Il blog di Carpenedo

Il blog di Carpenedo
La vita della Comunità parrocchiale dei Ss. Gervasio e Protasio di Carpenedo

Ci mancavano, i “Forconi”…

Inserito il 22 Dicembre 2013 alle ore 13:04 da Plinio Borghi

Ci mancavano, i “Forconi”. Nemmeno il tempo di decantare le kermesse precedenti, che il 9 dicembre parte questo movimento non meglio definito e che “allieterà” il rimanente periodo natalizio. Mi si perdoni la diffidenza, ma l’accozzaglia di problemi e rivendicazioni presenti in questa “nuova” compagine mi richiama alla mente ricordi di “maggioranze silenziose” e di movimento “dell’uomo qualunque” di vecchia data. Il fatto poi che abbiano riscosso le immediate simpatie, magari strumentali, di qualche Beppe Grillo di turno, affiancato da un Berlusconi nuova versione e dalla Lega, con sporadiche infiltrazioni di gruppi di estrema destra, mentre brillano per la loro assenza i facinorosi classici come i No global e i Black-block, m’istilla il dubbio sulla genuinità di queste esplosioni di protesta “a tempo”. In tale frastuono, riusciremo ad accorgerci del rinnovato connubio tra cielo e terra, mentre questa si apre ad accogliere il Giusto, come recitiamo nell’Antifona d’ingresso della quarta domenica d’Avvento? Avremo la concentrazione sufficiente per contemplare il mistero della nascita di Gesù, per renderci conto che l’Emmanuele, il Dio con noi, è già qui? Beh, non facciamoci venire paturnie per niente. Già ai loro tempi Maria e Giuseppe avevano le loro gatte da pelare e ci si sono messi anche i Romani col censimento a complicare la situazione. Insomma l’ingresso in questo mondo del Salvatore non è avvenuto nelle condizioni migliori, anzi, con tutto il bailamme che c’era, si sono ridotti a far luogo all’evento in un recondito quanto raffazzonato ambiente che qualsiasi ULSS non avrebbe esitato a stigmatizzare. Eppure nulla è passato inosservato. Ci hanno pensato gli Angeli ad avvertire i pastori, la stella cometa a condurvi i Magi e lo stesso Erode a compiere una strage d’innocenti per togliere di mezzo questo bambino scomodo. Se oggi Gesù accetterà di nascere in un mondo pervaso da guerre inutili, tra popoli che si odiano, tra gente che protesta e altra indifferente non ci sarà nulla di sconvolgente. Speriamo solo che ancora una volta gli Angeli facciano il loro dovere e lo annuncino a tutti, suscitando la fede necessaria e reclamando la PACE a tutti gli uomini di buona volontà. BUON NATALE!

Il Porcellum è stato ucciso…

Inserito il 15 Dicembre 2013 alle ore 12:44 da Plinio Borghi

Il Porcellum è stato ucciso. Era pure la stagione giusta per farlo, anche se l’unico a guadagnarci qualcosa per il momento è stato solo il Governo. Dicono che il bello del maiale è che non si butta via mai niente. Del nostro Porcellum invece sembra sia destino che rimanga ben poco. Ma se era così repellente per tutti, perché non l’hanno liquidato prima ed hanno subito l’onta che a farlo, prima volta nella storia per una legge elettorale, fossero i Giudici? E’ la medesima domanda che mi sono sempre posto nel passato per i Codici Civile e Penale, introdotti dal tanto vituperato Mussolini e con fatica, lentamente e mai del tutto modificati (mi ricordo le lotte sindacali e l’applicazione del famigerato Codice Rocco!!). La risposta è sempre quella: le porcate sono tali se ad usarle sono gli altri, ma quando tocca a noi fanno comodo. Quando una cosa nessuno la voleva eppure stava in piedi, i nostri padri latini solevano chiedersi: “Cui prodest?”, a chi porta vantaggio? A ciascuno la risposta, anche se la domanda in questo caso sembra abbastanza retorica. Oggi il Vangelo racconta di alcuni discepoli che Giovanni, incarcerato, manda a Gesù per chiedergli: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. Il Maestro non risponde in forma diretta, ma si limita ad invitarli a riferire a Giovanni ciò che hanno visto: ciechi che acquistano la vista, storpi che camminano, lebbrosi guariti, sordi che odono, morti che risuscitano, la lieta novella annunciata ai poveri. Da queste opere, dai fatti concreti e preconizzati dai profeti si deduca la statura, la consistenza e l’identità di chi li compie, che non può che essere l’Unto da Dio. Torniamo allora per un attimo al discorso iniziale: se chi ci rappresenta opera in senso contrario a quello che afferma e quindi non tanto nell’interesse del Paese bensì del suo potere e le opere che compie o non compie lo stanno a dimostrare, può egli continuare a spacciarsi per nostro rappresentante, per l’unto dal popolo? Altra domanda retorica, che però stavolta implica almeno una preghiera, anzi una supplica, oltremodo consona al periodo che stiamo attraversando: l’attesa di Colui che deve venire. Ce la offre il salmo responsoriale di oggi: “Signore, vieni a salvarci!

