Inserito il 8 Maggio 2022 alle ore 10:04 da Plinio Borghi
Zelensky buon pastore? Il fenomeno Ucraina che stiamo vivendo in questo periodo ha messo in evidenza parecchi risvolti inaspettati, che hanno da un lato spiazzato chi pensava di andarsi a fare una passeggiata in terra altrui portandosi a casa qualche souvenir a basso prezzo e dall’altro interpellato quelli, come noi, che avevano trascurato quanto stava succedendo da quelle parti dal 2014 e non hanno reagito al furto della Crimea. Adesso tutti si ravvedono e i dibattiti in merito si sprecano, anche perché non sempre le medesime azioni sono mosse dalle stesse intenzioni. Lascio agli esperti (oggi, come prima per la pandemia, stanno spuntando come i funghi) ogni considerazione sulle strategie e mi limito a sottolineare un paio di sensazioni che mi hanno particolarmente colpito. La prima è, ovviamente, il protagonismo indiscusso del popolo ucraino, che si è attrezzato contro ogni aspettativa e ha chiesto aiuto con dignità e inconsueta fierezza. La seconda il coro all’unisono che si sta registrando in quel Paese, diretto magistralmente dal suo presidente, che ha guadagnato una fiducia impensata, anche da parte dei suoi oppositori. Certo, molto ha contato anche la protervia dell’aggressore, ma non mi sarei mai aspettato che in quelle condizioni si registrassero addirittura flussi di rientro in una terra ancora martoriata. Mi pare evidente che l’autorevolezza e il buon esempio di Zelensky abbiano agito da collante e gli abbiano fatto avere sul campo il meritato titolo di Buon Pastore, cosa ben difficile per una guida in clima democratico e più ancora per un politico. Basti vedere con quali “distinguo” lo stesso Draghi, d’indiscussa autorevolezza, è tuttavia sostenuto da questa eterogenea maggioranza. Non ditemi dissacrante se tali considerazioni mi sono venute proprio leggendo il vangelo di oggi, domenica dedicata al Buon Pastore per eccellenza. Il feeling con il proprio gregge non si crea se non c’è una profonda e reciproca conoscenza, tale da determinare una sequela incondizionata. Lo dice Gesù stesso che questi sono gli elementi caratteristici, anche se è ovvio che le offerte di sicurezza e di vita che ci garantisce il nostro Salvatore sono tutt’altra cosa e non hanno confronto alcuno che possa reggere. C’è un’altra sottolineatura del nostro Maestro: le mie pecore non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Anche gli ucraini stanno morendo per questa certezza. Speriamo che il maligno non prevalga.
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Inserito il 1 Maggio 2022 alle ore 10:06 da Plinio Borghi
“Arbeit macht frei” è la scritta in ferro battuto che troneggia all’ingresso del campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz e ripresa in altri lager nazisti. Il lavoro rende liberi. È una grande verità, tanto che i nostri padri costituzionalisti hanno voluto aprire con essa il sacro testo; ma chissà perché certe collocazioni stridono per l’uso strumentale che se ne fa e finiscono per trasmettere una sensazione di disagio, specie in questo caso di cui conosciamo il triste epilogo. Il quale, tuttavia, almeno nel giorno della festa dedicata, ci deve far riflettere. Quante volte nelle nostre scelte e nei vari provvedimenti legislativi lo abbiamo trascurato o comunque non messo al primo posto? Come ci siamo impegnati perché fosse garantito e in particolare ai nostri giovani? Domande che rischiano di essere retoriche, visto come stanno andando le cose, il dilagare della disoccupazione giovanile, le gelosie nel difendere gli spazi occupati, la scarsa propensione a riciclarsi e addirittura la poca voglia di realizzarsi attraverso il lavoro. Soltanto quando ci viene a mancare, ci si rende conto di come venga compressa anche la nostra libertà. Analogo discorso si potrebbe avanzare per l’amore inteso nella sua più vasta accezione. Quanti slogan vengono usati e abusati per esaltarne la funzione, pure questa nel senso della libertà: più ne siamo vincolati e più lo portiamo a un livello esaltante, più ci si sente liberi. Pare anche qui una contraddizione in termini, eppure se ne fossimo privati verrebbe meno la base di ogni rapporto, rimarremmo senza il collante essenziale per qualsiasi convivenza sociale. La liturgia di oggi è imperniata tutta nel parallelo amore-sequela, amore-salvezza: per ben tre volte Gesù chiede a Pietro fino a che punto sia disposto ad amarlo e non tanto per rinfacciargli le tre volte che lo ha rinnegato né l’estremo sacrificio che Egli, figlio dell’Altissimo, aveva appena subito per il grande amore che Entrambi portano verso le proprie creature, verso i propri seguaci, bensì perché capiscano che la libertà vera sta solo nella sequela e che solo seguendo la stessa strada del Maestro, anche fino alle estreme conseguenze, avrebbero trovato la garanzia della salvezza. “Ti esalto, Signore, perché mi hai liberato”, recita il salmo responsoriale. Appena usciti dal Sinedrio, dopo essere stati fustigati, gli apostoli cantavano perché avevano subito in nome del loro Redentore, come da istruzioni. Oggi anche noi siamo a rapporto. Che rispondiamo incalzati dalla domanda: “Mi ami tu?”.
