativi che i nuovi convertiti rivolgono a Giovanni, ai quali egli risponde sì in modo differenziato, a seconda di chi lo interroga (le folle, i pubblicani, i soldati), ma le cui risposte hanno tutte un unico comun denominatore: la condivisione, che si può esprimere con la generosità, la correttezza, la magnanimità e via dicendo. Il Battista si ferma al minimo, non è lui il Messia che ha da venire e che, dice, non si limiterà a battezzare con acqua, bensì in Spirito Santo e fuoco. Infatti, più avanti ci sarà un altro giusto, giovane e ricco, che chiederà al Maestro cos’altro poteva fare e allora Gesù sarà più drastico e perentorio: lo inviterà ad alienare tutto quello che ha, darlo ai poveri e poi seguirlo. Sappiamo com’è andata a finire: era chiedergli troppo. Inutile nascondersi che pure noi siamo più propensi a tirarci indietro e che il più delle volte si condivide, se siamo generosi, il superfluo, talora, se tirati per i capelli, anche l’utile, ma quasi mai il necessario. Quanto ad aprire la discussione sulle nostre impostazioni o a mettere in gioco addirittura la vita, ne corre ed è tutto da vedere. Certo, le prospettive sono allettanti, ma la nostra poca fede non sa tradurle in certezze e quindi lasciare il certo per l’incerto non è nelle nostre corde! Ecco, questo è un altro di quegli aspetti sui quali l’Avvento ci interpella e apre ogni volta nuovi scenari. Non ci viene chiesto di agire alla cieca, ma di ripercorrere le ragioni del nostro modo di essere, di scuotere la nostre coscienze intorpidite dall’abitudine, per scoprire se c’è spazio per volare più alti, per dare ancora senso al Salvatore che viene. La festa dell’Immacolata non è stata posta a caso in questo periodo di “revisione”. Maria è il più fulgido esempio di stravolgimento della propria vita, non per sé, ma per veicolare la redenzione di tutti. All’annuncio dell’Angelo non s’è nemmeno chiesta: “Che s’ha da fa’?”. Ha risposto subito: “Si faccia di me secondo la Sua parola”. Eh, beh, tutta un’altra musica. Magari da tentare di imitare.
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Inserito il 6 Dicembre 2015 alle ore 12:37 da Plinio Borghi
Il caso Valeria Solesin, a riflettori spenti, lascia ai suoi cari lo spazio per metabolizzare, come succede sempre in questi frangenti, la perdita irreparabile e a tutti noi parecchi spunti su cui riflettere. Mai funerale civile di persona qualunque ha suscitato tanto consenso e partecipazione come stavolta, mai ha registrato una consistente presenza ufficiale di autorità religiose, né tanto meno si sono mai visti in contemporanea interventi univoci di cristiani, ebrei e musulmani. Siamo d’accordo che il contesto che disgraziatamente l’ha resa protagonista è stato tale da richiedere una massiccia e forte risposta: se fosse morta soltanto cadendo dalla bicicletta tutto ciò non sarebbe passato per la testa a nessuno, ferma restando comunque inalterata la bellezza della sua figura. Invece coincidenza ha voluto che un solo colpo facesse vittima proprio lei, unica italiana coinvolta, persona di una certa statura, con due genitori invidiabili per la forza, la compostezza e la determinazione che hanno dimostrato, inducendoci così a delle scelte che ci hanno stanati e costretti ad uscire allo scoperto con il massimo della rappresentanza in campo civile, ma soprattutto con l’autorevole dimostrazione di coerenza in campo religioso, dove finalmente l’Islam ufficiale ha preso fermamente le distanze da chi pretende di compiere simili nefandezze in nome di Dio (maledetti, li ha stranamente e decisamente definiti il Papa, ma l’invettiva era chiaro che non era solo per l’Isis: non era stato meno duro con gli appartenenti a mafia, ‘ndrangheta e camorra!). I fatti hanno posto l’attenzione anche sulle molteplici strade che conducono alla verità, della quale nessuno è detentore esclusivo e quindi tutte strade buone se percorse con rigore e umiltà. Nessuna, però, è priva di ostacoli e difficoltà che spesso possono sembrarci insormontabili e non a caso proprio oggi Giovanni Battista ci dice che, se vogliamo veramente arrivare alla meta, le colline vanno spianate e gli avvallamenti riempiti. Pensare di farcela da soli, superando le une e gli altri è arduo, dispendioso e potrebbe rivelarsi in definitiva inconcludente. L’Avvento serve proprio a questo: a un bel bagno di umiltà, a prendere atto della nostra fragilità, a prepararci alla massima apertura per camminare con tutti. Guarda caso, esattamente come ha fatto Gesù con la sua incarnazione.
