Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Guardarsi in modo diverso…

Inserito il 19 Aprile 2015 alle ore 12:05 da Plinio Borghi

Guardarsi in modo diverso è stata la conseguenza più immediata ed evidente della strage di studenti compiuta in Kenya prima di Pasqua. Così racconta don Giacomo Basso su Gente Veneta della settimana scorsa. Da un lato il giovane sacerdote tranquillizza sulla situazione di Ol Moran, l’avamposto della nostra Diocesi in quel Paese e distante dal luogo dell’eccidio. Poi descrive come l’inquietudine sia subentrata ad un clima di fratellanza tra appartenenti a religioni differenti. Il grave episodio, ripreso e stigmatizzato anche dal Papa durante la via Crucis e nei successivi interventi pasquali, ha confermato in modo drammatico, come se ce ne fosse stato bisogno, che le persecuzioni verso i cristiani non sono cose d’altri tempi, anzi, lo stesso Pontefice ribadiva che forse oggi le vittime sono ancor più numerose di allora, con l’aggravante di una barbarie fuori contesto. Figurarsi poi la pace! Assume sempre più la consistenza di una chimera, di un’utopia che non riesce nemmeno a fungere da panacea per le nostre aspirazioni. Quel che è più grave è il rischio che s’inneschi un odio di ritorno che vada a vanificare tutti gli sforzi compiuti finora di realizzare almeno le fondamenta sulle quali costruire, con determinazione e fatica, una situazione di pace destinata a durare e a consolidarsi. È già così difficile e poco spontaneo vincere le avversità personali, razziali, tribali e di censo che ci mancano anche quelle religiose per contribuire alla nostra instabilità. Lo sapeva bene Gesù, che prima di morire si è tanto raccomandato che ci volessimo bene gli uni gli altri come Egli stesso ce ne ha voluto! Lo sapeva anche dopo la sua resurrezione, mentre appariva ai suoi col saluto di “Pace a voi!” (il punto esclamativo non è casuale). E ce l’aveva anche detto che il suo nome sarebbe sempre stato una sorta di provocazione, la quale, come tutte, avrebbe acceso reazioni e persecuzioni. Che noi dobbiamo sopportare umilmente, affermava il Santo Padre la domenica di Pasqua, ma non con codardia: dobbiamo continuare a mostrare i muscoli senza guerre sante, bensì manifestando la forza della Verità nel nostro comportamento, come dice anche Giovanni nella sua lettera di oggi. Se ciò farà andare in bestia qualcuno, pazienza, ma non ci possiamo permettere che sia stato vano il sangue versato dai cristiani trucidati.

Il rilancio della Misericordia

Inserito il 12 Aprile 2015 alle ore 12:11 da Plinio Borghi

Il rilancio della Misericordia divina è uno degli argomenti che sta più a cuore a Papa Francesco e il motivo sembra abbastanza comprensibile: desidera una Chiesa spiritualmente e strutturalmente aperta, una Chiesa che sappia stemperarsi nelle periferie, con pastori che portino addosso l’odore delle pecore. Non c’è nulla di nuovo in questo, dato che è stato lo stesso Gesù a rivelarci un Padre amorevole che prevalesse sulla figura del Dio immanente, tanto che la lieta novella è tutta imperniata proprio sull’amore, unico comandamento che riassume tutte le leggi. Una prerogativa del vero amore, poi, è che è per sempre, come recita lo stesso salmo responsoriale di oggi, per cui nulla e nessuno saranno in grado di interferire, nessuna colpa sarà mai così grande da non poter essere perdonata e nessuno saprà essere così becero da scalfire l’amore di Dio per la sua creatura. E quand’anche ci fosse chi non vuole pentirsi e volontariamente rifiuta il suo coinvolgimento, non per questo sarebbe meno amato. È questa l’opportunità che chiunque, peccatore o non credente, tiepido o appartenente ad altre correnti religiose, deve avvertire nell’approccio alla nostra realtà ecclesiale. E forse proprio per questo scopo il Pontefice ha voluto un giubileo straordinario sul tema della Misericordia divina. Diceva Mons. Vecchi in una delle sue omelie: “Il peccato si distrugge cosi. Non dicendo che non esiste; non parlando di inibizioni o tabù; non con la spavalda sfida a Dio. Dio è più grande del tuo peccato e la Sua misericordia più del tuo dolore”. E subito dopo aggiunge: “Gesù, perdonando, non legalizza il male” e ancora più avanti continua: “Dio non approva il male, ma vuole ricostruire l’uomo, ricuperarlo perché lo ama. La Grazia è un intervento creativo di Dio, che carica l’uomo di nuova vita e nuova responsabilità”. È un’omelia che, analogamente a tante altre, andrebbe letta completamente per afferrarne la pregnanza (da “Il Signore ti chiama”, edito l’anno scorso dal Marcianum Press), ma anche per capire l’esigenza dell’inversione di un atteggiamento da parte di tutti, Chiesa compresa, perché facciamo fatica a far luogo alla riabilitazione di chi ci guarda alla ricerca di quel minimo di comprensione che tanto sbandieriamo come dovuta, ma che spesso fatichiamo a far passare. Come se il nostro status fosse un privilegio conquistato e non un dono gratuitamente ricevuto.