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Inserito il 24 Aprile 2022 alle ore 10:01 da Plinio Borghi
Una botta di misericordia vale certamente di più di mille rimbrotti e infinitamente più di qualsiasi rivalsa. Se poi arriva addirittura al posto di una vendetta da chi si ritiene parte offesa, il suo valore non ha prezzo. Tuttavia, come tutte le cose preziose, trovarla è di una difficoltà enorme. A volte ci accontenteremmo che fosse anche grezza, magari ostentata o interessata, piuttosto di niente. Lo so già che state immaginando assieme a me se fosse venuta a Putin, magari pensando in tempo che le cose sarebbero andate peggio di quel che supponeva oppure per un attacco di protagonismo che gli avrebbe fatto guadagnare punti ovvero per non imbarcarsi a una certa età in rogne logoranti. Non avremmo fatto certo gli schizzinosi e sappiamo quale immane tragedia si sarebbe evitata; una tragedia dai contorni ancora foschi e dall’epilogo sempre più imprevedibile. Oggi diventa difficile anche solo ipotizzare un gesto di misericordia: non manca solo la parte attiva, troppo orgogliosa e compromessa per cedere, ma pure la disponibilità di quella passiva a riceverlo. Mons. Bonini riporta questa settimana su “L’incontro” che nel mondo ci sono 59 focolai di guerra in attività, vale a dire più di un centinaio di Paesi che se le stanno dando di santa ragione per i motivi più disparati, ma nessuno tale da non poter essere rimosso o superato o che comunque si possa ritenere giustificativo degli effetti ripugnanti che innesca. Quanto siamo distanti dalla Misericordia divina che la liturgia di oggi si perita di riproporci! Il Padreterno, per come ci rapportiamo con Lui e fra di noi, ne avrebbe ben donde per essere tentato di lesinarla e invece insiste e non cede, ma non solo perché non ci vuole perdere e ci vorrebbe tutti salvi, non solo perché ci ha fatti così e conosce le nostre debolezze e i nostri limiti, bensì perché spera che in un modo o nell’altro anche noi, nel sentirci gratificati, ci rivolgiamo parimenti agli altri. A parole lo diciamo sempre nel recitare il Padre nostro, nei fatti non cediamo terreno nemmeno nelle questioni di poco conto. Il vangelo di oggi ci presenta il caso emblematico dell’apostolo Tommaso. Bella riconoscenza verso Chi ha sacrificato anche per lui la sua vita e gli è stato maestro convincente! Fossi stato io al posto di Gesù l’avrei lasciato sui tizzoni ardenti per parecchio tempo e invece il nostro Salvatore subito a fargli mettere il dito nel costato. Per fortuna l’atto di fede è prorotto senza altro indugio. E la nostra misericordia costerebbe poi così tanto?
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Inserito il 17 Aprile 2022 alle ore 10:00 da Plinio Borghi
Caro Gesù,
quest’anno speravo finalmente
di viver la tua Pasqua con la mente
sgombra da problemi e restrizioni
che pandemia ci pose in condizioni
di non poter godere appieno. Invece
il moto di gioia che ci sembrava
d’aver colto dalle aperture concesse
s’è tosto offuscato per l’assurdo
e immotivato scoppio in Ucraina
di una guerra assurda e devastante.
