Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

L’appetito vien mangiando…

Inserito il 28 Giugno 2015 alle ore 12:07 da Plinio Borghi

L’appetito vien mangiando, recita un vecchio adagio e ognuno di noi sa quanto sia vero, a partire dalla nascita: l’inappetenza dei figli mette subito in allarme i genitori, a volte anche in modo esagerato, perché si tende a standardizzare le quantità e a non tener conto delle diverse esigenze. Perciò curiamo la varietà e la bontà di quanto mettiamo sotto i denti: per stimolare la voglia di mangiare. Se il nutrimento fosse qualcosa di automatico, non occorrerebbe star lì a spignattare e ad arrovellarsi per creare ogni volta qualcosa di gustoso. Quant’è brutto quando viene meno il desiderio del cibo e subentra l’indifferenza o, peggio, il rifiuto! È un campanello d’allarme verso qualcosa di patologico, come lo è l’anoressia. Tanto è vero che anche Gesù (che poi era pure di bocca buona), dopo aver praticamente risuscitato la figlia di Giàiro, dice ai genitori di darle da mangiare, a riprova che era veramente viva e che stava bene. Sembra un richiamo a quello che anch’Egli chiederà per sé agli apostoli increduli, dopo la sua resurrezione, mentre lo guardavano come fosse un fantasma, per dimostrare che era proprio lui in carne ed ossa, che era in piena forma. Ora, se trasferissimo tutto questo ragionamento anche ad altre forme di nutrimento, quello della mente, dello spirito, dell’anima, ci accorgeremmo che il principio non cambia. In tutti questi altri aspetti c’è parimenti bisogno di adeguata alimentazione per creare l’equilibrio necessario al loro sviluppo e al mantenimento dei livelli acquisiti. E pure in tutti questi altri aspetti, se la curiosità, l’impegno e la pratica della fede sono presenti, l’appetito vien mangiando. Di contro, se non provvediamo, per disaffezione o per pigrizia, rischiamo l’inaridimento culturale, l’atrofia spirituale, l’anoressia dell’anima, tutte cose con effetti ben più dirompenti della denutrizione fisica (lungi con ciò dal contraddire il principio del mens sana in corpore sano!). San Paolo stesso, nel mettere in risalto che il principale sostegno della fede è la carità, senza la quale crollerebbe qualsiasi forma di comunione e di convivenza civile e noi risuoneremmo come bronzi vuoti, sottolinea che, in essa, siamo ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo, indicando così in quale direzione troviamo il vero stimolo per la nostra crescita totale e completa.

La saga di cuori munici…

Inserito il 21 Giugno 2015 alle ore 12:07 da Plinio Borghi

La saga di cuori munifici che ha preceduto questa dodicesima domenica del Tempo Ordinario, il Sacro Cuore di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria, s’inserisce perfettamente nell’argomento della potenza di Dio all’ordine del giorno sin dalla settimana scorsa. Cuore, da sempre fa rima con amore, ma non solo nel senso sdolcinato delle poesie e delle canzoni: anche come forza (la forza dell’amore), come riserbo (conservare o meditare gli avvenimenti nel proprio cuore), come preoccupazione (l’apprensione per i figli), come coraggio nell’affrontare la vita (gettare il cuore oltre l’ostacolo), come risposta al sentimento (il sobbalzo del cuore). Ebbene, di tutte queste cose si sono resi protagonisti “i cuori” di Gesù e Maria e vastissimo è il culto che vi si dedica, anche se, analogamente ad altre forme o a taluni dogmi, la formalizzazione è avvenuta a distanza di secoli, se non addirittura di millenni: dello scrigno che fu il cuore di Maria parla già San Luca nel suo Vangelo in un paio di circostanze e per quello di Gesù, che si è speso fino all’ultima goccia d’acqua per la nostra salvezza, la devozione già dilagava in Germania ancor prima che fosse legata ai fatti di Santa Margherita Maria Alacoque. Tantissime congregazioni si rifanno al Sacro Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria o ad entrambi, e pure note pratiche religiose e avvenimenti. Del primo mi piace ricordare quella dei primi nove venerdì del mese per acquisire la garanzia della perseveranza finale; del secondo la solenne consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria ad opera di Pio XII nel 1944. Ritornando al vangelo di oggi, anche la potenza che Cristo manifesta nel placare la tempesta è una grande dimostrazione d’amore, ma anche una messa in mora per quei pusillanimi di apostoli che, malgrado egli fosse in barca con loro, temevano per la loro vita: amore sì, va bene, però c’è bisogno di reciprocità. Infatti li redarguisce: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. La fede è la prima risposta che Gesù vuole in cambio del suo amore per noi, quella fede che affida totalmente la propria vita nelle sue mani. Lo sottolinea anche San Paolo: “Fratelli, l’amore di Cristo ci possiede.. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per sé stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro”.

