Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Il Redentore…

Inserito il 20 Luglio 2014 alle ore 12:52 da Plinio Borghi

Il Redentore ha assunto nel tempo le caratteristiche di una festa patronale, complice probabilmente la stagione in cui cade la festa, il folk che lo accompagna o anche l’aver concentrato meglio il momento religioso in occasione della Madonna della Salute. Ciò non sminuisce il significato intrinseco del titolo di Redentore attribuito a Gesù, che è quello che maggiormente rappresenta il senso del progetto di Dio nei confronti dell’uomo, progetto che ha incluso proprio l’azione salvifica derivante dall’incarnazione, dall’annuncio del Regno, dalla morte e dalla resurrezione del Figlio. Quello stesso Figlio che oltre al compito di redimere avrà anche quello di dirimere (mi piace questo gioco di parole, quasi anagrammi l’una dell’altra) definitivamente l’umanità, quando tornerà nella sua Gloria. E questo concetto, guarda caso, si attaglia perfettamente con quello che è il tema della liturgia della XVI domenica del tempo ordinario, che oggi a Venezia lascia spazio al Redentore: la parabola della zizzania seminata nel campo dal nemico e che il padrone lascia crescere assieme al grano, riservandosi la dovuta divisione al momento della mietitura, quando la gramigna verrà separata e bruciata. L’allegoria non richiama solo l’eterna compresenza nel mondo del bene e del male, dualismo quanto mai necessario e che mette alla prova il livello di libertà e responsabilità dell’uomo, ma anche l’epilogo che dovrà vedere premiati coloro che avranno risposto al progetto sopra citato e castigati gli altri. Sarà proprio lo stesso Matteo, al famoso cap. 25 a specificare cosa doveva essere stato fatto (ogni volta che l’avrete o non l’avrete fatto a uno di loro, l’avrete o non l’avrete fatto a me). I riflettori sui campionati mondiali di calcio si sono spenti, anche se le polemiche non si sono ancora affievolite, ma il riferimento ci soccorre per dire che entrare nel Regno non è come sollevare trionfalmente una coppa: ce ne passa e ben vana sarebbe l’opera di redenzione se si riducesse a questo. Il Padre parte col principio e la volontà che tutti vincano, che tutti si salvino. Se saremo dannati, non sarà frutto di una perdita fortuita, ma di un rifiuto vero e proprio, soprattutto se si tiene conto di quanto Dio sia disposto a perdonarci, sempre, fino all’ultimo momento della nostra esistenza terrena. Dopo è troppo tardi.

La lingua batte dove il dente duole

Inserito il 13 Luglio 2014 alle ore 12:36 da Plinio Borghi

La lingua batte dove il dente duole. Gesù sa bene da quale gamba andiamo zoppi e non perde mai l’occasione di sgamarci: le parabole e quant’altri riferimenti di cui abbonda il Vangelo non sono che supporti per l’attualità della buona novella, stimolano le dovute riflessioni e autocritiche per provocare in ciascuno di noi le adeguate risposte. Ma tutti questi input che riscontro trovano? Con la parabola del seminatore il Maestro affronta proprio questo aspetto: il seme che cade nel selciato ed è mangiato dagli uccelli, quello che va a finire in un terreno sassoso e non trova terra per attecchire, un altro riesce a diventare virgulto, ma viene soffocato dai rovi, finalmente un altro trova il terreno buono e diventa fecondo. La pericope prosegue con la spiegazione, su sollecito degli stessi apostoli, delle rispettive similitudini, dalle quali si evince che il seme è la parola del Regno, il selciato l’incomprensione, della quale il diavolo approfitta, il terreno arido l’incostanza, i rovi le seduzioni del mondo, il terreno buono dove dà frutto. Non ditemi presuntuoso, ma una simile spiegazione, detta così, non mi convince del tutto: sembra quasi che vi sia un’oggettività di situazioni, mentre non è vero. La responsabilità soggettiva del singolo, della comunità e della società ci sta tutta. Il più delle volte l’incomprensione nasce dalla superficialità e dal pressappochismo dell’approccio, complice la trascuratezza con la quale facciamo catechesi in casa, nella comunità, nella scuola, ecc. Idem per l’aridità: nulla cresce se non viene adeguatamente alimentato e un tempo anche le tradizioni erano un buon veicolo. I rovi sono la perdita dei valori, meglio, il loro travisamento: non riusciamo più a creare una graduatoria reale e finiamo per esaltare ciò che nulla conta. Ne consegue che Il danno maggiore lo subisce proprio il seme che cade sul terreno buono: fino a che punto siamo disposti a difendere il prodotto? O la corruzione di cui parlavamo domenica scorsa mina anche i buoni frutti? Gesù sorvola su questo, forse per non farci perdere quel barlume di speranza. In compenso la parabola della zizzania, in onda domenica prossima, evidenzia l’unica situazione oggettiva: è il nemico che la semina, ma ciò non impedisce che il grano possa crescere e maturarsi. Prendiamo dunque coscienza di essere depositari della rivelazione e accogliamo l’invito di San Paolo: “Le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura”.

