Inserito il 15 Novembre 2015 alle ore 11:52 da Plinio Borghi
L’epilogo di ogni storia serve a tirare le fila della trama, semplice o complessa che sia. Di solito è utile all’autore per dare continuità al proprio racconto e al lettore, se ne ha ben afferrati tutti i risvolti, per far sintesi. Il Vangelo, la buona novella per antonomasia, non fa eccezione a questa logica e il protagonista, Gesù, ne riassume gli effetti, rivelando come si compiranno gli ultimi avvenimenti e da quali segni potremo cogliere che si stanno avverando. Entra poi nel merito delle condizioni necessarie affinché s’inneschi il suo ritorno nella gloria: la conversione totale di tutte le genti e l’abbassamento ai suoi piedi di tutti i potenti, compito che ha affidato a ciascuno di noi. Però non fa alcun riferimento a quando i fenomeni descritti dovranno aver luogo, perché solo il Padre sa il giorno e l’ora. Era scontato. Infatti, più di qualche volta nelle similitudini riferite al Regno dei cieli (il padrone che arriva all’improvviso, le vergini che attendono lo sposo con le lampade accese, ecc.) il Maestro conclude con l’invito ad essere sempre pronti e a vigilare. Qua entra in campo la nostra capacità di analisi del percorso svolto in quest’anno liturgico, non solo per capire la portata delle prospettive che ci attendono, ma per convincerci che vale la pena di perseguirle. Una cosa balza subito agli occhi: l’attesa e la vigilanza non sottintendono un atteggiamento passivo, bensì dinamico. La sequela di Gesù è ricca di iniziative che vanno in ogni direzione: dall’osservanza dei comandamenti all’ascolto della Parola e alla sua messa in pratica; dall’attenzione all’emarginato alla missionarietà; dalla testimonianza della fede alla coerenza conseguente (da come vi amerete gli uni gli altri sapranno che siete miei discepoli), e così via. Abbiamo visto qualche settimana fa, osservando il giovane ricco, quanto sia difficile staccarsi dalle cose che possediamo, dal nostro modo di pensare, pur sapendo che la ricompensa sarà già qui il centuplo. C’è un relativismo che ci attanaglia e ci porta a personalizzare e quindi a svilire il messaggio universale. Siamo stati riscattati una volta per tutte dal peccato e dalle colpe, ci dice oggi San Paolo, non siamo più obbligati a sacrifici propiziatori di alcun genere, ma è evidente che un minimo di riconoscenza lo dobbiamo a chi si è sacrificato totalmente per noi. Il Salvatore ci rassicura. “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”. Fidiamoci.
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Inserito il 8 Novembre 2015 alle ore 12:05 da Plinio Borghi
L’ostentazione è un altro di quei difetti che siamo portati a notare spesso nell’altro, ma che non manca mai in ognuno di noi, pur in misura differenziata. Le immagini più comuni cui ricorriamo per esemplificare il concetto sono quelle del pescatore o del cercatore di funghi, che già in partenza tendono ad enfatizzare il risultato, che se poi è conseguito sul serio, allora apriti cielo! Foto in tutte le posizioni da esibire agli amici, quand’anche non pubblicate a mezzo stampa. Sono esempi per eccesso, ma la gamma intermedia si arricchisce di intenditori in ogni campo, di guidatori provetti, di atleti improvvisati (talvolta vittime di qualche incidente per eccesso di zelo), di protagonisti di imprese straordinarie (un conoscente era aduso raccontare che nuotava abitualmente con i delfini), di viaggiatori straordinari (dopo un paio di viaggi ne parlano come se avessero visto il mondo intero!), ecc. Il quadro si arricchisce dei millantatori e di quelli che ci tengono a passare per gente da soldi anche se non ne hanno o, di contro, di coloro che ne hanno, ma si fingono poveri per eludere il fisco ovvero ottenere benefici che non spettano: qui si rasenta addirittura la meschinità. Oh, sono miriadi le sfaccettature che ben sappiamo, una delle quali ci riguarda da vicino: l’elemosina in generale e quella in chiesa in particolare. Un paio di settimane fa, visitando un castello, arredato con pezzi d’epoca recuperati, la guida ci indicò una serie di piatti di bronzo medievali detti elemosinari, usati appunto durante le messe per avvertire il peso delle monete che vi cadevano. Ebbene, proprio oggi nel vangelo Gesù condanna sostanzialmente ogni forma di ostentazione ed esalta invece la qualità di essere sé stessi. Lo fa proprio cogliendo dalla vita ordinaria nel tempio la scena di chi faceva cadere rumorosamente le offerte e della vedova che si è privata delle due uniche monetine che possedeva. Sottolinea come ella abbia offerto molto più degli altri, perché ha dato il necessario al suo sostentamento, mentre per questi ultimi era solo il superfluo. Certo, per far tornare i conti serve più il superfluo degli uni che il necessario dell’altra, ma lo scopo dell’insegnamento va oltre: si agisca in silenzio; la destra non sappia quel che fa la sinistra; non si faccia per tornaconto o prestigio, né per esibizione, altrimenti avremo già ricevuto quaggiù la nostra ricompensa. E quando ci presenteremo lassù per riscuotere, ci verrà sbattuta la porta in faccia.
