Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

l richiamo alla Trinità…

Inserito il 11 Giugno 2017 alle ore 10:25 da Plinio Borghi

Il richiamo alla Trinità ci accompagna in parecchi momenti della giornata. Di norma, se non siamo troppo addormentati, dovrebbe essere il primo ad aprirla appena svegli e l’ultimo a completarla prima di chiudere gli occhi, assieme al segno della Croce. È lo stesso richiamo che conclude buona parte delle preghiere, delle collette, dei salmi (da cui il detto “tutti i salmi finiscono in gloria”), degli inni. D’altronde, nel dogma della Trinità si riassumono i fondamenti della nostra fede, come abbiamo avuto modo di constatare in più di qualche occasione, non solo in riferimento alle tre Persone, ma soprattutto per quel che  rappresenta la loro unità: amore, fedeltà, reciprocità e via dicendo, tutti stimoli senz’altro utili anche al nostro modo di vivere e di rapportarci. Per la sua funzione conclusiva e riassuntiva, pertanto, la festa non poteva trovare migliore collocazione che a ridosso della chiusura del periodo liturgico più forte, durante il quale abbiamo avuto modo di conoscere il Figlio nel momento più sublime della sua missione salvifica, l’estremo sacrificio, ma anche e soprattutto nella vittoria sulla morte, senza la quale tutto il resto non avrebbe avuto alcun senso (infatti, dai sommi sacerdoti di allora ai detrattori dei giorni nostri, è l’unico argomento su cui si appigliano). Abbiamo avvertito il Padre in tre momenti concreti: al battesimo nel Giordano, sul monte Tabor durante la Trasfigurazione e nell’intervento stesso della Resurrezione; ma l’abbiamo conosciuto soprattutto attraverso il Figlio stesso: chi vede me vede il Padre. Abbiamo preso confidenza con lo Spirito Santo in diverse occasioni, che vanno sempre dal battesimo citato alla percepibile e concreta intimità di amore tra Padre e Figlio, dai vari poteri conferiti da Gesù stesso, che, alitando sugli apostoli, diceva loro: “Ricevete lo Spirito Santo” alla grande discesa celebrata domenica scorsa, attraverso la quale il senso del Messaggio portato dal Messia si è completamente rivelato; non parliamo poi di come, nel tempo, sia stato innesco, motore e sostegno di tutta la Chiesa, con quella barca di doni che si porta sempre appresso. Questa festa è pertanto di un’opportunità unica per riflettere su questi aspetti e su tanto altro, sopperendo così a tutte quelle volte che il riferimento è talmente abituale da scivolare dalla bocca senza coinvolgere più di tanto il cuore e quasi per nulla la mente. E allora oggi proclamiamo con più convinzione: “Sia veramente gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo!”.

Il dominio dell’Amore…

Inserito il 4 Giugno 2017 alle ore 11:31 da Plinio Borghi

Il dominio dell’Amore include l’universo. Cioè da quando Dio lo creò, tutto è regolato esclusivamente dall’amore, sulla spinta del quale ogni cosa gira e si evolve. Ne consegue, di converso, che laddove c’è qualcosa che non ingrana o non c’è vita o, peggio, c’è distruzione e morte è venuta meno ogni forma d’amore. Qualcuno cerca di trovare giustificazione in qualcosa di alternativo, come la rivalsa, la vendetta, l’odio, quasi a voler far coesistere forme diverse e contrapposte all’amore, a voler affermare il solito dualismo del bene e del male, mettendo quest’ultimo sullo stesso piano del primo: nulla di più specioso e mistificante! Io sono del partito che il male non esiste e che non è altro che assenza di quel bene che fa andare le cose per il verso giusto. Assenza che solo la nostra debole, fragile e limitata natura umana può determinare, ma che non risiede mai in Dio. Stavo proprio rimuginando questi pensieri nei giorni della settimana scorsa, mentre si succedevano nefandezze come quelle di Manchester, nel Regno Unito, e di Minya, in Egitto, dove ancora si sono presi di mira i copti, e che si sono scatenate entrambe perfino su numerosi bambini. Non m’interessano le rivendicazioni (spesso fasulle e di comodo), né che taluno contrabbandi simili gesti come volontà di Dio (o Allah che chiamarlo si voglia), quasi a elevarli a frutto di chissà quale amore per chissà quale causa. Non esistono né amore né causa, ma solo negazione dell’uno e dell’altra. Dice: dopo tutto anche noi, in tante vicende, non abbiamo espresso minor ferocia e proprio nel nome di Dio si sono perpetrati i peggiori misfatti. È vero, guai negarlo, ma ciò non toglie che sia comunque opera nostra e conseguenza del soffocamento di quell’amore che invece, se praticato e perseguito, non lascia spazio a simili azioni e può solo produrre bene. Oggi stiamo celebrando la Pentecoste, la festa di quella fonte di Amore che è lo Spirito Santo, lo stesso che ha preso dimora dentro di noi, il cui fuoco abbiamo alimentato attraverso i Sacramenti e che non ci resta altro che ascoltare per farci guidare in ciascuna delle nostre azioni. Se non vogliamo essere uomini turpi e negletti, come i vili autori degli attentati citati (non amo usare il termine “belve” per non offendere il mondo animale, che non lo merita), lo Spirito dev’essere una riserva da alimentare, pena il privarci di quella risorsa di amore, la sola che rende migliori.