La corruzione…

Inserito il 6 Luglio 2014 alle ore 12:29 da Plinio Borghi

La corruzione, di primo acchito, mi dà la sensazione di qualcosa che si logora, si sfalda, marcisce; non solo in senso materiale, come un corpo ormai in decomposizione, ma anche morale, culturale, spirituale. Quante volte abbiamo sentito censori inveire contro la corruzione dei costumi, il disfacimento dell’integrità morale, il degrado del livello culturale e così via? E Gesù stesso non apostrofa i farisei e gli scribi con l’epiteto di “sepolcri imbiancati”, così intendendo che, al di là delle apparenze, erano marci dentro? Pensieri che mi assillano particolarmente in questi giorni, mentre sto seguendo l’evolversi dei fatti legati agli scandali dell’Expo di Milano prima e del “Mose” a Venezia poi, ma in particolare quest’ultimo, perché mi tocca più da vicino, perché coinvolge persone più note (parecchi di loro li conosco sin dai tempi in cui si sono affacciati alla politica) e perché si è infiltrato prepotentemente nelle istituzioni pubbliche. A prescindere da chi alla fine sarà giudicato più o meno colpevole, resta la sostanza dei fatti: la decadenza di ogni valore sociale, morale e umano, la percezione che tutto e chiunque si possa comprare. Ciò pesa ancor più in un momento in cui al popolo vengono chiesti sacrifici per salvare il salvabile, mentre chi lo rappresenta e lo dovrebbe tutelare non solo sperpera, non solo se la spassa alla grande col frutto dell’inganno, ma si ingegna pure per affinare gli strumenti che gli permettano da un lato di sfuggire e dall’altro di allungare i tempi di funzionamento del meccanismo perverso, innescando giri di appalti e ammanigliamenti vari. E noi continuiamo a pagare due volte: per le tangenti e per i lavori che non finiscono mai, con la speranza che almeno li facciano bene, cosa di cui dubito (il mancato affiancamento del tunnel al Mose e la tardiva richiesta in merito la dice tutta). Se questo e il risultato nel diventare grandi e sapienti, bene ha fatto Gesù a ringraziare il Padre, Signore del cielo e della terra, perché ha nascosto loro la lieta novella e l’ha rivelata ai piccoli, come ci ricorda il vangelo di oggi. Purtroppo sono anche duemila anni che San Paolo continua a proclamare invano che non siamo sotto il dominio della carne, ma dello Spirito. Gesù conclude, per chi lo segue, che il suo giogo è dolce e il suo peso leggero. Mi auguro che quello dei corrotti sarà ben amaro e pesante e intanto elevo con i nostri padri latini il perenne lamento: “O mores, o tempora!” (che costumi, che tempi!).

