Inserito il 12 Maggio 2014 alle ore 12:33 da Plinio Borghi
Pastori si nasce. L’odore delle pecore, tanto perorato da Papa Francesco, non te lo puoi spruzzare addosso come un profumo qualsiasi: ne devi essere impregnato standone a contatto continuamente. Per farlo, occorre che si verifichino due presupposti: essere riconosciuto da loro e conoscerle ad una ad una. Semplice? Per niente. In primo luogo non è una vita comoda e scontata, ma va costruita giorno dopo giorno finché non si crea quell’osmosi, quella simbiosi necessaria a mantenere il gregge in perfetta efficienza, pronti non solo ad intervenire nella circostanza avversa, ma anche a prevenirla: è il feeling che deve intercorrere tra il tutore e il tutelato. In secondo luogo ci sono in giro troppi “mestieranti” che si vendono a prezzi più accessibili, ma che non sanno alcunché di pascolo, che non hanno acquisito l’odore necessario, che a primo acchito sembrano favorire le tendenze del gregge, ma poi finiscono per disperderlo. Infine abbiamo i veri e propri malfattori, quelli ai quali nemmeno interessa strumentalizzare le pecore, bensì farle fuori tout court. Costoro ovviamente non si serviranno mai della porta per entrare nell’ovile, ma lo faranno di soppiatto. Fuor di metafora, sono quelli che ti fanno vergognare di essere pecora, che inveiscono contro i greggi, ti convincono che la vera libertà consiste in ben altro, fingono di curare i tuoi interessi, ma covano ben altre mire, nella migliore delle ipotesi personali, nella peggiore ideologiche. Tu comunque sei fregato. Ebbene, nel vangelo di oggi Gesù si propone a giusta ragione come il Pastore perfetto e svolge tutta una serie di considerazioni per descriversi e per metterci in guardia. È il più bel discorso “politico” che io abbia sentito pronunciare e che ben si attaglia ad ogni forma di società che l’uomo ha instaurato, compresa quella odierna. Leggetelo con calma e ditemi se non ho ragione. Soprattutto mi piace come fa passare il concetto di quanto essere pecore e gregge di un buon pastore sia una vera libertà e per di più rassicurante. Proviamo ad assumerlo come chiave di lettura di questa ennesima campagna elettorale in corso, leggiamo un po’ con questi occhiali 3D gli assalti di cui siamo e saremo oggetto e poi scegliamo pure i nostri orientamenti. Ci accorgeremo che l’unico e affidabile maestro di vita è proprio il Vangelo.
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Inserito il 4 Maggio 2014 alle ore 12:29 da Plinio Borghi
Gli avvenimenti storici che siamo chiamati a vivere da un paio d’anni a questa parte hanno trovato una delle loro espressioni più suggestive domenica scorsa, con la canonizzazione dei due Papi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, alla presenza in piazza San Pietro di altri due Papi (cosa unica nella storia). Sono segni che la Divina Provvidenza non smette mai di lanciare, nelle più svariate circostanze. L’ha sottolineato anche Papa Francesco: sono segni di fede, ma anche di speranza per tutti, compresi i non credenti o gli appartenenti ad altre religioni, i quali hanno guardato con occhio diverso alle figure di questi due nuovi Santi sin dall’epoca in cui si muovevano tra di noi. Un altro elemento di straordinarietà è proprio la presenza di grandissima parte di coloro che li hanno conosciuti, una per tutte quella del vegliardo neo Cardinale Loris Capovilla, già segretario del Patriarca Roncalli prima e di Giovanni XXIII poi. Ma la frase che mi ha colpito di più è stata quella di un intervistato a Sotto il Monte che, alla domanda: “Cosa cambia ora che il suo conterraneo è stato fatto santo?”, ha risposto: “Nulla, per me lo è sempre stato!”. In effetti questo processo, peraltro in parte fuori dai canoni tradizionali (mancava il secondo miracolo ufficiale per Giovanni XXIII), non è che una risposta alle attese che già albergavano nei cuori di tutti noi e che, per Giovanni Paolo II, erano prorotte in quell’urlo salito dalla piazza alla sua morte: “Santo subito!”. D’altronde noi credenti siamo abituati ai messaggi della Provvidenza e quelli fondamentali ci arrivano proprio dal “libro dei segni” per eccellenza, che è il Vangelo. Anche oggi ne sforna un paio di un certo rilievo: i discepoli di Emmaus che se ne tornano disorientati e il viandante-Gesù che li affianca. Lo riconobbero solo all’atto dello spezzare il pane (un segno più semplice di così!) e allora esclamano: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via?”. Ecco, questo ci è richiesto ad ogni Eucarestia e quando veniamo resi partecipi di segni particolari: viverli, credere, trasmetterli come segnali di speranza, come fu per i due nuovi Santi, perché tutti abbiano a guardare alla Resurrezione come l’evento per eccellenza. Il resto è conseguente.