Fine della scuola guida…

Inserito il 28 Maggio 2017 alle ore 09:22 da Plinio Borghi

Fine della scuola guida. L’istruttore ti ha lasciato il volante in mano; sei solo nell’abitacolo: panico! Ore di lezione svanite di colpo dalla tua mente: fuori è un freddo cane e tu stai sudando. Le strade sono diventate improvvisamente troppo strette anche per la tua utilitaria. Trascorri una manciata di secondi, che sembrano un’eternità, durante i quali speri che un amico, vetero patentato, ti chieda un passaggio. Niente. Infili la chiavetta, metti in moto, ti guardi intorno, accendi la freccia e parti. A poco a poco tutte le conoscenze accumulate ti ritornano in testa e, nel giro di pochi metri, tutto sembra svolgersi nella normalità. Sei un po’ teso, ma è una tensione giusta, che serve a mantenerti attento e che è bene tu mantenga anche in futuro. Presumo che, fuor di metafora, sia successo così anche agli apostoli e ai discepoli di Gesù, quando l’hanno visto svanire definitivamente ai loro occhi e si sono ritrovati con le redini in mano a dover governare la situazione; non solo, ma con un preciso mandato: “Ammaestrate tutte le nazioni … insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”. Quisquilie. È pur vero che il loro Maestro li aveva appena rassicurati che sarebbe sempre stato con loro fino alla fine del mondo, ma un conto è averlo fisicamente a fianco, un altro conto è di… credergli sulla parola. Quando gli angeli li hanno colti con lo sguardo perso nel vuoto, pensate che avessero bene in mente come partire? Macché, hanno dovuto scaturirli e allora un po’ alla volta le idee hanno cominciato a prendere forma, quanto meno quella di sperare che il Compagno di strada tanto promesso arrivasse in tempo è stata fissa, al punto che li ritroveremo tutti riuniti, trepidi e oranti nel cenacolo quando lo Spirito Santo scenderà su di loro. Il seguito è cosa nota, com’è noto quanta abbondanza di doni e quale forza infonderà, ma soprattutto come acquisiranno la certezza che il loro “istruttore” sarà realmente al loro fianco. San Paolo, nella sua lettera agli efesini che ci viene posta all’attenzione oggi, riassume molto bene e con una sintesi magistrale il progetto di salvezza che prende il via con i fatti considerati nella giornata odierna. Vale la pena di portarsi a casa il foglietto e di rileggerla con calma: sarà un momento d’introspezione e di stimolo a percorrere in sicurezza le strade dell’evangelizzazione, superando le inevitabili difficoltà, ma con una speranza che per noi è sinonimo di certezza.