La decadenza del cavaliere…

Inserito il 8 Dicembre 2013 alle ore 13:11 da Plinio Borghi

La decadenza del Cavaliere ha monopolizzato il dibattito politico da tempo, per gli éscamotage messi in atto al fine di eludere la decisione, prima e ora per le incertezze sui comportamenti futuri, dato che nessuno metterebbe la mano sul fuoco sulla sua inerzia. Parallelamente il PD si sta giocando la sopravvivenza con un congresso sicuramente rivoluzionario, ma che l’ha costretto a mettere in atto manovre che presumo non avrebbe adottato in tempi diversi, una fra le quali la votazione sulla decadenza, appunto, del suo principale oppositore. Il guaio è che da ora in poi, se qualcosa va storto, non potranno più dare la colpa a Berlusconi: si sono giocati il parafulmine. In questo marasma il Governo fa come la papera: galleggia, non solo, ma scarica sul popolo inerme tutte le sue contraddizioni. E il popolo, che in questo periodo dovrebbe in qualche modo prepararsi al Natale, cercando, come dice il Giovanni Battista, di spianare colline, di colmare valli e raddrizzare sentieri o comunque, se più mondano, pensando agli affetti famigliari con le spese natalizie e i regali, invece vive gli incubi peggiori attento alla crisi, al lavoro, alla disoccupazione che ha raggiunto livelli inimmaginabili, all’IMU ballerino, alle nuove tasse che lo sostituiranno e via dicendo. Hai voglia di stimolarlo ai valori dell’Avvento e del Natale, alla preparazione delle feste in modo dignitoso, sia dal punto di vista spirituale che materiale! Anche negli anni scorsi questo periodo importante per noi cristiani era alquanto inquinato da problemi di approvazione del bilancio, ma lo era a livello di notizie e l’attenzione della gente, tranne gli addetti ai lavori, non ne era molto calamitata. Perfino l’odierna festa dell’Immacolata fa fatica ad imporsi, monopolizzata com’è da primarie del PD e da concomitanti manifestazioni nazionali di FI e LEGA. Ci si è messa pure la neve a sottrarle il ruolo tradizionale di apertura della stagione sciistica, essendo già caduta da un po’, con conseguente apertura anticipata delle piste. Chi può e ci riesce, non si faccia distogliere dalla contemplazione dell’affascinante mistero, che è alla base del progetto di salvezza che Dio ci ha riservato, nonostante tutto, e ne faccia leva per migliorare la preparazione all’evento per eccellenza.

