Inserito il 7 Dicembre 2014 alle ore 12:20 da Plinio Borghi
Manifestazioni e avvenimenti importanti richiedono senz’altro uno sforzo organizzativo non indifferente. Chi ha avuto modo di provvedervi in prima persona sa che le cose da curare sono tante: programmazione e aspetti pubblicitari, questioni logistiche, permessi e autorizzazioni, personale da reperire e da adibire alle varie incombenze, a seconda delle capacità di ciascuno, l’ordine pubblico, ecc. Curioso, di tutto questo vespaio, è che se le cose vanno lisce e l’oliatura del meccanismo è perfetta, praticamente nessuno se ne accorge e la soddisfazione, che c’è, te la devi dare da solo. Se però succede qualche intoppo, grande o piccolo che sia, fosse anche un microfono che smette di funzionare, tutti se ne accorgono e.. apriti cielo! Considerando questi aspetti mi riesce più facile capire la liturgia odierna, che si presenta sostanzialmente con un motivo conduttore: preparare le vie del Signore, raddrizzando sentieri, spianando la steppa, abbassando monti e colli e riempiendo valli, in sostanza togliere gli intoppi. Conosciamo da sempre il significato di queste allegorie, che risalgono già dal profeta Isaia (I lettura), sono riprese dall’incipit del vangelo di Marco, proposto oggi, e proseguono nella seconda lettera di San Pietro apostolo (II lettura), pur con risvolti e sfumature diverse. Però la solita domanda sorge spontanea: perché c’è bisogno di tutto questo per favorire la venuta del Signore? Non mi pare che sia Lui ad averne bisogno. La domanda è quindi retorica: siamo noi ad avere questa esigenza. Ed è Giovanni Battista, l’organizzatore dell’evento per eccellenza, a spiegarcelo: dove non c’è conversione (e la parola significa ribaltamento completo di impostazione, di mentalità, di ordine delle cose valide cui attendere, ecc.) non c’è percezione e il tutto passerà sopra la nostra testa. Quante volte cose grosse sono successe a due passi da noi e, a causa di ostacoli vari, non ce ne siamo nemmeno accorti, se non magari leggendole sulla stampa del giorno dopo? Ecco, in questo caso è bene seguire le indicazioni del Battista, accompagnate dal suo esempio, e correre al battesimo dell’acqua, se vorremo poi avere pure quello dello Spirito Santo, che ci viene dall’annuncio della buona novella. Anche perché questo non lo potremo pescare sul giornale del giorno dopo.
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Inserito il 30 Novembre 2014 alle ore 12:21 da Plinio Borghi
Il tempo dell’attesa di norma è pregno di aspettativa, di ansia, di agitazione, di fermento, di tensione appunto (attesa = tendere a..) e quant’altri stati d’animo vogliamo elencare, a seconda di chi, di che cosa e di dove stiamo attendendo: aspettare il proprio turno dal medico non genera la stessa reazione di quando deve arrivare il fidanzato o si guarda l’ora perché il figlio tarda a rientrare. Tuttavia ci sono occasioni in cui si può vivere l’attesa con tutta la serenità e la tranquillità di questo mondo ed è quando si è certi di ciò che sta per accadere, perché è programmato o sicuro. Per fare un esempio banale, quando ero ragazzino si mangiava carne solo la domenica e alle feste comandate ed era una curiosità osservare la mamma che partiva con lo spennare la gallina (eravamo in sei fratelli, più i genitori e spesso la nonna!), poi diffondere in cucina l’odore dei peli scottati, preparare il bollito misto con relativo brodo e gli immancabili tortellini: si pensava alla festa imminente con calma gioiosa, tanto la cosa era scontata. Lo stesso varrebbe per noi cristiani in Avvento: la fede ci dà la certezza della venuta del Signore e non importa se Marco, nel vangelo di oggi, ci propone di vegliare perché non conosciamo l’ora in cui il “padrone” farà ritorno, perché sappiamo che verrà, perché sappiamo che rivivremo il Natale. Ho usato però il condizionale (varrebbe) in presenza di troppe varianti, che derivano da una fede blanda o scarsa, dal rischio di non capire fino in fondo la grandezza del mistero dell’Incarnazione che stiamo vivendo e dal sopravvento dei nostri impegni, delle preoccupazioni, delle distrazioni mondane che in questo periodo distorcono il vero significato dell’evento. Tutte cose che equivalgono ad addormentarci e a farci cogliere di sorpresa e impreparati. E allora questo periodo forte richiede sì serenità e gioia, ma anche aspettativa, fermento e soprattutto tensione, se vogliamo viverlo alla grande. Per questo la Chiesa usa il viola nei paramenti, non per tristezza, ma in quanto rappresenta bene le sensazioni (c’è sempre nei periodi che precedono i momenti forti) e porta bene alla nostra preparazione. Non ci resta che partire proprio con l’antifona d’ingresso della S. Messa: “A te, Signore, elevo l’anima mia, Dio mio, in te confido: che io non sia confuso. Non trionfino su di me i miei nemici. Chiunque spera in te non resti deluso”.