Gioia liberatoria!

Inserito il 5 Aprile 2015 alle ore 12:28 da Plinio Borghi

Gioia liberatoria! Non c’è qualcosa di particolare che celebriamo oggi che non si celebri in tutte le Eucaristie, come non c’è passo della liturgia odierna che non sia uguale a quello di tutti gli altri giorni di Pasqua sin qui vissuti. Eppure l’atmosfera è sempre diversa, perché tu sei ogni anno diverso, come lo è il contesto in cui ti muovi. Usciamo da un percorso che, se si è fatta attenzione, ha presentato una serie di novità, ha aperto prospettive inaspettate, ti ha fatto approfondire la Parola in un modo che prima non avevi considerato, ti ha meravigliato perché dopo duemila anni la sua attualità non è venuta meno, ti ha procurato sensazioni nuove, ti ha agevolato un’introspezione per scoprire di più te stesso e il tuo rapporto con Dio, hai penetrato ancor più il grande mistero della redenzione. Sì, deve essere successo tutto questo, se siamo convinti che stiamo vivendo un periodo forte, se non riteniamo che il tempo della vita sia trascorso invano, se non vogliamo che tutto ci sia passato sopra la testa senza che ce ne siamo accorti. Ciò ha creato stati d’animo che si sono alternati a mano a mano che la liturgia quaresimale si snodava, con momenti anche di angoscia e di sconforto, come si considerava la settimana scorsa, ma sostenuti dalla speranza di una prospettiva che solo la Resurrezione rende concreta. Ecco perché si può parlare di gioia liberatoria ed è giusto che la frenesia che ha accompagnato gli apostoli allora, mentre non facevano che correre su e giù dal sepolcro, debba trasmettersi anche a noi, nel nostro tempo. Avremo modo di cogliere, nei giorni seguenti e fino a Pentecoste, una miriade di spunti. È curioso vedere come i discepoli di Emmaus, pur essendosi fatta sera, si siano precipitati a raccontare la loro esperienza agli altri, dopo aver riconosciuto Gesù dal gesto di spezzare il pane. Perché non siamo così solerti anche noi nel riconoscerlo ogni volta che partecipiamo all’Eucaristia e assistiamo alla ripetizione, sempre speciale, di quel gesto che Egli stesso ci ha dato mandato di compiere per perpetuare la sua presenza fra noi? Perché non adottiamo la stessa euforia nel partecipare agli altri la contentezza nel riviverlo? Con questo stimolo diventa entusiasmante tornare ad augurarci BUONA PASQUA!