Lo so che tutti i conflitti son reietti
e che i confronti armati son negletti,
ma qui il rito della sopraffazione
nato con Caino mette apprensione
alla tua umanità intera. In un istante
nasce spontanea la domanda
già rivolta quando il Covid seminava
milioni di vittime: perché il Padre
consente tutto questo? Siamo figli,
ingrati, corrotti, peccatori, disattenti,
omissivi d’amore col prossimo,
ma pur sempre tuoi fratelli che ha
voluto riscattare e affrancare
con la tua morte.
Eppur la Bibbia è ricca d’interventi
di Dio a favore del suo popolo!
Non voglio adire l’interferenza
peccando così di presunzione,
ma anelo un epilogo come quello
riservato a Mosè sul mar Rosso
e riproposto in lettura nella Veglia
pasquale: l’esercito del faraone era
grande e potente, ma il Signore lo è
stato di più. Non può avverarsi ora?
Oppure quella Pace che elargivi
a piene mani, che tanto evocavi
e che il Papa sta perorando oggi
è destinata a restare pura utopia?
Potevamo pensarci prima, è vero.
Sono anni che regna il subbuglio
in quella zona travagliata, e noi
guardavamo altrove, a interessi
del rispettivo orticello. Avremmo
dovuto essere noi il veicolo
di una politica di pace radicata,
duratura, inseguita convintamente.
O Gesù,
confondi le menti dei guerrafondai,
di chi si accanisce sul fratello
invece di andargli incontro e aiutarlo;
non lasciarci pure stavolta rivivere
la Resurrezione in modo monco,
senza quella sensazione di pace
che ci fa sentire redenti e creditori
e che allarga il cuore nell’augurare
al fratello con gioia e con amore:
BUONA PASQUA!!!
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Inserito il 10 Aprile 2022 alle ore 09:50 da Plinio Borghi
Se le pietre potessero parlare! Quante volte ci siamo imbattuti in esclamazioni di questo tipo, per i più disparati motivi, sia relativi a situazioni piacevoli che a disastri come quelli della guerra in corso, laddove la verità dei fatti è offuscata da vagonate di panzane. Mi ricordo che una domenica delle Palme siamo andati con la corale gregoriana a cantare nella bellissima quanto suggestiva abbazia di Follina, diffondendo per tutti i vetusti locali, prima del convento con la processione degli ulivi e poi nella chiesa, gli antichi canti tradizionali. Al finire della Messa l’anziano celebrante, prima della benedizione, ebbe a considerare: “Le pietre di questi ambienti avranno vibrato nel risentir risuonare le vecchie melodie!!!”. Non credo che tali espressioni si debbano liquidare come semplici iperboli o metafore: è invalso l’uso di dar parola a soggetti del mondo animale o vegetale, magari investendoli del nostro modo di fare, come anche il contrario. E Gesù, nel vangelo in lettura oggi nella liturgia della benedizione dell’ulivo, risponde ai farisei che infastiditi dal clamore lo sollecitavano a zittire i suoi osannanti: “Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre”. Era evidente la conferma che la sua era una Verità insopprimibile. Peccato che più tardi le stesse voci reclamassero a Pilato la sua crocifissione, ma sappiamo purtroppo che la nostra labilità umana ci rende inconsistenti, non ha nulla a che vedere con la solidità della pietra. Per fortuna sappiamo pure che il nostro Salvatore non demorde e continua a rinnovare il suo sacrificio perché ci vuole “pietre vive” (a proposito del “contrario” cui facevo riferimento più sopra) per edificare la sua Chiesa. Allo stesso apostolo Simone ha cambiato in questo senso il nome in Pietro e l’ha trasformato nientemeno che in pietra miliare, fondamenta su cui poggiare il progetto di salvezza. In questa settimana santa siamo quindi chiamati a vivere i vari momenti, il Triduo in particolare, come sprint finale di una Quaresima che dovremmo aver proiettato all’avvenimento che tiene in piedi tutto l’impianto della nostra fede: la Resurrezione. Al qual proposito anche di quel momento determinante la sola testimone fisica è una pietra, quella che chiudeva il sepolcro ed è rotolata per lasciar passare il Risorto. Non occorreva, il Signore ci poteva passare attraverso, come dimostrerà più tardi. Ma serviva una testimonianza. Ah, se quella pietra potesse parlare! Beh, oggi siamo noi, con la nostra fede, a darle voce.