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Inserito il 27 Aprile 2014 alle ore 12:26 da Plinio Borghi
È lui o non è lui?.. Certo che è lui! È il tormentone al quale ci ha abituati il televisivo Ezio Greggio e che potrebbe costituire la parafrasi sintetica della vicenda dell’apostolo Tommaso, proposta dal vangelo di oggi. Forse è uno degli episodi più conosciuto da tutti, anche da chi non mastica volentieri cose di Chiesa, dato che la figura di quel discepolo malfidente è molto vicina al nostro modo di essere, più di quanto noi stessi non ammettiamo. Il motto del “fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio” sta spesso alla base del nostro agire e della nostra impostazione educativa, al punto da tacciare di ingenuità chi tende a fidarsi troppo degli altri. Trasferire tale diffidenza nel nostro rapporto con Dio è un attimo e, ipso facto, diventiamo uomini di poca fede e miscredenti, tristi epigoni di un Tommaso, la cui successiva esplosione di fede (“Mio Signore e mio Dio!”) non trova poi riscontro nel nostro atteggiamento. Il più delle volte ci scopriamo a mercanteggiare anche con Dio, nel modo con cui lo preghiamo, nel centellinare la messa in pratica della sua Parola, ma soprattutto nella reazione quando pensiamo di non essere ascoltati, al punto di criticarlo e addirittura metter in dubbio la sua attenzione se le cose non vanno come noi riteniamo che debbano andare. Non è l’atteggiamento giusto nei confronti di Chi è buono e il suo amore è per sempre, come recita l’odierno salmo responsoriale. Non è lecita nei Suoi confronti la politica del “vedere cammello”, cioè dare solo in cambio di. È un’ingratitudine bella e buona, perché siamo stati graziati a caro prezzo e, nella nostra debolezza umana, siamo anche oggetto di comprensione e di perdono a priori, senza esitazione alcuna, come Papa Francesco non si stanca mai di ripetere. Non a caso alla festa di oggi si abbina anche quella della Divina Misericordia, affinché non abbiamo a scoraggiarci mai e mai debba venir meno il nostro punto di riferimento, il nostro pronto soccorso stradale in caso d’incidente. Tommaso ha goduto di un’altra chance, dato che era dura credere in una resurrezione, che peraltro stravolgeva ogni legame di conseguenza logica con quella richiamata dal Vecchio Testamento. Però s’è preso la sua rampogna da Gesù: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. E questa è per noi.