Le promesse elettorali…

Inserito il 14 Giugno 2015 alle ore 11:53 da Plinio Borghi

Le promesse elettorali e gli atteggiamenti di sicumera nel presentarle, ad una attenta analisi, potrebbero rappresentare una buon esempio di delirio di onnipotenza, tanto è evidente che non vi saranno né tempo né mezzi sufficienti per realizzarle, se non in minima parte. Tuttavia, a noi piace crederci, anche in ossequio al principio che se non si punta molto alto si continuerà a volare basso e se non si spinge avanti al massimo stiamo già tornando indietro. Chi invece è veramente onnipotente non si perde in dimostrazioni complicate, ma per farsi capire dal suo popolo usa esempi semplici, quasi infantili, ma di una efficacia disarmante. È quanto leggiamo nella prima lettura di oggi: Dio, per dimostrare che tutto gli è possibile, dice che, se vuole, prende un ramoscello di albero di cedro, lo pianta nella cima più alta e lo fa crescere, sì da far diventare piccoli i fusti più possenti della foresta. Chiara l’allegoria del Regno dei cieli, che viene ripresa anche dal brano del Vangelo di Marco con l’esempio del granello di senape, il seme più piccolo che si conosca e che ciò malgrado genera uno degli alberi più frondosi, sotto il quale tutti trovano riparo. Eppure fatichiamo a prestar fede a simili prospettive e rimaniamo ancorati alle nostre meschine certezze, attaccati alla vita effimera che stiamo percorrendo, al corpo prigione del nostro spirito, al punto che, se buttiamo l’occhio su quanto dice San Paolo nella seconda lettura, e cioè di anelare alla liberazione di quest’anima, siamo presi da un istintivo dissenso, accompagnato da gesti scaramantici. Non vergogniamocene, è normale che la morte faccia paura e lo sottolineava bene anche il nostro santo ex Patriarca Roncalli. Perché la nostra fede è ancora più piccola di quel granello di senapa, come dice Gesù in altra parte del Vangelo, dove aggiunge che se fosse almeno grande uguale potremmo spostare le montagne, diventeremmo come il Padreterno, la cui potenza ha infuso nella nostra debole natura. Per scoprirlo alla grande basta vivere intensamente anche questo lungo tempo ordinario che la liturgia ci riserva, e non per questo meno stimolante dei tempi forti dai quali siamo appena usciti, applicando anche nella fede quel principio suaccennato e cioè puntando direttamente, senza mezze misure, a sederci a pieno titolo al banchetto celeste e a bere con Gesù quel vino nuovo che ci ricordava domenica scorsa.