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Inserito il 3 Aprile 2022 alle ore 10:04 da Plinio Borghi
Bandire il peccato o il peccatore? Se dovessimo soffermarci sul nostro modo di vivere, scopriremmo tanti controsensi in merito. Basti vedere come stendiamo le leggi e come le applichiamo: nella stesura definiamo in particolare ciò che si deve o non si deve fare, cosa sia o non sia reato; nell’applicazione perseguiamo chi non si comporta di conseguenza e ci perdiamo in miriadi di provvedimenti a seconda dell’infinita casistica in atto, peritandoci più di soppesare le pene da infliggere che non di cercare modi per evitare di incorrere nella trasgressione. Per restare nell’attualità, rifuggiamo decisamente l’idea della guerra, ma poi ci smarriamo nei vari distinguo verso chi la provoca, chi la combatte e come, magari preoccupandoci di chi la subisce, senza tuttavia mettere per tempo in atto tutte le garanzie necessarie a evitarne il ricorso, formandoci per una pace vera e duratura. Questioni di lana caprina? Non direi, se solo pensassimo, nella fattispecie, a quanto siamo stati disattenti in questi ultimi anni agli eventi che ci hanno condotto fin qui (dalla Crimea in poi per stare nei tempi recenti) ed a quelli nel mondo che al momento non ci preoccupano perché non ci solleticano specifici interessi. Per fortuna il nostro riferimento di eccellenza, il Vangelo, non soffre di tali contraddizioni e rimane baluardo cui correre ai ripari per rimediare distorte impostazioni. Per quanto concerne la pace non ci piove: Gesù, conoscendo le nostre debolezze, ne ha fatto con insistenza una questione ineludibile per continuare a ritenerci suoi seguaci; e motivi di belligeranza ne avrebbe trovati a ufo, essendo venuto a svolgere la sua missione in un territorio occupato militarmente. Sul primo aspetto sono già due domeniche che il tema della misericordia nei confronti del peccatore va esattamente in senso contrario al nostro modo di vedere: l’altra volta con l’atteggiamento del padre nei confronti del figliol prodigo e stavolta Egli stesso si trova alle prese con la faccenda dell’adultera, verso la quale il trattamento è analogo, proprio per ribadire che c’è sempre il margine per una radicale conversione e che è questo lo scopo principale del suo progetto di redenzione. Il peccato, in entrambi i casi in esame, è condannabile e condannato anche dal Maestro, ma il peccatore va recuperato e non c’è deterrente migliore per sottrarre le malefatte che quello di impedire a chi ne è indotto di perpetrarle. Non è facile digerire siffatto metodo, anche perché non sempre può funzionare. Ma tant’è.
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Inserito il 27 Marzo 2022 alle ore 10:00 da Plinio Borghi
Andar a pescare e fare la guerra sono due circostanze per dare la stura alle balle più megalattiche che mente umana possa concepire. Solo che l’accostamento è improprio: nel primo caso il gesto di allargare le braccia per significare la dimensione della malcapitata preda è un gesto folkloristico “dovuto”, quasi rituale; nel secondo caso siamo nella tattica più becera per giustificare una strategia di morte, assurda, inconcepibile, priva di ogni ragione. Non sto qui a ripetere le già pesanti parole proferite dal Papa in merito, ma duole dover constatare che un conflitto esprime sempre il peggio della depravazione individuale e della devianza sociale di una comunità. Basare poi l’informazione sulle bugie è quanto di più subdolo si possa perpetrare. Per fortuna i mezzi di comunicazione di cui disponiamo mitigano alquanto le millanterie, anche se certi paesi monopolizzano l’aggiornamento della propria gente, come sta facendo la Russia. E di fronte allo scempio in atto ci si chiede il perché dell’assenza di Dio davanti a simili nefandezze, specie trattandosi di un’aggressione gratuita e oltretutto avallata da taluni suoi rappresentanti religiosi. Qui bisogna stare attenti a non attribuire al Padreterno il frutto delle nostre disattenzioni, spesso dovute a convenienze o compromessi che ci hanno condotto a ciò cui stiamo assistendo (chi ha seguito un po’ di dibattiti ha imparato a rendersene conto). La liturgia di oggi è molto chiara e convergente in proposito: abbiamo un Dio che è sempre di parola (prima lettura) e non ha esitato a sacrificare il Figlio pur di giustificarci (seconda lettura), un Dio la cui misericordia è infinita se ci rapportiamo a Lui correttamente (vangelo, un tempo detto “del figliol prodigo”), il tutto perfettamente riassunto nel versetto al salmo responsoriale: “Il Signore è vicino a chi lo cerca”. Sembra uno slogan, di fatto è una parola d’ordine, che è la chiave risolutiva per la corretta impostazione dei nostri comportamenti. Va da sé che Dio non lo si cerca chissà dove: è in ogni istante a portata di mano nel prossimo che ci sta accanto. Allora pensare di essere senza Dio o ritenerlo assente dai risvolti di certe situazioni parte dallo stesso presupposto: il guardare a sé stessi, al proprio interesse e non all’altro e alle sue esigenze. Se vogliamo che questa Quaresima non finisca in olocausto, affidiamoci a un mediatore di pace serio: cerchiamo il Signore che è sempre disponibile.
