Inserito il 21 Agosto 2016 alle ore 11:44 da Plinio Borghi
La vita è uno sforzo continuo, da quando veniamo alla luce fino al momento in cui siamo chiamati a lasciarla. Della serie: chi si ferma è perduto. Non ci sono ambito o condizione che ci esimano dal farci largo tra mille sfide, mille difficoltà, mille peripezie. Poi, per taluno ce ne potranno essere un po’ meno e per tal altro qualcuna in più a seconda delle agevolazioni o dei “talenti” di cui è in possesso, ma la tensione e l’impegno non possono flettere se vogliamo darci degli obiettivi e migliorare. Non credo ci sia chi tende a peggiorare o a fallire. Anche uno che ha molto deve faticare, forse più degli altri, per mantenere una certa quota: non farlo significa essere già in perdita, qualsiasi possa essere il livello (economico o altro) su cui poggia. Chi non è su questa lunghezza d’onda, ha già rinunciato a priori a vivere e difficilmente potrà trovare porte aperte o strade in discesa. E stiamo parlando solo di questa vita, quella terrena, così breve, così effimera, così volatile, un battito di ciglia rispetto al tempo finito in cui la nostra esistenza è inserita. Figurarsi per conquistare quella eterna se vale il contrario! Anche una logica semplice arriverebbe alla conclusione che non può essere così. Infatti, Gesù oggi, disattendendo una domanda mirata a quantificare coloro che si salveranno, risponde decisamente: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno”. In sostanza il Maestro ne fa una questione di qualità: quanto più ci saremo concentrati nella giusta direzione e quanto più ci saremo impegnati nella sequela della sua parola, tanto più beccheremo la porta aperta per accedere al banchetto che ci attende. Attenzione, il termine sforzo non è sinonimo di fatica fisica, né si tratta di adempiere a pure formalità: è tensione mentale e risposta concreta. Il cap. 25 di Matteo a tal proposito è molto chiaro: quando mai ti abbiamo visto nudo o affamato ecc. ecc.?; ogni volta che l’avrete fatto al più diseredato di voi l’avrete fatto a me. Anche stavolta siamo in sintonia. Se busseremo alla porta che il Padrone ci avrà chiuso in faccia, richiamandogli come gli siamo sempre stati “formalmente” fedeli, Egli ci risponderà: “Non vi conosco!”. Proviamo a ripercorrere quella semplice canzone che spesso cantiamo ai funerali “Quando busserò alla tua porta”: non ha niente di clamoroso o trascendentale, ma è una buona sintesi per un esamino di coscienza.
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Inserito il 14 Agosto 2016 alle ore 12:01 da Plinio Borghi
Gesù come Nerone? Non mi si dia del blasfemo per l’accostamento, ma di primo acchito oggi il Maestro dà l’impressione di anelare ad un fuoco distruttore: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso!”. Sappiamo che è in cammino verso Gerusalemme, per l’epilogo della sua missione, e l’abbiamo sentito strada facendo catechizzare i suoi con vari riferimenti. Ma, oggi sembra interrompere il flusso normale del suo dire e quasi mordere il freno affinché si compia al più presto il progetto che il Padre ha disegnato su di lui e di converso per noi. “C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!”, aggiunge subito. Fatto uno più uno, mi sono balzate alla mente le parole di Giovanni Battista: “… Costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Ecco l’aggancio ed ecco la necessità di arrivare presto alla croce, il vero battesimo di fuoco cui Gesù è chiamato. Rimane comunque un fuoco distruttivo, perché, lo direbbe meglio San Paolo, la salvezza passa attraverso la morte dell’uomo vecchio (e il Vangelo ci sta insegnando come) e l’uomo nuovo verrà generato dalla Resurrezione. A questo punto chi c’è c’è e chi nicchia si autoesclude; per ciò lo “sfogo” del Salvatore, continua in modo deciso: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione” e a scanso di equivoci esemplifica pure. D’altronde, non c’è legame di sangue che tenga: l’essere di Cristo lo supera e semmai lo rafforza.