Un senso di sconforto…

Inserito il 29 Marzo 2015 alle ore 12:25 da Plinio Borghi

Un senso di sconforto ti pervade sul piano umano in questo periodo forte della liturgia che va dalla Domenica delle Palme al Venerdì Santo. Non è tanto la ripetuta lettura della Passione a provocarlo, pur essendo questa di una suggestione unica, quanto la sequenza dei fatti, gli atteggiamenti della gente, la falsità, la protervia del potere, il tradimento, l’ignavia dei capi religiosi e di chi è chiamato a giudicare, il constatare che nel tempo queste cose continuano a ripetersi e non si vede ombra di rimedio. Oh, per quanto riguarda il Messia, tutto ciò doveva accadere affinché si compisse il progetto di salvezza; ma che desolazione! Anche quei pochi flash apparentemente festosi, come potrebbero definirsi l’ingresso in Gerusalemme e la Cena con gli apostoli, nascondono vacuità, trama e sotterfugio. Gesù non s’illude, ovvio, perché sa. Sa che quella gente festosa di lì a poco reclamerà la sua crocifissione; sa che fra i suoi commensali si annida il subdolo fedifrago. Sa pure che la sua missione gli richiede di spremersi fino all’ultima goccia. Eppure la sua natura umana soccombe sudando sangue nell’orto del Getsemani e gridando sulla croce: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”. Eppure era Lui che insisteva che il chicco di grano doveva morire per dare frutto; era Lui che prediceva che solo innalzato avrebbe attirato gli sguardi di tutti; era Lui che apostrofò Pietro come “Satana” quando lo voleva distogliere dalla sua missione. Certo, dal punto di vista spirituale dobbiamo ammettere che l’eredità è stata grande e ci mancherebbe! La sua morte, passaggio obbligatorio per la resurrezione, il lungo discorso verso il Monte degli Ulivi, riportato nel Vangelo di Giovanni, l’incomparabile regalo della sua costante presenza fra noi sotto le specie del pane e del vino (“fate questo in memoria di me”) sono beni incomparabili. Li meritiamo o siamo eredi indegni di cotanta attenzione? Per fortuna, consegnando a Pietro le chiavi del Regno dei cieli, ci ha dato anche lo strumento utile per rimediare. Infatti, l’anno giubilare appena proclamato dal Papa è dedicato all’infinita misericordia del Padre: la Chiesa deve rimuovere ogni atteggiamento di chiusura e di conseguente sconforto e infondere a tutti i livelli la fiducia che nessuno è escluso dall’azione salvifica. Approfittiamone.

Scaldare i muscoli…

Inserito il 22 Marzo 2015 alle ore 11:48 da Plinio Borghi

Scaldare i muscoli è un’operazione quanto mai necessaria quando ci si accinge ad affrontare un’impresa impegnativa, sia essa una gara che una performance nelle quali impegnare corpo e mente. I motivi sono in sintesi due: evitare che lo sforzo a freddo provochi danni (strappi o versamenti articolari) ed ottenere il più elevato ed armonico dei risultati. Questo principio vale ovviamente anche per un’esibizione canora, quando è prassi “scaldare” preventivamente la voce, ma il concetto è estensibile anche in campo spirituale, tanto è vero che prima di cominciare un periodo intenso è d’uopo far luogo ai cosiddetti “esercizi spirituali”. In teoria pure la politica dovrebbe allinearsi alla prassi quando c’è aria di campagna elettorale, appunto per ricercare il massimo della convergenza e della concentrazione, entrambe necessarie ad un confronto comprensibile tra le forze in campo ed alla conseguente chiarezza nei confronti degli elettori. Purtroppo qui il condizionale ci sta a tutto tondo, perché di solito si assiste a forze che si disgregano proprio alla vigilia della kermesse, probabilmente convinte di crearsi un proprio orticello tramite presunti consensi da carpire, e alla labilità delle eventuali coalizioni, a tutto danno della comprensione di chi dovrebbe essere in grado di esercitare il proprio diritto in modo consapevole. Ormai ci siamo abituati e lasciamo correre, sperando in meglio. Pensiamo piuttosto alla liturgia di questa V domenica di Quaresima, un tempo chiamata proprio la Prima domenica di Passione. Era la volta che tutti i crocifissi e le immagini sacre venivano coperti di un telo viola, che veniva rimosso alla sera del Venerdì Santo. Al vespro s’iniziava a cantare il “Vexilla regis prodeunt”, il più bell’inno alla Croce che mai sia stato prodotto: si cominciava e si comincia in sostanza a far sintesi del periodo di penitenza vissuto per penetrare appieno il mistero pasquale. E qua è l’ora di scaldare i muscoli, altrimenti non è facile capire come si possa essere attratti da quel Corpo appeso nel più ignominioso dei modi e convincersi che da lì dipende la nostra salvezza; metabolizzare fino in fondo che il chicco deve morire per produrre frutto e che chi ama la propria vita la perderà. Gesù stesso, come uomo, era turbato per ciò che lo attendeva, ma confidava nell’epilogo promesso dal Padre, il nome del quale si accingeva a glorificare. Questi concetti sono veri e propri pugni sullo stomaco, che dobbiamo imparare ad incassare.