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Inserito il 20 Marzo 2022 alle ore 10:00 da Plinio Borghi
Il metro della produttività è sempre stato quello più usato in campo lavorativo ed economico. Mi ricordo ancora come, agli albori dei primi movimenti sindacali, i licenziamenti andassero alla grande soltanto su tale base e come noi, dipendenti pubblici, fossimo considerati più parassiti che produttori di servizi, come tanto tempo dopo fummo classificati, tant’è vero che anche gli emolumenti risentivano molto di tale valutazione. Ne è passata di acqua sotto i ponti, ma, pur essendo usato con meno disinvoltura e pretestuosità di allora, il metro è rimasto pressoché lo stesso, anzi, possiamo dire che ha trovato motivi di estensione anche in altri campi, quali il volontariato e l’istruzione, per citarne un paio, non disdegnando settori come la religione e la cultura. Naturalmente i criteri sono diversificati e per certi versi la produttività non va intesa come fine, bensì come mezzo, ma la sostanza non cambia. Altrimenti quale altro significato attribuire alla parabola del fico infruttifero riportato nel vangelo di oggi? Quella pianta occupava uno spazio improprio nella vigna ed erano tre anni che non faceva il suo dovere: il padrone era ai limiti della pazienza e lo voleva sradicare tout court, se non fosse stato per l’intercessione del vignaiuolo. È chiaro che nemmeno nella vigna del Signore è lecito vivacchiare e fare i parassiti, com’è evidente che anche l’infinita misericordia di Dio ha dei limiti (scusate l’ossimoro), determinati appunto dal nostro impegno e dal risultato, che non sta sulle parole ma nei fatti. Lo premette anche Gesù all’inizio del brano di cui stiamo parlando, quando qualcuno si lagnava con lui perché Pilato mescolava il sangue dei galilei con quello dei loro sacrifici: “Loro non erano più peccatori di voi e, se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”. Torna il discorso della conversione, che, in definitiva, vuol dire “fare frutto”, mettere cioè in pratica in modo pieno e concreto il ruolo che siamo chiamati a ricoprire come seguaci di quel Cristo che si è messo totalmente in gioco per noi. La voce del Padre nella nube sul Tabor di domenica scorsa concludeva con un ordine: “Ascoltatelo!”, che non va inteso come un passivo “statelo a sentire”, ma “seguitelo!”, calcatene le orme. La Quaresima è un momento favorevole per fare il punto e la verifica. Qualora ci accorgessimo di essere fichi poco produttivi, una bella zappata attorno alle radici e una bella concimata possono rigenerarci. Attenzione, il licenziamento in tronco è sempre alle porte.