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Inserito il 23 Novembre 2014 alle ore 12:15 da Plinio Borghi
Adamo e Gesù sono i nostri due poli di riferimento, l’uno ci ha introdotti alla morte e l’altro l’ha sconfitta, destinandoci alla resurrezione. Ecco perché oggi San Paolo, esprimendo questo concetto, definisce il Cristo “primizia di coloro che sono morti”. Tra Adamo e Gesù sempre la mano del Padre, misericordioso e giusto, che non ha esitato a crearci a sua immagine e, di contro, ha sacrificato lo stesso Figlio per poterci riscattare dalla nostra ingratitudine. Lo afferma proprio Ezechiele nella prima lettura, mentre affronta il tema della preoccupazione di Dio “in persona” per il suo gregge, non trascurando tuttavia il momento in cui, alla fine, “giudicherà fra pecora e pecora, fra montoni e capri”. In sintonia pure il vangelo, nel quale Matteo rappresenta il famoso brano del ritorno del Figlio dell’Uomo: qui il Giudicante è Gesù stesso, che conclude il suo mandato consegnando al Padre l’umanità intera, dopo aver sottomesso ogni autorità e ogni potenza, nessuna delle quali potrà mai sconfiggere, come Lui ha fatto, la morte. Il Messia, il Salvatore, l’Unto dal Signore agisce quindi da Re per il semplice fatto che anch’egli è Dio; lo proclamiamo sempre nelle collette: “Per il nostro Signore Gesù Cristo, che è Dio…” o “Egli è Dio e vive e regna con te, nell’unità con lo Spirito Santo…”. Anche in questa festa, inoltre, abbiamo la solenne manifestazione della Trinità di Dio, com’è avvenuto durante il battesimo nel Giordano, perché il grande Giudizio avrà come parametro l’Amore, la Carità che anche noi avremo saputo compiere. Domenica scorsa si parlava dei talenti e di come li abbiamo saputi investire. Oggi il “come” diventa concreto: ogni volta che avremo operato, bene o male, nei confronti del prossimo avremo agito verso Gesù stesso, il quale si regolerà a sua volta nel concederci l’accesso al suo regno o nell’inviarci al supplizio eterno. Un piccolo particolare: non sentiamoci tranquilli solo appiattendoci sulle esemplificazioni riportate dal vangelo; oggi potremmo sentirci dire “perché ero disoccupato e non mi hai dato lavoro, ero lavoratore e mi hai sfruttato, avevo bisogno di un prestito vitale e non mi hai fatto credito, dovevi amministrare con trasparenza e ti sei fatto comprare, dovevi rispettare il creato e hai inquinato per il tuo tornaconto, ero in fuga dal mio Paese e non mi hai accolto con dignità, ero in carcere e invece di visitarmi volevi buttare la chiave, hai speculato sulla mia salute ecc. ecc. ecc.”.