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Inserito il 1 Novembre 2015 alle ore 11:55 da Plinio Borghi
La reciprocità nell’amore è il fondamento di ogni rapporto, di qualsiasi natura lo si voglia intendere. Un sentimento a senso unico è destinato ad inaridirsi e solo dal riscontro nasce l’unione e la comunione. Se io continuassi ad abbeverare un giardino e questo, a causa dell’abnorme permeabilità del terreno, rimanesse del tutto arido, un bel momento smetterei di sprecare acqua. Intendiamoci, reciprocità non è sinonimo di contemporaneità: spesso l’input è unidirezionale, per cui alla base c’è una gratuità nell’azione, la quale, non appena produce effetto, provoca (o dovrebbe provocare) nell’oggetto d’amore il processo di contraccambio. Ne è l’esempio più acconcio il fenomeno naturale per eccellenza che è la filiazione: sono i genitori che fin dal concepimento riversano tutto il bene possibile nella creatura che da loro nascerà e questa, una volta formata, li ricambierà vita natural durante (si spera). La stessa cosa è avvenuta con la Creazione: Dio, amore infinito, ha amato tutta la sua opera e sopra tutto l’uomo, che ha voluto a sua immagine e al quale l’ha affidata. L’obbligo che riassume ogni nostro dovere è quello di ricambiare Dio amandolo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l’anima. C’è un particolare: dov’è questo Dio che non vediamo? Come possiamo amarlo? È in noi e quindi in ogni altro essere come noi. Detto obbligo (comandamento) allora si traduce in “ama il prossimo tuo come te stesso”. Su questa base è misurato il nostro contraccambio. È il messaggio che ci sarebbe arrivato dal vangelo di Marco in lettura in questa XXXI domenica del tempo ordinario, se non fosse coincisa con la festa di tutti i Santi. Questa sovrapposizione, tuttavia, cade in linea col concetto espresso: stiamo festeggiando (e domani pregando per) tutti coloro che hanno percepito l’Amore di cui sono stati gratificati, l’hanno corrisposto nel modo corretto, e cioè facendo del bene al prossimo e rispettando il creato, perciò sono stati annoverati fra i giusti che sono nelle mani del Signore. Fra essi ci sono anche i nostri cari, con i quali continua lo scambio di amore e di affetto che abbiamo avuto in vita e che prevede: da parte nostra la supplica per la salvezza delle loro anime e da parte loro l’intercessione perché il Padre conceda anche a noi la perseveranza finale. Questa “Comunione dei Santi”, che noi professiamo ogni volta nel Credo, è la sintesi più bella della reciprocità dell’amore di cui si parlava.