Alla vigilia della festa di Maria assunta in cielo, il mio pensiero non può che rivolgersi quindi a Colei che del battesimo di fuoco non ha avuto bisogno, perché lo Spirito Santo l’ha generata priva del peccato originale per essere degna di diventare anche con tutto il suo corpo tempio del Creatore. Lei, che si è consegnata a Dio in piena fiducia e la cui Assunzione è stato pertanto un fatto puramente conseguente, ci sia di aiuto, come mamma, a capire tutto e ci tenga chiara la prospettiva di quella che sarà anche la nostra strada. (Ah, dimenticavo Nerone. La rivisitazione storica di quello stravagante imperatore ce lo consegna come vittima del Senato rispetto ad una sua idea innovatrice dell’Urbe decadente, per cui l’aver appiccato il fuoco, accusando poi del fatto i cristiani, gli ha consentito una bella ripulita e la messa in opera di ciò che la sua fantasia creativa aveva partorito. Forse, tenute le debite differenze e distanze, non è così peregrina l’affinità fra i due tipi di fuoco).
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Inserito il 7 Agosto 2016 alle ore 12:38 da Plinio Borghi
Il florilegio paolino, proposto dalla liturgia di oggi per dimostrare la forza della fede e quanto si arrivi a fare se ci si crede, induce a trarne conclusioni valide anche sul piano “laico”. Se andassimo a spulciare tutti i risultati ottenuti in ogni campo o ad analizzare tutte le conquiste che l’uomo è riuscito a perseguire, ci accorgeremmo che il minimo comun denominatore è costituito da una convinzione incrollabile e da una determinazione granitica di farcela. Sicuramente i procedimenti o i percorsi saranno stati costellati di dubbi, e guai se così non fosse, ma questi non hanno fatto che incrementare e incentivare il cammino verso il risultato. La differenza fra queste impostazioni e la nostra fede sta “solo” nel fatto che noi sappiamo qual è l’epilogo, anche se non lo conosciamo, in senso etimologico, perché la conoscenza è proprio il premio finale. Sembra una contraddizione, un controsenso, ma in realtà non è così, dato che l’occhio della fede va oltre la logica. Per questo chi non ha questo dono, se è un laico onesto, ce lo invidia. Ne ho conosciuti di persone e personaggi sedicenti non credenti che mi hanno dato conferma di ciò, anche se ne ho incontrati altrettanti che catalogavano tout court come mistificanti i motivi e pertanto le azioni conseguenti al nostro credo. Per la cronaca fra questi ultimi non ho mai annoverato ricercatori di qualsivoglia spessore, perché questa sì è una logica stringente: chi è onesto nella ricerca, vuoi del risultato scientifico, vuoi della verità, non può non ammettere che la fede costituisce una marcia in più. Certo, non basta pensare di averla e di custodirla gelosamente, come il servo infingardo della parabola dei talenti; bisogna investirla e il vangelo di Luca, da domenica scorsa, continua a dirci come: accumulando con le risorse terrene un tesoretto utile al regno dei cieli. Oggi è in evidenza l’elogio al servo sempre preparato all’arrivo del padrone: chi si lascia andare approfittando dell’assenza sarà sopraffatto dall’improvvisa comparsa e ne pagherà le conseguenze; chi invece avrà atteso “attivamente” e avrà continuato ad amministrare bene sarà depositario di una fiducia illimitata e avrà molto più di prima. Bella la conclusione del brano, anche questa apparentemente illogica, ma oggetto di profonda riflessione per tutti, specie per chi riveste incarichi di responsabilità: “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà chiesto molto di più”.