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Inserito il 16 Novembre 2014 alle ore 12:38 da Plinio Borghi
Dolore e costernazione sono le reazioni immediate quando apprendi che una persona cara è morta, ancor più se era una giovane mamma e con i figli che avevano ancora tanto bisogno di lei. Io ho avuto la fortuna di conoscere Debora una decina di anni fa e mi è balzato subito agli occhi come avesse scelto di dedicarsi esclusivamente alla famiglia, al marito super impegnato col lavoro e ai due figli, che proteggeva e accudiva a volte, pensavo, anche in modo eccessivo. Da allora ci siamo sempre scambiati approfondimenti e idee, spaziando spesso su temi di carattere religioso e sociale, così da creare quel feeling che alimenta un bel rapporto di amicizia. L’ho particolarmente seguita, anche se a distanza (era da Milano), in questi due anni di calvario per il tumore che l’ha poi portata alla morte e il suo rammarico derivava soprattutto dal pensiero che avrebbe potuto essere sottratta a quei figli, che salutava sempre con apprensione alla finestra quando andavano a scuola. Quel lunedì sera del 3 novembre, forse per una sorta di sintonia, prima di concludere le prove del coro di gregoriano, ho voluto intonare quel magnifico pezzo che un tempo si cantava all’Offertorio della Messa per i defunti e proprio in quel momento lei finiva di soffrire. Per fortuna la nostra non è mai disperazione e proprio la prima lettura della liturgia di oggi ce ne dà conferma: “Una donna forte chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita” ecc. Anche San Paolo è sulla stessa lunghezza d’onda, quando ci avverte che il Signore arriverà sempre come un ladro, senza preavviso; input ricevuto dal brano del Vangelo sulla parabola dei talenti: guai a chi crede di cavarsela nascondendoli sotto terra! Ma come si fa per investirli? Non ci vogliono geniali inventive o atti di eroismo: basta vivere la propria vita in pieno, ogni giorno, compiendo il nostro dovere e rispondendo a chi ti stende la mano in cerca di attenzione, specie se povero, emarginato o indifeso. Mi piace pensare che così abbia fatto anche Debora, alla quale ben si addice la conclusione della lettura citata: “Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani e le sue opere la lodino alle porte della città”. Mi auguro che così sarà per tutti.
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Inserito il 9 Novembre 2014 alle ore 12:20 da Plinio Borghi
“Bene fundata est domus Domini supra firmam petram”, è il motivo conduttore che accompagna questa festa, la cui liturgia prevale su quella della domenica. “La casa del Signore poggia su una pietra ben salda”: è ovvio che la frase non si riferisce tanto all’edificio, pur importante e prestigioso, quale è la Basilica di San Giovanni in Laterano, madre di tutte le chiese del mondo, quanto alla Chiesa con la “c” maiuscola, che ha come testata d’angolo proprio Gesù Cristo, autodefinitosi “pietra scartata dai costruttori”. Noi ne siamo le pietre vive che Dio ha voluto per farne il tempio dello Spirito Santo, come sottolinea San Paolo. Mi stimola sempre tanta curiosità quando vedo un cantiere in attività, con gli operai che mettono pietra su pietra, che predispongono le armature, che organizzano la gettata di cemento, prima sulle fondamenta, poi sulle colonne e quindi sui vari piani. Cerco di immaginare il progetto che sta a monte di tutto quel lavorio e la funzione che sarà destinato ad assumere ogni singolo locale. Poi, inevitabilmente, vado alle rifiniture (intonaco e rivestimento) e rifletto che tutto quello che ho davanti sparirà dalla vista, a partire dalle fondamenta, e che tutta l’attività che si svolgerà all’interno sarà sconosciuta ai più. Eppure quel che si osserverà dall’esterno alla fine sarà la parte meno importante: la costruzione reggerà per quanto c’è sotto e funzionerà se sarà ben usata per ciò cui è destinata. è facile dedurne che lo stesso vale per la nostra Chiesa, che non si regge sicuramente sugli edifici di pregio o sui paludamenti rituali e neppure sul solo apparato gerarchico, bensì sui più che vivono fino in fondo il Vangelo, che stanno ottemperando al mandato del Salvatore di portare la sua Parola fino ai confini della terra, che dedicano la loro vita al servizio della Comunità (in particolare dei più poveri ed emarginati), spesso ignorati e nel totale nascondimento, quand’anche non avversati e perseguitati. Tutti costoro saranno l’ossatura della nuova Gerusalemme celeste che Giovanni così ben descrive al cap. 21 dell’Apocalisse ed essi e le loro opere saranno ben visibili a tutti. Sia dunque il nostro agire consapevole che anche il più modesto contributo è determinante e con questo spirito guardiamo pure tutti insieme, con fede, al simbolo che ospita la Cattedra di Pietro, la Basilica lateranense appunto.