L’ansia da prestazione…

Inserito il 21 Maggio 2017 alle ore 08:17 da Plinio Borghi

L’ansia da prestazione è diffusa in tutti gli ambiti sociali e a tutti i livelli di attività sia professionali che amatoriali, più di quanto ce se ne renda conto. Non ci sono limiti di età né di esperienza tali da esserne esenti: basta una gara canora di un certo rilievo per mandare nel panico anche il più vissuto e preparato dei protagonisti; è sufficiente una performance su un palco di prestigio a far tremare le vene ai polsi dei protagonisti. E così è per lo studente che affronta l’esame importante o per il predicatore che si accinge a catturare la platea. Non è tanto una questione d’insicurezza o la paura di far brutta figura, quanto l’idea di non essere all’altezza di quella particolare situazione. Il lato peggiore è che il sintomo può spingerti a strafare, col rischio di renderti ancora più ridicolo. Qual è la soluzione se ti prende qualche attacco? In via generale, sul piano materiale e “laico”, innanzitutto quella di essere consapevoli delle proprie capacità e dei propri limiti e non pretendere quindi di ottenerne un superamento tout court; in secondo luogo sforzarsi di essere il più possibile sé stessi, dando il meglio, senza pretendere primati che non spettano e confronti fuori luogo o rivalse. Sul piano spirituale vale trovare un appoggio che ti serva da riferimento (e a noi credenti non manca certo) e ogni crisi si supera senza ansia o difficoltà. Anche agli apostoli Gesù aveva chiesto tanto e aveva dato loro un mandato piuttosto impegnativo, da esercitare su una piattaforma del tutto particolare: nientemeno che il mondo intero, un mondo ostile, refrattario e, bene che andasse, indifferente. Ad appesantire la situazione, li stava lasciando in balia di sé stessi, perché era da un po’ che insisteva di voler ritornare al Padre. Sapeva benissimo che anche loro sarebbero stati presi dall’ansia di prestazione: la fede c’era, la volontà anche, ma come potevano essere all’altezza del compito, se neppure avevano del tutto capito la profondità di quel nuovo messaggio? “Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi”, li rassicurava. “Lo Spirito Consolatore che è in voi rimarrà con voi per sempre” insisteva. Infatti, la forza dei diffusori del Vangelo, come descrivono gli Atti, è stata la straordinarietà della semplicità con cui hanno trasmesso i contenuti della lieta novella. Una sola linea guida ha dato il Maestro: per amarlo va osservata la sua Parola (come recitiamo nel Canto al Vangelo di oggi). E ogni forma di ansia da prestazione spirituale svanirà.

Il Maestro alza il tiro…

Inserito il 14 Maggio 2017 alle ore 09:29 da Plinio Borghi

Il Maestro alza il tiro. Ci eravamo lasciati domenica scorsa con la figura importante del Buon Pastore, che diventa addirittura “Porta” per le sue pecore. Oggi si raggiunge l’apice della figura del Redentore: Gesù si manifesta per quello che Tommaso l’ha riconosciuto e cioè Signore e Dio. Infatti proprio a Tommaso, che avanzava alcune perplessità su un discorso sicuramente incomprensibile, risponde: “Io sono la via, la verità e la vita”. Poco dopo aggiungerà a Filippo, che lo pregava di fargli conoscere il Padre: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Un Messia quindi a tutto tondo, non più “solo” Figlio dell’Uomo, ma Dio egli stesso a tutti gli effetti, un Dio che diventa Parola, per indicare la via e la verità e donare quella vita che non perisce. Non c’è dubbio che in questa scena si sublimi tutto il Vangelo, nel quale l’uomo trova una risposta sicura ad ogni sua aspettativa. Gira e rigira, alla fine chiunque vorrebbe conoscere la strada per la salvezza, una strada da percorrere con certezza e in tutta tranquillità, una strada che risponda a criteri concreti per superare gli inevitabili ostacoli che si incontrano nel corso dell’esistenza. Gesù lo è. C’è anche in concomitanza l’esigenza da sempre di inseguire la verità e magari di riuscire a trovarla (ricordiamo la perplessità di Pilato durante il processo: “Cos’è la verità?”). Ebbene, Gesù lo è. E quanti filosofi fin dai tempi antichi non hanno teorizzato su come sarà dopo la nostra fine? Ci trasformeremo in energia, saremo spiriti vaganti, ci reincarneremo, in sostanza ci sarà vita e che vita? Anche a questo Gesù ha fornito una risposta secca e certa: Lui è la vita e ciò vale ora e per sempre. Nessuna religione arriva a tanto. Non certo l’islam. Anche l’induismo, con le sue proiezioni nel buddismo e nel jaidismo, pur valido riferimento per la realtà di un contenitore con ben oltre un miliardo di abitanti, non è facilmente esportabile. Tanto è vero che lo stesso Gandhi affermò che il cristianesimo era insuperabile e vi si sarebbe anche convertito, se non fosse stato frenato dal cattivo esempio che arrivava dai cristiani, evidentemente poco coerenti e pertanto non credibili; contro quello che il nostro Salvatore ci ha sempre sollecitato: amatevi gli uni gli altri, da questo sapranno che siete miei discepoli; amate i vostri nemici, ecc. Se non saremo fedeli al Vangelo, abbiamo poco da conoscere la Via e la Verità: avremo sprecato un patrimonio ineguagliabile e la Vita non ci sarà riservata.