Vacanze sì, vacanze no, vacanze se…

Inserito il 29 Giugno 2014 alle ore 12:54 da Plinio Borghi

Vacanze sì, vacanze no, vacanze se… No, non sto scimmiottando Elio e Le storie tese con la sua “Terra dei cachi”, ma tant’è che la festa dei santi Pietro e Paolo introduce l’argomento di una certa attualità, anche per coloro che sono presi dagli esami, che non vedono l’ora di superare l’ultimo ostacolo e vi aspirano con senso liberatorio. Si dirà subito che non tutti se le possono permettere. Errore! Se il riferimento è alla tipologia, è chiaro che la gamma è molto varia, ma la vacanza come tale è una scelta, che di solito trova spazio durante il periodo estivo, favorita in primis dalla chiusura delle scuole e poi anche di gran parte delle attività produttive. Il minimo che va comunque previsto è che si stacchi l’interruttore della routine e ci si rivolga ad altro. Chi preferisce rinunciare è chiaro che non ha giustificazione e danneggia sé stesso, col rischio che poi si debba fermare per cause di forza maggiore. Tanto vale anche per il riposo settimanale, al quale di norma si dedica la domenica. Oggi come oggi siamo anche più agevolati, se vogliamo approfittare per partire verso luoghi ameni a trascorrere la pausa che ci prendiamo, perché abbondano la varietà di offerte e le facilitazioni di accesso, cose che un tempo la maggioranza di noi si sognava: bene che andasse c’era la colonia per i bambini (la mia prima esperienza è stato un mese a San Giuliano: partenza in corriera il mattino e ritorno alla sera) e un po’ di tranquillità per gli adulti senza i bambini di torno. C’è tuttavia una condizione perché una vacanza sia utile: dev’essere rigenerante sotto tutti i punti di vista, compreso quello spirituale. Se torniamo più stressati e poco ricaricati, è stato tutto vano. Su cosa fare c’è solo l’imbarazzo della scelta, che include più tempo in famiglia, letture adatte, riscoperta di stimoli culturali e motori, meglio se tradizionali. Su cosa non fare, pure: innanzitutto accantonare computer, TV, cellulari e altre diavolerie che ci assillano in tempi normali. Se ci riusciremo, potremo dire di aver realizzato una vera vacanza. Invochiamo allora i santi Pietro e Paolo, che la liturgia ci presenta costretti ad una fase riflessiva  in situazioni alternative un po’ particolari (imprigionati), affinché nei periodi di riposo che ci apprestiamo a godere troviamo il modo, oltre al resto, di ravvivare anche la nostra fede.

Il regalo più bello…

Inserito il 22 Giugno 2014 alle ore 12:46 da Plinio Borghi

Il regalo più bello che mai Gesù avrebbe potuto farci è stato proprio quello di donarci il suo corpo e il suo sangue come cibo, attraverso il mandato conferito agli apostoli di fare per sempre memoria di quel gesto da lui compiuto nell’ultima cena. Questo succede ogni qual volta celebriamo l’Eucaristia e trova la sua espressione più significativa proprio il Giovedì santo. La festa odierna, la cui nascita risale al XIII secolo e che è stata consolidata dopo il famoso miracolo di Bolsena, punta ad esaltare gli effetti che l’assunzione del Corpo e del Sangue di Cristo producono: prima di tutto la “simbiosi” col Salvatore stesso, quindi la “comunione” (comune unione) di tutta la Chiesa e infine la garanzia della vita eterna, dove vivremo trasformati in unità di corpo e spirito. Il processo non ha nulla di innovativo che già non percepiamo sul piano umano: entriamo in simbiosi con quello che mangiamo, il modo di mangiare ci accomuna con tutti quelli che si nutrono come noi e gli effetti si vedono; se poi il nutrimento è anche spirituale è conseguente che spirito e corpo diventino tutt’uno per sempre. La bella Sequenza che recitiamo oggi riassume in toto queste aspettative, in sintonia con tutte e tre le letture: il “fenomeno” che è annunziato dai simboli (Isacco, la manna nel deserto, l’agnello pasquale), la comunione all’unico pane sottolineata da San Paolo (noi siamo, benché molti, un solo corpo) e la inderogabile necessità di questo cibo più volte ribadita da Gesù stesso: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Domanda: a quanti momenti della nostra vita dedichiamo la nostra attenzione spasmodica? Uno per tutti, e che ci accomuna parecchio, è il campionato mondiale di calcio in pieno svolgimento; ma ce ne sono ben molti altri. Eppure riguardano situazioni effimere, che danno sensazioni temporanee destinate a dissolversi all’indomani. Perché non riservare allora un trattamento almeno analogo all’Ostia consacrata che vedremo passare in processione o non recarci di quando in quando a ricevere stimoli propulsivi ponendoci in contemplazione del tabernacolo, che racchiude l’essenza della nostra vita? Il Santo curato d’Ars l’ha sempre fatto e ci garantisce che è vero: non occorre parlare, limitiamoci ad ascoltare Lui e lasciamoci coinvolgere dal desiderio di nutrircene.