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Inserito il 31 Luglio 2016 alle ore 10:44 da Plinio Borghi
L’essere famelici è evidentemente un aspetto irrinunciabile del nostro comportamento. Già ai tempi di Qoèlet (prima lettura), con la famosa frase “Vanità delle vanità, tutto è vanità” si stigmatizzava l’eccesso col quale ci si profondeva su beni che poi avrebbero goduto altri che non si erano per niente profusi. Gesù poi, sollecitato da uno che pretendeva una mediazione con il fratello per l’eredità, cita l’affanno del ricco nel voler ampliare i magazzini per contenere tutto il sovrabbondante raccolto per poi godersi la vita in pace e il Signore “guastafeste” che gli dice: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?” Il brano del vangelo si conclude sollecitandoci ad arricchire presso Dio e non certo accumulando beni su questa terra. Ciò nonostante San Paolo ritorna sull’argomento, è ovvio, per chiarire che dovremmo essere “morti” e che la nostra vita, con la Resurrezione, è nascosta in Cristo. Quindi entra nel merito di come dovremmo arricchire il nostro libretto di risparmio per il regno dei cieli che ci attende: “Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria”. Ne basta e avanza, ma, evidentemente, nelle nostre corde non è previsto alcun automatismo che denoti valorizzazione di queste premesse: di mortificazione in certe tendenze si fa orecchio da mercante (“manie da preti, robe che ti inculcano per complicarti la vita”, insisteva sempre un mio amico), altrimenti si perde il fascino del proibito; di rincorrere il possesso in modo ossessivo men che meno, anzi, più si ha e più si vorrebbe avere; di non pretendere fino all’ultimo centesimo di quello che riteniamo ci spetti non se ne parla proprio, tanto è vero che, dopo le questioni condominiali, la maggior litigiosità nei tribunali è alimentata proprio dalle divisioni ereditarie (o societarie o familiari, che poi sono sulla stessa lunghezza d’onda). Mia mamma, che non era esperta né di Qoèlet né di San Paolo e che del Vangelo capiva poco, anche perché allora lo leggevano in latino, diceva sempre: “Chi no s’incontenta de l’onesto perde el manego e anca el sésto”. Mi sembra in effetti una buona sintesi di tutte le suddette discettazioni, fermo restando che non dev’essere un invito a non darsi da fare per ottenere da questa vita il meglio, bensì per essere indotti non dalla cupidigia, ma dall’investimento per la gloria finale.
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Inserito il 24 Luglio 2016 alle ore 12:03 da Plinio Borghi
Lo “sport” preferito dal credente è rifugiarsi nella preghiera. Non c’è fede o religione che non includa nella maggior parte della sua espressione o della sua pratica il ricorso alla preghiera. Anche la nostra non fa eccezione ed è Gesù in persona, come descrive il vangelo di oggi, che ci ha insegnato quella più bella e più completa: il Padre nostro. Non solo, ma si è anche peritato di portare una serie di esempi sull’efficacia della stessa, specie se recitata con convinzione e rivolta con insistenza. Figurarsi se la Chiesa non lo prendeva in parola: non c’è rito, liturgia o invito che non siano improntati, in vario modo, sulla preghiera. Tuttavia, di primo acchito, la cosa non mi convince: ma non s’era detto che il Padre conosce fino in fondo le nostre esigenze? Non s’era detto che se il Creatore veste i gigli dei campi in modo invidiabile anche da re Salomone e si cura che nemmeno un filo d’erba perisca senza che Egli sappia, a maggior ragione avrà cura della sua creatura preferita? E quale genitore, consapevole delle esigenze del figlio, pretende di essere tirato per la giacca per soddisfarle? E poi non è un dogma di fede che non si muove foglia che Dio non voglia? E allora perché star lì a supplicare affinché le cose vadano per il giusto verso (il nostro)? Qui c’è un qui pro quo, forse è stato travisato qualcosa, si è fraintesa la natura stessa della preghiera. È umano: di fronte alla nostra impotenza non ci resta che affidarci all’Onnipotente e quando le Sue idee coincidono con le nostre ci premuriamo di riempire le pareti dei santuari di cuoricini d’argento “per grazia ricevuta”. Se talvolta non coincidono o addirittura succedono disgrazie, apriti cielo! No, è chiaro che non è questa la preghiera. Semmai è quel momento d’intimità che s’instaura con la Persona cara, è un’intesa con chi ti capisce bene, è un prendere atto che ne abbiamo bisogno sempre e continuamente, perché sappiamo di essere ascoltati e compresi. E il ripetere le cose di cui pensiamo di necessitare non lo si fa perché Lui non sa, non ci ascolta o finge di non sentirci, ma solo per rammentarlo a noi stessi, per cercare di capire il Suo disegno su di noi, per sforzarci di assecondarlo. Vista sotto quest’ottica, allora sì, occorre ripetersi e insistere, dato che uno dei nostri difetti è anche quello di essere corti di memoria. Ma tranquilli: questa prerogativa non appartiene al Padre nostro che è nei cieli.