Disorientamento, logorio e morte…

Inserito il 7 Maggio 2017 alle ore 12:06 da Plinio Borghi

Disorientamento, logorio e morte sembrano essere i soli passaggi della nostra esistenza. A parole tentiamo di dimostrare sicurezza, di volere la salute e di amare la vita; poi, di fatto, inseguiamo chimere, ci lasciamo abbindolare dal primo che ci racconta delle belle favole, pratichiamo regimi che ci consumano (inquinamento, stress, eccessi, alcool, fumo, droghe..), tendiamo a curarci (a volte poco e male) quando non stiamo bene o abbiamo qualche seria magagna e non ci preoccupiamo di mettere in atto tutte le forme di prevenzione per evitare, per quanto possibile, di ammalarci. Se non bastasse, facciamo difficoltà a vedere oltre la morte, che ci sembra soltanto l’ineluttabile punto d’arrivo, con ciò accentuando vieppiù le nostre contraddizioni: se crediamo solo in questa vita dovremmo peritarci di salvaguardarla molto meglio di come stiamo facendo! In ogni caso ci servono obiettivi più alti e prospettive di più largo respiro, che siano in grado di fornirci solide motivazioni, tali da indurci a valorizzare al massimo ogni risorsa disponibile, senza dispersioni. Qui subentra la fede, la quale, oltre a puntare molto al di là della morte naturale, ci fornisce sin d’ora le ragioni che stiamo cercando per comportarci in modo più “salubre”. Lo dicono anche i più incalliti materialisti che, in presenza di stimoli giusti, si vive meglio e, se ammalati, si guarisce più rapidamente. Noi, che abbiamo in mano la chiave sicura (il Vangelo), la vogliamo snobbare o, peggio, buttare? Oggi il nostro stesso Maestro, che prima si definisce il Buon Pastore e poi addirittura la Porta attraverso la quale le pecore si mettono al sicuro, fuori di allegoria ci comunica una certezza alla quale appoggiarsi : “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Sono le parole con le quali si conclude il brano di oggi e che ci fanno capire che la nostra salvezza non è solo un elemento di prospettiva per “un domani”, bensì è già funzionale a questa vita. Poco prima, a scanso di equivoci, aveva detto che “il ladro non viene se non per rubare, uccidere, distruggere”. Nel nostro caso “il ladro” sono i falsi riferimenti, che ci disorientano, ma anche la nostra stessa incapacità di badare a noi stessi o la protervia di voler poggiare su certezze traballanti, che non fanno che minarci. Niente paura, è sempre il tempo per recuperare: abbiamo un Pastore che non ci molla e, se ci perdiamo, ci viene pure a cercare.

Il linguaggio dei gesti…

Inserito il 30 Aprile 2017 alle ore 11:08 da Plinio Borghi

Il linguaggio dei gesti sembra, di primo acchito, appannaggio dell’ambiente dei sordomuti. Se però ci riflettiamo un po’, ci accorgiamo di quanto quell’uso sia del tutto marginale. Osserviamo due persone che discorrono normalmente: la quantità dei loro movimenti (di mani, di braccia, di spalle, di corpo, di mimica facciale) è enorme; a tal punto che, se anche non li udissimo, saremmo in grado di indovinare quasi tutto il contenuto del loro scambio. Noi italiani, poi, abbiamo la nomea di non saper proferire verbo senza poter gesticolare. Qui a Venezia abbiamo addirittura coniato il detto: “Ti fa come el gondolier, che par parlar el mola el remo!”. Spesso taluni gesti mirati sostituiscono le parole: ad esempio l’indice portato perpendicolare alla bocca per indurre al silenzio, più perentorio se accompagnato da un moto di sbarramento degli occhi; battere di rovescio il dorso della mano destra sul palmo della sinistra per dire a qualcuno di andarsene; alzare le spalle per disinteresse e così via. Molte volte assumono pure valenza di offesa o di volgarità. Eppure la gestualità diventa anche di grande aiuto, specie se si è all’estero e non si parla molto bene o affatto la lingua; a questo punto farsi capire è un’arte. Poteva Gesù non conoscerla a fondo? Certo che no e il vangelo di oggi ne è una dimostrazione. La vicenda dei discepoli di Emmaus descrive come non abbiano riconosciuto nel compagno di strada il Maestro, malgrado i discorsi fossero tali da poter essere ricondotti solo a Lui. E sì che il loro cuore ardeva nell’ascoltarlo a spiegare le Scritture! Evidentemente prevaleva lo sconforto per tutto ciò che era accaduto. Tuttavia, il solo gesto di spezzare il pane ha fatto scattare la molla e la corsa di ritorno nella notte, col cuore gonfio di gioia. Quando la sera dell’ultima cena Gesù lo eseguì per la prima volta, accompagnandolo al mandato: “Fate questo in memoria di me”, sapeva che quello sarebbe stato un segno di riconoscimento, il segno liturgico per eccellenza; perché ogni volta che si fa Pasqua, cioè ogni volta che si celebra l’Eucaristia, l’evento della passione, morte e resurrezione del Salvatore si ripete (“annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione in attesa della tua venuta”): questo significa “far memoria”. Da allora tutta la liturgia si è arricchita di gesti tutt’altro che casuali o scaramantici, bensì pregni di un significato che spetta a noi cogliere con attenzione e introiettare. Se poi, capendoli, ci danno la carica, meglio.