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Inserito il 25 Ottobre 2015 alle ore 11:35 da Plinio Borghi
Tendere la mano in cerca di aiuto o farlo per dare aiuto è un gesto che mi ha fatto sempre tanta tenerezza, specie se a compierlo è un bambino o un vecchio in difficoltà o un povero che chiede l’elemosina. Come non ricordare la sicurezza che ti dava tendere la mano quando sapevi che c’era la mamma o il papà che te l’avrebbe presa con fermezza? Come non guardare con occhio di riconoscenza la guida o il compagno di cammino che afferra la tua mano per aiutarti a superare l’ostacolo? E come non esprimere gratitudine allo sconosciuto che ti consegna l’elemosina senza altezzosità e senza farti sentire a disagio? C’è uno scambio di sensazioni positive in tutto questo, perché pure chi dà aiuto ha bisogno di sapere che l’atto è importante per chi lo riceve. Anche il darsi la mano è ricco di significati, che vanno dal saluto formale a mettere una persona a proprio agio, dalla solidarietà alla complicità, dall’espressione di fiducia al gesto rassicurante e non ultimo alla tenerezza dei due innamorati, che camminando tenendosi per mano manifestano come in nessun altro atteggiamento la loro intimità. Tutti questi pensieri mi si sono accavallati leggendo la liturgia odierna, dalla quale traspare un Dio misericordioso, attento, conduttore del suo popolo, fautore di grandi cose, ma che ha bisogno del nostro aiuto e che noi gli si rivolgiamo per dare la nostra disponibilità. Gesù ne fa sintesi con la guarigione di Bartimeo, il cieco figlio di Timeo (i diseredati nel vangelo, al contrario dei ricchi, sono sempre chiamati per nome, in questo caso c’è perfino la declinazione della paternità!), il quale gli tende la mano e grida forte il suo bisogno di aiuto, al punto di infastidire i seguaci del Messia. Ma questi si ferma e lo chiama, dimostrandosi così “gratificato” da tanta insistenza. E ne ha ben donde, perché infatti lo guarisce ridandogli la vista, ma, come ha fatto in altre occasioni e affinché sia chiaro che nulla gli è piovuto dall’alto, lo congeda con la famosa frase: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. Non ha detto “ti ha guarito”, perché il Maestro non è affetto da falsa modestia, la guarigione è stata opera sua, ma ha fatto capire come la fede sia base per un rapporto efficace, dignitoso e affettuoso. Bartimeo, peraltro, non se n’è andato, ma si è aggregato ai seguaci. Fervorino finale: perché non riflettiamo sull’atteggiamento che assumiamo quando preghiamo?
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Inserito il 15 Ottobre 2015 alle ore 11:57 da Plinio Borghi
Vita e sofferenza sembrano un binomio ineluttabile, specie se lo condiamo con tutto il nostro pessimismo, capace di farci smorzare anche la gioia di vivere. È chiaro che la nostra condizione umana ci predispone a entrambe, a volte in modo alternato e altre in contemporanea; è altrettanto chiaro che per taluni prevale, in forma più o meno preponderante, la sofferenza e per altri, apparentemente più fortunati, la gioia. Sta a noi saperle gestire per creare il giusto equilibrio e non soccombere passivamente alla prima o bearsi irresponsabilmente della seconda. Potremmo portare ad esempio tante situazioni di persone che hanno saputo perfino vivere con gioia la loro enorme e continua sofferenza, anche senza scomodare i santi conclamati, ma non è questo il punto. Semmai va analizzato il senso che noi siamo disposti a dare all’una e all’altra. Diciamo che la vita è una missione da portare a termine, è un percorso, quasi sempre a ostacoli, che richiede impegno per superarli, ma ci corrisponde anche con altrettante soddisfazioni, se sappiamo coglierle nel modo giusto e tenere conto di quanto la gioia sia intrinsecamente più labile della sofferenza. In tutto ciò la fede ci offre una mano consistente, se cominciamo intanto a vivere il Vangelo non come un giogo, bensì come una cosa impegnativa ma bella: non a caso esso è definito la “buona novella”. Che è un Dio che assume la nostra natura umana, che ne vive tutti gli aspetti e che soprattutto nella sofferenza e nella morte ignominiosa riesce, con la resurrezione, a riscattare tutte le nostre debolezze e a proiettarle oltre la vita stessa. Così ci parlano Paolo e Isaia oggi. E Gesù ci dà anche la chiave per investire al meglio: il servizio agli altri. Chi pensa di farsi strada a gomitate e, nella convinzione di essere al centro del mondo, pretende che tutto gli giri attorno; chi si arroga il diritto di passare sopra a tutto e a tutti e di fare il prepotente; chi si ritiene titolare del diritto alla felicità e se gli altri non ce la fanno chi se ne frega finisce per sbattere il naso e non solo non arriva primo, ma non arriva proprio. Certo, che si voglia o meno seguire il Maestro, c’è comunque da portare la croce, ma un conto è trascinarla stancamente e un conto è abbracciarla con gioia, come fece Lui. In questo caso il binomio più consono a noi cristiani sarà: vita e felicità.