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Inserito il 20 Aprile 2014 alle ore 12:50 da Plinio Borghi
È di nuovo Pasqua! L’attesa è sembrata più lunga del solito, perché dopo l’equinozio di primavera la luna piena, che ormai ha iniziato la fase calante, è arrivata tardi, ma ciò ha favorito un esordio più ampio della natura, che così fa da contorno a questa esplosione di gioia. Il rimbalzar del suono delle campane, pur smorzate nel tono a causa dei soliti invidiosi, completa il clima e par quasi che anch’esse cerchino sfogo dopo tre giorni di forzato silenzio. Io, sin da piccolo, ho sempre abbinato alla Pasqua la percezione di gioia (si dice infatti “felice come una Pasqua”), mista a un senso di liberazione. Il Natale, complice il freddo, dà più il senso di intimo, di romantico. Mentre la Pasqua è lo sbocco alle aspettative, perché la Resurrezione di Cristo è la risposta più completa e necessaria alla fede che proclamiamo e al futuro che ci attende, di là della vita stessa. Sul piano liturgico, la festa gode del periodo di preparazione più lungo di ogni altra ed è seguita da un tempo altrettanto lungo, con l’epilogo sui riferimenti dogmatici principali: l’Ascensione, la Pentecoste, la SS. Trinità e il Corpus Domini. Ne consegue che le celebrazioni, da oggi in poi, risentono dell’evento gioioso che stiamo vivendo e si arricchiscono dei riti più belli e suggestivi. Tutto quel ripetersi di “Alleluia” ad ogni piè sospinto sembra quasi uno sfogo, che mette fine ai dubbi, alle ansie e alle paure che ci opprimono. Come capisco la corsa trafelata di Pietro e Giovanni al sepolcro, alle notizie riportate dalle pie donne! E come capisco le incertezze e le insicurezze degli apostoli in quei giorni di attesa, le titubanze di Tommaso, assente al primo incontro col Risorto, e le perplessità dei discepoli di Emmaus. Ma quando il cuore si apre alla verità ogni ostacolo svanisce e subentrano l’entusiasmo e la voglia di raccontare, di partecipare a tutti la lieta novella. Voglia ed entusiasmo che da allora non sono mai tramontati e che ci spingono ancora a coinvolgerci e a coinvolgere, sì, perché anche chi non crede o pratica poco o appartiene a religioni diverse non può rimanere indifferente al clima che gli sta attorno, magari ricambiando gli auguri che gli vengono rivolti e spesso rivolgendoli egli per primo. A noi quindi il compito di alimentare il fuoco di rinnovamento che abbiamo acceso stanotte, lanciando a 360° il più euforico e convinto BUONA PASQUA!
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Inserito il 13 Aprile 2014 alle ore 12:42 da Plinio Borghi
Non abbiamo più alibi: la doppiezza che ci contraddistingue sovente è stata smascherata proprio dagli eventi che caratterizzano questa settimana, che inizia con la domenica delle Palme e che trova il suo epilogo con quella di Pasqua. Anche nel popolo ebraico di duemila anni fa si mentiva sapendo di mentire, specie da parte dei suoi rappresentanti, ma c’erano dalla loro due fattori: non avevano compreso e comunque il disegno di Dio si doveva compiere anche attraverso le ipocrisie di cui erano imbevuti. Pure Giuda è un bell’esempio di mente contorta, ma fu necessario e ad ogni modo si comportò meglio dei sacerdoti, perché capì l’equivoco e il rimorso lo annientò. Molti invece continuano a non capire o, meglio, a fingere di non capire. Certo, la croce non aiuta, perché è stato, è e sarà sempre il più grande segno di contraddizione. Abbiamo voglia noi di cantare al Venerdì Santo “Ecco il legno della Croce, dal quale è dipesa la salvezza del mondo”! Rimane il fatto che è un segno poco digeribile, un simbolo scomodo che continua a dare fastidio. Come pure, gratta gratta, è difficoltoso credere fino in fondo a quello che celebriamo il Giovedì Santo e che è il più bel regalo che Gesù possa averci fatto per rimanere in mezzo a noi concretamente: spesso assumiamo il Pane eucaristico con la medesima perplessità degli Apostoli seduti al tavolo dell’ultima cena! E fino a che punto saremmo disposti a spingerci se dovessimo difendere la nostra fede strenuamente? Fino alla morte? Oh, ce ne sono ancora che rischiano grosso per testimoniare e ancora ne muoiono a causa di contrasti religiosi, ma soccombono quasi sempre senza essere posti di fronte ad una alternativa. Tuttavia per i più esiste una nuova forma di martirio che è il dileggio, l’essere etichettati da creduloni se osiamo professare con decisione. Però oggi non c’è più spazio per titubare, benché cultura e benessere costituiscano delle grosse palle al piede che inibiscono gli slanci di fede. C’è stata una resurrezione che ha sancito la verità dei fatti accaduti e ci ha fornito una prospettiva fortemente discriminante: se ci limitiamo ad esaltarci solo fra quattro mura e poi ci defiliamo quando dobbiamo vivere in pubblico i fondamenti della carità, equivale a osannare prima e rinnegare poi e siamo tagliati fuori. Anche perché il Regno dei cieli è… open space!