Cibo, cucina, specialità, diete…

Inserito il 7 Giugno 2015 alle ore 11:09 da Plinio Borghi

Cibo, cucina, specialità, diete: apri la TV in qualsiasi momento e non si parla d’altro. A volte non ti salvi nemmeno con lo zapping. Ormai non c’è telegiornale che non includa la sua brava rubrica di cucina, la quale ha preso il suo spazio anche nei programmi di varietà (addirittura nella lotteria di capodanno) e in quelli di evasione; perfino nei servizi dedicati al turismo non può mancare il doveroso riferimento alle specialità locali. E non importa quali siano i tuoi orientamenti nutritivi: carnivoro, onnivoro, vegetariano o vegano, troverai sempre qualcuno che ti vuol consigliare come devi fare per mangiare al meglio. Sembra che non tanto il cibo, quanto il modo di consumarlo sia diventato un totem, la principale preoccupazione, la nostra priorità. è pur vero che un tempo s’insegnava alle donne a prendere un marito per la gola, ma era un modo per incitarle a dedicarsi ai fornelli. Oggi hanno mangiato la foglia ed è più facile che ci mettano lui ai fornelli, ma guai a rinunciare alla ritualità del ristorante, anche nei momenti di crisi più becera: vuoi che rinunci proprio a tutto? Se poi si deve proprio risparmiare, allora c’è sempre qualche programma che ti spiega come mettere su pranzo e cena con cose semplici e genuine, ma di un gusto ineguagliabile. Guarda caso il nostro Padreterno, che per antonomasia disponeva di ogni “ben di Dio”, ha nutrito il suo popolo e ci ha trasmesso i segni della salvezza sempre attraverso gli elementi più semplici: la manna, il miele, il pane, il vino, tutti richiamati nella liturgia di oggi, che apre proprio con l’antifona “Il Signore ha nutrito il suo popolo con fior di frumento, lo ha saziato di miele della roccia”, tratta dal salmo 80. La Sequenza è un incalzare di riferimenti, che portano all’esaltazione nel vangelo di quel pane e di quel vino che sono poi divenuti formalmente e sostanzialmente il Corpo e il Sangue di Cristo, vivo e presente in mezzo a noi. Con ciò non vuol dire che proprio Gesù, a partire dalle nozze di Cana e fino all’ultima cena non abbia esaltato i momenti conviviali, ma non fine a sé stessi, bensì come mezzi di socializzazione, di rivelazione, di proiezione. Sarebbe lunga elencarli tutti. Cogliamo l’occasione per farlo da soli e per scoprire un taglio lontano anni luce da quello televisivo. Può essere un modo più qualificante per voltare le spalle alla TV, lasciandola blaterare di cose futili.

Un’esplosione d’amore

Inserito il 31 Maggio 2015 alle ore 12:05 da Plinio Borghi

Un’esplosione d’amore è il minimo che si possa dire sul mistero della Trinità. I fatti che ci accompagnano dall’Avvento all’epilogo dei tempi forti della liturgia, celebrato la settimana scorsa con la Pentecoste, raccontano ampiamente di questo Dio che ci è diventato più familiare come Padre, di questo Messia che ci era stato promesso e che si è rivelato nientemeno che il Figlio di cotanto Padre, di questo Spirito di Sapienza, di Consolazione e quant’altro, ma soprattutto di Amore, che ci ha coinvolti in prima Persona per farci capire fino in fondo la redenzione. Abbiamo preso talmente dimestichezza con questa Trinità, che non ci sembra quasi nemmeno più un mistero. Il concetto che stiamo parlando sempre di Dio e che ogni sua prerogativa non può che far luogo ad una ben precisa Persona, uguale nella divinità e ben distinta nel ruolo, sembra palpabile. Il privilegio che il Creatore si sia coinvolto talmente nella nostra storia da intersecarla e affiancarla ormai sembra logico e scontato. Evidentemente non è così. Lo sarebbe, se non avessimo quelle grosse lacune che ancora non ci consentono di essere allineati al fenomeno trinitario. Prima di tutto la fede, che deve riconoscere la costante attenzione del Padre nei nostri riguardi; quella fede che mette Dio al primo posto di interessi e sentimenti, così da eliminare tutti quegli idoli ai quali siamo troppo tributari: il denaro, il potere, l’egocentrismo, per citarne solo alcuni, i più condizionanti. Indi la consapevolezza del dono della salvezza che Cristo è venuto a portarci, la consapevolezza che Egli è ancora qui, con noi e per noi, come sottolinea l’ultima frase del vangelo di oggi, per cui dovremmo coinvolgerlo in tutte le nostre cose, a partire dalla coerenza nelle scelte, matrimonio e rispetto dell’ordine naturale delle cose in primis. Infine l’Amore che dovrebbe regolare i nostri rapporti sulla base dello stesso amore di Dio verso di noi e ce lo ricorda San Paolo nella seconda lettura. Qui non ho spazio necessario per formulare il lungo elenco delle nostre mancanze d’amore (cose peraltro già trite e ritrite), che sfocia in odio e guerre infinite che l’uomo non ha mai smesso di innescare. Intanto, quando ci segniamo, riflettiamo bene se in effetti tutto ciò che facciamo è veramente nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo!!!