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Inserito il 11 Ottobre 2015 alle ore 12:01 da Plinio Borghi
Tra il dire e il fare… Si dice che l’amicizia duri finché uno non domanda all’altro un prestito. Nei rapporti affettivi non cambia molto. Si fa presto a dire: “Per te mi butterei sul fuoco!”, ma quando si tratta di buttarsi sul serio… si faceva così per dire. La realtà è che a parole siamo tutti bravi, disponibili, accoglienti, generosi e quant’altro, poi, nei fatti, è tutt’altro paio di maniche. I nostri slanci sono come le promesse dei politici. Ne sanno qualcosa coloro che operano nel mondo del volontariato: oh, ci sono tantissime brave persone che si danno da fare, ma molti di meno di quanti si erano dichiarati e magari avevano anche sollecitato iniziative. Spendersi un po’ di più è dura, farlo fino in fondo è pressoché impossibile. Nel donare, la musica non muta: i più generosi si privano di una buona parte del superfluo (sempre utile, senza dubbio), raramente del necessario, figuriamoci poi del tutto (altrimenti non avrebbe avuto senso che Gesù facesse notare ai discepoli il valore di quella piccola moneta lasciata nel tempio dalla vedova)! Comunque il fatto è sempre inversamente proporzionale alla ricchezza posseduta. L’ha ben compreso anche il fisco, tosto pronto a rastrellare quel poco fra i più, invece che il molto dove ce n’è, a partire proprio dai notabili. Emblematico rimane quindi l’episodio del giovane ricco che ancora una volta il vangelo ci propone. L’evangelista rileva che è addirittura corso incontro a Gesù gettandosi in ginocchio davanti a lui: c’era quindi volontà e generosità nel farlo e infatti viveva correttamente i precetti, tanto che è egli stesso a chiedere al Maestro cos’altro poteva fare per guadagnarsi al meglio la vita eterna. Tuttavia, alla risposta che il salto di qualità ulteriore sarebbe stato quello di privarsi di tutto e darlo ai poveri, se ne va rattristato. E Marco si premura di sottolineare: “Possedeva infatti molti beni”. Già. Difficile lasciare il certo per l’incerto: la nostra fede vacillante non arriva a tanto. A parole siamo sicuri della vita eterna; invero azzardiamo di più in investimenti rischiosi o per giocare all’enalotto o al gratta e vinci, malgrado le certezze siano di molto inferiori e senza tener conto che, ben che vada, tutto quaggiù dobbiamo lasciare. Io confido nelle parole di Gesù e cioè che a Dio tutto è possibile, anche neutralizzare la nostra grettezza, ma ho la vaga sensazione che saranno di più i cammelli che riusciranno a passare per la famosa cruna dell’ago.
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Inserito il 4 Ottobre 2015 alle ore 12:35 da Plinio Borghi
Un bel tiro ad effetto! Il vangelo di oggi, preceduto da una prima lettura dal libro della Genesi relativa alla creazione della donna dalla costola di Adamo, non è solo un sasso, ma una bomba in piccionaia! Noi, più piccoli e meschini di quei quattro farisei che si avvicinarono a Gesù per metterlo alla prova chiedendogli se fosse lecito a un marito ripudiare la moglie, ci stiamo arrabattando con divorzi e relativi tempi, coppie di fatto, unioni omosessuali, famiglie allargate, fecondazioni etero e sofismi di vario genere, contrassegnati dalle sigle più fantasiose. Non solo, ma prendiamo per buone pure le aberrazioni più strampalate con la scusa che esistono anche in natura. Fosse solo un problema di tendenza, che ci coinvolge a livello emotivo o filosofico, passi, la cultura è capace di questo e altro. Macché, se ne fa una questione istituzionale, tanto che persino l’Europa starebbe per far scattare sanzioni nei confronti dell’Italia, inadempiente per non aver ancora approvato il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Qualsiasi cosa che “liberi” l’uomo dalla sua atavica condizione maschio-femmina è vista ormai come un’evoluzione sociale. Avanti di questo passo, va a finire che le coppie regolari e sposate, oltre che retrograde, saranno considerate minoritarie, se non fuori legge. In tutto questo bailamme, piomba tagliente e indefettibile da oltre duemila anni il monito di Gesù: “Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” e per chi fa orecchie da mercante aggiunge a maggior specifica: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra commette adulterio” e viceversa. D’altronde la metafora della nascita di Eva da una costola di Adamo è preconio dell’ “Una caro”, una sola carne, quella che è la coppia, separatasi dai rispettivi genitori per formare una famiglia, possibilmente prolifica. Le eccezioni, come quella del ripudio prevista da Mosè (ma vi aggiungerei anche gli eventuali annullamenti della Sacra Rota), sono frutto della durezza di cuore e di cervello dei protagonisti, come risponde lo stesso Gesù ai farisei, ma non devono ritenersi regola. Con ciò, massimo rispetto del libero arbitrio che Dio ha concesso a ciascuno (io non ho mai votato per l’abrogazione di alcuna legge in merito), e che ognuno alla fine risponda delle proprie trasgressioni, però liberamente, senza aggredire né essere aggredito a causa di convinzioni non condivise.