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Inserito il 2 Novembre 2014 alle ore 11:43 da Plinio Borghi
La famiglia allargata sembra essere diventata il fiore all’occhiello della modernità, l’esempio dell’apertura mentale dal punto di vista umano e sociale: chi dimostra ancora un po’ di perplessità e di ritrosia rispetto al “nuovo” che avanza è retrogrado e fuori dal tempo. Poco importa se è solo un’azione di recupero, dopo che sono saltati valori come l’indissolubilità del matrimonio, la bisessualità della coppia e il tradizionale assetto della famiglia. Quanto alla pretesa di novità, va detto che noi cristiani fin dai primordi abbiamo introdotto il concetto di famiglia allargata, ma nel suo significato più qualificante, che è quello di una “comunità” che condivide le proprie risorse (a cominciare dall’amore), che vive insieme le avversità, che cerca di esprimersi attraverso la solidarietà (diceva Gesù: “Da questo conosceranno che siete miei amici: se vi amate gli uni gli altri come io vi ho amato”). Ma ciò che sublima l’idea è proprio “la Comunione dei Santi”, verità di fede che proclamiamo ogni qual volta recitiamo il “Credo”. In questi giorni ne stiamo facendo memoria sia celebrando la festa di tutti i Santi, che include non solo coloro che tali sono stati proclamati, bensì anche tutti quelli che non hanno subito la condanna definitiva (quindi compresi quanti in Purgatorio attendono la gioia finale), sia commemorando tutti i fedeli defunti, le preghiere per i quali vanno proprio a suffragio delle “anime sante” del Purgatorio, o in forma diretta ovvero in modo indiretto se quelli per i quali le rivolgiamo sono già glorificati. Noi, che viviamo ancora nella dimensione terrena, apparteniamo alla “Comunione” come pellegrini verso quello status di santità cui siamo chiamati e destinati, salvo voluta e consapevole rinuncia, in tensione per il banchetto finale al quale Dio ci vuole tutti convitati. Quindi siamo già in Comunione anche se la condizione di santità non è ancora “operativa”. Come in tutte le verità di fede, c’è del mistero, che non ci consente una completa comprensione del fenomeno, che tuttavia è bello così com’è ed altrettanto appagante. Per tale ragione la ricorrente celebrazione delle feste in corso ci coinvolge e assume una prospettiva che ci fa sentir bene. Questa è la nostra famiglia allargata e ogni altro palliativo che non abbia a fondamento gli stessi valori e gli stessi presupposti è solo un rattoppo, fatto con pezza scadente.
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Inserito il 26 Ottobre 2014 alle ore 12:10 da Plinio Borghi
La “santa” alleanza, che combatte contro l’autoproclamatosi “Califfato” islamico in Iraq, risponde anche ad un pregnante invito del Papa che, a fronte di tanta strage e ferocia, ha invitato tutti a fermare i sanguinari jihadisti dell’ISIS. Certo, il Santo Padre non ha incitato ad imbracciare le armi, ma non ha chiarito in quale altro modo poter e dover agire. Non è che bastasse un buffetto sulla guancia o una tiratina d’orecchi e men che meno una sorta d’embargo o un’azione diplomatica, tutte cose che comporterebbero il riconoscimento di siffatta banda di mascalzoni. In attesa di chi debba addossarsi l’onere di intervenire via terra, si è adito il metodo del bombardamento “intelligente”, così ben sperimentato tra Israele e Gaza, della serie “chi ciapo ciapo” e se qualche civile ci va di mezzo “no xe colpa mia”, ma con scarsa efficacia. D’altronde se è vero che quelli sono come i batteri, ben coltivati nei nostri organismi e pronti a far scoppiare una malattia distruttiva in ogni parte del corpo, vanno trattati con “bombe” di antibiotici: è legittima difesa. Cambiamo scenario: l’operazione “Mare nostrum” sta per esaurirsi e non sembra che quella che intraprenderà l’Europa si coniughi molto bene col problema dell’accoglienza, né risulta siano previste iniziative a monte per assistere in loco chi è spinto verso le nostre terre ovvero rimuoverne le cause. Di contro va preso atto che i mezzi per rispondere alle ondate migratorie cominciano a far acqua da tutte le parti e questo tipo di accoglienza si sta dimostrando dannoso per entrambe le parti. Ciò premesso, oggi la liturgia, nel rilanciare i due comandamenti fondamentali dell’amore a Dio e al prossimo, mette il dito sulla piaga, proprio a partire dalla prima lettura, dal libro dell’Esodo: “Così dice il Signore: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto…»”. Ahi, ci siamo e ci riguarda un po’ tutti! Dovremmo amare come noi stessi anche il nemico o il persecutore, pur essi nostro prossimo? Il migrante che ci sottrae risorse e che mina la nostra tranquillità o il citato batterio pronto a scatenarsi contro di noi sono parimenti prossimo da amare come noi stessi? E se no, come quaglia il tutto con il comandamento? Giuro che non so trovare una risposta minima, ancorché interlocutoria. Lascio a ognuno il compito di cimentarsi in merito.