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Inserito il 6 Aprile 2014 alle ore 12:43 da Plinio Borghi
Nascita, vita e morte sono i fondamentali di qualsiasi cosa esista nell’universo, salve ovviamente le debite eccezioni. Per noi esseri umani a questi se ne aggiungono altri tre: il concepimento, la relazione e il “post mortem”, fatti anche qui i vari distinguo fra chi non riconosce nel concepimento la scintilla della vita e chi da sempre si sbizzarrisce a filosofare sulla nostra destinazione dopo la morte. Per noi cristiani gli obiettivi sono chiari (i famosi Novissimi, abc del catechismo appreso fin da fanciulli), ma quel che oggi mi sollecita di più l’attenzione è “la relazione”, elemento che caratterizza la nostra vita. Pensarla senza è puro esercizio di fantasia: nemmeno il più solitario eremita o asceta se ne può sottrarre, sia essa esercitata in forma diretta che indiretta. La sublimazione della relazione fa luogo all’amore e all’amicizia, quest’ultima, non a caso, definita appunto un tesoro. In funzione di ciò, siamo tenuti a curare al meglio i nostri rapporti interpersonali, senza fermarci a risultati modesti o intermedi, ma con lo scopo di ottenere il massimo. A “condire” per bene questa tendenza c’è la relazione con Dio, che ci ha già gratificato della sua amicizia non solo donandoci il Figlio, ma addirittura sacrificandolo, e nel modo più ignominioso, per riscattarci. Tesoro ineguagliabile e inalienabile! Di ciò fa sintesi la liturgia odierna, che culmina con l’episodio della resurrezione di Lazzaro. C’è un incalzare di rivelazioni, a partire dalla prima lettura dal libro del profeta Ezechiele: “Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri”, a proseguire con San Paolo: “Colui che ha resuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” e fino al Vangelo di Giovanni, dove è Gesù stesso che si rivela: “Io sono la resurrezione e la vita”. Tuttavia la sottolineatura più bella è proprio la commozione del Maestro di fronte alla morte dell’amico, un vero amico, per il quale “scomoderà” la potenza del Padre e la sua intesa con Lui per ridargli la vita. L’amicizia, con questo episodio, è assurta quasi a ottavo Sacramento e sarà riflesso dell’amore stesso di Gesù. Che non mancherà di rivendicarla per sé, quando proclamerà: “Da questo vedranno che siete miei amici: se vi amerete gli uni gli altri come io ho amato voi”. Se manterremo questi input nel curare le nostre relazioni, constateremo come la qualità della vita muterà da così a così.
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Inserito il 30 Marzo 2014 alle ore 12:55 da Plinio Borghi
Formalità necessarie? È una domanda che sorge se m’imbatto su un brano di vangelo come quello di oggi. Gesù guarisce un cieco e per farlo sputa sulla polvere, forma del fango, glielo spalma sugli occhi, lo manda a lavarsi alla piscina di Siloe e questi riacquista la vista. Segue il lungo dialogo con i sacerdoti del tempio, poi torna, il Maestro gli si rivela e provoca nel miracolato la professione di fede. Per tanti altri miracoli, forse più “impegnativi”, sono bastate due parole. Mi verrebbe da dire che se avessi descritto i fatti non avrei impiegato più di quattro o cinque righe, quasi che la colpa fosse dell’evangelista Giovanni, che da domenica scorsa sta sostituendo Matteo con testi uno più impegnativo dell’altro: prima l’episodio della Samaritana, ora questo, la prossima la resurrezione di Lazzaro, altro percorso apparentemente faticoso. Sembra quasi di essere ritornati in epoche più remote, quando c’era bisogno di tramandare i fatti oralmente, percui si insisteva in procedimenti carichi di “simbolismo”. La creazione ne è un esempio, ma anche nella stessa prima lettura di oggi, che racconta l’episodio dell’unzione di Davide da parte di Samuele, troviamo traccia di una “ritualità” d’altri tempi, che oggi definiremmo tout court desueta. Allora, se è vero che le scritture, e il vangelo in particolare, rivestono un’attualità intramontabile, la seconda domanda che sorge, dopo quella iniziale, è: perché? Le risposte possono essere molteplici, ma ne colgo una in particolare: l’importanza del rito come veicolo della liturgia, come momento per sottolinearne le varie pregnanze. Ho già detto in passato di questo e di come non sia d’accordo con chi tende ad una eccessiva sbrigatività. Convengo che la fede non debba ridursi a gestualità di facciata, ma si basi sulle opere prima di tutto. Però siamo ciechi e l’apertura degli occhi a Cristo, l’incontro con lui, ha bisogno anche di segni e passaggi, per non ridurre la fede a mero efficientismo. Sotto quest’ottica, anche l’insistenza di Giovanni sui particolari di taluni percorsi acquista un senso stimolante. Se crediamo di vedere lo stesso, siamo come i farisei ai quali in conclusione Gesù risponde: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite ”Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». Meditiamo.