Il rapporto intimo…

Inserito il 24 Maggio 2015 alle ore 12:41 da Plinio Borghi

Il rapporto intimo di Maria con lo Spirito Santo ha avuto due momenti topici: l’Annunciazione, quando la sua fede e la sua disponibilità le consentirono di concepire il Figlio di Dio, e la Pentecoste, che, lo ricorda sempre il terzultimo dei misteri del Rosario, la colloca nel cenacolo assieme agli apostoli mentre lo Spirito scende su di loro. In questo secondo caso, che segna l’antitesi della Torre di Babele e quindi la nascita di una Chiesa dal linguaggio universale, pure Maria comprende finalmente e appieno il grande disegno dell’Altissimo su di lei, colloca tutti i pezzi del complicato puzzle al posto giusto e riesce a percepire la dimensione del suo ruolo di corredentrice. Potenza dello Spirito Santo! Potenza dei suoi doni e del suo intervento, che la Sequenza odierna esprime in modo magistrale! Mi è molto cara, in una circostanza importante come quella di oggi, l’immagine della Madonna che assume il ruolo di Madre della Chiesa nascente, dopo esserlo divenuta di tutta l’umanità sotto la Croce. Non è una “diminutio”, altrimenti non avrebbe senso che lei, già concepita senza il peccato originale e già in rapporto intimo con lo Spirito Santo, fosse ancora lì per un ulteriore incontro. Evidentemente è facile immaginare che a lei, al contrario degli apostoli e quindi di noi, sia stato riservato di capire tutto quello che c’era da capire e di cui, col tempo, lo Spirito avrebbe reso partecipi pure noi. Afferma Gesù proprio nel vangelo di oggi: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità … e vi annuncerà le cose future”. Pur avendo ancorato la nostra fede a dei dogmi, la ricerca della verità è e resterà sempre un campo aperto (bella pretesa avrebbe avuto Ponzio Pilato quando chiese a Gesù: “Che cos’è la verità?”!) e finché rimarremo su questa terra nessuno potrà mai arrogarsi l’idea di possederla. Quel che conta è di non perdere mai il riferimento di partenza, che è la Pentecoste, dalla quale un tempo, prima della recente riforma liturgica che è seguita al Concilio Vaticano II, si contavano tutte le domeniche successive dell’anno, fino all’Avvento. A conclusione del tempo pasquale un augurio è d’uopo: che la Chiesa dia sempre prova, nelle sue scelte, di essere totalmente ispirata e guidata dallo Spirito, guardando appunto a Maria, che per prima ha dato l’esempio.

Il bisogno di una leadership…

Inserito il 17 Maggio 2015 alle ore 12:09 da Plinio Borghi

Il bisogno di una leadership è innegabile e, direi quasi, naturale. Lo sentivamo fin da ragazzini, quando ci organizzavamo in “bande” rionali e guai a non avere un capo banda di indubbio prestigio! Purtroppo anche lì talvolta accadeva come per “I ragazzi della via Paal”, ma questo è un altro discorso. Era presente durante la scuola, sia nelle attività didattiche che in quelle ricreative: la figura di un leader era necessaria per interloquire ed organizzare. La medesima esigenza si è poi imposta nell’ambito del lavoro e del sociale, dove è diventato più difficile scegliere le persone giuste, che fossero carismatiche e rappresentative, doti non sempre facili da mettere insieme. Comunque vige un principio non scritto, ma di buon senso, che impone a qualsiasi livello di dirigenza o di responsabilità di favorire non solo il conseguimento degli obiettivi, ma anche il proprio ricambio. Il peggior leader è quello che, scaduto il suo compito, non abbia saputo creare le condizioni per la continuità e soprattutto per la crescita: lo slogan “muoia Sansone con tutti i Filistei!” ha avuto origini distruttive ed è bene che rimanga circoscritto ai soli fatti che hanno riguardato Sansone. Purtroppo molti dei nostri leader invasati non lo afferrano, anzi, meno competenti sono è più fanno l’opposto, perché temono che altri possano far loro ombra: da qui la discutibilità di molti dei nostri rappresentanti. Altro principio importante è quello di farsi rimpiangere sì, ma non troppo, se è stato fatto salvo il principio precedente. Tutto ciò premesso, è evidente che il nostro Maestro e Salvatore in questo sia stato impeccabile: è stato un leader indiscusso in vita, ha formato una leadership pronta a completare la sua opera dopo che “visivamente” se ne fosse andato, l’ha messa in condizione di non vacillare e di non titubare vincendo addirittura la morte e l’ha consolidata nello Spirito Santo, conferendole altresì ogni potere in suo possesso. Essendo Figlio di Dio ha infine superato se stesso trovando modo di rimanere fra noi anche dopo essersene andato. Come non rimpiangere un siffatto riferimento? I discepoli sono rimasti imbambolati a guardare in alto, finché l’Angelo non li ha scaturiti: non avevano ancora percepito la situazione. A noi, che sappiamo, compete il rispetto per la sua Chiesa, anche se, umanamente, talvolta ci fa rimpiangere Gesù, e possiamo lasciarci andare alla Sua contemplazione senza timore di essere distolti.