La fede

Inserito il 23 Aprile 2017 alle ore 11:06 da Plinio Borghi

La fede è condivisione. L’esempio ci viene dalla prima lettura di oggi, dagli Atti degli Apostoli: “Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno”. Un’impostazione sociale di tal fatta, nel tempo, è stata più volte proposta e propugnata, ma senza apprezzabile successo, anzi, il più delle volte si è tradotta in una sorta di mistificazione, perché alla fine ha la meglio la tendenza egoistica del forte a prevaricare sul debole. Evidentemente solo la fede, una grande fede può essere la chiave vincente. Infatti, nel brano in argomento si dice che i protagonisti furono tutti coloro che erano diventati credenti.
La fede è Misericordia, quella che Dio ha usato per rigenerarci mediante la resurrezione di Gesù Cristo, come ci istruisce San Paolo nella seconda lettura. Non a caso si è voluto dedicare questa domenica proprio alla Divina Misericordia, attraverso la quale passa la rivelazione (della Verità) che ci fa credere anche senza aver visto, che ci dà una speranza che per noi è certezza e pertanto prospettiva di “una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce”, in una parola di salvezza. Sotto questo profilo, prosegue sempre San Paolo, l’afflizione per le prove alle quali ci sottopone la vita non deve intaccare la gioia di cui siamo ricolmi, perché la nostra fede “è molto più preziosa dell’oro”.
La fede è pace in tutte le accezioni del termine, senza se e senza ma, senza slabbratura alcuna. Il vangelo di oggi mette in evidenza che per ben tre volte Gesù, entrato da risorto dove i discepoli erano riuniti, ripete “Pace a voi!”. Non è un saluto, è un ordine, un mandato ben preciso al quale a nessun credente è dato di sottrarsi. È da presumere che non l’abbia detto a caso, ovviamente, ben consapevole della nostra diffidenza, della naturale tendenza alla litigiosità e allo scontro. La vicenda di San Tommaso ne è una prova, ma è anche la dimostrazione di come, messo dinanzi alla sua miscredenza, abbia saputo subito ravvedersi: “Mio Signore e mio Dio!”, esclama. Le stesse parole che dovremmo ripetere con convinzione ogni qualvolta alziamo gli occhi all’Ostia consacrata, perché solo così siamo in sintonia. “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”, conclude Gesù. D’altronde, solo così si può definire “fede”.