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Inserito il 27 Settembre 2015 alle ore 12:31 da Plinio Borghi
Quanti Eldad e Medad annoveriamo nelle nostre comunità, a partire da quelle parrocchiali? Pochissimi, eppure ce ne vorrebbero! Chi sono? Due egregi sconosciuti citati nella prima lettura (dal libro dei Numeri) sui quali si posò lo Spirito, per cui cominciarono a profetizzare lì, nell’accampamento, senza recarsi nella tenda di Mosè. Scandalo! “Come si permettono?”, disse un servitore corso da Mosè, “bisogna scacciarli!”. Bella la risposta di Mosè: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!”. Quanto mi piacerebbe che tutti i nostri pastori avessero lo stesso atteggiamento di Mosè! Invece temo che i più nutrano i sentimenti del servitore, che provino un senso di fastidio se qualcuno tenta di invadere il loro campo di competenza. Tuttavia, nemmeno la gente è così pronta a dare una mano. Teniamo presente che prima di questo episodio, Mosè, stufo di tenere a bada da solo il più di mezzo milione di persone, lagnose e mai contente, che Dio gli aveva affidato, si era rivolto al suo Signore, che gli aveva garantito, oltre che mandare carne al popolo (premessa del famoso episodio delle quaglie), di affiancarlo con settanta anziani, sui quali avrebbe effuso il suo spirito. Però, e lo riprende anche la lettura di cui si parla, quei settanta profetizzarono una sola volta e poi non lo fecero più. Ecco il motivo per cui ricorse a quei due. Noi abbiamo ricevuto tutti quello Spirito col Battesimo e ci siamo quindi impegnati con la Cresima, ma poi? Quanti si sentono coinvolti nell’opera missionaria della Chiesa e cioè nel profetizzare? Eppure Gesù, proprio nel vangelo di oggi, assume lo stesso atteggiamento di Mosè, quando Giovanni voleva impedire che alcuni non seguaci scacciassero i demoni nel suo nome: “..Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi”. Bella strategia in controtendenza, come al solito! Il Maestro in buona sostanza ribadisce che quello che conta è operare il bene e agire per il bene. Se poi chi lo fa si muove nel suo nome, anche se non appartiene alla Chiesa o alla comunità, ben venga. Quanta energia sprechiamo in contrapposizioni inutili! E quanto potenziale avremmo se chi cammina nella stessa direzione cercasse di farlo assieme, da compagni di viaggio e non da concorrenti. È un chiaro invito alla vera apertura verso l’altro.