Dare tutto per scontato…

Inserito il 15 Marzo 2015 alle ore 12:03 da Plinio Borghi

Dare tutto per scontato è molto pericoloso perché induce a due effetti parimenti superficiali: non darsi pena di approfondire e non godere appieno. Ciò vale sia per gli aspetti positivi sia per quelli negativi. Prendiamone uno per tutti: l’amore di madre. Quante volte lo abbiamo analizzato? Quante volte ci siamo fermati a considerarne l’intensità, la fatica, i frutti, la negazione di sé stessa, l’ansia per la nostra salute, l’impegno per la nostra educazione e così via? Abbiamo assaporato la carica di questo amore o ce ne siamo invece assuefatti fino ad accorgercene solo quando ci è venuto a mancare? Se ponessimo analoghi punti di domanda su qualsiasi altra situazione che diamo per scontata, ci accorgeremmo di quante non siano tali o comunque meriterebbero un minimo di approfondimento, proprio per renderci veramente conto di quel che abbiamo o per prendere le dovute distanze. Si dice che ci sia più gioia nel dare che nel ricevere. Può essere, ma quanto è bello anche essere oggetto di attenzione, sentirsi amati, vezzeggiati, coccolati! Quant’è bello sapere che quello che fai è apprezzato, che quello che dai è gradito, che non passi mai inosservato, che sei al centro dei pensieri di qualcuno! Ebbene, riportiamo tutte le considerazioni di cui sopra nel nostro rapporto con Dio, proprio alla luce della frase centrale del vangelo di oggi: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto”. È una delle verità che la nostra fede dà per scontata, ma siamo noi adusi a soffermarci su questo grande gesto d’amore, pensato fin dai tempi del nostro peccato originale? Ci rendiamo conto di come il Padre non abbia posto limiti alla sua dedizione per noi? Gliene siamo grati cominciando dal saper godere a fondo di questa attenzione fino a dimostraglielo con la nostra adesione alla Parola? San Paolo ci ricorda che Dio è ricco di misericordia e che, malgrado le nostre colpe, ci ha salvati. Va bene, ma è bene anche rileggere la prima lettura e ricordarsi di come s’è arrabbiato con il suo popolo fedifrago e traditore. Ne aveva ben donde, ma non diamo per scontato che anche la nostra tiepidezza non lo abbia ad irritare. La differenza è che noi non avremo tempo per sederci lungo i fiumi di Babilonia e piangere. Diamo ora spazio ad un sussulto di ripresa.

Il gioco di parole…

Inserito il 8 Marzo 2015 alle ore 12:06 da Plinio Borghi

Il gioco di parole che sembra trasparire dalla sfida di Gesù, nel brano del Vangelo che la liturgia ci presenta oggi, m’induce a guardare al noto episodio della “cacciata dei mercanti dal tempio” da una prospettiva particolare. Il Messia, invaso dallo zelo per la casa del Padre, come annota Giovanni, risponde ai giudei che lo interrogano sul perché di tanta aggressività: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Gli interlocutori pensarono che si riferisse all’edificio appena sgomberato dai trafficanti, ma, si premura a chiarire Giovanni, “egli parlava del tempio del suo corpo”. S’era capito. D’altronde sappiamo che il Salvatore non è venuto per fare il taumaturgo o stupire con gli effetti speciali. Appunto per questo pare strano questo assalto d’ira per un fenomeno che non tramonterà mai: quello di trasformare i luoghi sacri più famosi e frequentati in enormi mercati. Allora il gesto poteva essere completamente figurativo e il vero tempio che aveva a cuore era quello del nostro corpo, custode della concreta presenza del Creatore, eppure così inquinato dal peccato, frutto di debolezza, ma spesso anche di lassismo, di scarso impegno, di poca cura, fino a rendere questo scrigno indegno del suo divino contenuto. Peggio, spesso non lo rispettiamo e ne facciamo scempio, incuranti del grande dono della vita e del ruolo che ci è stato assegnato: quello di restituirla come un grande investimento a Chi ce l’ha affidata. A conferma di tale interpretazione c’è la prima lettura, come al solito in sintonia col vangelo, la quale tratta proprio dei Comandamenti che Dio ha posto a fondamento di un nostro corretto comportamento. Se la scorriamo non troppo velocemente, riusciamo anche a compiere un discreto esame di coscienza e ad accorgerci di quanto spesso e volentieri siamo fuori strada, tradendo così l’enorme libertà che ci è stata messa a disposizione, non solo, ma con un dispendio di energie che, usate altrimenti, ci farebbero guadagnare tre volte il Paradiso. Bene fa il nostro Maestro allora a sferzarci duramente: ci conosce bene, fin nell’intimità. Proprio così conclude anche l’evangelista: “E non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo”. Il suo arrivo ci era stato appunto promesso per riscattarci dalla nostra ignavia. Ce n’è di che riflettere per tutta la Quaresima.