Un’aria di smobilitazione…

Inserito il 10 Maggio 2015 alle ore 12:07 da Plinio Borghi

Un’aria di smobilitazione e da passaggio del testimone si avverte nella liturgia odierna, dopo un periodo pasquale che possiamo definire speculare alla Quaresima. Non mi riferisco tanto al numero dei giorni che precedono la Pasqua rispetto a quelli che la seguono fino all’Ascensione, quanto al risalto che si dà alla centralità di Gesù, prima in preparazione e in tensione verso il volano della nostra fede, che è la sua resurrezione, poi nella proiezione, per noi essenziale, verso la sua figura. È stato, questo secondo, un susseguirsi di domeniche in cui l’abbiamo contemplato nella sua fulgidezza e nella sua divina misericordia; indi nella sua concreta realtà di Figlio di Dio incarnato e risorto, in adempimento alla promesse di salvezza che il Padre fece ad Adamo e a quanto preconizzato nelle profezie; e ancora nella veste di Buon Pastore, cui siamo tutti affidati; poi nella funzione di vera vite, senza la quale noi tralci saremmo aridi; infine come mandante dell’unico e onnicomprensivo comandamento: amarsi gli uni gli altri come Egli ci ha amato. Ciò avviene solo rimanendo in lui e con lui, seguendo la sua parola e mettendola in pratica, con un solo “limite”: come lui ha fatto con il Padre, arrivando quindi a dare la sua vita per obbedire al suo disegno. Per quante occasioni cogliamo, non arriveremo mai a eguagliarlo, ma questo non è un buon motivo per demordere, perché non verremo mai giudicati dal risultato, bensì dall’impegno profuso: ogni renitenza andrà a nostro discapito. Se Gesù ci ha affrancato da servi e ci ha reso suoi amici, ci spetta fare altrettanto, specie verso chi è più disagiato. Forse non ci sarà richiesta la vita, come recitiamo nella colletta di oggi, ma di dedicarla in parte al riscatto altrui, questo sì e succede ogni giorno: se non sono i poveri sono gli immigrati, se non sono gli anziani o chi fatica a trovare un tetto (ogni riferimento ai centri Don Vecchi non è casuale) sono i terremotati del Nepal, verso i quali urge in questi frangenti il massimo dell’attenzione e della solidarietà. Essere cristiani non è stata una nostra scelta, siamo stati cercati (“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto”, dice Gesù nel vangelo di oggi) e per farci riconoscere ci è stato dato un segno distintivo: l’amore, con quel che ne consegue. Senza di esso, siamo nessuno.