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Inserito il 20 Settembre 2015 alle ore 12:11 da Plinio Borghi
La fine del grillo parlante di collodiana memoria, schiacciato sul muro con una martellata infertagli da quella perla di verità che era Pinocchio, rimarrà per sempre l’emblema del fastidio che provoca chi è nel giusto. Ognuno di noi è senz’altro testimone o protagonista di qualche episodio di tal specie, frutto di un atteggiamento sociale da sempre presente, se la prima lettura di oggi, dal libro della Sapienza, inizia proprio con queste parole: “Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo..”. Quando mi affacciai al mondo del lavoro, assieme ad altri giovani e volonterosi, venimmo tosto ripresi per eccesso di zelo, dato che la nostra alacrità metteva in cattiva luce l’andamento lento degli altri veterani (eravamo nel pubblico impiego, ma non credo che nel privato sarebbe andata tanto diversamente!). Non ci adeguammo del tutto, ma dovemmo abbassare un po’ i toni per evitare guerre inutili. D’altra parte la lettera di San Giacomo, nella seconda lettura, riprende: “Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni”, per cui essere di stimolo va bene, ma provocare ad arte diventa controproducente. Mi è rimasta impressa la filippica nel film “Scipione, detto anche l’africano” (forse l’ho già citata), durante la quale Catone, interpretato da Vittorio Gassman, dice al protagonista (Mastroianni) che se si vuol vivere tranquilli, nella società, non bisogna mai essere peggiori degli altri, ma neppure migliori: uguali. Squallido, eppure innegabile. Per fortuna Gesù, nel Vangelo, ci offre ancora una volta lo spunto per superare l’impasse e va oltre la critica e oltre la provocazione. Anche gli Apostoli, infatti, non erano esenti dalla tentazione di primeggiare o di non sentirsi sufficientemente valorizzati; il Maestro li coglie in castagna mentre ne discutono e, ripresi, tacciono (tipica reazione di chi viene sgamato!). Ed Egli, che ovviamente sapeva, taglia la testa al toro dicendo: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. Non è un argomento nuovo e in più di qualche circostanza Gesù stesso ne darà esempio concreto, come nell’ultima cena, quando laverà i piedi a tutti. D’altronde, volgendo l’attenzione ai piccoli, agli sprovveduti, agli ultimi, facendoci noi stessi piccoli, sprovveduti e ultimi, ben difficilmente susciteremo invidia negli altri e il fatto che solo così possiamo incontrare il Cristo e conoscere il Padre che l’ha mandato non è proprio secondario!
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Inserito il 13 Settembre 2015 alle ore 12:03 da Plinio Borghi
Una verifica ciclica delle nostre impostazioni è quanto mai opportuna, a prescindere da quali siano gli ambiti d’impegno. Per chi si occupa di investimenti o attività economiche in genere, diventa addirittura obbligatoria, pena mandare a scatafascio ogni prospettiva. All’inizio del nostro cammino di vita era la scuola che vi provvedeva, non solo con scrutini ed esami, ma anche riformando e riadattando i vari percorsi alle mutate esigenze. Col crescere dell’età e il crearsi di una propria coscienza nei vari campi, lavoro compreso, siamo direttamente chiamati ad effettuare scelte che di volta in volta richiedono conferme ovvero svolte, più o meno radicali. Se no, c’è l’appiattimento più becero e ridurremmo la vita ad una mera routine. Chi poi ha una professione o un incarico soggetto al giudizio del pubblico non può limitarsi ad una verifica personale, ma deve per forza tastare il terreno prima di assumere decisioni importanti che lo riguardano. È umano. E Gesù, sulla cui umanità non c’è dubbio, segue anch’egli questa strada e ce ne dà un esempio oggi, quando chiede ai discepoli: “Chi dice la gente che io sia?”. Forse era un pretesto per provocare, allora come ora, una nostra analisi: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Come dire: siete sicuri di conoscermi bene? È un po’ il richiamo di un paio di domeniche fa, quanto lamentava che troppo spesso lo lodiamo con la bocca, ma non col cuore. Infatti, nel giro di una manciata di minuti, Pietro, che ci rappresenta sempre al meglio, prima lo qualifica per quello che è, cioè il Cristo, ma poi, udito ciò che gli sarebbe toccato, cerca di dissuaderlo dall’eseguire la volontà del Padre e si becca del “Satana”. Credere che Gesù sia il Cristo, spiega poi il Maestro, significa rinnegare sé stessi, prendere anche noi la propria croce e seguirlo, pena, in caso contrario, perdere la propria vita. L’Apostolo Giacomo nella sua lettera ci spiega su che cosa dobbiamo verificarci, la misura dell’effettiva sequela: sono le opere; la fede da sola non basta, senza le opere non salva, anzi, è morta. L’occasione dell’accoglienza, propugnata dal Papa e di recente sollecitata dal Patriarca perché sia concreta, è una prova del nove: non basta dire va, mangia e vestiti. Devi provvedere tu, dice San Giacomo. E giacché il fenomeno in atto non può più definirsi emergenza, non basta tamponare: occorre anche una programmazione, che Governo ed Europa si ostinano a non fare.
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