Gettare la maschera…

Inserito il 1 Marzo 2015 alle ore 11:48 da Plinio Borghi

Gettare la maschera non è sempre cosa facile, specie quando si è abituati a portarla ovvero a mostrarsi per quel che non si è. Di questo abbiamo già detto in varie circostanze e non è quindi l’argomento di oggi. Diciamo però che non sempre la maschera serve a falsare in senso negativo: una serie di attività ne richiede l’applicazione, dalla più ovvia che è quella teatrale (che poi impazza proprio a Carnevale), passando per tutte quelle per proteggere il volto a causa del pericolo derivante da mezzi o strumenti in uso e fino a quelle più seriose e necessarie, come le troviamo addosso al chirurgo che sta operando o all’ammalato in carenza di difese. Non basta. Ce n’è ancora una: quella che impattano l’ignoranza, l’inaccessibilità, la non conoscenza, la ricerca e la scoperta. È la più difficile da togliere perché di norma invisibile e perché penetrarla spetta alla soggettività altrui. Gesù ha portato e porta tuttora questo tipo di maschera, primo in quanto la definizione della sua “fisionomia” (leggi: comprensione del suo messaggio) non troverà mai compimento fino a quando non tornerà nella sua Gloria (ecco l’attualità del Vangelo) e secondo a causa dell’impenetrabilità del suo mistero, al quale a noi è dato solo di credere ciecamente. Tuttavia oggi la liturgia ci presenta un altro di quegli episodi in cui Egli ha voluto “gettare la maschera”, mostrandosi per quello che è e complice il Padre che, ancora una volta, lo indica come il Figlio diletto al quale prestare ascolto: la sua Trasfigurazione. È uno dei rari aspetti di questo periodo che trovano momenti di memoria anche in altri giorni dell’anno, in questo caso il 6 agosto. Così è ad esempio per la Croce, il 14 settembre, per il Corpo di Cristo (Corpus Domini), la domenica dopo la Trinità, per il suo preziosissimo Sangue il 1° di luglio. Con l’episodio odierno il Maestro vuole consegnare ai tre apostoli ai quali ha riservato l’evento una chiave di lettura sia della sua Resurrezione (infatti li obbliga a mantenere il segreto fino a quella data), sia del nostro destino finale. E se gli astanti hanno provato un senso di benessere tale da voler piantare subito le tende per Lui e i suoi interlocutori (Mosè ed Elìa), vuol dire che il nostro epilogo sarà veramente appagante. A questo serve la Quaresima: a penetrare il mistero della salvezza e a pregustare ciò che ci riserva il futuro nell’eternità.