La disinvoltura…

Inserito il 15 Giugno 2014 alle ore 12:43 da Plinio Borghi

La disinvoltura è un termine che, di per sé, sarebbe da ritenersi positivo, se non ne fosse preponderante l’uso negli aspetti più negativi del nostro comportamento. I fatti che a valanga stanno travolgendo in questo periodo figure istituzionali e istituzioni stesse sono la riprova di ciò: più che lo scandalo per le ruberie, che in taluni settori sembra un rito scontato (se così non fosse non servirebbero organi di controllo), più che lo stupore per il livello macroscopico raggiunto (tale da far impallidire il ricordo ancora vivo di “mani pulite”), si diffonde un senso di sconcerto proprio per la disinvoltura con la quale si è fatta man bassa di soldi pubblici e di cifre cospicue. Sconcerto che si accentua vieppiù perché gli avvenimenti ci toccano da vicino, guastando la già fragile e travagliata immagine di Venezia agli occhi del mondo intero e colpendo uomini e ambiti per certi versi vicini alla Chiesa veneziana. Mi si obietterà con la solita cantilena che nulla va dato per scontato fino alla dimostrazione definitiva della verità mediante la condanna passata in giudicato, ben sapendo che per allora la forza reattiva dei sentimenti che oggi proviamo si sarà ormai smorzata. Io mi sento di ribadire che se fosse vero anche un decimo delle accuse mosse o si arrivasse a non poterne sostenere alcuna, rimane il fatto che il sistema che si è (volutamente) messo in atto lascia spazio a questo e ben altro, a causa della presenza di meccanismi sofisticati e perversi. Concordo a tal proposito con l’aperta denuncia che il celebrante della Messa vespertina della vigilia di Pentecoste ha pronunciato a San Marco, laddove, dopo aver parlato della necessità della nostra contiguità con lo Spirito Santo, per essere costantemente illuminati nel nostro cammino di fede, ha affermato che coloro che hanno infangato la nostra Città hanno evidentemente perso questo riferimento e si sono allontanati lasciandosi trascinare dalle più allettanti perversioni del maligno. Se così non fosse, lo si dimostri cominciando a far pulizia e a rinnovare profondamente sia in sede burocratica che politica. Il mistero della Trinità che oggi festeggiamo, appunto perché ha le sue radici nel sublime amore che lega in una sola Sostanza le tre Persone, sia lo strumento per agevolare un radicale rovesciamento dei presupposti che stanno alla base dei nostri rapporti sociali.

Accettare la sfida…

Inserito il 8 Giugno 2014 alle ore 12:30 da Plinio Borghi

Accettare la sfida, specie quando la posta in gioco è molto alta, non è facile, ma a volte bisogna saper rischiare. “Chi non rischia non rosica”, recita un vecchio adagio, e così devono averla pensata gli italiani quando hanno votato l’ultima volta, contro la tentazione della protesta facile, del “muoia Sansone con tutti i Filistei” o del rifugiarsi nel consueto perché “tanto non cambia mai nulla”. Per giocare a fidarsi ci vuole anche un minimo di coraggio e questo non te lo puoi inventare, perché c’è sempre quel “fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio” che ti risuona nelle orecchie e disinnesca qualsiasi slancio che odori di velleitario. Questa volta si sono rotti tutti gli schemi conosciuti, l’invito è stato forte e chiaro e d’ora in poi il linguaggio deve cambiare, specie da parte di chi finora ha agito con molte riserve mentali. Se non temessi di essere un po’ dissacrante nell’accostamento, direi che ancora una volta lo Spirito ha avuto buon gioco. D’altronde San Paolo non dice proprio oggi che i carismi sono diversi, ma uno solo è lo Spirito? E gli Atti degli Apostoli non descrivono un certo sconvolgimento quando hanno ricevuto lo Spirito Santo e subito, da dov’erano rintanati, sono usciti a predicare in un modo compreso da tutti? Se mi è consentito un ulteriore azzardo, direi che proprio la lingua dei fatti, della sostanza delle cose, della concretezza è facilmente comprensibile da chiunque e non ha bisogno di arzigogolate spiegazioni, ma solo di esempi percepibili. Nella vita di tutti i giorni avviene come nella fede: vale la determinazione del fare. Si diceva anche la settimana scorsa che il nostro compito non è precipuamente contemplativo quanto operativo, perché è su questo che saremo misurati ed è sull’azione che l’intervento dello Spirito si nota fino in fondo. Oggi con la Pentecoste si celebra una nascita importante, che dà senso alla Resurrezione, quella della di noi Chiesa, chiamata e inviata al suo compito primario e universale: evangelizzare perché tutti si salvino e noi siamo responsabili in prima persona della salvezza di ognuno, della quale ci verrà chiesto conto.
Non saranno elettori a giudicarci, ma Gesù in persona che verrà nella sua Gloria. Compito immane? “Non abbiate paura!”, soleva ripetere il neo santo papa Giovanni Paolo II. Prendiamolo come stimolo, carichiamoci e diamoci da fare con decisione.