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Inserito il 19 Ottobre 2014 alle ore 12:01 da Plinio Borghi
L’éscamotage di Gesù per dribblare la domanda trabocchetto postagli da inviati dei farisei ed erodiani è tra i più noti, ma anche di un’estrema attualità. Sebbene i presupposti siano diversi (gli ebrei allora erano soggetti a pesanti imposizioni da parte dei romani), la domanda è sempre la stessa: “È lecito e fino a che punto pagare le tasse?”. Il Maestro, una volta sbugiardati gli interlocutori, avrebbe potuto limitarsi a concludere: “Date a Cesare quel che è di Cesare”. Perché allora aggiungere: “E a Dio quel che è di Dio?” se non era stato interpellato in proposito? C’è, secondo me, una duplice ragione: una, richiamata anche nella prima lettura, che al centro del nostro agire c’è Dio e solo Lui, mentre noi troppo spesso Gli anteponiamo le nostre preoccupazioni, i nostri interessi, le nostre mire, adorando così ben altri dei (vedi I° comandamento); la seconda che Dio lo troviamo nell’amore al prossimo, nell’attenzione alle sue necessità, nel perseguire il bene comune, in poche parole nella Carità. L’evasione fiscale, quindi, è in contro tendenza rispetto a ciò e, nel defraudare la collettività, va a colpire proprio i più deboli, i poveri e i diseredati, che verranno in tal modo privati di servizi per loro essenziali. Il ricco, in un modo o nell’altro, se la cava, è meno soggetto al danno arrecato alla pubblica amministrazione. Per ciò il sottrarsi agli obblighi fiscali costituisce (per lui, ma anche per tutti, falsi invalidi compresi), oltre che reato, peccato gravissimo, tanto quanto quello di chi ruba o va per tangenti, peggio ancora se preposto al governo o al controllo (ogni riferimento alle vicende del MOSE o dell’EXPO è voluto e non casuale). Lasciamo alle leggi degli uomini le sottigliezze circa il peso tra elusione o evasione e pure se lo si sia fatto per sé o per il partito: per un sedicente seguace di Cristo non c’è differenza. Gesù ha dato come sempre una proiezione universale alla sua parola nel dire: a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, perché in definitiva le due direzioni sono parallele e, direbbe il Moro di augusta memoria, convergenti. Arrampicarsi sugli specchi con speciose giustificazioni non fa che danneggiarci le unghie, infastidire le orecchie ed assimilarci ai furbastri di allora, che il Messia ben definisce ipocriti.