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Inserito il 17 Luglio 2016 alle ore 11:55 da Plinio Borghi
Saper ascoltare! Fosse semplice! Tendenzialmente ci piace tanto parlare e farci sentire: l’esempio tipico è il crescere del brusio nei conviti, fino a trasformarsi in un vociare assordante al punto da non capirsi più tra vicini senza gridare. Noi veneziani, poi, abituati forse a parlarci da barca a barca, facciamo altrettanto da un capo all’altro del tavolo, magari con l’intento che le nostre battute siano ben udite da tutti i commensali intermedi e se possibile anche da quelli dei tavoli limitrofi. Non soffermiamoci poi sui dibattiti da osteria su qualsiasi argomento, perché il florilegio di riferimenti sarebbe inesauribile. Ascoltare, quindi, non è così facile come sembra, altrimenti non ci sarebbe bisogno di tanti corsi di addestramento per accedere come operatori ai Centri d’ascolto, a Telefono amico o quant’altro di affine. Sul piano della capacità è senza dubbio una meta che si raggiunge con la dovuta formazione. A sua volta è un punto di partenza essenziale per dare spessore al rapporto con gli altri, Gesù compreso. Sì, proprio oggi il nostro Maestro ci dà una lezione in tal senso, rispondendo a Marta che si lagnava perché la sorella Maria non le dava una mano a sbrigare le faccende, ma si limitava a star lì ad ascoltarlo: “Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta”. Non è che Gesù abbia snobbato tutto il resto, compresa l’ospitalità che Marta si apprestava a rendergli. Ha invece voluto sottolineare l’importanza dell’ascolto e, se l’ha fatto, vuol dire che poi così tanto scontato non è, come si diceva. Mi ricordo un particolare che ci è stato fatto notare ad Ars, durante il pellegrinaggio parrocchiale in Francia. Il Santo Curato, con tutto quello che aveva da fare, passava ore davanti al Tabernacolo. Gli fu chiesto per che cosa o per chi pregasse così tanto ed egli rispose che si limitava ad ascoltare: lui guardava e Gesù gli parlava. Sublime! Abbiamo riflettuto su quante volte anche il nostro prossimo non abbia bisogno di tante parole, ma solo di essere ascoltato? Abbiamo mai provato a capire i bisogni degli altri, senza che questi proferiscano verbo? Sono arciconvinto che per la compenetrazione serva più l’ascolto che ogni altro atteggiamento. Certo, non tolgo alcunché alla valenza del dialogo, utile in tutti i rapporti, specie quelli di coppia, come ho già detto una volta su “L’Incontro”, ma anche in esso la parte più efficace è e rimane la capacità di ascoltare. Chi non ci crede, ha l’opportunità di provarci.
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Inserito il 10 Luglio 2016 alle ore 11:57 da Plinio Borghi
L’omissione di soccorso, recentemente rivisitata anche dal nostro legislatore, non dev’essere mai stata un problema secondario né relegata ad un ristretto numero di individui poco educati e non propensi ad assumersi le dovute responsabilità. Tanto è vero che spesso, quando vengono pizzicati, ci si meraviglia che “proprio loro” abbiano potuto agire con tale indifferenza, specie se questa è stata poi determinante per la vita della vittima. È pur vero che, e non solo oggi, non si sa mai di chi fidarsi, viste le sceneggiate e gli inganni messi in atto da truffatori che si fingono accidentati per indurti a fermarti e quindi sopraffarti e derubarti, senza contare quante volte si ha a che fare con sbandati autolesionisti. Non parliamo poi delle “rogne” cui vai incontro con gli inquirenti stessi, pur se coinvolto anche solo indirettamente in un incidente. Tuttavia, nulla di tutto ciò può esimerci dall’obbligo civile e morale di provvedere in qualche modo a prestare soccorso a chi è in pericolo, a maggior ragione se è stata la nostra negligenza a provocarlo. Ecco perché, fra l’altro, siamo tenuti a prenderci cura dei migranti che naufragano, pur sapendo che lo fanno apposta a mettersi in difficoltà o che sono addirittura strumentalizzati. Se poi ci mettiamo la ciliegina sulla torta di come dovremmo noi credenti rapportarci col nostro prossimo, ogni dubbio in proposito è fugato. Ed è proprio questo che Gesù ci vuol far capire con la nota parabola del buon samaritano, in lettura oggi e che non lascia appiglio alcuno a scuse. Gli ingredienti per riflettere ci sono tutti: l’aggredito dai banditi, il levita e il sacerdote che passano oltre, il più estraneo che, mosso a compassione, si ferma a soccorrere, non solo, ma avendone anche la possibilità economica, se ne prende personalmente cura. Perché quei due, peraltro maggiormente deputati ad intervenire, non hanno fatto altrettanto? Per tutte le ragioni che abbiamo detto prima: fastidio, diffidenza, paura, scarso senso del dovere, ignavia. D’altronde il Maestro stava parando la solita bordata del saccente dottore della legge che lo voleva mettere alla prova e non poteva quindi lasciare spiraglio alcuno: ogni legge e comandamento si riassume nell’amare Dio e il prossimo con tutto te stesso. Anche il suo testamento si riassume nelle parole dell’odierno Canto al Vangelo: “Vi do un Comandamento nuovo, dice il Signore: che vi amiate a vicenda come io ho amato voi”. Anche per noi non c’è scampo e ogni scusa è solo pretestuosa.