Lo strappo e l’attesa…

Inserito il 1 Giugno 2014 alle ore 12:48 da Plinio Borghi

Lo strappo e l’attesa sono i due poli all’interno dei quali si svolge tutta la nostra vicenda di Chiesa in cammino. Lo strappo è una sensazione puramente umana: ciò che l’occhio non vede o i sensi non percepiscono più è come se ci fosse stato tolto e, malgrado le rassicurazioni ricevute da Gesù che non ci avrebbe lasciati soli, ma sarebbe stato sempre con noi, fino alla fine del mondo, la nostra poca fede vacilla, non basta a sostituire tout court una presenza fisica. Basta però almeno per alimentare l’attesa, pure questa prettamente temporale, ma preludio di un ritorno che non avrà nulla di umano e soprattutto si prefigura come risolutivo. Tra questi due concetti sta tutto il senso della festa dell’Ascensione che oggi si celebra, sintetizzato proprio nell’Antifona d’ingresso. È la frase (fine I lettura, dagli Atti degli Apostoli) che l’Angelo rivolge ai discepoli che guardano attoniti verso l’alto: “Uomini di Galilea, perché fissate nel cielo lo sguardo? Come l’avete visto salire al cielo, così il Signore ritornerà”. L’invito non vale solo per gli astanti di allora, vale anche per noi se, per pigrizia o per sconforto, limitiamo la nostra attenzione solo verso l’alto, quasi alla ricerca di una giustificazione o di una panacea improponibili. Quel che conta invece è darci da fare per non farci cogliere impreparati a quel ritorno che, ho detto prima, sarà risolutivo. L’ambizione del Maestro si riassume in un paio di concetti: portare fino ai confini del mondo la lieta novella (missionarietà) e far sì che tutti osservino ciò che lui ci ha comandato (carità), noi per primi ovviamente. Se dovessimo fare un bilancio di duemila anni di questa strategia, è inutile dire che sarebbe deludente: non solo ci siamo lasciati soffiare il territorio da altri, sovente veri e propri millantatori, ma addirittura abbiamo ceduto terreno già conquistato, complice il cattivo esempio prodotto da un comportamento che ci ha visti spesso e volentieri l’un contro l’altro armati, gretti e attenti più al nostro tornaconto, lontani da apertura e accoglienza che stanno alla base dell’obbedienza ai due comandamenti che il Messia è venuto a portarci. Per fortuna non ci è stato fissato un termine, ma forse è peggio: il ritorno potrebbe avvenire in qualsiasi momento e farci cogliere impreparati sarebbe una vera iattura.