Trucco e tatuaggi

Inserito il 22 Febbraio 2015 alle ore 12:07 da Plinio Borghi

Trucco e tatuaggi hanno trovato un loro sviluppo a tutto campo, in momenti differenziati, da metà del secolo scorso in poi. No, non mi riferisco al tempo di carnevale, come quello appena trascorso, ma al costume dilagante in tempi normali. In precedenza, quasi esclusivamente in campo femminile, ci si limitava a qualche leggero tocco ogni tanto e, di norma, al solo rossetto. A mano a mano che nella società ci si liberava dai condizionamenti, anche il trucco si è espresso in forme sempre più pesanti e stravaganti, dilagando alla grande anche in ambito maschile e incoraggiando così l’abitudine di “camuffarsi” per mostrare agli altri quello che in realtà non siamo. Più tardi è invalso il vezzo del tatuaggio anche in ambienti normali, medi e alti (un tempo era praticato solo nella suburra), seguendo un po’ quella che fu la traccia dell’abbronzatura, una volta aborrita dai ricchi e poi rincorsa a tutti i livelli, anche in modo artificiale, per farne sfoggio in qualsiasi stagione come status symbol. Tutti alla ricerca di un’originalità che ci rende … esattamente uguali agli altri! Un appiattimento peggiore di quello che attribuivamo ai condizionamenti sociali di vecchia data. Ed è la stessa linea di condotta stigmatizzata da Gesù nel vangelo in questo periodo, ma per motivi diametralmente opposti: allora ci si atteggiava per ostentare quello che si sarebbe dovuti essere e magari non si era (osservanti degli obblighi della legge, del digiuno, ecc.), oggi si fa lo stesso per atteggiarsi a quello che si vorrebbe essere, puntando a modelli di riferimento che non hanno alcuno spessore. Gesù definisce siffatti atteggiamenti falsi e alterati, propri degli ipocriti e dei farisei, c’invita ad essere noi stessi, con i nostri difetti e le nostre fragilità, e a rapportarsi a chi veramente conta, cioè “il Padre vostro che è nei cieli”, il quale “vede nel segreto e ti ricompenserà”. Se in coscienza il nostro comportamento piace a noi e a Lui, che bisogno c’è di rincorrere fasulli riconoscimenti? Col rischio che poi, sentendocene appagati, il Padre ritenga che abbiamo già avuto la nostra ricompensa e ci chiuda la porta in faccia per quella vera. La Quaresima ci guidi verso la giusta direzione e chissà che alla fine di un percorso di revisionismo serio non ritroviamo proprio noi stessi. Sarebbe già questa una buona conversione.

Serbare un segreto mette ansia…

Inserito il 15 Febbraio 2015 alle ore 12:01 da Plinio Borghi

Serbare un segreto mette ansia, c’è poco da fare. Ho appena finito di leggere una notizia sulla cronaca locale, relativa ad una donna che ad un mercatino per beneficienza del Lido ha acquistato per 10 euro un quadro, che poi si è rivelato essere d’autore e di un valore di 200 mila euro. Ha fatto per curiosità una ricerca e poi si è consultata con un antiquario e fin qui tutto bene. Sennonché s’è confidata con un’amica al bar (come si fa a tenere una cosa di tal fatta tutta per sé?) e la notizia ha fatto il giro dell’isola in un battibaleno, finendo quindi sulla stampa. Magari avrà anche raccomandato all’amica di non dirlo a nessuno. La stampa, poi, su queste cose ci gioca e va a nozze, persino sui titoli di richiamo. Giorni fa si annunciava a caratteri non cubitali, ma quasi, quali erano i contenuti di un accordo segreto intercorso non ricordo con chi. Subito pensai: “Ma se l’accordo è segreto, come fanno a saperlo e, peggio, a conoscerne i contenuti?”. Infatti, letto l’articolo, scoprii che erano tutte illazioni e sugli argomenti si tirava ad indovinare: chissà, se domani si rivelasse vero, sarebbe stato uno scoop in anteprima! D’altronde custodire un segreto è anche un’arma a doppio taglio. Chi ha seguito l’iter per l’elezione del Presidente della Repubblica sa che Renzi non ha mai fatto nomi fino alla fine, con la conseguenza che subito dopo tutti si sono attribuiti la paternità del suggerimento su Mattarella e i giornalisti che l’avevano azzeccata si gongolano come “illuminati”. Oggi anche il vangelo ci offre la prova di questo desiderio incontenibile e ce la dà proprio il lebbroso, complice lo stesso Gesù. Dopo averlo guarito, forse per stare un po’ in pace, il Maestro gli ordina: “Guarda di non dire niente a nessuno” e lo invita piuttosto a recarsi al tempio per un’offerta di ringraziamento. Non l’avesse mai fatto! Forse, se non gli avesse rivolto la raccomandazione, la cosa sarebbe filata liscia, ma il fenomeno era troppo ghiotto e costui, preso dal raptus, tipico in questi casi, non tardò a “proclamare e a divulgare il fatto”, costringendo Gesù a non poter più entrare pubblicamente nelle città ed a ritirarsi in luoghi deserti, dove comunque accorrevano a lui da ogni parte. Tanto per buttar lì una battutaccia maschilista, che sia allora vero che dopo la resurrezione sia apparso apposta alle pie donne, perché l’evento si diffondesse più rapidamente?

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