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Inserito il 3 Luglio 2016 alle ore 12:19 da Plinio Borghi
I testimoni di Geova, che vediamo transitare nelle nostre strade e che suonano con una certa cadenza al campanello della nostra porta, sembra abbiano letto con attenzione il brano del vangelo che la liturgia di oggi ci propone, sebbene nei fatti ne utilizzino solo alcuni aspetti e in termini sostanzialmente distorti. Hanno preso per buono il girare a due a due e l’annuncio del Regno, ma lo fanno con aria di superiorità ed esclusività, non certo come agnelli in mezzo ai lupi; soprattutto, non scacciano demoni e non guariscono ammalati. I discepoli descritti dal vangelo, invece, sono investiti degli stessi poteri del Messia: offrono la pace e se questa non viene accettata se ne vanno (senza tornare ad insistere) scuotendo anche la polvere dai loro calzari. Un piccolo appunto: chi sono i discepoli? Sono quelli che hanno uniformato la loro vita su quella del Maestro, che hanno accettato le condizioni che Gesù poneva domenica scorsa; sono l’Eliseo sul quale Elia getta il suo mantello in segno di trasferimento del potere e di continuità del ruolo. Non sono scolari avulsi o seguaci curiosi ovvero apprendisti del mestiere: hanno fatto propria la vita e la croce dell’Unto di Dio. Per ciò, nella “prova generale” di apostolato alla quale il Salvatore li invia, giunto ormai all’epilogo della sua esperienza terrena, li investe di tutte le sue facoltà, istruendoli pure su questioni di metodo: non portare borsa né bisaccia, non fermarsi per strada, non passare di casa in casa, accettare quello che viene loro offerto da mangiare, prima di tutto curare i malati e poi annunciare che il Regno è vicino. E qui la domanda retorica sorge spontanea: quanti nei secoli seguenti, pur sedicenti discepoli di Cristo, hanno adottato questo comportamento? Se così fosse stato, la politica e la stessa presenza di Papa Francesco sarebbero del tutto superflue. È pur vero che i limiti della nostra umanità ci portano a deviare, se non fosse che qui purtroppo abbiamo invertito del tutto la rotta. Anche i settantadue di allora tornarono alquanto gasati nel constatare in particolare come riuscivano a folgorare i demoni, ma Gesù spegne i loro entusiasmi sbagliati (“el ghe dà ‘na stuada”, si direbbe più efficacemente in veneto): “Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli”. Teniamolo a mente quando siamo tentati, soprattutto nel fare del bene, di gratificarci con momenti di compiacimento.