Saper aspettare…

Inserito il 1 Dicembre 2013 alle ore 12:52 da Plinio Borghi

Saper aspettare non è da tutti e non è facile. Nel mondo frenetico in cui viviamo, dove si tende a far tutto di corsa e possibilmente presto, dove il più furbo è quello che riesce a scavalcare le code, fregandosene di quelli che subiscono la sua invadenza, dove si cerca di giocare sempre d’anticipo (tranne che sui rimborsi da parte dello Stato) per paura che dopo sia troppo tardi, dove non fa in tempo a finire l’estate che già si sentono nell’aria le zampogne natalizie e gli spot pubblicitari si arricchiscono di panettoni, spumante e mandorlato, dove non è ancora inverno che già iniziano le svendite dei vestiti invernali, è difficile introdurre il concetto di saper aspettare. Chi lo fa, passa per pedante, retrogrado e fuori di testa. Eppure la capacità di attendere è un atto di fiducia, prima ancora che di fede; infatti comporta la certezza che quello che deve succedere succederà veramente. Quando fai la fila per comprare qualcosa, si sa che prima o poi tocca a te; quando conti sull’arrivo di qualcuno, si sa che prima o poi la persona arriverà e meglio ancora quando ti prepari a partire non c’è dubbio che il fatto avvenga, anche perché ti sei già organizzato. Nelle nostre cose terrene, tuttavia, può accadere che l’imprevisto sia dietro l’angolo e la certezza non trovi poi riscontro. Negli eventi legati alla nostra fede questo non esiste ed ogni cosa avverrà nei modi e nei tempi previsti. Così è per l’Avvento che stiamo iniziando, che non è (non ci si stancherà mai di ripeterlo) un semplice revival di un vissuto trascorso e ormai remoto, bensì la sua attuale riproposizione, che include la certezza finale, promessa da Dio all’atto di cacciare Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre, dell’incarnazione e della nascita del Salvatore, suo Figlio, l’Emmanuele. Il dubbio vanifica ogni attesa, vuol dire aspettare per niente. Però attenti: se ci facciamo cogliere di sorpresa, senza preparazione, sono cavoli nostri, come dice oggi Gesù nel Vangelo (non dice proprio così, ma la sostanza è quella). Rivolgiamoci allora a Dio con le parole dell’Antifona di ingresso: “Dio mio, in te confido: che io non sia confuso” e viviamo con gioia l’Avvento, come ci stimola il salmo responsoriale: “Andiamo con gioia incontro al Signore”.

Realtà e futuro

Inserito il 24 Novembre 2013 alle ore 13:23 da Plinio Borghi

Realtà e futuro si fondono entrambi nella festa di oggi, conclusiva dell’anno liturgico in corso: Gesù Cristo, Re dell’Universo. Che sia Re è una realtà incontrovertibile e lo rivendica Egli stesso a Ponzio Pilato: “Tu lo dici, io sono re”. Lo conferma al ladrone sulla croce, che lo supplica di ricordarsi di lui quando entrerà nel suo regno. Per questo, dice Gesù, sono nato (nel seno del Padre) e sono venuto a questo mondo (l’incarnazione): per essere Re. E tutto il Vangelo è imperniato sull’annuncio di questo Regno. Ma Gesù non si accontenta: vuole che tutti gli altri re gli siano sottomessi e tutti i popoli della terra ricondotti a Lui, affinché, solo allora, possa ritornare nella sua Gloria. Questa è la prospettiva futura e qui s’innesca l’obbligo dell’azione missionaria della Chiesa. “Benedirà il suo popolo nella pace”, recita oggi l’antifona alla Comunione. Questa pace così maltrattata e utopistica diventerà cosa reale quando la regalità del Figlio sarà totale. La situazione che stiamo vivendo, purtroppo, ci richiama di più al vangelo di domenica scorsa: guerre, pestilenze, terremoti, soprusi, popolo contro popolo e regno contro regno, persecuzioni e quant’altro, ma non sarà questa la fine del mondo; sono tutte cose che dovremo superare affinché si diffonda la pace vera. D’altra parte, se così non fosse, non avrebbe senso sottolineare ad ogni Eucarestia, nel sintetizzare il mistero della fede: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”. Se lo diciamo convinti, dobbiamo esserlo anche rispetto al verificarsi delle condizioni affinché ciò avvenga ed operare  con responsabilità in questa direzione, perché Gesù non ci ha detto di star seduti, calmi e tranquilli finché tutto succederà, bensì che siamo noi che dobbiamo farlo succedere e quindi dobbiamo gridare ai quattro venti la verità di cui siamo in possesso, a cominciare dal luogo in cui viviamo (che sta diventando sempre più terra di missione) fino ai confini della terra. Con questo spirito ci apriamo all’Avvento e, da soldati schierati al servizio del nostro Re, ripetiamo con più forza durante la Messa il riconoscimento che gli è dovuto: tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli!