Se siamo bravi cristiani…

Inserito il 16 Aprile 2017 alle ore 08:32 da Plinio Borghi

Se siamo bravi cristiani, la Pasqua di resurrezione non va vissuta come un rito tradizionale, ma come una reale attualizzazione della resurrezione del nostro Salvatore Gesù Cristo, morto in croce. Se siamo bravi cristiani, allora, il primo atto concreto è quello di trasformarci tutti in colombe che portano nel becco il ramoscello d’ulivo, simbolo della riconciliazione di Dio con l’uomo e quindi della sua Misericordia. Se siamo bravi cristiani, perseguiamo comunque e sempre la fratellanza e le nostre armi più potenti saranno bombe di pace che faremo scoppiare dovunque e a prescindere dalle avverse situazioni oggettive. Se siamo bravi cristiani, dovremmo aver vissuto la Quaresima come periodo di riflessione e di crescita, preparando giorno per giorno l’arrivo del momento liturgico più forte dell’anno, attraverso gesti di concreta partecipazione, a riconoscenza di quello che è stato il padre di tutti i sacrifici che Uno solo ha fatto pesare su di sé per noi. Se siamo bravi cristiani, non dovremmo confessarci almeno una volta all’anno e comunicarci almeno a Pasqua, come recita il precetto, bensì anelare continuamente alla fonte della parola e dell’Eucaristia, che trovano la sintesi più sublime in ogni Santa Messa, e ricorrere al Sacramento della Riconciliazione ogni qualvolta la nostra fragilità umana ha avuto il sopravvento sulla forza dello spirito. Se siamo bravi cristiani, l’avvicinarsi del Triduo pasquale ci deve cogliere attenti a quel che conta, senza farci sviare dal clima “pagano” delle feste imminenti o svilire il Venerdì Santo con l’idea prevalente che è il giorno buono per cominciare l’imbottigliamento del vino. Se siamo bravi cristiani, ci recheremo alla Messa del giorno di Pasqua e incontro al Risorto con lo stesso anelito degli apostoli che, dopo aver ricevuto dalle donne l’annuncio, correvano al sepolcro trafelati e ansiosi di scoprire la grande verità; così come il nostro Patriarca ci sollecita nella sua nuova Lettera Pastorale. Se siamo bravi cristiani, diffonderemo, ora come allora, la lieta notizia a tutti quelli che incontriamo, soprattutto ai non credenti, augurando loro la Buona Pasqua non come un atto formale, ma con un entusiasmo tale da far avvertire tutto il calore che sempre gli altri dovrebbero percepire da noi. Se siamo bravi cristiani, lo scambio di saluto fra noi per tutto il ciclo pasquale sia quell’affermazione di fede che i fratelli ortodossi usano: CRISTO è RISORTO! – e di rimando: CRISTO è VERAMENTE RISORTO!

Il dolore di una madre

Inserito il 9 Aprile 2017 alle ore 11:32 da Plinio Borghi

Il dolore di una madre, specie alla perdita di un figlio, è da sempre la cosa più atroce che ci è dato da provare o da vedere, per tutta una serie di motivi legati ad un rapporto ineguagliabile. E nulla cambia se le traversie che colpiscono il sangue del tuo sangue siano sorte all’improvviso o siano state precedute da avvisaglie, né che fosse nato già segnato. Maria non è diversa dalle altre: pure la sua maternità è stata frutto di un gesto d’amore e di grande disponibilità nei confronti del Padre, che le ha sicuramente assegnato un compito più grande di lei. È vero che il vecchio Simeone, all’atto della presentazione al Tempio, le aveva predetto che una spada le avrebbe trapassato il cuore. Probabilmente anche lei ha seguito la predicazione del suo Gesù ed avrà appreso che di lì a poco sarebbe morto per la salvezza di tutti, ma che nessuno si abbattesse in quanto sarebbe poi risorto; però erano annunci incomprensibili agli apostoli stessi, difficilmente assimilabili. E poi era sempre suo figlio, l’amore per il quale nulla e nessuno poteva scalfire. Invece questa settimana conosceremo anche i picchi altissimi del suo dolore, perché sappiamo che lei sarà sempre presente, dalla flagellazione alla condanna reclamata da una folla fedifraga e urlante, dal percorso verso il calvario alla crocifissione. Mi sembra di immaginare i sussulti del suo cuore ad ogni caduta del Salvatore sotto il peso della croce, mi sembra di avvertire l’affondo di quella spada ad ogni colpo di martello sui chiodi che si conficcano nelle membra del suo amato e come subisca il suo dolore senza poterlo quanto meno condividere col suo sposo. La vedo ormai spossata e squassata ai piedi di quella croce mentre le cola sul capo l’ultimo sangue e riceve dalle labbra di quel suo bene ormai moribondo, in un turbinio di sentimenti che forse non le consente di afferrarne il significato più profondo, la maternità di tutto il genere umano, quella maternità che ci ha resi tutti fratelli in Cristo. Al compimento di tutto, sarà straziante quando le riconsegneranno fra le braccia il corpo esanime, una scena che costituirà per sempre il simbolo della Pietà. Lo “Stabat mater”, che invito tutti a leggere questa settimana, riflette bene il dolore di questa grande Madre. Una strofa voglio rilevare fra tutte: “Quis non posset contristari / Christi Matrem contemplari / dolentem cum Filio?” (Chi può non rattristarsi contemplando la Madre di Cristo che soffre con suo Figlio?). Un altro spaccato da meditare e introiettare in quest’ultima settimana in preparazione della Pasqua!

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