C’è aria di commiato…

Inserito il 25 Maggio 2014 alle ore 12:41 da Plinio Borghi

C’è aria di commiato in queste domeniche che ci separano dall’Ascensione e l’ avverto ancor più perché, mentre mi sto avviando a scrivere questa riflessione, assisto ai funerali del nostro ex Patriarca Marco Cè . M’immagino benissimo lo stato d’animo dei discepoli nell’udire tutte quelle parole (amatevi.. ancora un poco e non mi vedrete.. parto, ma non vi lascio soli..vado a prepararvi un posto.. ecc.) che preludono al cambio di un rapporto e lo noto pure nelle parole dell’omelia del commosso Patriarca Francesco, nelle frasi di saluto degli intervenuti e nei testi della liturgia stessa, ancor più incisivi se si pensa a quanto il Patriarca emerito Marco abbia incarnato il Vangelo nella sua vita, dedicandosi con cura all’approfondimento della Parola, anche negli ultimi dodici anni trascorsi dopo il suo impegno pastorale. Personalmente, al di là delle svariate occasioni, porto il ricordo del suo arrivo in diocesi, quando fece tappa al Cristo Lavoratore di Ca’ Emiliani e lo accogliemmo assieme alle autorità civili, e della sua ultima Messa da “titolare”, celebrata nella chiesa dell’Ospedale SS. Giovanni e Paolo in Venezia e animata dalla mia corale gregoriana. Ora ho l’impressione che sia andato ad occupare quel posto che Gesù ha promesso a ciascuno di noi e da là continui a seguirci. Immagino anzi che, appena arrivato, il Padre gli abbia detto: “Accomodati, perché sei stato buono e fedele allo Spirito di Verità appreso dal Paràclito e hai ben osservato i comandamenti”. E’ proprio il motivo conduttore di quest’ultima domenica di Pasqua, quando Gesù riscontra l’amore che diciamo di portargli “semplicemente” nell’osservanza dei suoi comandamenti, la quale si riassume anche nel modo con cui viviamo la nostra vita, nel come ci atteggiamo con gli altri, nella reciprocità più spontanea, nella solidarietà verso i più deboli e diseredati. Marco Cè ha saputo tradurre tutto ciò anche nel suo stemma, che ora è inciso sul suo sarcofago: “Christus Ipse Pax”, Cristo è Egli stesso la pace. D’altronde, quando dopo la resurrezione si presenta più volte agli Apostoli, non ripete sempre: “Pace a voi”? Facessimo tesoro di più di questo basilare messaggio e dessimo più sostanza alla parola “pace”! Anche nelle campagne elettorali, imbevute di odio, rancori, insulti, rivalità speciose, in parole povere diseducative!

Il “collante” necessario…

Inserito il 18 Maggio 2014 alle ore 12:46 da Plinio Borghi

Il “collante” necessario per trasformare i pezzi sparsi in un qualcosa di strutturato varia a seconda della materia da trattare. Ciò vale per gli oggetti, per le piante (basti pensare ad un insieme per comporre un giardino), per gli animali (il capo branco, il pastore, di cui si diceva anche domenica scorsa, ecc.) e così pure per gli esseri umani: se da individui vogliamo formare una famiglia, una comunità o una società. In questi casi il collante può essere l’amore, un obiettivo comune, un’ideologia, un superiore, un buon leader e quant’altro. Tutt’e tre le letture che la liturgia propone oggi offrono spunti particolari sul tema. Nella prima, dagli Atti degli Apostoli, le comunità di convertiti sono attratte dalla Parola che è stata loro annunciata, ma la loro coesione vacilla per questioni organizzative e di rivalità: l’istituzione dei diaconi, col compito di attendere alla carità, diventa una sorta di collante. Nella seconda, la funzione è richiamata da Paolo, che ci paragona a pietre vive che devono far perno su Gesù, pietra per eccellenza, scartata dai costruttori e divenuta testata d’angolo per noi stirpe eletta, ma inciampo per chi rifiuta la Parola. Nel vangelo poi è Gesù stesso, che dipanando ogni indugio e titubanza fra i discepoli sulla strada da seguire per arrivare al Padre, proclama con autorità: “Io sono la via, la verità e la vita”. Eccolo il nostro collante per essere strutturalmente cristiani, per essere Chiesa, per realizzare la vera Comunione dei Santi!  Nessuno che abbia preso altre direzioni per cercare di giungere alla verità può vantare altrettanta efficacia, nessuno comunque può garantirti una vita che non si logora e un posto prenotato da Gesù stesso nel Regno, al quale fin d’ora apparteniamo. Quanti farebbero carte false per fregiarsi di uno “slogan” altrettanto efficace! Lo dicevamo anche la settimana scorsa: troppi briganti millantano credenziali fasulle, troppi seminano a piene mani promesse che poi sanno già di non poter mantenere, troppi indicano percorsi sui quali loro stessi non si fanno poi trovare. E non parlo solo di politici, sindacalisti o imbonitori di altro stampo, ma anche di guide e pastori che mancano alla consegna ricevuta, che trascurano il loro dovere. Per fortuna abbiamo una Garanzia che non viene mai meno, perché sappiamo come e quanto ci ha amato e ci ama. E tanto ci basta.

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