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Inserito il 12 Ottobre 2014 alle ore 11:51 da Plinio Borghi
Sembra ridicolo. Ma come!? Il Padrone della vigna, che da qualche settimana ci sta sorprendendo con le sue “stravaganze”, stavolta, alle prese con il banchetto di nozze di suo figlio, è andato a raccattare tutti i poveracci e i diseredati che si trovavano ai crocicchi delle strade e ancora si permette di riprenderne uno e di cacciarlo perché non aveva l’abito nuziale. E gli altri com’erano? Tutti belli tirati? Va bene che era ancora arrabbiato con gli invitati ufficiali, dei quali aveva appena messo a ferro e fuoco la città perché non solo l’avevano snobbato, ma avevano anche maltrattato e ucciso i suoi emissari, ma prendersela proprio con quel disgraziato.. e individuarlo in mezzo a tanti poi..! Sono molte le interpretazioni che ho ascoltato su questa parabola e soprattutto sul significato di quella veste nuziale, dalle più dotte alle più pratiche e tutte parimenti valide. Mi hanno tuttavia convinto di più quelle che danno alla “veste nuziale” il senso di “consapevolezza” da parte di quei diseredati del grande privilegio ricevuto, malgrado le loro precarie condizioni, e quindi il conseguente atteggiamento da essi dovuto per rispondervi adeguatamente. Il tizio pizzicato evidentemente non stava adottando un comportamento consono. Per associazione di idee m’è rimbalzato alla mente il problema dell’accoglienza, alla quale molte volte non corrisponde quello sforzo di buona volontà verso un minimo di integrazione. Ciò non significa che i beneficiati debbano rinunciare alle proprie identità culturali o condizioni sociali di provenienza, ma almeno capire che occorre ricambiare l’ospitalità con il giusto rispetto. Invece il più delle volte c’è la pretesa di modificare le abitudini della comunità ospitante, di voler imporre le proprie e di piegarne l’atteggiamento alle esigenze dell’ospitato. Non solo, spesso, come abbiamo considerato circa un mese fa proprio su “lettera aperta”, il metodo è l’intimidazione, la protervia e financo l’aggressione. Costoro sarebbero ben assimilabili a colui che non aveva l’abito adatto! Nessuno di noi è il padrone della vigna e pertanto non può sentirsi autorizzato ad agire in analogia: spetta agli organi competenti e a chi ci rappresenta. Possiamo però aiutare il processo alzando la testa, dando esempio di rispetto, non incitando alla violazione, come qualche corrente politica o ideologica tende a fare, non si sa bene per quale recondito tornaconto, e soprattutto non facendo i rinunciatari nelle tradizioni, nella cultura e nella fede.
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Inserito il 5 Ottobre 2014 alle ore 11:49 da Plinio Borghi
La vita è una vigna che il Padrone ci ha consegnato perché la coltivassimo e le facessimo produrre frutti, frutti che Egli stesso si premurerà di raccogliere quando sarà il momento opportuno. Certo, ci ha lasciato ampia libertà di operare secondo la nostra discrezione, anche quella di non farla fruttare affatto, ma di ciò chiederà il conto e assumerà i conseguenti provvedimenti. Se pertanto vorremo chiudere le nostre orecchie agli utili suggerimenti, se vorremo rinnegare la nostra impostazione, se vorremo ribellarci a coloro che il Signore ci ha affiancato per aiutarci a percorrere la strada sulla quale ci ha avviato perché la vite sia un giorno ricca di grappoli, padronissimi di farlo, nessuno ce lo proibisce. Se preferiamo buttare le risorse alle ortiche, seguire il canto delle sirene che sembra tanto più armonioso, rifuggire dai “gufi” che ci avvelenano l’esistenza insistendo sul dovere di investire, nulla quaestio, ma che poi non si finga di cadere dalle nuvole quando ce ne verrà chiesta ragione. E’ questo in sostanza il senso che pervade la liturgia odierna, anche se formalmente il discorso è rivolto più specificamente alla casa di Israele che, dopo aver disatteso i vari profeti, ha anche ucciso il Figlio del Padrone venuto per riscuotere il dovuto dal Popolo eletto. L’ira del Signore sarà terribile ed il suo regno verrà tolto all’affidatario fedifrago per essere dato a chi lo merita e non sarà un fatto per nulla reversibile. Lo stesso discorso vale oggi anche per noi Chiesa, vigna piantata da Cristo stesso, che non è morto solo quella volta in croce, ma che continuiamo ad uccidere ogni qualvolta ci discostiamo dalla sua Parola o perseguiamo obiettivi che nulla hanno a che vedere con la conquista del Regno. Uno degli errori più frequenti è quello di perder di vista il Messia come vero punto di riferimento, scivolando nel soggettivismo (magari nella convinzione di essere investiti del ruolo di suoi interpreti) e approdando ad una sorta di autoreferenzialità, dannosa non solo per noi, ma pure per gli altri. San Paolo ci invita a coinvolgere sempre Dio nel nostro agire e aggiunge: “E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù”. Abbiamo in lui una risorsa inoppugnabile e inespugnabile: usiamola! È brutto non produrre frutto, ma è ancor peggio che il prodotto vada poi disperso.
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