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Inserito il 29 Novembre 2015 alle ore 12:09 da Plinio Borghi
“Un tempo per ogni cosa” è probabilmente, almeno per noi “profani”, il richiamo più noto del libro di Qoelet (pseudonimo dello stesso Salomone), assieme al suo titolo e tema “vanità delle vanità, tutto è vanità”. Mi torna in mente quando osservo i cicli e i ricicli della natura, i quali, lungi dall’essere ripetitivi, presentano continui e infiniti aspetti di novità. Il fatto che siano leggibili e prevedibili non significa che debbano essere scontati, tant’è vero che è la natura stessa a ricordarcelo, specie quando fa le bizze e ci mette in difficoltà. Dopo il risveglio dal lungo sonno invernale, negli esseri viventi, a partire dalle piante, si nota l’anno in più che si è aggiunto alla loro struttura, tutto si ripresenta in veste nuova, i germogli non sono più gli stessi dell’anno prima, lo spettacolo che ci viene offerto è diverso e così è per tutta la fase evolutiva. Analoghe trasformazioni avvengono nel mondo minerale, sebbene meno appariscenti: senza che noi ce ne accorgiamo continuano i movimenti tettonici, il processo di orogenesi sèguita a far crescere le montagne, il vento continua a modellare le rocce, i ghiacciai si ampliano o si ritirano a seconda dei casi e così via. Tanto vale anche per la liturgia: l’Avvento che inizia oggi non è la ripetizione di quello dell’anno scorso e non solo perché ad accompagnarci stavolta è l’evangelista Luca o perché ci ritroviamo un anno più maturi e con una esperienza accresciuta, bensì perché si inizia un percorso sempre diverso. Anche questo sarà leggibile e prevedibile finché si vuole, ma non scontato: siamo chiamati ad un approfondimento che deve rivelarci gli inesauribili aspetti di novità, a partire dalla nascita del Salvatore, germoglio della radice di Jesse, e dalla lettura dei segni necessari a comprenderla. Studiosi e ricercatori sanno bene che la penetrazione di un fenomeno non discende mai da una sola chiave di lettura. I fatti angosciosi che ci stanno attanagliando da un paio di settimane potrebbero indicarci che è giunto il tempo per risvegliare la nostra fede intorpidita, per riporre nella Natività di quest’anno rinnovate speranze in un mondo migliore, meno aggressivo, più pacifico. Questo Avvento potrebbe essere il percorso verso una nuova fratellanza con ogni credente, al di là della religione di appartenenza, magari verso una convergenza su un Natale foriero di rivelazioni utili per tutti.
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Inserito il 22 Novembre 2015 alle ore 11:12 da Plinio Borghi
La cerniera si chiude. Con questa festa il ciclo liturgico si concatena al nuovo, offrendo pressoché i medesimi spunti di riflessione, come per dire: «Ecco la regalità che il Salvatore è venuto ad offrirci. È in sintonia con quello che intendevate quando invocavate la sua venuta? È questo che vi aspettavate come Re? Vi eravate prefigurati un altro percorso quando cantavate “Oh cieli piovete dall’alto, o nubi mandateci il Santo?”». Beh, diciamocelo francamente, se fossimo vissuti al tempo degli ebrei ci saremmo aspettati anche noi un Messia diverso. Invece oggi che lo abbiamo ascoltato e conosciuto non lo cambieremmo per nulla al mondo, anche se in parecchi aspetti la sua non è una presenza comoda, il suo dire sembra un po’ troppo impegnativo, l’ascolto del suo messaggio non è sempre così comprensibile. E poi, scegliere una croce come trono per essere innalzato e dire a noi che se lo vogliamo seguire dobbiamo ognuno prendere la nostra non è proprio il top. Non è a caso, quindi, che la liturgia, per proclamare la regalità di Gesù, riproponga un brano del vangelo tratto dalla Passione di Giovanni, dove proprio nello scambio di battute con Pilato è il Maestro stesso a definire la sua regalità. Non è una forma di difesa quando sottolinea che il suo regno non è di questo mondo, ma l’innesco della vera domanda sulla motivazione della sua venuta: “Tu lo dici, io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità”. Indubbiamente un fatto più scomodo di quello che sarebbe stato se si fosse messo alla testa degli zeloti per guidare la rivolta contro Roma. Chi non vorrebbe essere in possesso della verità! E quanti falsi profeti e re se ne sono arrogati il monopolio! I più onesti, invece, ne sono continuamente alla ricerca e a tutti il Cristo che sta per essere sacrificato rivolge la frase conclusiva di quell’affermazione: “Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce”. Quindi chi è in buona fede, qualunque strada cerchi per giungere alla verità, a Lui dovrà arrivare. È per tale ragione che domenica scorsa si diceva che l’epilogo include che tutti i re della terra s’inchineranno ai suoi piedi. Per la stessa ragione Giovanni nell’Apocalisse in lettura oggi lo definisce “il principe dei re della terra”, il Maharaja dei Raja (come amavano definirsi i potenti di un tempo), “l’Alfa e l’Omega”, il principio e la fine. Lode, onore e gloria a Colui che è, che era e che verrà.
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