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Inserito il 13 Marzo 2022 alle ore 10:01 da Plinio Borghi
Il Tabor è sempre suggestivo e chi ha avuto modo di andare in Terra Santa e di avventurarvisi non può che darne atto. In realtà, più che di un monte si tratta di un cocuzzolo solitario che si erge su di un terreno piuttosto ondulato. Forse è per questo che nei vangeli neppure lo si chiama per nome, ma lo si cita solo come monte: più di quello non c’è, la strada è abbastanza impressionante e a mano a mano che ci si alza il panorama si amplia tanto da farti sembrare ancora più in alto. Sopra non serve più fantasticare su capanne o tende come fecero gli apostoli che Gesù ha scelto di portarsi appresso: il tempio è stato realizzato proprio per dare la sensazione di tre tende, la più grande al centro e ai lati quelle di Mosè ed Elia. Il giorno che ci sono andato era bel tempo, ma sono convinto che se un po’ di brezza avesse spinto una nuvola a coprire momentaneamente il sito non sarebbe stato difficile immaginare la voce del Padre nel ruolo di supporter del Figlio. Quando m’imbatto nel racconto, riportato da tre evangelisti su quattro, mi viene spontaneo pensare come mai il Maestro abbia voluto riservare questa bella esperienza solo a Pietro, Giacomo e Giovanni e perché si sia servito di una location siffatta, benché stimolante. Quando, scendendo, ha chiesto agli astanti di mantenere il segreto fino alla sua resurrezione dai morti, non è che nemmeno loro abbiano compreso di che cosa stesse parlando, per cui non fu una questione di riservatezza. Oggi sappiamo quel che ha voluto rivelarci e ce lo ricorda anche Paolo nella seconda lettura: pure il nostro corpo sarà un giorno trasfigurato come il suo. È insito altresì il rinnovo del patto che Dio ha fatto con Abramo e riportato nella prima lettura, cosa che succede attraverso il Battesimo nel quale abbiamo già vissuto una prima trasfigurazione, immersi appunto nella Grazia di figli. Circa la scelta del luogo va detto che non è una novità che per i messaggi più “impegnativi” Gesù si orienti quasi sempre in contesti la cui suggestività contribuisca a veicolare al meglio la qualità del contenuto. Qui mi piace pensare, contrariamente a quanti la snobbano, a una sorta di sostegno della ritualità come elemento connaturato alla liturgia, come ho avuto modo di esplicitare ancora, e ciò senza nulla togliere al valore della sostanza. Certo, non bisogna esagerare, il tutto deve essere equilibrato, ma curato nei particolari per un recepimento adeguato, cosicché ne guadagni anche la messa in pratica
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Inserito il 6 Marzo 2022 alle ore 10:04 da Plinio Borghi
Gesù con smartphone e social: è una delle tante stranezze che la fantasia m’insinua. E allora lascio galoppare l’immaginazione figurandomi come, nell’ipotesi, si sarebbero potuti svolgere i fatti descritti nel Vangelo. Sicuramente non si sarebbe sottratto a qualche selfie, specie in occasione del battesimo o nel reclutare gli apostoli, ma non ne avrebbe abusato per tenere aggiornata la mamma sulle sue performance in tempo reale o per chattare mentre la gente anelava di ascoltare la sua parola. Forse in circostanze come quelle di oggi avrebbe tirato qualche tiro mancino al demonio, sempre che nel deserto avesse campo sufficiente. Sono convinto che non avrebbe disdegnato nemmeno l’uso dei social per raggiungere più gente possibile con i suoi messaggi, ma non avrebbe tediato con le interminabili e prolisse tiritere che i nostri ammalati di protagonismo ci propinano. Soprattutto non avrebbe mai fatto diventare virali i suoi miracoli infestando i siti di post come usano fare i soliti immaturi con le loro bravate. Questione di coerenza, visto che il più delle volte frenava anche gli stessi beneficiari dal raccontare. D’altronde, se così non fosse, l’impianto della pericope letta il mercoledì delle ceneri, che dovrebbe costituire il vademecum quaresimale, crollerebbe di contraddizioni, come quelle che ci caratterizzano quando ci comportiamo proprio all’opposto. “Non praticare la giustizia per essere ammirato, quando fai l’elemosina non suonare la tromba, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, se preghi non essere tronfio perché ti possano vedere, anzi fallo nel segreto della tua camera, e se digiuni non assumere un’aria disfatta, invece mostrati bello e profumato: l’unico che deve sapere come stanno le cose è il Padre tuo che è nei cieli e ti ricompenserà. Altrimenti avrai già avuto la tua ricompensa”. È chiaro che tutto ciò stride con l’ansia per i “follower” o i “like” che amiamo inseguire e perseguire con i sofisticati apparecchi che abbiamo in uso, fino a diventare ridicoli, specie se ci coinvolgono al punto da costituire un fine e non più un mezzo da attivare con moderazione. Il nostro Maestro, pur non essendo vissuto nell’era tecnologica, riesce con la sua Parola a fornire buone dritte anche per questo tempo in cui gli strumenti per “apparire” rischiano di compromettere la sostanza dell’essere. Ecco quindi uno spunto in più per impostare la Quaresima con un buon “digiuno”: ridimensionare il ricorso compulsivo a smartphone & C. e riqualificare la presenza sui social.
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