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Inserito il 23 Marzo 2014 alle ore 12:59 da Plinio Borghi
Chi che ga da dar ga d’aver, diciamo qui da noi se uno che è in torto vuol farsi una ragione o quando il debitore pretende pure ovvero a chi s’è messo in testa di rifilare frigoriferi agli esquimesi. Infatti, non è insolita la tendenza ad applicare il principio che “la miglior difesa è l’attacco”, anche laddove è evidente che abbiamo le armi spuntate. Non avrà usato la stessa espressione, ma probabilmente l’avrà pensata così la Samaritana che ha incontrato Gesù al pozzo di Giacobbe, raccontata dal vangelo di oggi, al sentirsi dire da quell’uomo che un attimo prima le aveva chiesto da bere: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Si è limitata invece ad osservare che non aveva i mezzi per attingerla e da lì si è sviluppato il lungo dialogo che tutti sappiamo e che ha avuto come epilogo la rivelazione della vera identità dello sconosciuto e l’esplosione di fede della donna e dei suoi conterranei. Di più, essi stessi l’hanno invitato a fermarsi con loro e il Maestro, elusa ogni convenienza, è rimasto in “terra nemica” per due giorni. Colgo tre aspetti da questo episodio. Uno riguarda la disinvoltura di Gesù, che non si fa ingabbiare da pregiudizi e formalità (e in più di qualche circostanza viene perciò redarguito), pur di far passare la lieta novella. Il fatto che Dio abbia scelto il popolo eletto per realizzare il suo progetto non implica esclusività. Prima di concludere la sua presenza quaggiù il Figlio dell’Uomo ordinerà infatti di andare e predicare a tutte le genti. Il secondo aspetto concerne “l’acqua viva” che ci toglierà definitivamente la sete: una risorsa che è da folli sprecare, per accontentarsi di palliativi che offrono (e solo in apparenza) un momento di sollievo. Non ci costa nulla approfittare dell’acqua che da vita per sempre: solo una scelta radicale e che è pure conveniente. Il terzo aspetto è l’incontro con Gesù come occasione da prendere al volo, tenuto conto del duplice effetto che ne deriva, a noi e a chi ci circonda. La samaritana non si è fatta i fatti suoi, è stata premiata per la sua curiosità, è andata subito a raccontarlo e ne hanno tratto beneficio tutti i suoi concittadini. Se si fosse comportata diversamente, le sarebbe sfuggita un’occasione, forse per sempre. Non è cosa che ci possiamo permettere né di trascurare né di differire.