Speranzosi o disperati?

Inserito il 17 Novembre 2013 alle ore 13:23 da Plinio Borghi

Speranzosi o disperati? Non è facile darsi la carica con tutto quello che constatiamo giorno per giorno attorno a noi. La perdita di punti di riferimento, la rincorsa spasmodica verso sicurezze che crollano in un batter d’occhio per una semplice crisi, il continuo perpetuarsi del malcostume a tutti i livelli (quando mai abbiamo sentito un Papa stigmatizzare così crudamente la corruzione, definendo sporco il pane che i corrotti danno ai propri figli?!), una politica incapace di governare sé stessa, una Chiesa propensa verso un radicale rinnovamento che però non riusciamo ancora a percepire, e così via. Se poi ci aggiungiamo l’incremento della criminalità, che diventa sempre più violenta e gratuita, al punto da non essere tranquilli non solo se usciamo da soli, specie se anziani, ma nemmeno chiusi in casa, lo scempio nei confronti dei minori, che si dedicano con spavalderia al bullismo, allo spaccio e alla prostituzione, il quadro si fa fosco e la tendenza alla disperazione sembra scontata. Anche la liturgia non pare aiutare granché in questo periodo, in cui vengono dipinte a tinte fosche le fasi conclusive della nostra esistenza. Qui necessita un guizzo ci coraggio e gettare il cuore oltre l’ostacolo, come si diceva un tempo ai combattenti. La nostra vita non è altro che un campo di esercitazione: va comunque vissuta, perché dal come la viviamo dipende anche la vera vita, quella che ci aspetta dopo la morte. Bisogna imparare a disegnare il nostro futuro, che non è semplicemente la fine di un’esperienza, altrimenti sì è un vivere da sconsolati, date le premesse, e una conclusione da disperati. Ma per creare un futuro, bisogna ancorarci una volta di più a Chi ti da garanzie. Nel brano dell’Apocalisse letto il 1° novembre Giovanni concludeva che quelli vestiti di bianco erano passati attraverso la grande tribolazione e avevano lavato le loro vesti col sangue dell’Agnello. Oggi a conclusione del vangelo Gesù ci dice: “Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”. Se sapremo seguire con convinzione queste coordinate, riusciremo anche a migliorare, malgrado le nefandezze, la qualità della nostra vita e magari allargare a macchia d’olio questa prospettiva di speranza.

Credere nella resurrezione…

Inserito il 10 Novembre 2013 alle ore 12:24 da Plinio Borghi

Credere nella resurrezione non è cosa facile, anzi, penso sia uno degli ostacoli maggiori da superare anche per uno che si accosta con una certa apertura alla verità che noi proclamiamo, figuriamoci per un miscredente! Tuttavia anche i materialisti confidano in una continuità oltre la vita terrena, sostenendo che ognuno di noi ha innescato un cambiamento in questo mondo e continuerà a riciclarsi, magari attraverso le opere che ha prodotto. Di converso, tutte le religioni e le filosofie hanno sempre rifiutato l’idea che un uomo possa esaurire con la morte la sua esistenza, tanto  che si va dalla prefigurazione di una sorta di energia che continui la nostra presenza nel cosmo alla reincarnazione ciclica, in meglio o in peggio a seconda del nostro comportamento, fino a ipotizzare una forma di “illuminazione” che ti stabilizza nel nirvana. Nessuno ha però mai osato tanto da ipotizzare una vita eterna e addirittura il ricongiungimento del corpo all’anima. Con l’aggiunta, spiazzante, di offrire in anteprima la “prova” di tutto ciò mediante l’incarnazione, la morte e la resurrezione dello stesso Figlio di Dio. Diciamocelo francamente: quanti tra di noi stessi hanno un’idea chiara di tutto ciò? Non parlo di comprensione, perché sempre di misteri si tratta, bensì di condivisione corretta dei fondamentali della nostra fede. Se ne sentono tante sul Paradiso, sul Purgatorio e sull’Inferno, proprio da chi dice di crederci davvero, che viene il dubbio di assomigliare proprio a quei sadducei che il vangelo di oggi ci descrive, i quali, non credenti nella resurrezione, provocano Gesù con la domanda: chi ha avuto più mogli o mariti, con chi si ricongiungerà nell’aldilà? Mistificante, ma noi non siamo da meno se non usciamo dai nostri schemi e non ci proiettiamo in una realtà in cui saremo completi e appagati della conoscenza di quel Padre che, sottolinea San Paolo, è fedele a noi anche se noi non lo siamo a Lui. Impariamo dai sette fratelli descritti dal libro dei Maccabei, che hanno preferito la morte, convinti della resurrezione, piuttosto che rinunciare alla fede. Gesù stesso conclude: “Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui”. Abbiamo bisogno di altre controprove per avere le idee un po’ più chiare?