Un hobby da pensionato…

Inserito il 3 Maggio 2015 alle ore 12:40 da Plinio Borghi

Un hobby da pensionato è stato fin dall’inizio quello di imbottigliarmi il vino da pasto che avrei poi consumato nel corso dell’anno. Quando ero in servizio non ci ho mai provato, perché gli impegni di lavoro non mi consentivano di rispettare i tempi che questa operazione comporta. Non ho avuto problemi con l’approvvigionamento, perché comunque da sempre mi servivo da una cantina, della quale era già cliente mia madre. Orbene, i vecchi titolari avevano tutto l’occorrente per il ciclo di produzione completo, a partire dal mosto. Da loro seppi che ogni anno si recavano nelle varie località a scegliere le uve che avrebbero poi acquistato e concordavano sia la quantità che la qualità. A quest’ultima si provvedeva sfoltendo adeguatamente i filari affinché i grappoli che rimanevano crescessero più belli e sostanziosi. Leggendo il vangelo di oggi, mi sono ritornati alla mente tutti i particolari di quelle manovre e devo convenire, come al solito, che il nostro Maestro non poteva portare un esempio più calzante e percepibile. Con una differenza non secondaria: quella di essere Egli la “vera” vite. Il che significa che in lui insiste la capacità illimitata di far produrre frutto: non occorre sfoltire grappoli buoni per consentire agli altri di migliorare il prodotto. Il rovescio della medaglia è che i tralci siamo noi e che soltanto finché rimarremo attaccati a lui e saremo attivi avremo una prospettiva di salvezza, ma se poco poco prendiamo direzioni diverse, la nostra fine è segnata. Tuttavia, il vignaiuolo, che è il Padre stesso, ha comunque bisogno di provvedere alla nostra potatura, se vogliamo che il frutto sia garantito e cresca buono, come a dire che nessun risultato è ottenibile senza un minimo d’impegno e di sacrificio: nulla ti cade dall’alto per forza d’inerzia, tranne una bella batosta, specie se credi di fare il furbo. Nel nostro caso non c’è nemmeno bisogno di lavorare tanto di fantasia creativa per stare sul mercato, perché abbiamo una vite sicura e la Parola di riferimento: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto”. A questo punto ogni elusione diventa solo un pretesto di comodo e il Padreterno non è il vigile urbano che ti becca senza cintura, al quale puoi raccontare che è stato un puro caso, perché te la sei sempre allacciata.

“Stavolta se ciamemo fora…”

Inserito il 26 Aprile 2015 alle ore 12:03 da Plinio Borghi

Stavolta se ciamemo fora, xe robe che no ne toca”, verrebbe spontaneo premettere, visto l’argomento della liturgia di oggi, tutta rivolta alla figura del Buon Pastore. Sì, va bene, indirettamente c’entriamo pure, in quanto pecorelle, ma qui ci sono richiami che riguardano coloro che hanno in cura le anime, dai preti in su. È loro compito amarle, conoscerle ad una ad una, dare la vita per loro, non essere mercenari nel gestirle. Gesù parlava di sé, ma era chiaro che in quel discorso stava coinvolgendo gli apostoli e quelli che lo avrebbero poi rappresentato. Non sempre ci sono riusciti al meglio, lo sappiamo, anche loro sono uomini fallaci come tutti noi, ma quel che conta è che non demordano e che il richiamo sia sempre vivo. E poi non è Papa Francesco che continua a dire che i pastori devono portare addosso l’odore del proprio gregge, cioè farsi carico delle angosce di quanti sono loro affidati, vivendo con loro, uscendo dalle sacrestie, decentrando la Chiesa in periferia per combattere le battaglie dei diseredati. Giusto, e noi siamo qui ad attenderli per condividere la nostra povertà… bla.. bla.. bla.. Sarebbe comodo, eh?, che le cose stessero così! Troppo comodo. Talvolta ci proviamo e ci ergiamo a giudici, specie se le parole dei nostri pastori ci infastidiscono, ci interpellano, ci mettono in crisi; magari li accusiamo d’ingerenza. Quanto siamo maldestri! Il Maestro non ce l’aveva solo con alcuni, solo con la gerarchia: il dito è puntato su tutti. È pastore anche chi sotto qualsiasi forma e in qualsiasi campo ha in affidamento gli altri, a partire da mariti e mogli, dai padri (o madri) di famiglia, da chi opera nel pubblico impiego, nei servizi, nel campo sanitario, nel volontariato, nel sindacato, nella politica, nell’ordine pubblico e giudiziario, nell’Amministrazione del bene pubblico, come del condominio, insomma tutti. Tutti siamo tenuti ad aver cura gli uni degli altri, ad amarli come il Cristo ci ha amati. Siamo tutti pecorelle e pastori nello stesso tempo e di conseguenza se vogliamo essere credibili dobbiamo portarci addosso non solo il nostro odore, ma anche quello degli altri. Significa che se al nostro olfatto arriva solo il proprio odore, siamo lontani socialmente e moralmente. Allora da vili chiamiamoci pure fuori, ma abbiamo almeno il pudore di non pretendere che siano altri a doverci venire incontro.

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