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Inserito il 16 Marzo 2014 alle ore 13:24 da Plinio Borghi
La sensazione di benessere è un obiettivo a cui tutti in qualche modo tendiamo, anche se ci dobbiamo accontentare di brevi momenti legati o alle azioni giornaliere che soddisfano i nostri sensi o a quei periodi nei quali riusciamo a staccare la spina in modo mirato. Nemmeno le ferie sono più sufficienti, visto che spesso sono caratterizzate da super attivismo, fatica, ansia e stress. Figurarsi i problemi che ogni giorno ci assillano sempre più! Spesso siamo noi stessi a crearceli, altrimenti ci pensano altri e le crisi conseguenti hanno effetti a valanga: uscirne è sempre più difficile. Altra insidia che toglie prospettiva è l’abitudine, che porta alla noia. E la cronaca ci bombarda con i casi più disparati, da chi si diletta a compiere reati o ricorre allo stordimento a chi si abbandona alla droga o trova nel suicidio l’unica via di fuga. Ne consegue che anche il benessere va costruito superando i palliativi che la vita ci propone e va perseguito con la certezza che talune aspettative si riverberano nel nostro quotidiano, fornendoci anche quaggiù delle anticipazioni. Proprio Gesù oggi, attraverso la sua trasfigurazione (il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce), ci proietta in quello che sarà l’assetto definitivo e gli effetti temporali emergono proprio dai tre apostoli, ai quali aveva riservato questa intima confidenza, che vivono una sensazione di benessere straordinaria: “Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne..”. La tentazione di trasformare subito in qualcosa di più prolungato quel momento è emblematica e confermativa che solo da quella direzione arriva qualcosa di solido. La voce del Padre che ancora una volta si fa sentire ne è la prova: ascoltare il Figlio è la chiave che ci solleva dalle nostre angustie e ci proietta verso un benessere irreversibile. La resurrezione ne è la garanzia certificata e in questo periodo ci predisponiamo ancora a viverla fino in fondo, proprio con la rinuncia a qualcuna di quelle cose effimere e poco durature. Mi torna alla mente la risposta che fornì il Santo Curato d’Ars a chi gli chiedeva cosa provasse poi a passare tutte quelle ore davanti al tabernacolo: “Io lo guardo e Lui mi parla”. Vogliamo provare a vedere se è vero? Poi ce la racconteremo se raggiungiamo quella sensazione di benessere che abbiamo tanto cercato altrove.
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Inserito il 9 Marzo 2014 alle ore 12:58 da Plinio Borghi
Lasciatevi riconciliare, ci manda a dire San Paolo con la lettera ai Corinzi del mercoledì delle ceneri. È il motivo conduttore anche di parecchi interventi di Papa Francesco e mette in evidenza due aspetti parimenti importanti: l’infinita disponibilità di Dio al perdono e l’inviolabile libertà dell’uomo. Niente di passivo, dunque, niente di subìto, bensì un incontro voluto con Chi non si stanca mai di aspettarti. La Quaresima diventa un’occasione privilegiata per veicolare questo impatto, per riscoprire il senso di “rilassamento” che la riconciliazione comporta, per liberarsi dalle ansie e dalle tensioni che impegolano gli ingranaggi della vita e consentirci di viverla con una marcia in più. Né più né meno di ciò che è la parola “conversione”, non solo mero cambio di direzione o abbandono di ciò che il nostro percorso terreno ci riserva, ma vera e propria riqualificazione del modo di essere, naturale conseguenza di quanto Gesù ci diceva domenica scorsa: non vivere attaccati alle cose di questo mondo come se soltanto da esse dipendesse il nostro vero futuro. E perché la Quaresima dovrebbe essere qualcosa di stimolante? Perché guarda alla Pasqua di Resurrezione, fulcro e unica motivazione del nostro essere cristiani, meta per la quale vale veramente la pena di sacrificare qualcosa. Un sacrificio che tuttavia ci impegna con gioia, come sempre accade quando siamo determinati a raggiungere un obbiettivo ambizioso. La liturgia ci invita perciò a temprarci e senza “fare tanto cine”, il che sarebbe sviante, quanto concentrandoci in noi stessi per ritornare a quell’intimità appagante con Dio. Mi piace molto una delle ultime frecciatine che Papa Francesco ha rivolto al cristiano, quella di non essere musoni come una Quaresima senza Pasqua. Una sintesi felice che riassume, contrariamente alla percezione comune, la gioia che dev’essere per noi la Quaresima: l’esperienza concreta che “non di solo pane vive l’uomo”. Concludo con due versetti del Salmo Responsoriale, tratto dal famoso “Miserere”: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con spirito generoso”. Un sano atteggiamento per una buona impostazione di partenza.
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