Essere piccoli

Inserito il 3 Novembre 2013 alle ore 13:02 da Plinio Borghi

Essere piccoli non è solo una questione di statura: è anche un modo di comportarsi a livello intellettuale, morale,  umano, spirituale, ecc.. Sono tutti aspetti in cui ci è richiesto di crescere per vedere le cose da una prospettiva diversa che ci consenta di coglierne il meglio e il verso giusto. Altro è farsi piccoli, in quanto il presupposto è che siamo già cresciuti sotto ogni punto di vista, ma per capire il senso vero della rivelazione e del progetto divino dobbiamo essere umili, consapevoli dei nostri limiti e disponibili ad accogliere il dono che ci viene riservato (sono venuto a portare il lieto annuncio ai poveri). I santi che festeggiamo questa settimana sono divenuti tali per aver capito fino in fondo questo meccanismo e altrettanto dicasi per i defunti che sono oggetto delle nostre preghiere, essi pure santi, tanto che li definiamo anime sante del purgatorio. Sotto questo profilo è emblematica la figura di Zaccheo nel vangelo di oggi. Egli viene definito “piccolo di statura” e desideroso tuttavia di vedere Gesù, per cui sale sul famoso sicomoro. Leggo il suo essere piccolo anche moralmente, perché era il capo dei pubblicani e aveva accumulato ricchezza sulle spalle altrui. Il Maestro lo gratifica di un’occasione irripetibile e lui, per coglierla, deve salire, deve vedere e quindi dà il via ad una crescita che viene sublimata dalla decisione finale che sgorga dopo averlo ospitato a casa sua: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Zaccheo è diventato un grande nella misura nella quale ha voluto capire e si è annullato nella salvezza che gli è stata concessa. Ma il problema è: qual è la strada che tutti possiamo e dobbiamo percorrere per crescere? Semplice, ci è indicata dal vangelo del giorno dei Santi: beati i poveri di spirito, gli afflitti, i miti, gli assetati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati a causa della fede. In sostanza è il discorso della montagna che si conclude con un “rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”. La garanzia ci è anche confermata oggi nel libro della Sapienza: “Poiché (Signore) tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato”.