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Inserito il 26 Giugno 2016 alle ore 11:55 da Plinio Borghi
Una contraddizione bella e buona sembra trasparire da Gesù quando redarguisce l’uomo che, invitato alla sua sequela, gli chiede tempo per seppellire il padre. “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti – gli dice il Maestro – tu va’ ad annunciare il regno di Dio”. Ma se proprio una delle sette opere di misericordia corporale che ci hanno sempre insegnato, per esattezza proprio la settima, dice di “seppellire i morti”! Qui il Messia si rivela più intransigente di Elia (I lettura), che concede ad Eliseo, suo predestinato successore, di andare a baciare il padre e la madre. Perché? Le motivazioni sono di fatto due: la prima che l’annuncio del regno ha la priorità assoluta su tutto, anche sulla morte; la seconda è, come dice lo stesso Gesù, che “nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio”. Quest’ultimo aspetto accomuna un po’ tutti i percorsi: chi si volta a considerare il cammino fatto o il lavoro svolto s’interrompe; se poi si compiace di ciò che ha compiuto, rischia di sedersi e di non andare più avanti, mancando in tal modo l’obiettivo. Quelli che praticano la montagna ne sanno qualcosa. Mi vengono in mente, a proposito di questo spaccato, alcuni colleghi che dicevano di voler andare in pensione, ma non prima di aver aggiunto allo stipendio un determinato beneficio, ormai imminente. Dopo anni, erano ancora in servizio che aspettavano sempre l’ennesimo beneficio che stava per arrivare e andava a finire che venivano estromessi d’imperio, per raggiunti limiti d’età, tardi per puntare a tutto ciò che dicevano di aver in mente di fare a suo tempo. Tornando alla prima delle motivazioni citate, va rilevato come essa si ricolleghi all’apertura del brano del vangelo in lettura oggi, che descrive Gesù avviato verso Gerusalemme mentre incarica i discepoli a predisporgli le soste e questi, ricevuto un rifiuto d’ospitalità presso uno dei villaggi, invita il Maestro ad incenerire quegli ingrati. Il vangelo si limita a riferire che li rimproverò, ma non rivela il perché. È una chiara affermazione che egli non è venuto per dare la morte, e la recente guarigione del figlio della vedova di Nain lo stava a dimostrare, semmai per vincerla e lo farà proprio sacrificando sé stesso e risorgendo. Ecco perché non c’è contraddizione nel dare a questo annuncio di vita priorità sulla morte. Coloro che non sono aperti a ciò sono già morti e quindi… provvedano loro a seppellire i loro morti!
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Inserito il 19 Giugno 2016 alle ore 11:53 da Plinio Borghi
Fermarsi ogni tanto per far mente locale e coordinare un po’ le idee non è affatto una perdita di tempo. Lo si fa abitualmente nella gestione delle aziende, per fare il punto sull’andamento e correggere impostazioni e obiettivi al fine di migliorare, laddove è possibile, l’efficienza e la produttività, nell’interesse di tutti. È una cosa necessaria, altrimenti si rischia di perpetuare situazioni anomale se non addirittura di andare alla deriva. Perché non farlo, a maggior ragione e per gli stessi motivi, anche con noi stessi? Molti lo praticano nel campo della salute, attraverso i check up; la stessa procedura deve valere per la mente e lo spirito, per le idee e gli obiettivi di vita, per i comportamenti e i valori, per gli affetti e i rapporti con gli altri in genere, per i principi e la fede stessa. Qualcuno trova utile affidarsi agli esercizi spirituali, altri ad un cadenzato ricorso alla Confessione: i sistemi sono tanti, quel che conta è che siano condotti con serietà e sincerità. Anche Gesù ci viene presentato oggi in uno di questi momenti di “verifica”, mentre era appartato con i suoi discepoli a pregare (anche la preghiera richiede sempre un attimo di meditazione e di riflessione). Era già trascorso un buon periodo della sua predicazione e si apprestava a vivere il momento della trasfigurazione sul Tabor, prima di avviare la fase più cruciale con il suo ingresso in Gerusalemme. Miracoli e discorsi impegnativi s’erano abbondantemente accavallati, per cui, quasi con nonchalance, chiede agli astanti: “Chi sono io secondo la gente?”. Normale, com’è normale che gli estranei possano averlo valutato in vari modi. Erode stesso, poco prima, si rodeva all’idea di chi fosse; temeva un Giovanni redivivo. Sennonché qui parte la botta giusta: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Ecco la provocazione, l’invito a fermarsi, perché ancora oggi questo quesito ci interpella di brutto. Pietro, come al solito, risponde di getto e il Maestro, con pazienza, gli preannuncia allora tutto quello che “il Cristo di Dio”, come l’apostolo l’ha definito, dovrà subire, proprio perché tale. In sostanza, però, fa capire che è una prospettiva anche per chi lo sta seguendo e sarà questo che riscatterà la loro vita effettiva. La conclusione vale anche per noi: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà”. Ce n’è da riflettere, per dare la giusta graduatoria alle nostre priorità.
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