La superbia è alquanto fastidiosa

Inserito il 27 Ottobre 2013 alle ore 13:05 da Plinio Borghi

La superbia è alquanto fastidiosa in qualsivoglia modo la si impatti. In politica (ma non solo) ne abbiamo un florilegio di esempi che quotidianamente ci passano davanti: tutti sicuri di sé, tutti convinti che solo loro hanno la verità in tasca e che solo loro sanno come risolvere qualsiasi problema. Tuttologi di professione. Tutto sommato costoro anche li giustifichi: se non facessero così, col cavolo che prenderebbero consensi e voti. Quelli che invece infastidiscono di più sono i giornalisti che fingono imparzialità, ma poi ti aggrediscono con domande retoriche o traspirano tendenze e simpatie ideologiche e politiche da tutti i pori, taluno con mal celata nonchalance, altri, come Santoro e Travaglio, in modo becero. Questo non toglie che ce ne siano molti che si rapportano con onestà intellettuale e con tanta umiltà, lasciando un segno molto più incisivo e più duraturo nel tempo. In effetti, la vera umiltà (non la falsa modestia, che è sempre strumentale) penetra nei cuori, affonda le sue radici nella consapevolezza dei nostri limiti e della nostra insufficienza, è cosciente che tutto ci è stato donato e, nella migliore delle ipotesi, lo mette a servizio degli altri. All’umile non si chiede di essere schivo, ma convinto delle sue doti, senza per questo esaltarsi. In definitiva l’umile, tutt’altro che infastidirti, ti conquista. La liturgia di oggi esalta l’umiltà, dalla prima lettura che afferma come il Signore, pur giudice imparziale, tende l’orecchio verso l’oppresso: “La preghiera dell’umile penetra le nubi, finché non sia arrivata, non si contenta, non desiste”, dice il Siracide; allo stesso San Paolo, che nel suo dire fa sì trasparire decisione e sicurezza, ma attribuisce esclusivamente al sostegno del Signore la diffusione del messaggio. Nel vangelo stride la figura del tronfio fariseo, impettito davanti a Dio, a confronto di quella del povero pubblicano che, defilato, si batte il petto riconoscendosi solo peccatore. “Questi tornò a casa giustificato”, sottolinea Gesù. Tuttavia il primo se ne sarà andato pimpante, convinto di essere lui nell’occhio destro di Dio. Quelli come lui stiano bene attenti alla conclusione del brano del Vangelo: “Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”. Epilogo ineluttabile.

L’apologia della petulanza

Inserito il 20 Ottobre 2013 alle ore 07:20 da Plinio Borghi

L’apologia della petulanza sembra trasparire da tutte e tre le letture di oggi: chiedete, non stancatevi di chiedere, pregate insistentemente e siate convinti che verrete ascoltati. Leggendo i brani in questione, mi sono tornati alla mente un paio di flash. Il pianto dei neonati quando vogliono qualcosa e tanto vanno avanti finché alla fine sei tu a cedere. Sembra impossibile, ma hanno una sorta di tempi istintivi, per cui se tu cedi dopo cinque minuti, la volta successiva piangono per sette e così via. Se non cedi, lo fanno sempre meno, finché al primo diniego la smettono. Cronometrato con entrambi i miei figli (a fatica). Il secondo flash si rifà ai tempi del mio lavoro in Quartiere nel campo dell’assistenza: quelli che bussavano a tutte le porte ottenevano più degli altri. Per evitare disparità, ci organizzammo da un lato per stanare i bisogni anche laddove non venivano evidenziati e dall’altro coinvolgendo tutte le associazioni assistenziali del territorio (a loro volta collegate con le loro omologhe di altri quartieri) in un unico comitato, così da evitare doppioni e sovrapposizioni. Ma allora perché gli esempi che la liturgia ci propone sollecitano invece un atteggiamento apparentemente così petulante? Il trucco sta nel fatto che le letture parlano di fede e di preghiera: sono questi gli elementi che salvano e ti fanno ottenere risposta, non un atteggiamento gretto e peregrino che mira solo ai bisogni contingenti. Mosè si fa tenere costantemente le braccia sollevate in preghiera, finché Israele vince contro Amalek; Paolo dice a Timoteo: “Rimani saldo in quello che hai imparato e di cui sei convinto… per la salvezza che si ottiene per mezzo della fede in Gesù Cristo”; Gesù così conclude la parabola del giudice infingardo che cede alle pressioni della vedova: “E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui?”. Ma attenzione: farà giustizia, cioè valuterà la genuinità della loro fede. Parafrasando il Papa: Dio non si stanca di ascoltarci, siamo noi che ci stanchiamo di pregare. Per questo mi mette l’angoscia il Gesù quasi sfiduciato che conclude l’episodio odierno dicendo: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. C’è da riflettere sul nostro comportamento ballerino.

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